"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2026 Pagina 24 di 344

🟢LIVE P. LIVIO🟢 EDITORIALE: “NEL MIRINO DI PUTIN C’È ROMA” – 06/10/2026

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Dio provvede, premia e castiga – 4. Chi merita il Paradiso?

Merita il Paradiso chi è buono, ovvero chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia. Meritare è un termine da pesare molto bene perché la salvezza non viene tanto per i nostri meriti, quanto per la Divina Misericordia. Noi nasciamo nel peccato e quindi con la grazia che ci viene data nel Battesimo diventiamo figli di Dio. Non abbiamo meriti particolari, ma è Cristo si è fatto uomo e ha portato la Croce e ha meritato per noi la salvezza eterna. La salvezza eterna è anzitutto un dono che viene dato a tutti coloro che lo accolgono nel pentimento dei peccati, nell’umiltà della propria condizione umana. La parola merito è la nostra corrispondenza alla grazia; è per grazia che siamo stati salvati, è grazie alla Croce di Cristo che riceviamo il perdono dei peccati. Cristo ha sofferto al nostro posto e per nostro amore. Le parole di Gesù sulla Croce “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” sono rivolte a tutta l’umanità. Anche Maria Santissima è stata preservata per grazia dal peccato originale, non certo per merito visto che è stata concepita Immacolata.

Quando si parla di merito bisogna sempre tenere presente che esso è preceduto dalla Misericordia di Dio, dalla sua grazia. Il Paradiso ce lo ha meritato Gesù Cristo, espiando i peccati sulla Croce, al nostro posto e per nostro amore. Noi, per essere degni di entrare in Paradiso, dobbiamo essere degni di meritare questa grande grazia. Noi corrispondiamo con la fede e con l’osservanza dei Comandamenti, con il pentimento dei peccati e la richiesta del perdono, affidando noi stessi alla Divina Misericordia. Sono tutti atti che ci meritano il Paradiso.

Per quanto una persona sia santa, il Paradiso è un dono infinitamente più grande dei suoi meriti perché è la visione di Dio faccia a faccia grazie alla Croce di Cristo e alla sua gloriosa Resurrezione. Fatta questa premessa noi ci rendiamo conto che il Paradiso è impegnativo; la Regina della pace, infatti, ha detto che relativamente poche anime vanno direttamente in Paradiso, un numero molto più grande va in purgatorio. La Madonna ha anche sottolineato che bisogna fare di tutto per evitare il purgatorio perché la pena del purgatorio è grandissima perché commisurata al premio; in purgatorio siamo privati della visione di Dio. Attraverso questa pena, la privazione della visione di Dio, ci purifichiamo.

Pochi giorni prima dell’inizio delle apparizioni a Medjugorje è venuta a mancare la mamma della veggente Ivanka; la ragazza ha chiesto alla Madonna come stesse sua madre e la Madonna l’ha rassicurata; infatti, pochi giorni dopo è apparsa con accanto la donna, era quindi in Paradiso. Quando la gente del villaggio ha saputo questa cosa erano tutti felici perché la mamma di Ivanka era un donna semplice, come tante; la gente ha quindi concluso che andare in Paradiso non fosse così difficile.

In realtà, andare in Paradiso è facile e difficile nel medesimo tempo. È difficile perché comunque bisogna resistere alla nostra inclinazione umana verso il male e il peccato dovuta alla ferita originale; il mondo ci seduce con le sue false luci, il diavolo ci tenta in tanti modi e anche se non riesce a corromperci del tutto, ci fa deviare, ci sporca e quindi dobbiamo purificarci in purgatorio. La Madonna ha detto che un numero enorme di anime va in purgatorio, ma ha anche aggiunto che un numero ugualmente grande di anime va all’inferno: «La maggior parte degli uomini, quando muore, va in purgatorio. Un numero pure molto grande va all’inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in Paradiso. Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in paradiso al momento della vostra morte» (Messaggio 2 novembre 1983). In questo Messaggio la Madonna ha ribadito quello che aveva detto a Fatima, cioè che molti vanno all’inferno ed è un numero che contende il primato a quello del purgatorio. Se assommiamo le anime del purgatorio che si purificano a quelle del Paradiso che sono già purificate, possiamo dire che due terzi delle anime si salvano. Sono conti umani, ma corrispondono in qualche modo a quello che ci fa capire la Sacra Scrittura quando dice che con Lucifero cadde dal Cielo un terzo degli angeli. Potrebbe essere, allora, una triste verità che un terzo delle anime si perde per colpa propria, perché rifiuta la grazia della conversione fino all’ultimo istante, muore nell’impenitenza. Dio non forza nessuno ad andare in Paradiso.

Merita il Paradiso chi è buono ed è buono chi ha la grazia della fede, chi nella fede prega, chiede il perdono dei propri peccati, cerca di osservare i Comandamenti, attinge alla fonte di grazia dei Sacramenti, alimenta la sua vita cristiana con la preghiera e vive l’amore nei confronti di Dio e riversa al prossimo l’amore che riceve a sua volta da Dio. Questa è la strada che porta al Paradiso ma purtroppo sono pochi quelli che la percorrono. È buono chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia. L’orientamento di fondo del Cristianesimo è il rapporto con Dio, non è il rapporto col prossimo. Dio è al primo posto, è sommamente amato e conseguentemente all’amore di Dio c’è l’amore per il prossimo. Gesù Cristo ha dato due Comandamenti: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. Questi due Comandamenti che sono tra loro concomitanti sono racchiusi nel Decalogo i cui primi tre Comandamenti sono dedicati all’amore di Dio e gli altri sette specificano l’amore del prossimo.

Per andare in Paradiso, allora, non basta essere buoni in questa vita, davanti a Dio conta anzitutto il nostro rapporto con Lui, cioè come ci siamo rapportati con Lui, se lo abbiamo voluto o rifiutato, se lo abbiamo cacciato dal nostro cuore e dalla nostra vita o lo abbiamo accolto. Il rapporto con Di, la fede in Dio, l’invocazione di Dio almeno nell’ultimo istante della propria esistenza sono le cose che contano per il Paradiso. Se Dio è escluso non è così certa la salvezza del Paradiso perché il Comandamento principale è l’amore per Dio sopra ogni cosa.

Di coloro che hanno avuto dei buoni rapporti con il prossimo, hanno praticato la giustizia e la bontà e magari anche la carità, pur non credendo in Dio, possiamo dire che forse implicitamente credevano anche in Dio. Sarà Dio a giudicarlo. Non è sufficiente essere persone accettabili sul piano della relazione umana (non rubare, non uccidere, fare la carità) per salvarsi; Dio tiene sicuramente in considerazione queste buone azioni per dargli la grazia della fede. Senza la fede non si può piacere a Dio. Sul fatto che Dio deve essere amato sopra ogni cosa la Divina Rivelazione è chiarissima. Dobbiamo anche dire che è possibile che nell’anima dei buoni ma non credenti sia filtrato un bagliore, per queste persone è importante pregare. Nell’istante ultimo della vita molte persone hanno creduto in Dio, lo hanno invocato, dopo averlo negato per tutta la vita. È molto importante la grazie della fede per la salvezza. Morire in grazia di Dio significa vivere ogni giorno in grazia di Dio, chiedere ogni giorno il perdono dei peccati, confessarsi almeno una volta al mese e secondo le necessità.

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🟢CATECHESI DI P. LIVIO🟢 Medjugorje: perché non ho dubbi – Puntata 21 – La ferma certezza di Medjugorje nel credere nelle apparizioni

🟢P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 06/10/2026

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Martedì 6 Ottobre 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre canale 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)

h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

I cinque minuti dello Spirito Santo

h. 8.55 – 9.10 ALMANACCO DELLA FEDE:

DIO PROVVEDE PREMIA E CASTIGA

4. Chi merita il Paradiso?
Merita il Paradiso chi è buono, ovvero chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia 

h. 9.10: RITAGLI DI PAGINE INEDITE
Tratta dal Libro: Medjugorje perché non ho dubbi

9.20: ATTUALITÀ

Le mire di Putin sull’Europa

9.40: VIATICO QUOTIDIANO

Pensiero sulla grandezza dell’umiltà

h. 9.45 – 10.00: I MESSAGGI DELLA MADONNA A MIRJANA

29. “Come la madre lotta per i suoi figli, io prego e lotto per voi” (2 Gennaio 2008)

“Cari figli, con tutta la forza del mio cuore io vi amo e mi dono a voi.

Come la madre lotta per i suoi figli, io prego e lotto per voi.

A voi chiedo di non aver paura di aprirvi perché possiate amare e darvi agli altri col cuore.

Quanto più farete questo col cuore, accoglierete di più e comprenderete meglio il mio Figlio e il suo dono a voi.

Che tutti vi riconoscano attraverso l’amore di mio Figlio e il mio. Vi ringrazio”.

La Madonna ha benedetto tutti i presenti e gli oggetti sacri. Ha chiesto la preghiera e il digiuno per i nostri pastori.

h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO

h. 10.05: CATECHESI DI PADRE LIVIO

Medjugorje perché non ho dubbi – La Madonna ha rivelato l’Apocalisse

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La guerra che l’Europa non vuole vedere, la Russia l’ha già cominciata

desc imgdiFederico Rampini| 5 ottobre 2026 – Coriere della Sera

L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace. Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento

Respinta sul fronte convenzionale, Mosca sposta la battaglia dove l’Europa è più debole. Perché la sua difesa è calibrata sulla guerra sbagliata. L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace.

Per diversi giorni consecutivi i droni russi hanno colpito i ponti di Kiev sul Dnepr. Il Ponte Nord, una delle arterie che uniscono le due rive della capitale, è stato centrato di nuovo: traffico sospeso, code interminabili. Nelle stesse ore bombe plananti e droni hanno ucciso cinque persone nella regione di Kharkiv, un mercantile battente bandiera liberiana è stato colpito nella regione di Odessa uccidendo un marinaio, e cinque fra missili e droni russi sono esplosi in territorio moldavo, come ha denunciato la presidente Maia Sandu. Il ministero degli Esteri russo annuncia nuove «rappresaglie di massa» contro Kiev e invita diplomatici e stranieri a lasciare il paese. Le Nazioni Unite hanno documentato almeno 15.000 vittime civili, tra morti e feriti, nei primi otto mesi del 2026.

È la cronaca di un fine settimana qualsiasi nel quinto anno della guerra. 

Per decifrarla serve però un’altra chiave. La forniscono tre testi usciti in questi giorni: un saggio di Alina Frolova sulla rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra; un’analisi di Alina Polyakova e Christopher Walker, ai vertici del Center for European Policy Analysis di Washington; un reportage del Wall Street Journal sul primo missile balistico made in Ukraine.

Frolova, ex viceministra della Difesa ucraina e oggi al Centre for Defence Strategies di Kiev, scrive che la Russia sta perdendo la guerra convenzionale. Un anno fa a Bruxelles le chiedevano come Kiev avrebbe compensato l’inferiorità numerica; lei rispondeva che contava la rivoluzione dei droni. I dati che cita, dell’Institute for the Study of War, sono eloquenti: fra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno guadagnato circa 40 chilometri quadrati netti e ne hanno persi oltre 280. Il fronte è rimasto quasi immobile nonostante la superiorità di Mosca in uomini e mezzi.

Ecco il punto cruciale. 

Una potenza eversiva a cui viene negata la vittoria convenzionale non accetta la sconfitta: cerca un altro campo di battaglia. 
E il più promettente, visto dal Cremlino, è l’Europa. 
Non un’invasione, che richiederebbe anni di preparazione, ma attacchi rapidi e spettacolari: sciami di droni su infrastrutture critiche, incursioni di piccole unità, guerra elettronica e cyber contro uno o più paesi europei, con ogni probabilità i Baltici o la Polonia. 

Lo scopo non è conquistare territorio, ma dimostrare agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev non si misura più in euro e munizioni, bensì nella sicurezza delle loro città. Nella logica russa l’obiettivo non è sconfiggere l’Europa; è costringerla all’acquiescenza.

Qui sta l’errore dei governi. La difesa europea, dai bilanci agli acquisti, è calibrata su un’ipotesi condivisa: che la Russia ricostituisca entro il 2029 una capacità convenzionale sufficiente a minacciare la Nato. L’Europa si prepara alla guerra del 2029 mentre quella del 2026 è già cominciata.

Polyakova e Walker mettono in fila episodi apparentemente sparsi: droni sulle ferrovie dell’Ucraina occidentale che hanno sfiorato ex leader come Carl Bildt e Boris Johnson; un drone armato abbattuto da caccia Nato sopra la Lituania; un incendio doloso contro un fornitore estone; un rogo sospetto in un impianto polacco di componenti missilistici; sabotaggi alle reti elettriche ad alta tensione in Germania. Esplosioni misteriose in uno stabilimento italiano della difesa. L’Europa non è spettatrice: è sulla mappa dei bersagli.
Per gli autori del Cepa sono elementi di un’unica campagna. 

Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento. Il tutto accompagnato da campagne di disinformazione potenziate dall’AI per logorare il consenso all’Ucraina, con la Cina nel ruolo di retrovia indispensabile. Le nostre democrazie rispondono con gli strumenti del tempo di pace: il sabotaggio diventa un incendio doloso qualunque, il cavo sottomarino tranciato un incidente di navigazione, il cyberattacco un guasto tecnico. Ogni episodio finisce sul tavolo di una procura locale, mentre il disegno complessivo resta senza risposta. Frolova dice lo stesso: l’Europa vede benissimo sabotaggi e incursioni, ne discute, ma non li concepisce come parte di una campagna già in corso.

Perché questa cecità? L’Unione europea è nata come progetto di pace, e le sue istituzioni ne portano il marchio genetico: consenso, procedure pesanti affidate a burocrazie pletoriche, mediazione tra interessi nazionali. Virtù preziose in tempo di pace, che in guerra diventano un costo. Ogni soglia superata nelle forniture a Kiev, dai carri armati agli F-16, ha richiesto mesi di negoziati su chi dovesse muoversi per primo. La domanda non è mai stata che cosa serve sul campo, ma che cosa si riesce ad approvare e come gestirne le ricadute elettorali. Le decisioni che a Bruxelles si misurano in mesi, al fronte si misurano in vite umane e chilometri.

La stessa logica distorce il riarmo. I bilanci militari crescono, ma il denaro affluisce soprattutto verso piattaforme tradizionali, carri armati, artiglieria, grandi programmi aeronautici, con le loro filiere consolidate e le loro lobby industriali. Non che i mezzi pesanti siano obsoleti; ma la loro sopravvivenza dipende ormai dall’integrazione con droni, sensori e guerra elettronica, proprio i settori in cui gli ucraini hanno imparato più in fretta. In Italia il dibattito sul riarmo è ancora ingabbiato nelle percentuali di Pil; la domanda vera è che cosa comprare, e per difendersi in quale guerra. Senza contare il vuoto al centro dell’edificio: con un ridimensionamento americano diventato plausibile, la deterrenza nucleare franco-britannica resta un cantiere aperto.

La proposta più audace riguarda l’Ucraina stessa. Da dodici anni l’Europa si chiede come aiutare Kiev: una relazione tra fornitore e destinatario che produce pacchetti di aiuti, non una strategia. Eppure l’esercito ucraino è il più esperto e collaudato del continente, l’unico ad aver combattuto per oltre quattro anni una guerra ad alta intensità contro il nemico che i nostri stessi pianificatori indicano come minaccia principale. Un comandante onesto lo considererebbe la componente centrale delle forze disponibili, non un beneficiario di assistenza.

Da qui l’idea di un quadro operativo congiunto, persino un quartier generale comune Europa-Ucraina, che integri difesa aerea, intelligence e logistica europee con la potenza di combattimento ucraina, portando i tempi decisionali dalla velocità della diplomazia a quella militare. Nessun soldato europeo andrebbe a combattere in Ucraina, ma la separazione tra chi combatte e chi aiuta verrebbe superata. Il precedente evocato è il comando alleato della Seconda guerra mondiale, che trattava l’Unione Sovietica di Stalin, alleato scomodo, come parte della strategia comune perché la logica militare lo imponeva.

Qualcosa esiste già in embrione: la Joint Expeditionary Force a guida britannica ha fatto dell’Ucraina il suo primo partner potenziato esterno alla Nato, e la Polonia discute se intercettare i missili russi già nello spazio aereo ucraino. Il Cepa arriva a conclusioni parallele: rispondere alla campagna e non al singolo episodio, fissare linee rosse esplicite lasciando ambigua la rappresaglia perché Mosca associ ogni sabotaggio a una perdita tangibile.

Il reportage del Wall Street Journal aggiunge un tassello e insieme un’avvertenza. Giovedì Kiev ha lanciato per la prima volta in combattimento un missile balistico interamente ucraino, l’FP-7 di Fire Point, contro un obiettivo nei territori occupati. Secondo il costruttore colpisce a circa 250 chilometri con una testata di oltre 200 chili. Kiev entra così in un club di una dozzina di paesi capaci di costruirli. «Ora la produzione», ha commentato Zelensky. Michael Kofman del Carnegie Endowment ricorda che tutto dipende dalla cadenza produttiva, e i missili da crociera Neptune e Flamingo si usano di rado proprio perché se ne fabbricano pochi. La Russia non ha questi vincoli: a luglio ha lanciato 195 missili balistici e ipersonici, un record. Kiev è a corto di intercettori Patriot, e Zelensky ammette di dover impiegare i caccia contro i droni a reazione russi, con munizioni anch’esse in esaurimento.

I missili caduti in Moldavia, i droni sopra la Polonia e la Lituania, le esplosioni negli impianti europei sono fatti, non ipotesi. E la storia recente insegna. Dopo la Georgia nel 2008 la Russia si è riorganizzata per sei anni prima di prendersi la Crimea; tra il 2014 e il 2022 ha usato il conflitto congelato per riarmarsi. Ogni volta l’Europa, passato lo shock, è tornata a cercare la normalizzazione. Se domani un cessate il fuoco congelasse il fronte, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe soltanto un intervallo.

Trump ha perso la pazienza con il Cremlino, anche se il Pentagono continua a fornire un supporto essenziale contro i russi; le capitali europee hanno di fatto sostituito Washington come principali sostenitori finanziari di Kiev. È un ruolo che hanno ereditato senza sceglierlo, e che continuano a interpretare con la mentalità del donatore anziché con quella del bersaglio. Frolova la chiama una forma sofisticata di impreparazione.

5 ottobre 2026, 16:11 – modifica il 5 ottobre 2026 | 16:58

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