Il 13 ottobre e la guarigione delle nostre ferite

14 Ottobre 2026 ore 15:22

di Roberto de Mattei -CR 1982

Lo storico che, tra cinquanta o cento anni, volesse fissare in un’istantanea la giornata del 13 ottobre 2026, centonovesimo anniversario dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima, si troverebbe davanti a questo quadro.

Il 14 ottobre papa Leone XIV avrebbe dovuto chiudere, nella basilica di San Pietro, l’incontro internazionale dedicato al decimo anniversario dell’esortazione di papa Francesco Amoris laetitia. Ma, dopo aver annunciato, durante l’Angelus dell’11 ottobre, di avere un nodulo al polmone, il 13 ottobre il Pontefice è stato ricoverato al Policlinico Gemelli, dove è stato operato il giorno stesso.

L’annullamento della solenne Messa che il Papa avrebbe dovuto celebrare mercoledì alla presenza di 250 vescovi convenuti da tutto il mondo, da una parte conferma l’urgenza attribuita all’intervento chirurgico, dall’altra lascia sprofondare nell’indeterminatezza le conclusioni dell’incontro con i vescovi. 

Ora tutti i fedeli cattolici pregano per la salute del Papa, ma alla rappresentazione mediatica di un uomo energico, capace di sostenere con vigore un’agenda impegnativa, si affianca quella di una persona indebolita da una malattia di cui non si conosce ancora il possibile decorso. Questa constatazione ha un significato che supera la cronaca sanitaria e ci aiuta a ricordare verità dimenticate dal mondo. La Chiesa vive della grazia di Cristo e la sua indefettibilità non dipende dalle condizioni di salute di un Pontefice. Il Papa ha bisogno delle preghiere dei fedeli proprio perché il suo ufficio non lo sottrae alla sofferenza, che è, con la morte, la conseguenza del peccato originale. Ma eventi come una malattia improvvisa ci aiutano a riflettere sulla precarietà della vita umana, sul destino ultraterreno dell’uomo e sull’esistenza di un Dio remuneratore, nel tempo e nell’eternità. 

Donald Trump, Vladimir Zelensky, Xi Jingping e tutti i potenti della terra vivono nella medesima condizione di imponderabilità, in cui oggi si trova il Papa, esposti, come ogni uomo, alla sofferenza e alla morte. A Washington, in questi giorni, la fragilità assume una forma politica. Il presidente Trump si avvicina alle elezioni di metà mandato del 3 novembre con il rischio di una pesante sconfitta, dopo che i suoi annunci di pace in Ucraina e in Medio Oriente sono stati ancora una volta smentiti dai fatti. Il risultato delle elezioni resta aperto, ma si è dissolta l’immagine di un presidente capace di risolvere ogni crisi attraverso la propria volontà, 

In Ucraina, l’annuncio americano di una tregua energetica si scontra con la realtà dei crescenti attacchi russi alle infrastrutture di Kiev. Anche in Medio Oriente la pace continua a essere una prospettiva incerta. La distanza tra le parole e i fatti, tra le assicurazioni pubbliche e la realtà della distruzione e del sangue, resta drammatica. Gli annunci diplomatici corrono veloci sui mezzi di comunicazione, ma la sofferenza umana si prolunga, giorno dopo giorno, tra le macerie.

Le tensioni internazionali incidono sulle forniture energetiche e sui prezzi, mentre l’Europa si prepara alla stagione fredda con margini di sicurezza ridotti. Le conseguenze ricadono sulle famiglie, attraverso le bollette, e sulle imprese, attraverso i costi di produzione. Un continente che dipende da decisioni prese altrove scopre quanto sia difficile difendere la propria autonomia senza basi economiche e materiali adeguate. Su questo terreno cresce il malessere sociale e si allarga la sfiducia nelle istituzioni pubbliche. Alla vulnerabilità energetica si aggiunge una crisi più profonda: lo smarrimento dei valori, l’oblio delle proprie radici e la riduzione della vita quotidiana alla ricerca di un interesse personale immediato e puramente materiale.

La data del 13 ottobre invita a rileggere questo panorama alla luce di Fatima. Nel 1917 l’Europa era devastata dalla guerra e la rivoluzione bolscevica stava per aprire una nuova epoca. Il messaggio affidato ai tre pastorelli richiamava alla preghiera, alla penitenza e alla conversione. Nell’ultima apparizione alla Cova da Iria, la Vergine Maria si presentò come la Madonna del Rosario, chiedendo che si continuasse a recitarlo ogni giorno e annunciando la prossima fine della guerra. Il collegamento tra la pace e la recita del Rosario percorre tutto il messaggio di Fatima. Dopo il colloquio i pastorelli videro accanto al sole san Giuseppe con Gesù Bambino e la Madonna vestita di bianco, con un manto azzurro; san Giuseppe e il Bambino benedivano il mondo tracciando con la mano il segno della croce.  La visione della Sacra Famiglia appare come un’immagine paradigmatica dell’ordine cristiano. La pace delle nazioni affonda le sue radici in quest’ordine, non nella sua distruzione sistematica da parte del processo rivoluzionario che aggredisce la civiltà cristiana.   

In questa prospettiva, le sofferenze materiali e morali, individuali e collettive, ci aiutano a restituire alla vita la sua misura eterna. Soltanto la considerazione dei supremi destini dell’uomo può darci la vera pace, quam mundus dare non potest (Gv 14,27): quella pace che un mondo lontano da Dio non potrà mai dare. Nessun accordo politico o diplomatico può, da solo, guarire il disordine morale dal quale nascono le guerre. La pace tra le nazioni richiede giustizia, e la giustizia esige uomini disposti a riconoscere una legge naturale e divina superiore ai propri interessi contingenti.

Dio che è il padrone della storia, può mutare i destini del tempo, anche grazie alle preghiere che gli vengono rivolte quando l’orizzonte si oscura. «Possa la mano dei chirurghi di Papa Leone essere guidata da Gesù Cristo, il medico divino», ha detto il presidente della Conferenza episcopale statunitense mons. Paul S. Coakley. Possa la mente e il cuore del Pontefice essere guidata, anche dopo la auspicabile guarigione, da Colui, che sana ogni ferita dell’anima e del corpo. Cristo, medico divino, assume infatti su di sé il peso dei nostri peccati, offrendo la propria vita per salvarci. «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24), dice l’apostolo Pietro, di cui Leone è il successore. Preghiamo affinché l’azione risanatrice di Cristo si estenda a tutti coloro che, cum Petro et sub Petro, guidano oggi la Chiesa, guarendo le loro ferite, che sono anche le nostre (1 Pt 2,24).