Mese: Giugno 2026 Pagina 30 di 38
di Stefano Caprio- Asia News – 7 Giugno 2026
Al declino delle ideologie, il Cremlino risponde col culto della Grande Vittoria. Analogie fra “putinismo” e fascismo, tratti comuni con Hitler. Ma sottolineare le somiglianze rischia di oscurarne le caratteristiche distintive. Esso rifiuta le idee socialiste e ridicolizza la ricerca di uguaglianza. E fa del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.
I tanti tentativi di descrivere le caratteristiche specifiche dell’ideologia di Vladimir Putin e dell’attuale classe dirigente del Cremlino si sono finora rivelati piuttosto infruttuosi, al di là delle suggestioni della “Eurasia” o del “Mondo Russo” ispirate da pseudo-filosofi piuttosto confusi. Il motivo in realtà è semplice: il Cremlino non possiede alcuna vera ideologia, come è risultato evidente anche nei vuoti proclami del Forum economico di San Pietroburgo di questi giorni. In un’epoca di declino delle ideologie, la politica della memoria col culto della Grande Vittoria è diventata il principale strumento di legittimazione del regime, senza elaborazioni di prospettiva. Il concetto di ideologia non fa che complicare la comprensione del putinismo: i russi hanno vissuto nell’ultimo quarto di secolo sotto il giogo dei servizi di sicurezza mafiosi di cui Putin è il principale esponente, in una società profondamente corrotta dove nulla garantisce diritti o libertà “né al poeta né al cittadino”, come afferma la storica Dina Khapaeva del Georgia Institute of Technology.
Prima dell’invasione dell’Ucraina, gli analisti sostenevano che il punto cruciale risiedesse nei “successi oggettivi” del governo di Putin. Affermavano che egli fosse il garante della “stabilità e dell’ordine”, tanto desiderati dai russi dopo i turbolenti anni Novanta, e finché l’oleodotto continuava a funzionare a sufficienza da garantire una parvenza di prosperità, almeno nelle grandi città, questa argomentazione convinceva molti. Ora che la guerra contro l’Ucraina ha causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte russo, e gli attacchi dei droni sono diventati così frequenti che Putin non può più organizzare una parata militare senza il permesso di Volodymyr Zelenskyj, è diventato molto meno chiaro il motivo per cui “il popolo tace”.
L’idea che il putinismo sia una forma di fascismo si è diffusa tra i critici di Putin fin dal suo secondo mandato presidenziale, concluso con la guerra in Georgia del 2008. Il politologo americano Aleksandr Motyl, figlio di ucraini fuggiti dalla seconda guerra mondiale, è stato uno dei primi a formulare questa ipotesi; a suo avviso, “iper-nazionalismo, imperialismo e suprematismo” sono tratti comuni alle ideologie di entrambi i regimi di Hitler e Putin.
Lo storico Timothy Snyder di Yale sottolinea piuttosto l’influenza del filosofo filo-fascista Ivan Il’in, emigrato dopo l’instaurazione del regime sovietico, che Putin ama citare nei suoi discorsi e le cui ceneri ha fatto seppellire nuovamente nel monastero Donskoj. Inoltre, molti sostenitori russi del putinismo esprimevano apertamente le loro simpatie per il fascismo fino a quando, naturalmente, la propaganda del Cremlino non ha dichiarato gli ucraini “nazisti”.
Indubbiamente esistono delle analogie tra putinismo (o “ruscismo”, come lo chiamano in Ucraina) e fascismo: il culto della forza e della leadership, il terrore, la nostalgia per il passato e il militarismo. Il desiderio di etichettare il regime di Putin come fascista è comprensibile: è un modo per imporre il riconoscimento della sua criminalità. Tuttavia, non tutti i regimi criminali sono fascisti, e sottolineare eccessivamente le somiglianze con il fascismo oscura le caratteristiche distintive del putinismo. E le evidenti differenze possono persino mettere in dubbio la sua natura criminale.
Paradossalmente, il dibattito sull’equiparazione del putinismo al fascismo è servito da pretesto per la sua normalizzazione. Alla vigilia dell’annessione della Crimea, lo storico americano Stephen F. Cohen espresse indignazione per il paragone tra il regime di Putin e il fascismo, ammonendo l’opinione pubblica occidentale con l’idea che “demonizzando” Putin e definendolo un nuovo Hitler, i critici del putinismo stessero spingendo il mondo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda e di una catastrofe nucleare. Inserendo il putinismo nell’ampio spettro del neoliberismo, la politologa francese Marlene Laruelle della Georgetown University ritiene che questo regime non debba essere considerato fascista, né tantomeno un regime dominato dall’estrema destra; a suo avviso non si tratta di un mostro isolato, ma di uno dei tanti regimi di orientamento conservatore, oggi sempre più diffusi nel mondo. Oltre agli aspetti negativi del putinismo, Laruelle sottolinea quelli percepiti positivamente dalla sinistra occidentale, come ad esempio il rifiuto della “subordinazione geopolitica agli Stati Uniti”, il rifiuto della “egemonia occidentale” e l’opposizione al “neoliberalismo economico”. Nella sua interpretazione, il regime di Putin è diventato “post-liberale”, poiché, a suo dire, la Russia “ha imparato in prima persona i limiti del liberalismo”. Seguendo le opinioni del grande politologo russo Gleb Pavlovskij, la Laruelle paragona il putinismo a “un’orchestra jazz, con vari strumenti”, anche se sarebbe molto più appropriato paragonarlo ad altri “musicisti”, ovvero i wagneriani.
In effetti, il putinismo si differenzia dal fascismo. Il fascismo, e in particolare il nazionalsocialismo, conteneva elementi di socialismo, sebbene solo per la “razza ariana”. Il putinismo rifiuta tutte le idee socialiste e, nonostante il suo populismo, ridicolizza apertamente la ricerca dell’uguaglianza. Inoltre, la maggior parte dei fascisti era atea, e sebbene Mussolini mantenesse rapporti con la Chiesa cattolica romana, il messianismo religioso era estraneo sia all’Italia fascista che al Reich nazista, mentre il putinismo ha fatto del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.
Il dibattito sulla natura fascista del putinismo ha ulteriormente rafforzato la convinzione dei ricercatori che esso possieda un’ideologia, sebbene non fascista, ma diversa, e molti hanno iniziato a tentare di descriverne le caratteristiche. Le ideologie del XX secolo rappresentavano un sistema di prescrizioni astratte, la cui attuazione avrebbe dovuto portare alla costruzione di un “futuro migliore”: il comunismo mondiale o un Reich millenario. Essi cercarono di applicare queste prescrizioni su scala globale, il che, agli occhi dei loro seguaci, giustificava il diritto di questi regimi al dominio mondiale, sotto forma di dominio della razza ariana o di rivoluzione mondiale. L’attenzione al futuro era una caratteristica importante di queste ideologie del passato, mentre il Cremlino in realtà non ha alcun progetto per il futuro, se non un ritorno al passato storico della Russia, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale o persino al Medioevo.
Come osserva giustamente Nikita Savin, giovane politologo della Scuola Superiore di economia di Mosca, Putin e i propagandisti del Cremlino manipolano i frammenti di vari sistemi ideologici per adattarli alle esigenze del momento, e li scartano senza esitazione in qualsiasi altro momento. La contraddizione e l’incoerenza caotica sono caratteristiche intrinseche della propaganda di Putin, oggi molto imitate da Donald Trump; in linea con il post-modernismo, propagandisti come il consigliere del presidente Vladimir Medinskij dichiarano senza mezzi termini che non esiste oggettività nella storia, il che conferisce loro completa libertà di distorcere sia il passato che il presente. Il Cremlino opera di fatto secondo il principio che più contraddizioni ci sono, più facile è manipolare le persone, e quando si rivolge ai suoi concittadini, il governo impiega sistematicamente tattiche di guerra ibrida, che poi esporta in tutti gli altri Paesi. A differenza del comunismo o del fascismo, il putinismo non offre una spiegazione olistica del mondo, nessuna “chiave d’oro” per svelare tutti i misteri dell’universo. Per quanto riguarda il dominio globale, sebbene la frase sulla “storia millenaria della Russia” sia inclusa nella costituzione russa, quattro anni di guerra catastrofica contro l’Ucraina non hanno fatto progredire in modo significativo la risposta alla domanda su come il Cremlino possa creare una nuova visione dell’ordine mondiale.
Il celebre storico del fascismo Robin Griffin ritiene che il fascismo, come il comunismo, si sia presentato come un movimento rivoluzionario. Il Cremlino invece teme le rivoluzioni come la peste, ed è questo il vero motivo per cui non può smettere di fare guerra, se non in Ucraina, magari nei Baltici, nel Caucaso e in Asia centrale, le costole separate dell’ex-impero sovietico. Il culto della guerra, che esaltava Stalin come comandante in capo vittorioso, ha definito la tendenza principale della politica della memoria di Putin: la re-stalinizzazione. Il mito stalinista della guerra è stato e rimane la sua “anima viva”, con il ricordo dell’eroico sacrificio nella lotta contro il nazismo e la liberazione del mondo intero dalla “peste bruna”, e ora il successore di Stalin ha il diritto esclusivo di ridisegnare la mappa dell’Europa, dell’Asia e del mondo intero a proprio piacimento.
di Giacomo Gambassi, inviato a Madrid – 6 giugno 2026
La veglia di preghiera chiude la prima giornata del viaggio di Leone XIV in Spagna. Record di presenze come a una Gmg. «Siate scintilla di una nuova umanità e missionari del Vangelo». La gioia nel volto del Papa, il tono energico, le parole a braccio. L’adorazione eucaristica in silenzio nella metropoli della movida
Sull’aereo papale che lo portava in Spagna aveva scherzato con i giornalisti: «Vogliono vedere Bad Bunny o il Papa?». Il soggetto della frase di Leone XIV erano i giovani e il riferimento era all’afflusso massiccio di ragazzi a Madrid, prima tappa della visita del Papa in terra iberica. E il Pontefice aveva aggiunto: «Penso che alcuni siano qui anche per il Papa. Perché sono alla ricerca di un quid in più. Si rendono conto che c’è un vuoto. E forse la mia visita può aiutare a risvegliare qualcosa in loro».
Saranno, alla fine, in 500mila quelli che riempiono i viali intorno allo stadio Bernabéu nella serata di oggi. Insieme per ascoltare il Papa e pregare con lui di fronte all’impianto sportivo del Real Madrid in una sorta di Gmg.
Leone XIV attraversa il popolo “giovane” in papamobile scoperta. Centinaia di metri fra due ali di folla lungo i viali in attesa da ore. In mezzo anche famiglie con i figli di tutte le età. Testimonianza di una Spagna che ancora vuole essere cristiana. Ha il volto radioso il Papa. Segno della vicinanza che percepisce, ma anche dell’attenzione che lui vuole riservare ai giovani.
Sotto il palco si immerge fra di loro. Talare bianca strapazzata, ma le sue mani si allungano verso i ragazzi e ascolta confidenze e parole di chi lo attende da ore. «Siamo la gioventù del Papa», è il ritornello che viene scandito a lungo mentre Leone XIV sale sul palco preceduto dalla croce che alla fine firmerà con un pennarello. La musica accompagna il suo arrivo.
Leone XIV risponde a sei domande. «Siate missionari del Vangelo di fronte alla povertà materiale e spirituale del nostro tempo, ben consapevoli che la fede è uno stile di vita che si compie nella carità», è una delle consegne. E l’altra: dare «direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro». Da qui l’invito: «Di fronte al vuoto dell’indifferenza e del conformismo, di fronte alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di una nuova umanità». In tutto il «mondo, compreso quello digitale».
E alle nuove generazioni assicura: «Siamo liberi in Cristo. Egli ci ha liberati con il suo amore. Grazie a questo amore, siamo sempre liberi da ogni coercizione e inganno. Siamo liberi dalle mode passeggere perché siamo discepoli della verità; siamo aperti al futuro perché sappiamo che la morte non ci attende». Del resto, tiene a precisare, «i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, mai prigionieri del tempo che passa».
La voce del Papa è di particolare vigore. E si capisce che si sente a suo agio, complice anche la lingua. Più volte parla a braccio. «Potete cambiare il mondo», dice. E si lascia trascinare dall’entusiasmo. Applaude ai canti. Ma avverte: «Siate umani! Non mere apparenze, ma volti autentici. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come di pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta perché fanno volentieri per gli altri ciò che vorrebbero che gli altri facessero per loro. Siate umani come Cristo».
Ai ragazzi il Papa indica il «matrimonio come vocazione» e poi la via del «silenzio» per trovare Dio. «Liberandoci dal clamore di mille voci, riconosciamo che alcune ingannano i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, e altre ancora parlano per interesse personale. Nel silenzio, comprendiamo che le ideologie svaniscono, mentre la verità rimane».
E propone come esempio concreto «l’adorazione eucaristica», come quella al centro dell’appuntamento, che «è proprio il luogo giusto per tacere, per liberare i nostri cuori». Infatti dopo il dialogo è il momento del raccoglimento nel cuore della metropoli della movida. Tutti in ginocchio e in silenzio davanti al Santissimo Sacramento sull’altare dove compare anche il motto della visita: “Alzate lo sguardo”.
Come era accaduto a Tor Vergata nella veglia del Giubileo dei giovani, lo scorso agosto, di fronte a due milioni di ragazzi. Il Papa con lo sguardo abbassato nell’inginocchiatoio. I volti dei ragazzi commossi o con gli occhi chiusi. In mano la corona del rosario o una piccola croce. Dopo la conclusione i fuochi di artificio.
Ai giovani di Madrid il Papa si racconta: dice che san Tommaso da Villanova, frate agostiniano e poi vescovo di Valencia, «mi ha incoraggiato nei momenti di prova» con la «sua ardente carità»; cita san Giovanni Crisostomo che lo ha «particolarmente colpito» per le «splendide catechesi» e per il «coraggio nel parlare davanti all’Imperatore dicendo sempre la verità»; ripercorre l’esperienza da missionario e vescovo in Perù, «l’incontro con le ferite e le gioie della gente» che hanno contribuito «a farmi crescere nel cammino di sequela di Gesù» sperimentando che «la parola del Signore porta pace dove c’è conflitto e diventa, per tutti, fonte di riconciliazione e di giustizia».
I tanti miracoli eucaristici aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza.
Santo del giorno 07_06_2026 Ermes Dovico -La Nuova Bussola
«Come avete fatto a estrarre da una persona un pezzo di cuore vivente?», è la domanda che pose nel 2005 Frederick Zugibe (1928-2013), esperto di medicina legale e docente alla Columbia University, dopo aver analizzato un frammento di Ostia consacrata, che nel 1996 si era tramutata in carne sanguinante nella parrocchia di Santa Maria, a Buenos Aires. Il professor Zugibe aveva ricevuto un campione della Sacra Particola, ma senza che gli fosse rivelato di cosa si trattasse. Ad anni di distanza le analisi, condotte in precedenza da altri scienziati e sempre con gli stessi esiti, mostravano che quel campione era in tutto e per tutto un frammento vitale di cuore umano. In particolare si manifestava la presenza di globuli bianchi intatti e gruppo sanguigno AB, lo stesso riscontrato dalle ricognizioni (l’ultima delle quali svolta negli anni Settanta del XX secolo) sulle reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo.
Questi fatti aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza. Sono proprio le parole solenni di Nostro Signore, scolpite in tutti e quattro i Vangeli e trasmesse pure da san Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20; Gv 6, 53-58; 1 Cor 11, 23-29), a non lasciare dubbi sulla sua presenza reale nell’Eucaristia. A questo miracolo, che attualizza il sacrificio di Cristo ogni volta che viene celebrata una Messa, la Chiesa ha dato il nome di transustanziazione, per esprimere quanto avviene all’atto della consacrazione: le specie del pane e del vino, pur mantenendo inalterate le loro caratteristiche sensibili, si convertono interamente nel Corpo e Sangue di Gesù.
La solennità del Corpus Domini fu celebrata per la prima volta nel 1247 nella diocesi di Liegi. Alla sua origine vi furono le esortazioni di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), una monaca agostiniana che intorno ai 16 anni ebbe una prima visione, poi ripetutasi altre volte, mentre adorava il Santissimo Sacramento. Giuliana vide una luna nel suo pieno splendore, simboleggiante la Chiesa pellegrina sulla terra, attraversata da una striscia scura, a indicare la mancanza di una festa. Come le spiegò poi lo stesso Gesù, la festa sarebbe servita per accrescere la fede e riparare le offese al Santissimo Sacramento. Per diversi anni la santa non parlò a nessuno di queste rivelazioni. Si decise poi a rivolgersi ad alcuni dei maggiori teologi ed ecclesiastici dell’epoca (tra cui l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro Urbano IV), esortandoli a istituire la festa, come farà per primo il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte.
Nel 1263 avvenne il celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, giunse in pellegrinaggio in Italia perché assalito dai dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Questi dubbi svanirono solo dopo che ebbe celebrato Messa nella chiesa di Santa Cristina, a Bolsena: qui, al momento della consacrazione, l’Ostia iniziò a sanguinare sul corporale. Urbano IV, che si trovava nella vicina Orvieto, fece subito verificare l’accaduto. L’anno successivo lo stesso pontefice incaricò san Tommaso d’Aquino di scrivere l’ufficio liturgico del Corpus Domini, dando al Doctor Angelicus l’occasione di comporre sublimi inni eucaristici, come l’Adoro Te devote, il Pange Lingua, il Sacris Solemniis e il Verbum supernum prodiens. Inoltre, con la bolla Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264), estese la solennità a tutta la Chiesa, fissandola al primo giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. In Italia, nel 1977, la Cei ne ha spostato la celebrazione alla domenica seguente.
Così scrisse Urbano IV nella bolla: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che almeno una volta l’anno se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è pre
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Giugno 2026
Il Papa incontrerà oggi i Reali di Spagna, lunedì sarà il primo pontefice a rivolgersi al Congresso. E il 10 inaugurerà la Torre di Cristo che porterà a compimento l’opera geniale di Gaudì

CITTÀ DEL VATICANO – Barcellona, 7 giugno 1926, poco dopo le sei del pomeriggio. Un uomo è stato appena investito dal tram numero 30 mentre attraversava, con passo stanco e incerto, la Gran Via de les Corts Catalanes. È ridotto male, una guarda civile ferma una macchina, lo portano al pronto soccorso e riesce appena ad articolare un nome che non viene compreso, l’annotazione sul registro riporta un assurdo «Antònia Samdi», del paziente 1121 non vengono trascritti altri dati e del resto è un uomo anziano, senza documenti, ha la barba lunga e bianca ed è vestito poveramente, i pantaloni sformati tenuti su con spille da balia, le scarpe logore, dev’essere un clochard: lo portano all’ospedale dei poveri, la Santa Croce, dove morirà di lì a tre giorni.
La notte dell’incidente, un fratello laico che lavorava come infermiere aveva guardato perplesso i due uomini che lo cercavano da ore, «se Antoni Gaudí fosse qui, lo saprebbero tutti». L’architetto della Sagrada Familia era già in agonia, «Dio mio, Dio mio», mormorava nei momenti di lucidità, da cinque mesi viveva in una stanzetta ricavata nel cantiere dell’opera di tutta una vita. Sapeva di non poter vivere abbastanza a lungo da vederla finita ma non poteva immaginare che sarebbe stato un Papa, il 10 giugno 2026, a cento anni esatti dalla sua morte, a inaugurare la torre di Gesù Cristo che porta a compimento la più celebre e straordinaria delle chiese contemporanee, il capolavoro destinato a fare di Antoni Gaudí i Cornet il primo beato, e più oltre santo, nella storia dell’architettura: è stato dichiarato Venerabile il 14 aprile 2025 e alle Cause dei Santi è in corso l’esame di un presunto miracolo ottenuto per la sua intercessione, l’ultimo passo prima della beatificazione.
Il Papa in aereo: «Ai Mondiali tiferò Stati Uniti»
Leone XIV arriva oggi in Spagna, sette giorni e duemilacinquecento chilometri di viaggio tra Madrid, Barcellona e le Canarie, come un ritorno del Papa nella Vecchia Europa. Francesco prediligeva le periferie, a Strasburgo precisò che visitava le situazioni europee e non la Francia, anche le visite a Marsiglia e in Corsica erano motivate da eventi particolari. A bordo dell’aereo Ita che lo porta a Madrid, Leone, parlando con i giornalisti ha annunciato: «Farò sicuramente il tifo per gli Usa ai Mondiali di calcio ma non so quante partite avrò modo di vedere». C’è anche spazio per una battuta sul Clásico del calcio, Real Madrid- Barcellona: «È semplice… Il Papa tifa per tutte le squadre, ma Prevost tifa per il Real Madrid!»
Quale messaggio sente di rivolgere a Putin, che ha rifiutato l’incontro con Zelensky?
«Il messaggio dell’enciclica: promuovere i negoziati che almeno si stavano facendo. Veramente bisogna spingere per arrivare a una conclusione della violenza e della guerra, e trovare una soluzione. Troppe vite ormai stanno morendo». Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, saluta ciascuno e risponde a qualche domanda. «Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Adesso anche negli Stati Uniti alcuni vogliono dare il loro appoggio. Sono già quattro anni e mezzo. Occorre trovare una soluzione».
Prevost torna anche a parlare di Iran, gli ricordano che il vicepresidente Usa J.D. Vance ha sostenuto si tratti di una guerra giusta e il Papa replica tranquillo: «Credo sia stato già dichiarato con molta chiarezza: viene meno, lì, una guerra giusta… Il problema è che la teoria della guerra giusta viene da secoli passati, non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi. È tutto come dico nell’enciclica…».
Un giornalista americano gli chiede dell’aumento delle conversioni negli Stati Uniti: «Sono molto soddisfatto delle notizie che mi giungono. I giovani che sono alla ricerca di qualcosa di più, essendo cresciuti in molti casi senza, per così dire, una dimensione spirituale nella loro vita, si rendono conto che c’è un vuoto e una mancanza di senso, e forse la mia visita contribuisce a risvegliare ancora di più qualcosa che loro stessi non sanno bene come definire».
Quindi sorride ironico, citando un celebre rapper: «Se si trovassero di fronte alla domanda: vogliono vedere Bad Bunny o vogliono vedere il Papa, penso che molti andrebbero a vedere Bad Bunny. Ma penso che ci saranno anche alcuni qui per vedere il Papa. E questo la dice lunga, sapete».
Ora invece Prevost, dopo la Spagna, andrà a fine settembre pure in Francia, tra Parigi e Lourdes: un riconoscimento del ruolo che il Vecchio Continente, e i Paesi di antica tradizione cristiana, possono avere in un mondo ridotto alla legge del più forte. Mentre altrove multipolarismo e democrazie sono in crisi, l’Unione europea può essere un modello, se non dimentica la propria storia.
Di recente Leone ha citato l’opera di Cirillo e Metodio, santi del IX secolo e compatroni d’Europa, invocando «la costruzione di una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi – religiosi e politici».
Certo il clima politico in Spagna non è dei più favorevoli ai discorsi unitari, tra le inchieste sui socialisti del premier Sánchez, gli scontri all’arma bianca con i popolari e i risentimenti che si avvertono contro la stessa Chiesa, polemiche mai sopite sugli abusi pedofili, vecchie pulsioni anticlericali all’estrema sinistra e il risentimento all’estrema destra per l’impegno in favore dei migranti: la tappa finale alle Canarie era l’ultimo viaggio immaginato da Francesco, l’ultima stazione della via Crucis da Lampedusa a Lesbo, Cipro, Malta, le isole dei disperati che cercano di raggiungere l’Europa, tanto che Leone chiuderà il cerchio tornando a Lampedusa il 4 luglio.
Oggi Leone incontrerà a Madrid i reali e la società civile, lunedì sarà il primo Papa a rivolgersi al Congresso dei deputati. Non sarà un viaggio facile, la già «cattolicissima» Spagna è divenuto un Paese sempre più scristianizzato, un’epitome dell’Europa. Per questo la celebrazione alla Sagrada Família di Barcellona racchiude il senso più profondo del viaggio di Leone, il Papa che si è proposto di «sparire perché rimanga Cristo».
Gaudí aveva appena trentun anni quando nel 1883 gli fu affidato il progetto, dal 1914 non si dedicò ad altro. Negli ultimi otto mesi, dal novembre 1925, si era trasferito nel cantiere: viveva in una stanzetta con un letto, ricavata da un tramezzo e occupata dai modelli in gesso e le piantine che occupavano anche il resto del laboratorio.
Ogni mattina, racconta Armand Puig i Tàrrech nella più accurata delle biografie («Antoni Gaudí. Vita e opere», San Paolo), assisteva a due messe, faceva la comunione e pregava prima di cominciare il lavoro quotidiano, «la vita è amore e l’amore è sacrificio». Aveva grande fede nella Provvidenza, la sua chiesa avrebbe richiesto tutto il tempo necessario: «Il padrone di quest’opera non ha fretta».
di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 6 Giunbgo 2026
Il «falco» vicino al Cremlino e il suo pamphlet che ha fatto discutere: «La prosa di ferro della realtà». «Non è nel nostro interesse sprecare risorse industriali e tecnologiche per conquistare piccoli villaggi ucraini, perseguendo obiettivi immaginari»

«Lei conosce il villaggio di Malaya Tolmachka? Ecco, io credo che l’Operazione militare speciale sia un elemento del confronto più ampio con l’Europa, e in misura minore con gli Stati Uniti, il cui esito dipende soprattutto dalla ristrutturazione della nostra industria e della sua base tecnologica, dai cambiamenti nella politica economica e dalla creazione di forze armate più moderne. Proprio per questo, non è nel nostro interesse sprecare all’infinito queste risorse nei pressi di un piccolo villaggio ucraino, perseguendo obiettivi immaginari».
Sono quasi due settimane che la comunità russa degli esperti militari e dei blogger Z è in subbuglio e si è divisa sulle sorti della guerra in Ucraina. A scatenare il dibattito è stato un lungo articolo di Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei e internazionali della Scuola Superiore di Economia, intitolato «La prosa di ferro della realtà», e pubblicato su La Russia nella politica globale, una rivista finanziata dal governo, in pratica la Bibbia dei falchi di guerra.
Non è certo una colomba, Kashin, che persino tutti i media putiniani definiscono come «uno dei più noti ed autorevoli studiosi russi in materia militare», anzi. Ma nell’inaugurare quello che lui stesso chiama «un nuovo realismo», afferma in buona sostanza che «nella fase attuale, l’obiettivo di “eliminare il regime antirusso” in Ucraina è di fatto irraggiungibile», e che lo scenario più probabile è quello di un pareggio.
Abbiamo capito bene, professor Kashin?
«A mio avviso, è ora di renderci conto che tenendo conto degli aiuti occidentali ricevuti, sia in termini di equipaggiamento che di denaro, le capacità ucraine sono all’incirca pari al bilancio militare russo e superano le spese russe direttamente destinate all’Operazione militare speciale».
Ma il rapporto delle risorse umane è di cinque a uno a favore della Russia. «Certo, l’Ucraina ha una popolazione inferiore. Ma sta attuando una mobilitazione generale, mentre il mio Paese ha mobilitato solo altre trecentomila persone, nel settembre del 2022. Dal punto di vista delle risorse umane, le capacità delle parti sono comparabili».
E a livello di armamenti?
«La Russia conserva la sua superiorità in termini di potenza di fuoco e capacità di difesa aerea, ma l’Ucraina, grazie all’accesso al potenziale occidentale, ha un vantaggio in settori importanti come l’intelligence tattica e le comunicazioni. Nell’uso dei droni, arma chiave di questa guerra, sono entrambe alla pari».
Quali sono le conseguenze di questo equilibrio?
«Per la Russia è tecnicamente impossibile una completa occupazione militare dell’intero Paese, e lo sarà ancora per un lungo periodo. Chi lo indica come un obiettivo reale, si sbaglia. Non è realizzabile nell’ambito dell’Operazione militare speciale, e non dovrebbe essere neppure menzionato. Lo stesso vale per un eventuale cambio di regime. Proprio l’esperienza dell’attacco americano all’Iran dimostra che la distruzione della leadership di un Paese, che in precedenza aveva predisposto un sistema di controllo di riserva, potrebbe non portare a risultati strategici positivi».
E se il fronte dovesse crollare?
«Cambierebbe ben poco. La Russia non dispone delle capacità necessarie per controllare e gestire in modo sostenibile tali territori, caratterizzati da un’economia in rovina e da una popolazione estremamente ostile».
La sostanziale parità di forze a cosa può portare?
«Il risultato più evidente è un rallentamento dell’avanzata russa. Malgrado singole dichiarazioni in Occidente, il territorio controllato dalla Russia cresce ogni mese che passa. Ma i ritmi di crescita si sono notevolmente abbassati. Questa crisi di posizione potrebbe continuare per alcuni anni, e questo avrà il suo prezzo per la Russia, per l’Ucraina e per l’Europa».
Teme un allargamento del conflitto?
«In caso di fine della guerra in Ucraina, farei fatica a immaginare azioni belliche in Europa o viceversa. Il conflitto attuale ha inculcato una profonda consapevolezza, da tutte le sue parti, dei rischi e del grado di determinazione dell’avversario, e inoltre ha drasticamente trasformato le società da ambo i lati della nuova cortina di ferro».
Se fosse interpellato, cosa direbbe a Vladimir Putin?
«Nell’articolo si parla dell’importanza della rapida stipulazione di un accordo sul cessate il fuoco in conformità alle intese raggiunte ad Anchorage. Putin è colui che ha pattuito queste intese con il presidente Trump. È difficile che abbia bisogno di consigli».
Quale è lo sviluppo più probabile di questa guerra?
«L’Ucraina continuerà a tenere il fronte ancora per diversi anni. Finora non sono state trovate soluzioni né tattiche né tecniche che ci diano la possibilità di tornare a una normale guerra di trincea, dove forse la Russia potrebbe prevalere. Quindi non abbiamo motivi di aspettarci, nel prossimo futuro, il superamento di questo stallo posizionale».
