Già molti anni fa ho fatto una valutazione approfondita sulla data del 18 marzo asserendo potrebbe essere il giorno in cui la veggente Mirjana e il sacerdote da lei scelto iniziano i sette giorni di digiuno e di preghiera, prima della rivelazione dei primo Segreto che avverrebbe il 25 marzo. Tre giorni dopo, il 28 marzo, secondo la logica di questo ragionamento, sarebbe il giorno in cui il primo Segreto accade. Quando ho fatto questa riflessione l’ho messa sul piano delle ipotesi, della curiosità, non l’ho mai dato per certo ovviamente. A mio parere la Madonna non vuole che si sappia quando inizieranno i Segreti; pertanto, sarebbe troppo ovvio accostare la data del 18 marzo al giorno in cui Mirjana mostra il rotolo al sacerdote incaricato e quindi il 25 marzo come data del primo Segreto. Sinceramente dubito che il 18 marzo (di qualsiasi anno) sia il giorno che precede di sette la rivelazione del primo Segreto. Sarebbe troppo semplice.
Il 18 marzo è un indizio importante e l’ho spiegato nel capitolo 23 del mio libro Tutti i Segreti si realizzeranno.
23. L’apparizione annuale da Mirjana il 18 marzo è un indizio importante
Mancano alcuni giorni al 18 marzo, giorno in cui Mirjana ha la sua apparizione annuale e giustamente si attende con particolare apprensione il Messaggio che verrà dato dalla Madonna. Infatti, Mirjana ha da tempo ha rivelato che la Madonna ha scelto questo giorno non perché è il compleanno della veggente, ma per un motivo connesso ai Segreti.
Questa affermazione è di grande importanza perché indica il ruolo preponderante che la Russia svolgerà nel tempo dei Segreti, dal quarto al decimo. Infatti, questa data per il popolo russo è importante innanzitutto perché è il giorno in cui la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa (18 marzo 2014) ed è il giorno in cui Putin è stato confermato ancora una volta Presidente per altri sei anni con oltre l’87% dei voti (18 marzo 2024).
Al riguardo dovrebbe essere chiaro ai cattolici mariani il ruolo anticristico che la Russia svolge nel piano di Maria da Fatima a Medjugorje, fino alla sua conversine al termine dei dieci Segreti.
In questo quadro, che la Madonna ha designato, non ci sono altri soggetti che hanno una importanza simile, tale da segnalarne la conversione finale connessa al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. L’importanza che il Cielo dà alla Russia non è tanto per il suo ruolo politico, che non è certo superiore a quello degli Stati Uniti o della Cina, quanto per la volontà di Mosca, ben nota a chi conosce la Storia, di presentare se stessa come la terza Roma e di rivendicare il primato supremo su tutta la Chiesa con la conquista del Papato.
Roma è la Sede della Chiesa dal tempo degli Apostoli ed è la pietra su cui è costruito l’edificio della fede. La consacrazione del nuovo impero universale russo-ortodosso prevede che sia Mosca la capitale della sedicente “vera Chiesa” (quella russo-ortodossa). Non c’è dubbio che ora, con il prospettato disimpegno americano, la Russia abbia tutti i mezzi necessari per passare ai fatti. Non si può escludere che il 18 marzo sia una data che ha a che fare con gli eventi di cui sopra. Evidentemente sarebbero un colpo di mano sulla Storia della Chiesa che la Madonna è qui per scongiurare.
La Madonna è qui da così tanto tempo per impedire alle porte dell’inferno di impossessarsi della Sede di Pietro!
Le parole della Regina della pace sono la luce che illumina il nostro cammino. Il Messaggio del 25 febbraio 2026, che ci introduceva alla Quaresima, è un’indicazione per il cammino di conversione.
In questo Messaggio la Madonna ha usato un’espressione che ricorre anche nel Vangelo proprio nei giorni prima della Passione. Nel momento chiave della vita di Gesù gli Apostoli sono arrivati “addormentati”; benché Gesù stesso li avesse seguiti per tre anni, nonostante avesse pregato per la loro fede, nonostante avesse loro la preghiera, nonostante avessero avuto la conferma della fede attraverso i miracoli che Gesù ha compiuto sotto i loro occhi, purtroppo la natura umana è sempre stata imbevuta di mondanità ed è uno dei retaggi del peccato originale.
Questa mondanità tiene l’uomo attaccato alle cose materiali, alle false luci, alle false gioie. Nonostante il lavorio che Gesù ha fatto per tre anni, nonostante la sua presenza e la sua preghiera, nella Pasqua dell’anno della Redenzione e in quella Festa delle Palme gli Apostoli interpretano l’acclamazione di Gesù come “figlio di Davide” in maniera messianica, come il trionfo mondano di Cristo sui suoi nemici. Anche gli Apostoli sono stati sedotti dalle vanità di questo mondo, dalle false grandezze, dalla falsa gloria. Quando, poi, si ritrovano nel Cenacolo discutevano su chi fosse il più grande dal punto di vista terreno. Gesù, allora, indossa una cintola e lava loro i piedi insegnando con questo gesto che il più grande si china e diventa il più piccolo.
Nonostante questa lunga preparazione da parte di Gesù, nonostante vivessero il Vangelo giorno e notte in prima persona accanto a Cristo, vediamo come la mondanità abbia catturato anche loro fino a farli arrivare impreparati al momento più importante della vita di Gesù e cioè la Passione che inizia dal momento dell’Ultima Cena. Infatti, il Giovedì Santo, nella parole di Gesù “Questo è il mio corpo donato per voi”, “Questo è il mio sangue versato per voi” c’è la rappresentazione della sua morte in Croce. Benché il traditore fosse presente in quel momento e benché Gesù abbia detto apertamente che uno tra loro lo avrebbe tradito, pensano che Giuda sia uscito dal Cenacolo per fare la carità a dei poveri quando invece era andato a vendere Gesù per trenta denari. Gli Apostoli erano totalmente accecati.
Cristo chiama Pietro, Giacomo e Giovanni – cioè i tre Apostoli che sono stati presenti nei momenti gloriosi della sua vita come la Trasfigurazione – per sostenerlo nella preghiera nell’orto degli Ulivi mentre è in agonia, suda sangue e pronuncia la frase: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Il Padre manda anche un angelo per dare al Figlio conforto, ma Gesù vorrebbe il conforto dei suoi Apostoli, si avvicina a loro e li sorprende addormentati, dimostrando di essere incapaci di comprendere il momento che stavano vivendo. Quando, poi hanno visto i soldati avvicinarsi per catturare Gesù per imprigionarlo e ucciderlo sono fuggiti. Pietro ha avuto una reazione umana, ha sguainato la spada per ferire a un orecchio un soldato. Ma successivamente non ha seguito Gesù da vicino, bensì lo guardava da lontano e quando una serva lo ha identificato come amico di Gesù, per tre volte l’Apostolo lo ha rinnegato.
Oggi la Madonna ha ripreso questa espressione e nel Messaggio del 25 febbraio 2026 ha detto che siamo addormentati. Viviamo in un passaggio storico indubbiamente particolare, la Madonna è qui da così tanto tempo come mai è accaduto, lei stessa ha detto che queste sono le sue ultime apparizioni qui sulla Terra. La Regina della pace, inoltre, appare coronata di dodici stelle e con i piedi poggiati su una nuvola proprio come la Donna vestita di Sole descritta dal capitolo XII dell’Apocalisse.
La Regina della pace ha detto che siamo addormentati perché siamo come gli Apostoli che non hanno capito il momento che stavano vivendo. Gli Apostoli hanno creduto che il momento dell’umiliazione fosse il momento del trionfo. Il trionfo di Cristo è avvenuto dopo ed è passato attraverso la morte in Croce.
Dopo tutti questi anni di apparizioni rischiamo di arrivare impreparati al tempo dei Segreti, non solo perché non abbiamo dimostrato interesse per la presenza di Maria, non abbiamo fatto un cammino di conversione e ci siamo fatti coinvolgere dalle cose mondane. Molti, poi, si sono preparati male approfittando del fatto che la Madonna è qui per loro rendiconto. Questa è una tentazione che ha mietuto molte anime. Molti non hanno risposto alla chiamata ma tra quelli che hanno risposto alla chiamata ci sono tanti che non hanno perseverato, si sono persi dietro le cose di questo mondo e hanno approfittato della situazione per riempirsi le tasche.
Quando ci si renderà conto che questo non è il momento del trionfo, è il momento di bere il calice amaro. Questo ammonimento della Regina della pace non deve essere assolutamente sottovalutato, personalmente mi ha impressionato l’espressione «ma voi siete addormentati». Non siamo preparati al momento della Passione; passando incolumi attraverso il tempo dei Segreti trionferemo con Maria! Che queste parole della Regina della pace ci aiutino perché sappiamo che nel momento della Passione sono crollati perfino gli Apostoli, Pietro ha rinnegato Gesù tre volte e solamente Giovanni era accanto a Maria ai piedi della Croce e, difatti, ha avuto il grande dono di rappresentare la Chiesa quando Gesù ha detto a sua Madre “Donna, ecco tuo figlio”; poi, rivolgendosi a Giovanni ha detto “Figlio, ecco tua madre”.
Dobbiamo fortificarci, indossare l’armatura di Dio, l’elmo della speranza e sfoderare la spada della testimonianza della Parola di Dio.
Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.
Il colonialismo è comunemente associato agli imperi marittimi – Gran Bretagna, Francia, Spagna – ma esisteva anche un altro modello: un modello terrestre, che si sviluppava senza oceani o territori d’oltremare. Nel corso di diversi secoli, la Russia si espanse a spese dei popoli e delle regioni confinanti, formando un proprio sistema di centro e periferia. Il colonialismo russo può essere considerato una politica continuativa? Quali sono le sue caratteristiche e in che modo si differenzia dalle pratiche imperialistiche occidentali? Il sito Idel. Realii ha discusso di questi temi con Anton Saifullaev, dottore in lettere e docente presso l’Università di Varsavia.
Di origine uzbeka, Saifullaev è direttore dell’iniziativa di studi de-coloniali presso l’Istituto per gli Studi Interculturali dell’Europa Orientale e Centrale, vicedirettore dell’Istituto per l’Europa Centrale di Lublino, in Polonia. È specializzato nella teoria postcoloniale e de-coloniale applicata all’Europa orientale e allo spazio post-sovietico, e le sue competenze appaiono quanto mai necessarie per comprendere il corso attuale degli eventi nello spazio eurasiatico, e non solo.
Egli ricorda che “il colonialismo è un fenomeno abbastanza familiare, esiste nella vita di tutti i giorni, nel nostro vocabolario politico, sociale e culturale quotidiano”. Di solito si associa il colonialismo alla sottomissione, ai grandi imperi che si stabiliscono in territori “meno sviluppati” e iniziano a sfruttarli. In realtà, il colonialismo ha molte versioni e, oltre al consueto colonialismo conquistatore e sedentario (dall’inglese settler colonialism), esistono anche le sue varie manifestazioni e strumenti discorsivi, ad esempio l’orientalismo o il razzismo.
L’orientalismo è una percezione e rappresentazione dell’Oriente nell’Europa occidentale, emersa durante l’Illuminismo e il Romanticismo, caratterizzata da esotizzazione, stereotipi e da una giustificazione intellettuale del dominio coloniale. È un discorso culturale che presenta il Medio Oriente, l’Asia e il Nord Africa come un mondo misterioso, sensuale e tuttavia “arretrato”, in contrasto con l’Occidente razionale. Il colonialismo russo, o russo-sovietico, ha le sue caratteristiche specifiche, come sottolinea Saifullaev, e queste caratteristiche, tra l’altro, sono la ragione per cui l’influenza coloniale della Russia sui territori confinanti, e il suo attuale comportamento globale, sono difficili da comprendere e descrivere all’interno delle categorie tradizionali di analisi coloniale a cui si è abituati.
Nel caso russo, spiega l’esperto, questo colonialismo ha una caratteristica distintiva: è basato sulla terraferma, e questo lo distingue dai grandi colonialismi imperialisti occidentali. Il colonialismo basato sulla terraferma è più strutturale, più incentrato sulla sottomissione, più verticale, perché la logica di questa sottomissione (anche se si tratta soltanto di un aspetto militare o economico) è più esplicita ed evidente. Ad esempio, nell’Europa orientale si basa principalmente sulla conoscenza, sull’ideologia e sulla politica di delimitazione nazionale che esiste ovunque, ma in questo contesto – ad esempio, in Bielorussia, Ucraina o Moldavia – i marcatori razziali o orientali non si applicano. Tutto funziona in modo leggermente diverso.
Una delle caratteristiche chiave del colonialismo russo è che si manifesta in modo diverso nelle diverse parti del mondo. Gli imperi basati sulla terraferma sono vasti (ad esempio, la Cina o la Russia stessa, che occupa la maggior parte dell’Eurasia) e, di conseguenza, ogni direzione ha la sua strategia specifica. Esiste il cosiddetto colonialismo interno, che, secondo Saifullaev, è “in qualche modo frainteso nel contesto della storiografia russa”. Esso viene inteso nello spazio intellettuale russo in termini di casta ed economia: si presume che “alcuni russi hanno colonizzato altri russi”, ma in sostanza il colonialismo interno non è mai cessato entro i confini dell’impero russo, dell’Unione Sovietica, della Federazione Russa fin dal XVI secolo, interessando i numerosi popoli e gruppi etnici che fanno parte della Russia da più di 500 anni.
La presa di Kazan a metà del XVI secolo ad opera del primo zar Ivan il terribile è stato il punto di partenza dell’espansionismo russo, che presto iniziò a trasformarsi in colonialismo. È interessante notare che questo coincide con l’età delle scoperte a livello mondiale, quindi si potrebbe dire che la Russia seguì alcune delle tendenze globali del XVI secolo, tentando anch’essa di sviluppare e attuare una politica espansionistica, scoprendo nuovi territori e cercando contemporaneamente nuove opportunità economiche. I principali centri dell’ex-impero tataro-mongolo, sia politici che economici, furono sottomessi a Mosca: Kazan, Astrakhan e poi il Khanato siberiano, che aprì la strada verso est.
La politica coloniale all’interno dell’entità che oggi chiamiamo Federazione Russa non è mai cessata, e solo in seguito lo Stato ha iniziato a interessarsene e a introdurre una politica più strutturale, quella che si potrebbe definire politica coloniale e “sedentaria”. Osservando una mappa moderna della Federazione Russa, e del territorio asiatico che comunemente si chiama Siberia, si vede che le città hanno iniziato ad apparire più o meno nello stesso periodo, nel XVII-XVIII secolo, quando lo Stato ha iniziato a penetrare più intensamente in questi territori e a consolidarli attraverso il colonialismo sedentario. La fase successiva è il XIX e l’inizio del XX secolo, quando la politica del colonialismo sedentario è continuata includendo il modello che si è sviluppato notevolmente nell’Unione Sovietica, dove la colonizzazione è stata attuata, tra le altre cose, attraverso il sistema carcerario del Gulag. L’intera infrastruttura economica creata nell’Estremo Nord e nell’Estremo Oriente è stata in gran parte costruita negli anni Venti e Trenta dai prigionieri dei lager.
Guardando alla Russia moderna, le guerre russo-cecene a cavallo del secolo sono assolutamente una storia coloniale. La politica russa dopo il 1991, e le guerre cecene sono state il primo esempio, è una continuazione incondizionata di ciò che era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo, poi proseguite con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito la deportazione di bambini ucraini nel suo territorio da parte della Russia un crimine di guerra, mentre i funzionari russi parlano con orgoglio del trasferimento dei bambini dall’Ucraina, per “rieducarli” nello spirito dell’amore per la Russia. Le autorità di occupazione russa nella regione ucraina di Lugansk hanno creato un “catalogo” on-line di bambini ucraini, offrendoli per “adozione” forzata tramite il dipartimento dell’istruzione.
Uno degli elementi principali dei processi di colonizzazione è l’imposizione della lingua, che non a caso è uno dei fattori più importanti dell’ostilità tra russi e ucraini, a lungo oppressi da processi di russificazione imposti dagli zar e dai sovietici, sfociati quindi in un’emarginazione della lingua russa nell’Ucraina indipendente degli ultimi trent’anni, quella che Mosca chiama “il genocidio del Donbass”. Forti tensioni in questo senso esistono anche in Asia centrale e soprattutto in Kazakistan, il Paese con i maggiori territori russofoni settentrionali, e in misure diverse in tutti gli Stati ex-sovietici, fino ai Paesi baltici.
Eppure la Russia di Putin si presenta come il paladino del “Sud globale” che lotta contro il “colonialismo globalista” del Nord-Occidente globale, per difendere la sovranità dei popoli più deboli. Questo in realtà rimane un’eredità dell’ideologia sovietica, in cui era obbligatorio dichiarare di essere anti-coloniali e anti-razzisti, scaricando sugli occidentali tutte le colpe storiche dell’arretratezza del “Terzo Mondo”. Nel 2022 si è visto chiaramente che la politica russa è in realtà coloniale fino al midollo, e l’invasione dell’Ucraina ha sollevato un tema che per Saifullaev e molti altri commentatori diventerà particolarmente critico in Russia, se e quando finiranno i conflitti armati: la ripresa dell’identità dei “popoli minori”, con il rischio della disgregazione di tutta la Federazione. Dopo la fine dell’Urss e nel corso di questi trentacinque anni non è apparsa in Russia una vera concezione nazionale, e come afferma il metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, “la Russia può essere soltanto imperiale”. Se il decennio eltsiniano si orientava sulla visione globalista, il quarto di secolo putiniano risulta un ibrido tra le tante narrative imperiali zariste e sovietiche, e le azioni militari del colonialismo americano di Donald Trump stanno ulteriormente mettendo a nudo le contraddizioni di questo “mondo russo” sempre incompiuto, incapace di affermare la grandezza del proprio impero, e senza nemmeno la forza di colonizzare sé stesso