"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2026 Pagina 35 di 38

Le due vie che gli uomini percorrono nella vita

Dal punto di vista della maturità spirituale si impara presto che nella vita ci sono due vie che si possono percorrere: la via del bene e la via del male. Man mano che cresciamo ci rafforziamo sull’una o sull’altra via. Il Vangelo descrive la via del bene come stretta e in salita, che porta però alla vetta dove c’è un bellissimo panorama sulla vita e che scaturisce nel cuore una grande gioia e soddisfazione per averla percorsa. La via del male è ampia e larga, è in discesa e molti camminano per essa. La via del bene è percorsa da pochi perché è molto impegnativa, richiede sforzo e spirito di sacrificio, molti non se la sentono di impegnarsi a fondo. È una realtà sulla quale bisogna meditare perché non è la medesima cosa percorrere la via del bene e percorrere la via del male. Innanzitutto, è ben diverso l’esito finale perché la via del bene porta alla salvezza, alla gioia, alla pienezza al Paradiso; la via del male, invece, porta alla perdizione. La Regina della pace ha proprio detto che l’uomo moderno non vuole Dio e perciò l’umanità va verso la perdizione.

Per indicare la gravità della situazione dal punto di vista esistenziale di chi percorre la via della perdizione, la Regina della pace ha mostrato l’inferno ai bambini di Fatima e ai veggenti di Medjugorje proprio come un grande fuoco. C’è un esito finale totalmente diverso fra le due vie: l’eterna gioia o l’eterna perdizione. È una condizione che matura durante il corso della vita e che poi rimane per l’eternità. Nel percorso già si può percepire quale sarà il traguardo. Chi percorre la via del bene, anche se fa fatica, nel suo cuore sente l’approvazione della coscienza e la gioia; cresce la vera autostima di se stessi proprio perché, facendo il bene, sentiamo in noi una certa soddisfazione, una certa gioia che non è superbia, non è vanità ma è la giusta ricompensa per chi fa il bene. Chi fa il bene sente la coscienza che approva e di conseguenza si sente in pace con se stesso.

Chi, invece, percorre la via del male sente dentro di sé ben altro. Il male fa male. La coscienza, che è la voce di Dio in noi, disapprova, rimorde, quando compiamo il male. Finché non soffochiamo la coscienza, essa continua a rimproverarci se siamo sulla via del male, se facciamo cose che non devono essere fatte. In questa situazione esistenziale di cammino sulla via del male c’è già un anticipo di inferno, non c’è pace interiore ma c’è rimorso della coscienza.

L’ultimo istante della vita è quello decisivo soprattutto per coloro che hanno vissuto camminando sulla via del male perché con uno sforzo estremo ci si può convertire oppure ci si può arrendere definitivamente alla potenza del male che risucchia nell’abisso. Nel cammino della vita, se sbandiamo, se dalla via del bene ci lasciamo sedurre da un percorso più comodo e cambiamo strada, possiamo fare un’inversione, tornare indietro sui nostri passi, questa è la conversione. La voce di Dio che abbiamo dentro di noi ci richiama sulla strada del bene, ci invita a lasciare la via del male che porta alla perdizione.

La conversione è la chiamata di Dio a percorrere la via del bene, la retta via, quella che porta in Paradiso. La Madonna ci esorta a convertirci prima che arrivino le prove perché poi sarà difficile farlo. Appena sentiamo la voce di Dio che ci chiama, rispondiamo, chiediamo perdono, confessiamoci, facciamo il proposito di non peccare più, rimettiamoci sulla via del bene. All’inizio è certamente difficile, la conversione costa fatica ma è molto soddisfacente, man mano che si percorre la via del bene si sente un’intima gioia che cresce, ci si sente liberi.

La via del bene è erta, ma diventa sempre più facile man mano che la percorriamo proprio perché ci riempie di grande gioia. Il mondo oggi ha perso la strada che porta al Cielo ed è per questo che la Madonna è qui, proprio per chiamarci alla conversione e a percorrere la via del bene.

🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA ~ IN RADIOVISIONE SU DIGITALE TERRESTRE al CANALE 789 – 03/06/2026

VIATICO QUOTIDIANO – di P. Livio – Puntata 114

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Mercoledì 3 Giugno 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre can 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)

h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

I cinque minuti dello Spirito Santo

h. 8.55 – 9.15: ALMANACCO DELLA FEDE

Le due vie che gli uomini percorrono nella vita

La vita è un cammino lungo due strade fra loro opposte

Una di esse è stretta e in salita e pochi camminano per essa.

L’altra è ampia e in discesa e molti la percorrono

La prima è la via della verità e del bene e porta alla salvezza

La seconda è la via della menzogna e del male e porta alla perdizione.

Tu quale via stai percorrendo?

Se vai verso la perdizione fermati e cambia strada con la conversione.

h. 9.15: LA CITAZIONE DEL GIORNO (34)

Tratta dal Libro: Senza Dio non c’è futuro

h. 9.15- 9.35: NOTIZIE DAL MONDO

“Senza cambio di Regime in Iran gli USA non vincono”

+Le nuove armi della guerra (FPV)

+ “Putin perde sul campo e colpisce i civili”

h. 9.35 – 9.45: VIATICO QUOTIDIANO

Pensiero sulla grandezza dell’umiltà

h. 9.40 – 10.00: I SEGRETI DI MEDJUGORJE

55. Quanti si salveranno nel tempo dei Segreti?

Gli eventi dei Segreti toccheranno gran parte del mondo

L’umanità si troverà dinanzi al bivio della vita e della morte

Gli eventi dal quarto al decimo saranno “molte cose terribili”

Si dovrà scegliere fra il credere o il non credere alla salvezza offerta dalla Madonna

La Madonna ha esortato. “Abbandonatevi a mio Figlio e non abbiate paura”

Bisognerà innanzi tutto preparare sé stessi al momento cruciale

Ognuno dovrà fare la sua parte per portare la gente a credere

 h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO

h. 10.05: CREDO IN GESU’ CRISTO

Scrivo noi giovani perché siete forti (1)

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Una scala di roccia verso il cielo, storia e leggenda della Madonna della Corona. «È il santuario più ardito d’Italia»

di Antonino Padovese – Coriere della Sera – 3 Giugno 2026

Costruito sul monte Baldo fra Verona e Trento, ci vivevano gli eremiti. Oggi fedeli, pellegrini, turisti e sportivi sfidano i 2 km e mezzo del Sentiero della speranza: ~«Il più antico Ex voto è del 1447»

Il santuario Madonna della Corona costruito sulle pendici del monte Baldo in provincia di Verona

«Benvenuti nel santuario più ardito d’Italia». Monsignor Martino Signoretto da quattro anni si è trasferito da Verona, dov’era vicario episcopale per la cultura, a Ferrara di Monte Baldo. Il vescovo lo ha nominato rettore del santuario della Madonna della Corona, una perla incastonata nella roccia e protesa verso il cielo. Dalla terrazza di questo santuario con più di 500 anni di storia alle spalle si vede benissimo la Val d’Adige, la ferrovia, le auto e i camion che corrono sull’asse Nord-Sud dell’A22, l’autostrada che collega il Brennero Modena.

Ogni anno sono 200 mila le persone, turisti, fedeli e pellegrini, che decidono di visitare il santuario. «Si tratta di un numero indicativo – aggiunge monsignor Signoretto — perché l’unica contabilità che possiamo tenere è quella dei 90-110 mila biglietti che vengono acquistati per il bus navetta, che però non funziona da novembre a marzo. Il bus rappresenta solo una delle vie d’accesso al nostro santuario».

Il modo più conosciuto ma anche più faticoso per arrivare ai 774 metri sul livello del mare del luogo di culto è il Sentiero della Speranza, che parte dal comune di Brentino Belluno ed è indicato con il numero 73 dei cammini mappati dal Cai, il Club alpino italiano. Si tratta di un percorso non difficile ma comunque consigliato a persone allenate, perché tra partenza e arrivo ci sono 600 metri di dislivello. Per questo anche il sito del santuario raccomanda l’utilizzo di calzature adatte e una piccola scorta di acqua. Il Sentiero della Speranza è il cammino storico che fino al XX secolo hanno affrontato migliaia di pellegrini ogni anno: scalini ricavati nella roccia, le stazioni che ricordano i misteri del Rosario, i due chilometri e mezzo di cammino vengono affrontati spesso dai fedeli con preghiere e canti. Una volta visitato il santuario, non resta che intraprendere il cammino di ritorno attraverso la stessa strada percorsa all’andata.

Come si arriva

Per i turisti, invece, ci sono due percorsi più semplici e in discesa che partono dall’abitato di Spiazzi, un bellissimo borgo con tanti ristorantini e qualche parcheggio, o dall’hotel Stella Alpina, dove anche le comitive numerose trovano posto per pranzare e per ristorarsi, mentre all’esterno ci sono spazi più ampi per parcheggiare i pullman. La passeggiata, perché di questo si tratta, passa attraverso punti in cui è possibile fare trekking con gli alpaca o comprare prodotti derivati da questi mammiferi originari del Sudamerica. Per chi vuole camminare poco, c’è anche un bus navetta.
Che si scelga la via breve o quella più lunga, la vista del santuario che compare in lontananza tra gli alberi susciterà molte emozioni. Grazie a una galleria scavata nella roccia è possibile arrivare alla piccola cittadella in cui c’è un bar, un negozio di souvenir e i servizi. Ma lasciate tutto e godetevi la meraviglia di un santuario abbracciato alla roccia salendo la scalinata che vi porta sul sagrato della chiesa. Quello spazio in cui la domenica monsignor Signoretto e i suoi collaboratori riempiono di sedie, perché sanno che le panche all’interno non saranno sufficienti per chi vuole seguire la messa. Ne viene celebrata una ogni giorno, alle 10.30. Il sabato ce n’è una anche al pomeriggio, la domenica due al mattino e una al pomeriggio. Il giovedì al posto della funzione al mattino c’è quella delle 15.30.

Nei giorni feriali, è più semplice entrare e trovare posto all’interno di una chiesa che si appoggia alla roccia, tanto che un’intera parete è costituita dalla montagna, una delle propaggini del Baldo. Nella parete opposta, ci sono centinaia di Ex voto: sono quadri, disegni, fotografie, ritagli di giornali lasciati da chi si è salvato pregando la Madonna della Corona: il più antico è del 1447 e fu lasciato da una donna salvata che stava per annegare nell’Adige. Uno dei più recenti è quello lasciato il 12 dicembre 2022 da monsignor Signoretto, che quel giorno fu colpito da un ictus ed ebbe un sorprendente recupero.

Le origini

La data ufficiale di nascita del santuario è il 1522 ma le origini del culto mariano qui risale a 500 anni prima: attorno all’anno Mille, quando, come ricorda il rettore, «si cercavano i posti più assurdi per trovarsi a pregare» qui vivevano alcuni eremiti legati all’abbazia di San Zeno a Verona. Due secoli più tardi era stato costruito un monastero e una cappella dedicata a Santa Maria di Montebaldo, accessibili solo attraverso un lungo e tortuoso percorso dalla Val d’Adige e fra le rocce. Tutti i santuari hanno un racconto di fondazione e ce l’ha anche questo di Spiazzi: nel 1522, per sfuggire ai saccheggi di Solimano il Magnifico, un angelo portò la statua della Pietà dall’isola di Rodi, nel Mediterraneo, a queste altezze.

Una piccola cappella fu costruita nel posto esatto in cui venne trovata la statua. In realtà questa piccola scultura ha un piedistallo datato 1432 e fa riferimento a un dono di un nobile trentino di Rovereto. Nel Cinquecento furono però create le due scalinate ancora presenti, mentre un secolo più tardi fu costruita una nuova e più grande chiesa che inglobò la precedente.
Gli ultimi interventi di demolizione e ristrutturazione risalgono a 50 anni fa. Fino al 1806, la chiesa era in mano ai Cavalieri del Santo Sepolcro. Poi arrivò Napoleone e i beni furono trasferiti alla Diocesi di Verona. Oggi la chiesa è una «basilica minore», come ricordano le iscrizioni fu visitata in meno di 100 anni da due papi, il veneto Pio X quando era ancora Patriarca di Venezia nel 1893 e San Giovanni Paolo II nel 1988. Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, i cittadini di Spiazzi cercarono qui un rifugio alle ultime rappresaglie dell’esercito tedesco in ritirata. Da visitare, oltre alla chiesa, ci sono anche il Sepolcreto degli eremiti e la Scala santa, che si sale in ginocchio.

Non c’è solo la fede a spingere molti a visitare questo luogo magico, un grande contribuito lo hanno dato i social e in particolare Instagram, con le Storie di influencer e travel blogger che hanno scoperto questo santuario visitato da tantissimi turisti stranieri, cristiani e fedeli di altre religioni.
L’amministrazione della chiesa ha contato 107 tipi diversi di monete provenienti da tutto il mondo. Ci sono anche quelle di plastica, utilizzate per un certo periodo dalla Moldavia.

🟢IN RADIOVISIONE: PADRE LIVIO – LA TENTAZIONE – Puntata 14


🟢LIVE IN RADIOVISIONE: <:::::::::::::>——+ #ROSARIO PER LA #PACE 🕊️COI GIOVANI DI RADIO MARIA

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La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” – n°34

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Tre esperti Usa: senza cambio di regime in Iran, Trump non vince

di Federico Rampini| 2 giugno 2026

Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza

La situazione nel Golfo resta fluida, i bilanci sono impossibili finché non viene firmato un accordo tra Stati Uniti e Iran. Poi, una volta conosciuti i dettagli, il pezzo di carta firmato dalle parti non basterà: bisognerà vedere quanto sarà rispettato e applicato. In attesa che giunga quel giorno, un bilancio ipotetico della guerra finora guardava a due indicatori chiave: Hormuz e nucleare. Senza una riapertura totale e incondizionata dello Stretto (senza pedaggi), senza una rinuncia all’arricchimento dell’uranio, non si potrà parlare di una vittoria americana. Ora tre esperti americani intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» in extremis la questione del cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, sia pure decapitata di un’intera generazione di leader, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato.

Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell’establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile CIA per il dossier Iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra con l’Iran: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.

Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi vent’anni la politica americana verso l’Iran è oscillata fra due illusioni opposte. La prima è stata quella dell’amministrazione Obama, convinta che un accordo nucleare accompagnato dalla revoca delle sanzioni avrebbe incentivato Teheran a comportarsi come una potenza responsabile. La seconda è stata la convinzione, diffusa in parte della destra americana, che una forte pressione economica e militare potesse rapidamente piegare il regime.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh entrambe le strategie hanno fallito. L’accordo nucleare del 2015 non ha moderato la Repubblica islamica. Al contrario, le nuove risorse finanziarie fornite da Obama hanno consentito a Teheran di rafforzare i propri alleati regionali e la propria rete di milizie jihadiste (Hamas Hezbollah Houthi) con le conseguenze che sappiamo in Israele e in Libano. Anche per la ricchezza degli arsenali missilistici e di droni la teocrazia degli ayatollah può «ringraziare» Obama. Allo stesso tempo, neppure la pressione militare più recente ha prodotto il risultato sperato di destabilizzare il sistema di potere iraniano.

Gli autori osservano che l’attuale accordo negoziato da Donald Trump, volto a ridurre la militarizzazione dello stretto di Hormuz e a contenere l’escalation, nasce da una situazione di sostanziale stallo. L’Iran ha subito colpi pesanti, ma è riuscito a dimostrare che può ancora minacciare un punto nevralgico dell’economia mondiale.

Questa consapevolezza ha prodotto un cambiamento all’interno del regime. Per decenni il programma nucleare è stato il pilastro della strategia iraniana. Oggi, sostengono gli autori, una parte crescente dell’élite rivoluzionaria considera Hormuz uno strumento ancora più efficace. Le infrastrutture nucleari possono essere bombardate. Le centrifughe possono essere distrutte. Lo stretto invece resta dov’è sempre stato: sotto gli occhi dell’Iran.

Non a caso alcuni dirigenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a descrivere Hormuz come una sorta di equivalente funzionale della bomba atomica. Se Teheran riesce a minacciare o limitare il traffico commerciale in quella regione, può provocare conseguenze economiche globali immediate senza possedere armi nucleari.

Da questo punto di vista la guerra avrebbe generato una conseguenza inattesa. I bombardamenti israeliani e americani hanno insegnato al regime che la sua arma più preziosa non si trova nei laboratori nucleari ma nella geografia.

Gli autori ritengono inoltre che la leadership iraniana sia oggi diversa da quella che governava prima della guerra. Le perdite subite, gli assassinii mirati e le operazioni israeliane hanno accelerato una redistribuzione del potere all’interno del sistema. Figure più legate ai Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquisito un peso crescente. Si tratta di dirigenti meno inclini alla prudenza e più favorevoli a una strategia offensiva.

In alcuni ambienti vicini al regime si parla apertamente di una nuova dottrina della deterrenza. Se in passato l’obiettivo era evitare uno scontro diretto mantenendo le tensioni sotto una certa soglia, oggi la nuova generazione di dirigenti sembra convinta che l’Iran debba espandere il campo della crisi e sfruttare la propria posizione geografica per esercitare pressione sugli avversari. Anche se verrà raggiunto un accordo che consenta la ripresa del traffico commerciale, la libertà di navigazione nel Golfo Persico non sarebbe più garantita come in passato. Ogni compagnia marittima, ogni assicuratore e ogni investitore saprebbero che Teheran possiede la capacità di interrompere o ostacolare quel traffico in qualsiasi momento.

Washington potrebbe mantenere aperto Hormuz solo attraverso una presenza militare permanente e massiccia. Sarebbe necessario garantire nel tempo la sicurezza delle rotte commerciali, proteggere i convogli, sminare le acque, sorvegliare continuamente l’area e dissuadere nuove iniziative iraniane. Una missione che richiederebbe portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere, aerei da ricognizione, droni, velivoli radar, forze anfibie e una rete di basi militari distribuite in tutto il Golfo. In sostanza, ciò che l’America ha cercato di evitare negli ultimi quindici anni: una presenza militare permanente e costosa in Medio Oriente.

Questo entra in collisione con una delle priorità strategiche sia dei democratici sia dei repubblicani: concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Da Barack Obama fino a Donald Trump, passando per Joe Biden, la strategia americana è stata quella di ridurre gradualmente il peso del Medio Oriente per dedicare maggiori energie all’Indo-Pacifico. Una crisi permanente nello stretto di Hormuz renderebbe molto più difficile questo spostamento.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh, la guerra ha inoltre dimostrato i limiti degli alleati regionali degli Stati Uniti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nelle proprie forze armate, ma la deterrenza verso l’Iran continua a dipendere in larga misura dalla presenza americana. Solo Washington possiede la combinazione di intelligence, sorveglianza, comando operativo e potenza di fuoco necessaria per contenere efficacemente la Repubblica islamica.

La sfida non riguarda soltanto il piano militare. Anche dopo i bombardamenti, gli Stati Uniti dovranno continuare a monitorare il programma nucleare iraniano, le fabbriche di missili, la produzione di droni, le attività dei Guardiani della Rivoluzione e gli eventuali aiuti provenienti da Russia e Cina.

Di fronte a questo scenario, gli autori arrivano alla conclusione più controversa. A loro giudizio nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica. L’unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh non immaginano però una rivoluzione imposta dall’esterno. Al contrario, insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Gli Stati Uniti e Israele possono indebolire il regime, raccogliere intelligence, sostenere forme di opposizione, creare opportunità. Ma la trasformazione politica dovrà nascere dall’interno.

Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere sta vacillando e che la repressione non è più invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione.

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