"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Marzo 2026 Pagina 26 di 34

La santità come ferita aperta, al via la causa di beatificazione di Marco Gallo

Nato a Chiavari nel 1994, appassionato di sport e montagna, il 17 enne negli anni delle scuole superiori ha maturato un cammino di fede all’interno del movimento di Comunione e Liberazione. Nel 2011 ha perso la vita mentre si recava a scuola in un incidente stradale. Oggi si apre la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione

Daniele D’Elia – Città del Vaticano

Il 7 marzo si apre ufficialmente la causa di beatificazione di Marco Gallo. La Chiesa lo riconosce Servo di Dio. Un atto formale, si dirà. Ma prima ancora è una domanda lanciata dentro il nostro tempo. Io non credo ai santini. Non ho mai creduto ai santini. Mi mettono a disagio. Li appiccichiamo sulle tragedie come cerotti sulle ferite che non vogliamo guardare. E poi ci sentiamo a posto. Commossi. Assolti. Eppure ci sono storie che non si lasciano liquidare. Storie che non si fanno imbalsamare nella retorica. Storie che ti fissano.

Quella di Marco Gallo è una di queste. Diciassette anni. Una stanza. Un muro. Una frase: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Io quella frase l’ho riletta più volte. Non come si leggono le citazioni da calendario. Ma come si leggono le accuse. Perché è un’accusa. A noi. Ho visto madri urlare davanti a una bara bianca. Ho visto ragazzi spegnersi senza lasciare traccia, consumati da un vuoto che chiamiamo libertà. Ho visto adulti pieni di parole e poveri di senso. E poi leggo di un ragazzo di diciassette anni che, la sera prima di morire, scrive sul muro della sua stanza una domanda che attraversa duemila anni di storia. E mi si ferma il respiro. Non è una frase pia. È uno schiaffo. Viviamo in un tempo che consuma i ragazzi e poi si commuove. Li riempiamo di rumore, immagini, distrazioni. Li educhiamo alla superficie. E quando uno di loro osa fare una domanda vera, lo guardiamo con fastidio. O con una tenerezza condiscendente. Come si guarda un ingenuo.

Fame di verità

Ma che cosa significa, a diciassette anni, rifiutare di cercare tra i morti — nelle abitudini, nelle frasi fatte, nelle ideologie — e pretendere il Vivo? Non è devozione. È rivolta. Io non ho conosciuto Marco Gallo. Non ho stretto la sua mano. Ma conosco quell’età. Conosco il peso delle domande quando ti cadono addosso prima che tu abbia imparato a difenderti. Conosco la solitudine di chi non si accontenta. So quanto sia più facile ridere, distrarsi, uniformarsi. Lui no. Non ha fatto gesti clamorosi. Non ha guidato rivoluzioni. È andato a scuola. Ha studiato. Ha vissuto la sua adolescenza come milioni di altri ragazzi. Ma mentre molti cercavano distrazioni per non sentire il vuoto, lui cercava il senso. In concreto. Organizzava aiuto per studenti in difficoltà. Portava amici dagli anziani disabili. Li coinvolgeva. Li provocava. Non li lasciava comodi. Capite la violenza di questo gesto? In un mondo che insegna a competere, lui insegnava a servire. Frequentava la Scuola di Comunità. Andava a Messa. Si confessava. Meditava il Vangelo. Non per abitudine. Per fame. Fame di verità. E la verità, quando la prendi sul serio, ti cambia il modo di stare al mondo.

Marco Gallo

Marco Gallo (Diocesi di Milano)

Una vita vissuta con il Vangelo come “questione decisiva”

Ho conosciuto ragazzi che si vergognano di dire che credono. Ho conosciuto adulti che riducono la fede a rito sociale. Ho visto una cultura che tollera tutto, tranne la radicalità. Marco era radicale. Senza urlare. Senza propaganda. Radicale perché coerente. Poi, una mattina del 5 novembre 2011, un incidente stradale ha interrotto tutto. Asfalto. Lamiera. Silenzio. Fine della cronaca. Inizio dell’imbarazzo. Perché la morte di un giovane è sempre uno scandalo. Ma diventa ancora più scandalosa quando quel giovane aveva osato interrogare la vita. E allora sì, la Chiesa apre la causa. Lo chiama Servo di Dio. E qualcuno sorriderà. Dirà: un altro santino. Un’altra storia edificante. Ma fermatevi. Non è santo perché è morto giovane. È morto giovane, e basta.

La domanda è un’altra: come ha vissuto quei diciassette anni? Li ha vissuti come se la vita fosse seria. Come se Cristo fosse vero. Come se il Vangelo non fosse un’opinione tra le altre, ma una questione decisiva. Questo è intollerabile per il nostro tempo. Perché se un ragazzo dimostra che si può vivere così, cade l’alibi. Cade la scusa del “non si può”, del “sono giovani”, del “più avanti”. No. Lui ha scelto adesso. La sua morte è una tragedia. Ma la sua vita è una provocazione. Che cosa ne facciamo di una domanda così? La incorniciamo? La trasformiamo in slogan? La svuotiamo finché non disturba più? O abbiamo il coraggio di prenderla sul serio? Diffido dei sistemi che addormentano le coscienze. Diffido del potere quando si traveste da consolazione. Diffido anche della religione quando diventa tranquillante. Qui non vedo tranquillanti. Vedo un ragazzo che ha rifiutato l’anestesia.

Una ferita che non si rimargina

C’è una differenza enorme tra credere per abitudine e credere per scelta. La prima è comoda. La seconda è una ferita aperta. In quella stanza Marco non stava ripetendo una formula. Stava combattendo. Con il tempo che gli era dato. Con i limiti della sua età. Con le paure che ogni adolescente conosce e che noi adulti fingiamo di aver dimenticato. La sua storia non è solo spirituale. È politica. Interroga il modo in cui cresciamo i nostri figli. Che cosa offriamo loro? Intrattenimento o senso? Carriere o verità? Sicurezze prefabbricate o libertà di cercare? Non so se diventerà santo. Non è questo il punto. Il punto è che la sua breve esistenza mette a nudo la nostra lunga distrazione. Un ragazzo ha scritto una domanda su un muro. La mattina dopo è morto. Ma quella domanda è ancora qui. Non consola. Non addolcisce. Ferisce. E forse la santità, prima di essere un’aureola, è proprio questo: una ferita che non si rimargina.

🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 93 – LA CONCUPISCENZA DEGLI OCCHI

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DE MARIA NUMQUAM SATIS

Chiesa cattolica | CR 1940

 4 Marzo 2026 ore 11:16

di Redazione

Riportiamo una parte dellaCostituzione apostolica. Munificentissimus Deus qua fidei dogma definitur Deiparam Virginem Mariam corpore et anima fuisse ad caelestem gloriam assumptam, del 1° novembre 1950, con la quale Pio XII ha definito il dogma dell’Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della Beata Vergine Maria, Madre di Dio (AAS 42(1950), pp. 753-771).

Le ragioni del dogma dell’Assunzione

Poiché la chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della beatissima vergine Maria al cielo – verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico fin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi – riteniamo giunto il momento prestabilito dalla provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria vergine.

Noi, che abbiamo posto il Nostro pontificato sotto lo speciale patrocinio della santissima Vergine, alla quale Ci siamo rivolti in tante tristissime contingenze, Noi, che con pubblico rito abbiamo consacrato tutto il genere umano al suo Cuore immacolato, e abbiamo ripetutamente sperimentato la sua validissima protezione, abbiamo ferma fiducia che questa solenne proclamazione e definizione dell’assunzione sarà di grande vantaggio all’umanità intera, perché renderà gloria alla santissima Trinità, alla quale la Vergine Madre di Dio è legata da vincoli singolari. Vi è da sperare infatti che tutti i cristiani siano stimolati da una maggiore devozione verso la Madre celeste, e che il cuore di tutti coloro che si gloriano del nome cristiano sia mosso a desiderare l’unione col corpo mistico di Gesù Cristo e l’aumento del proprio amore verso colei che ha viscere materne verso tutti i membri di quel Corpo augusto. Vi è da sperare inoltre che tutti coloro che mediteranno i gloriosi esempi di Maria abbiano a persuadersi sempre meglio del valore della vita umana, se è dedita totalmente all’esercizio della volontà del Padre celeste e al bene degli altri; che, mentre il materialismo e la corruzione dei costumi da esso derivata minacciano di sommergere ogni virtù e di fare scempio di vite umane, suscitando guerre, sia posto dinanzi agli occhi di tutti in modo luminosissimo a quale eccelso fine le anime e i corpi siano destinati; che infine la fede nella corporea assunzione di Maria al cielo renda più ferma e più operosa la fede nella nostra risurrezione.

La coincidenza provvidenziale poi di questo solenne evento con l’Anno santo che si sta svolgendo, Ci è particolarmente gradita; ciò, infatti, Ci permette di ornare la fronte della vergine Madre di Dio di questa fulgida gemma, mentre si celebra il massimo giubileo, e di lasciare un monumento perenne della nostra ardente pietà verso la Regina del cielo.

La solenne definizione

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.

Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.

A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

🟥ADESSO 🙏DA RADIO MARIA IN #MEDIORIENTE- #QATAR #Doha

Testimonianza di Armando e Ilaria D.R
Una famiglia italiana cattolica che vive a Doha (Qatar)

«Cos’è l’Iran per noi israeliani, qual è il percorso che porterà a termine la guerra»

di Nadav Eyal – Corriere della sera – 7 Marzo 2026

«Anche Shimon Peres attribuiva a Teheran la responsabilità della mancata pace con i palestinesi». «Attaccando le infrastrutture petrolifere il regime degli ayatollah non potrebbe sopravvivere»

Per tutti gli israeliani, l’Iran rappresenta qualcosa di profondamente personale. Sono cresciuto in Israele negli anni Ottanta e Novanta. Molti ricorderanno gli accordi di pace di Oslo, che accesero le più grandi speranze per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Molti ricorderanno l’assassinio di Yitzhak Rabin. Ma pochi ricordano le feroci contestazioni di cui fu oggetto, il fallimento degli accordi di Oslo, e il motivo per cui Benjamin Netanyahu sconfisse Shimon Peres, succeduto a Rabin. La risposta palese sta nella catena di attentati suicidi messa in atto da Hamas, che destabilizzarono l’opinione pubblica israeliana. Israele aveva firmato un accordo di pace, e ricevette in cambio una valanga di attentati come non si erano mai visti fino ad allora nel corso del conflitto. 

Shimon Peres dava la colpa a Teheran

Fu un colpo mortale a ogni iniziativa di pace. Si comprese, a posteriori, grazie a una serie di indagini che suscitò enorme scalpore all’epoca, che Hamas aveva stretto alleanza con Teheran, e che l’Iran finanziava e incoraggiava simili operazioni. Ebbi modo di conoscere bene Shimon Peres nei suoi ultimi anni, dopo la presidenza di Israele. Fino alla fine della sua vita, Peres addossò la colpa agli iraniani. E questo è soltanto uno dei tanti esempi dei gravissimi danni inflitti da Teheran a tutta la regione. Ed è per questo che oggi la guerra riscuote ampi consensi tra la popolazione israeliana. Ma le guerre, si sa come cominciano e non si sa come finiscono. Una valutazione prudente lascia ipotizzare quale sia il duplice obiettivo della campagna militare israelo-americana contro l’Iran. Il primo è dinamico: uccisioni mirate, erosione sistematica delle capacità militari, raid sugli impianti nucleari, specie le basi missilistiche e le infrastrutture del regime.

Il messaggio di Natanyahu in lingua farsi

Oltre ad eliminare le principali figure della leadership iraniana, Khamenei compreso, l’aviazione israeliana ha colpito e distrutto la sede dei servizi segreti iraniani fin dalle prime ore dell’attacco. Dal Mediterraneo fino alla penisola coreana, a migliaia di chilometri di distanza, pochi governi sono riusciti a sopprimere un così gran numero dei propri concittadini come il regime di Khamenei. È probabile, inoltre, che verranno intensificati gli attacchi contro altri regimi repressivi. Con il discorso in lingua farsi del primo ministro Netanyahu, generato grazie all’IA e rivolto direttamente al popolo iraniano, Israele ha aperto ufficialmente un canale verso il cambio di regime a Teheran. Nulla di simile era stato tentato dalla prima guerra del Libano ad oggi. In base alle valutazioni in corso, la traccia indicata prevede, come prima fase, la neutralizzazione delle capacità militari. 

I piani secondo Eisenhower

La seconda riguarda la trasformazione politica. È difficile immaginare che Washington e Gerusalemme si siano lanciate in una simile impresa senza un’attenta programmazione per il dopo. Il presidente Eisenhower ebbe a dire, «I piani non servono, ma la pianificazione è indispensabile». Il senso è lampante: i piani ben di rado si svolgono esattamente come previsto, ma il processo stesso di pianificazione è decisivo. Nella seconda fase della guerra, vedremo l’introduzione di misure tese a produrre una ristrutturazione interna del regime o addirittura un cambiamento più profondo e sistemico. Non me la sento di azzardare ipotesi più precise, ma ieri il presidente degli Stati Uniti si è espresso con grande franchezza, indicando di avere già in mente chi potrebbe essere il candidato destinato a guidare l’Iran dopo Khamenei. Le incursioni mirate, decise in base a informazioni di alto livello, sono operazioni complesse e pericolose, e ancora più rischiosi sono i tentativi di provocare un cambio di regime. Ma gli Usa e Israele hanno saputo costruire, di comune accordo, un quadro eccezionale di fiducia, scambio di informazioni e coordinamento operativo. 

Dettagli tattici

Il presidente americano non agisce esclusivamente in senso astratto, ma sa calarsi nei dettagli tattici – quali saranno gli sviluppi, che cosa potrebbe non funzionare, e quali sono i piani alternativi. Se Trump non fosse stato pienamente convinto sia delle possibilità di successo che dei vantaggi potenziali per gli interessi nazionali statunitensi, non se ne sarebbe fatto nulla. Quel calcolo, incentrato sugli interessi dei cittadini americani, determinerà la durata e la portata della campagna militare.

La rappresaglia indiscriminata contro gli stati arabi, in primo luogo gli Emirati e il Bahrain, rappresenta un grave errore strategico da parte dell’Iran. Si è trattato di una violazione fondamentale del codice regionale, una sorta di «dopo di me, il diluvio». Il risultato prevedibile è stato in rafforzamento del già formidabile spiegamento difensivo tra Stati Uniti, Israele, e stati arabi come Giordania, Emirati, Bahrain e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni, il capo di Stato maggiore Zamir si è consultato con le controparti militari di diversi stati arabi.

 Dove puntare oggi la nostra attenzione? Innanzitutto, sulle defezioni. Gli organismi di sicurezza iraniani – dall’esercito alla Guardia rivoluzionaria, dalla polizia al Basij – si presentano in servizio? Come reagiscono davanti alle manifestazioni? 

Ultimo obiettivo, le infrastrutture petrolifere

L’Occidente spera di vedere segnali di «armi che cambiano direzione», quando le forze ufficiali del regime si uniscono all’opposizione. Ieri è stato diffuso il filmato di un drone che attacca le forze del Basij a Teheran. Si presume che proseguiranno gli attacchi di questo tipo. Altra questione cruciale riguarda una decisione che spetta a Washington, se attaccare – anche solo simbolicamente – le infrastrutture iraniane del gas e del petrolio, che finora sono state rispettate. L’attacco alle infrastrutture energetiche, anche l’accenno a un futuro attacco, sarà il segnale inequivocabile per Teheran che i suoi giorni sono contati.

Senza le entrate petrolifere, lo Stato iraniano non può sopravvivere. Impossibile pagare gli stipendi. Se gli Stati Uniti sceglieranno questa opzione, ciò significa che è stato deciso di abbattere il regime senza altri indugi, o di inviare un ultimo messaggio: riformate il regime, o sarete annientati.

Tra le possibilità di cui si discute oggi – continuazione dell’ordinamento attuale, riforma interna sotto il vessillo della Repubblica Islamica, colpo di stato o rivoluzione – i governi occidentali propendono decisamente per quest’ultima. La preferenza, tuttavia, non è garanzia di successo. 

*Nadav Eyal è un giornalista, vincitore del Sokolov Award, il premio Pulitzer israeliano. In Italia il suo libro «Revolt, la ribellione nel mondo contro la globalizzazione» è stato pubblicato da La Nave di Teseo. Eyal è Senior Scholar and adjunct professor alla Columbia University’s School of International and Public Affairs (SIPA)
(traduzione di Rita Baldassarre)

Le speranze di Putin e l’incognita Trump

di Paolo Lepri| 6 marzo 2026 – Corriere della Sera – 7 Marzo 2026

Il presidente americano non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti

Trump e la guerra in Ucraina. Ecco la madre di tutte le incognite, a poco più di quattro anni dall’avvio dell’«operazione militare speciale», ora che si è aperto un nuovo, sconvolgente conflitto e che il presidente americano, come è accaduto due giorni fa, torna ad accusare Volodymyr Zelensky di essere «un ostacolo» per la pace.

Tra chi cerca la soluzione di questo enigma c’è il direttore dell’Osservatorio sulla Russia dell’Istituto francese di relazioni internazionali, Dimitri Minic, autore del saggio Pensée et culture stratégiques russe. A suo giudizio «The Donald» non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti. Vedremo. 

Il pericolo è che il tempo giochi proprio a favore della Russia nonostante che la situazione sul terreno risulti meno negativa del previsto e che il Cremlino, osserva Minic in una intervista a Le Monde, sia forse destinato a pagare il prezzo di essersi rivelato «incapace di difendere i suoi partner nel mondo, come il Venezuela, la Siria e l’Iran».

Le premesse di quanto sta avvenendo vanno cercate nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata a Mosca nel 2021. Uno dei suoi punti-chiave, in un mondo ritenuto «ostile», è la convinzione — continua il trentaduenne studioso francese — che l’Occidente sia «ontologicamente debole», cosa che permette di sperare nella possibilità di «modificare» lo status quo.

La politica estera di Vladimir Putin ha così nell’Europa il suo nemico principale. Lo crede anche l’autore di Pensée et culture stratégiques russe, secondo cui Mosca è già in guerra contro il nostro continente usando «mezzi indiretti, militari o no». «Le azioni di sovversione russa si sono intensificate dal 2022. Non bisogna interpretare la guerra contro l’Ucraina — prosegue — esclusivamente come una guerra imperiale.

La Russia auspica l’implosione della Nato e dell’Unione europea e vuole estendere la propria influenza politico-militare in Europa. Pensa di riuscirci trasformando gli Stati occidentali dall’interno». Alcuni spettatori di questa partita, aggiungiamo, hanno una benda davanti agli occhi.

L’Iran e l’Operazione Sansone: giocarsi tutto pur di far saltare l’economia degli Stati del Golfo

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 7 Marzo 2026

Oltre mille droni e 200 missili: l’Iran fa il massimo per portare gli Emirati Arabi allo stress estremo. Pressione anche su Bahrein, Doha e Riad. Gli emiri hanno versato miliardi a Trump, ma sotto le bombe i maxi progetti nell’Ai traballano

Khalaf Ahmad Al-Habtoor non è un leone da tastiera, ma un miliardario dell’establishment degli Emirati Arabi Uniti. Non è un oppositore di Donald Trump, ma un ex diplomatico che aveva creduto di poter fare affari ancora migliori grazie al presidente degli Stati Uniti. Eppure giovedì 5 marzo ha pubblicato una lettera in cui rivolge una serie di domande e osservazioni taglienti al tycoon della Casa Bianca: «Hai calcolato i danni collaterali prima di sparare? Hai messo i Paesi del Golfo al cuore di un pericolo che non hanno scelto». E ancora: «Le tue iniziative del “Board of Peace” sono state finanziate dagli Stati del Golfo» scrive Al-Habtoor, pensando al miliardo di dollari che l’amministrazione ha chiesto a ciascuno di loro per sedersi al tavolo: «Dov’è finito questo denaro?» La lettera di Al-Habtoor si conclude ricordando che «la vera leadership non si misura dalle decisioni di guerra, ma dalla saggezza, dal rispetto per gli altri e dalla spinta verso il raggiungimento della pace».

Tutta questa amarezza è comprensibile. Le ultime stime indicano che gli Emirati Arabi Uniti, che hanno negato agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi attaccare l’Iran, sono stati presi di mira dalle forze di Teheran con circa duecento missili e 1.072 droni; una ventina di missili e una settantina di droni hanno superato la contraerea colpendo fra l’altro l’aeroporto di Dubai, vari grandi alberghi, due data center di Amazon Web Services e il principale centro di desalinizzazione. 

In confronto altri centri del Golfo sono meno bersagliati. Il Bahrein, che ospita la quinta flotta americana, ha avuto circa 75 missili e 130 droni; il Qatar, dove si trova la più vasta base statunitense nella regione, ha ricevuto un centinaio di missili e una quarantina di droni. L’Arabia Saudita non pubblica i dati sugli attacchi ma, benché la sua principale raffineria sia stata colpita due volte, sembra meno presa di mira.

C’è del metodo in questi colpi indiscriminati. Gli Emirati sono i grandi bersagli degli iraniani non solo perché, con gli Accordi di Abramo, riconoscono Israele. Anche il Bahrein lo fa ma, in confronto, viene risparmiato. Sembra piuttosto essere il modello Dubai il vero obiettivo di Teheran, il simbolo dell’integrazione blasfema degli arabi del Golfo nelle élite globali del denaro. E forse ciò che la Guardia rivoluzionaria iraniana vuole è proprio il tipo di reazione Al-Habtoor, il miliardario emiratino che ora accusa Trump

In Israele esiste qualcosa che va sotto il nome di «Opzione Sansone»: l’idea di far crollare le colonne del tempio sopra di sé e dei nemici filistei, ossia attivare l’arma atomica in una sfida esistenziale con l’Iran. L’Iran stesso sta probabilmente sperimentando qualcosa che va nella stessa direzione. Vuole portare all’estremo lo stress dei vicini arabi nel Golfo, a costo di rischiare la loro rappresaglia, pur di spingerli a una rivolta contro Trump.

Non è difficile immaginare i pensieri dei monarchi assoluti di Abu Dhabi, Doha o Riad in questi giorni. La domanda di Al-Habtoor sul destino dei fondi per il «Board of Peace», ancora una volta, dice tutto. I regnanti del Golfo hanno versato miliardi di petrodollari a Trump e ai suoi cari; pensavano di avere il tycoon sotto controllo, di fare affari con lui, ma nemmeno la massa immane di denaro accumulato grazie al potere della Casa Bianca può sedare la sua imprevedibilità. I re del Golfo hanno arricchito Trump contando di controllarlo; in cambio ne hanno missili e droni iraniani di una guerra che non hanno mai voluto.

Eppure avevano pagato. Qatar ha messo a disposizione di Trump un aereo da 400 milioni di dollari. Un fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha versato due miliardi nello hedge fund di Jared Kushner a Miami chiamato Affinity Partners e così hanno fatto il Qatar e il principe di Abu Dhabi Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan con centinaia di milioni ciascuno, sempre a favore del genero di Trump. 

Il caso più gravido di conseguenze riguarda però proprio il governo degli Emirati Arabi Uniti. A gennaio di un anno fa ha investito mezzo miliardo per il 49% della nuova piattaforma di criptovalute appena lanciata da Trump con il suo factotum Steve Witkoff (i gestori della società sono i figli dei due). La famiglia Trump ha incassato direttamente 187 milioni di dollari, quella di Witkoff 31. Subito dopo, nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti, il tycoon ha dato agli Emirati accesso ad alcuni dei semiconduttori più avanzati prodotti in America da Nvidia per l’intelligenza artificiale.

Questo è uno dei punti nevralgici dei bombardamenti in corso. Il Golfo oggi è una colossale scommessa sull’intelligenza artificiale, con progetti per centinaia di miliardi di dollari delle monarchie petrolifere tramite le Big Tech americane. Ma l’Iran sceglie i suoi bersagli con cura simbolica e capacità di destabilizzare. I tre droni caduti sui data center (due negli Emirati, il terzo in Bahrein sempre di Amazon Web Center) generano incertezza in tutta l’area. Non sarebbe il momento giusto: gli Emirati stanno lanciando Stargate, un progetto da 500 miliardi di dollari con giganti americani come OpenAI, Nvidia e Oracle; Microsoft ha un suo maxi-piano. Anche l’Arabia Saudita e il Qatar hanno simili disegni colossali. Per tutti loro questo è il futuro, quando il petrolio e il gas saranno meno importanti o abbondanti. Ma il rischio dei droni di Teheran ha l’effetto di un veleno paralizzante.

I sovrani arabi ne parleranno con Kushner, Witkoff e i Trump alla Future of Investment Initiative, una conferenza d’affari a Miami tra venti giorni. Esprimeranno la loro collera. Chiederanno, ancora una volta, garanzie. Ma sanno già che Trump non è prevedibile, neanche per i suoi familiari e soci in politica e business. Possibile allora che i signori del Golfo si rivolgano a un altro garante, per poter controllare ogni futura reazione dell’Iran dopo questa guerra. Chiameranno il potenziale vincente di questo terremoto geopolitico: la Cina di Xi Jinping.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

CI SCRIVONO

Ma siamo sicuri che la Madonna nel suo ultimo messaggio non abbia fatto riferimento indirettamente alle guerre attuali Carissimo padre Livio ?

Anch’io, come lei, nei messaggi di Medjugorie , vengo sempre colpita e mi interpello  sulle  parole inusuali che in essi compaiono : a gennaio fu “ siate positivi”; ora invece nel messaggio di febbraio è “siete addormentati “…… Addormentati perché? In cosa ?

Poi nel leggere quella che viene chiamata “ la piccola Apocalisse” del capitolo 13 di Marco , capitolo 21 di Luca e 24 di Matteo, in cui si preannunciano persecuzioni, terremoti, proclamazione del Vangelo a tutte le nazioni e guerre….( tutto ciò che in pratica sta accadendo ora) leggo alla fine , testualmente : 

Luca 21

21:36Vegliate in ogni momento pregando

Matteo 24

24:42  Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Marco 13

13:36  fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi ADDORMENTATI

Non è che la Madonna in quest ‘ultimo messaggio  ci voglia rimandare a questi capitoli dei Vangeli e ricordarci che siamo addormentati perché non vegliamo in quanto non sappiamo leggere i segni dei tempi e non abbiamo ancora capito che stiamo in piena Apocalisse e purtroppo nessuno ne parla??Nessuno ne parla esplicitamente fatta eccezione naturalmente , per quel che mi riguarda , di  lei, di molti  sacerdoti illuminati dagli scritti di Luisa Piccarreta e del cardinal Comastri( del quale ho ascoltato su YouTube l’interessantissina catechesi dal titolo “ La seconda venuta di Gesù “)  

La saluto con estrema gratitudine garantendo, come atto dovuto, l’aiuto , la   preghiera ed il sostegno  economico a radio  Maria per il ruolo insostituibile che ha sempre occupato ed occupa  per la guida e la  crescita spirituale di tutti . 

Rosanna -Porto San Giorgo

Cara Rosanna,

non c’è dubbio che gli Apostoli, nonostante gli ammonimenti e le profezie di Gesù riguardo alla sua Passione, sia siano fatti trovare addormentati nell’ora delle tenebre.

Così sta accadendo anche a noi, nonostante che la Madonna sia presente con apparizioni quotidiane e con Messaggi da quasi mezzo secolo.

La parola “addormentati” è usata per la prima volta dalla Madonna nei suoi Messaggi e questo è un particolare molto significativo perché allude alla situazione di incoscienza degli apostoli alla vigilia della Passione.

Questa situazione di sonno spirituale è anche la nostra e lo dimostra l’incoscienza con cui stiamo vivendo questo passaggio della storia,  quando  Satana, “sciolto dalle catene” , tenta di prevalere, di far trionfare l’iniquità e di distruggere “la vita, la natura e il pianeta” sul quale viviamo.

Noi, seguaci della Gospa, dobbiamo svegliarci e prepararci, con la preghiera e la santità della vita, al combattimento spirituale che ci attende e che è rivelato nel Vangelo e nei Messaggi della Regina della pace.

Il prossimo futuro deve vederci svegli e determinati, pronti a testimoniare e a portare la Croce. Incominciamo da questo tempo di grazia della Quaresima.

Ave Maria

Padre Livio

Pensieri sui Vangeli Festivi: III Domenica di Quaresima – di Padre Livio

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4,5-15.19b-26.39a.40-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore.

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