"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Siria, Al-Jolani: “I cristiani parte importante della storia del popolo siriano”

Su L’Osservatore Romano il vicario di Terra Santa racconta il suo recente viaggio nel Paese mediorientale, dove ha incontrato il nuovo leader di Damasco, Ahmed al-Sharaa, il quale ha espresso apprezzamento e ammirazione per il Papa

di Ibrahim Faltas *

“Non considero i siriani cristiani una minoranza ma una parte integrante e importante della storia del popolo siriano. Ho vissuto a lungo nel Governatorato di Idlib, dove ho conosciuto l’impegno di due suoi confratelli, padre Hanna e padre Loai, a favore della popolazione di quell’area. Hanno aiutato e sostenuto tutti coloro che si rivolgevano a loro senza nessuna distinzione. Ho provato stima e rispetto per loro”. Sono le parole con le quali il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa (Ahmed Al-Jolani) ha risposto a una mia domanda sulla presenza della minoranza cristiana in Siria e in particolare sulla missione della Custodia di Terra Santa. La circostanza è stata l’incontro che ci ha concesso l’ultimo giorno del 2024 insieme ai capi di altre confessioni cristiane nel Palazzo presidenziale di Damasco. Al-Jolani ha anche colto l’occasione per esprimere “innanzitutto grande ammirazione, stima e rispetto per Papa Francesco: è un vero uomo di pace – ha sottolineato -; ho apprezzato i suoi appelli e le sue azioni a favore della pace e dei popoli in difficoltà”.

Come vicario della Custodia di Terra Santa ho avuto un colloquio privato con lui. Al-Jolani mi è sembrato disponibile ad un dialogo aperto e diretto. Durante l’incontro, al quale ho chiesto che partecipassero anche i discreti padre Rashid e padre Sandro, ci ha parlato del cambiamento della struttura governativa che porterà alla stabilità politica del Paese, attraverso fasi programmate, per raggiungere equilibri democratici, e ha assicurato maggiore attenzione ai diritti essenziali del popolo siriano.

Riguardo alla situazione sociale e amministrativa che ha trovato al suo arrivo a Damasco, Al-Jolani ha detto che “per anni il popolo siriano ha dovuto subire le conseguenze di una corruzione diffusa a vari livelli. Mancavano i servizi essenziali alla vita della maggioranza delle persone, mancava ogni visione di sviluppo e di crescita per il paese. I dissidenti venivano arrestati e, nel peggiore dei casi, eliminati. Abbiamo visitato prigioni che non avevano niente di umano. Il territorio siriano, ricco di storia e civiltà millenaria, è stato quasi completamente distrutto. La divisione fra i siriani ha portato a conflitti e a divisioni.”

Quanto al futuro del popolo siriano che tanto ha sofferto e alla eventualità di altri conflitti e divisioni, con uno sguardo fiero e deciso, il leader ha risposto senza esitazione: “Stiamo lavorando per l’unità e la pace. È la nostra ferma volontà. Ci vorrà del tempo ma sono sicuro che arriveremo a dare una stabilità politica e sociale alla Siria”.

Per ultimo, nella speranza di una risposta incoraggiante e positiva, ho posto ad Al-Jolani la questione dei tanti siriani fuggiti a causa della guerra. Tra loro tanti cristiani, costretti a lasciare la loro terra. Quale sarà il loro futuro?  “Stiamo lavorando per riportare in patria chi ha dovuto lasciare la Siria. È nostra intenzione – ha risposto – riportare i siriani espatriati alle loro case e i cristiani siriani ritorneranno a vivere e a professare la loro fede in Siria”.

Al termine del nostro incontro, ho rimarcato la necessità che si arrivi presto alla realizzazione dei suoi propositi di pace in Siria e ho garantito, a chi ora vuole guidare la Siria verso la democrazia, la piena disponibilità a collaborare ad iniziative di riconciliazione a favore della popolazione siriana, tutelando i diritti di tutte le minoranze religiose. Per ribadire queste volontà, ho consegnato una lettera nella quale la Custodia di Terra Santa presenta la sua storia e la sua missione, chiede di rafforzare il processo di unità di un popolo erede di storia e di civiltà antiche, assicura la presenza pacificatrice dei cristiani siriani,  garantisce la vicinanza e l’appoggio al processo di pace dei figli di San Francesco, il Santo della Pace, che ottocento anni fa percorse strade tortuose ma indirizzate alla riconciliazione in Terra Santa. In dono ad Ahmed Al-Jolani abbiamo portato la medaglia della canonizzazione dei Santi Martiri di Damasco, convinti che la loro intercessione ha contribuito ad aprire in Siria la strada verso la pace.

Un incontro importante, dunque, avvenuto al termine di un viaggio particolare. Domenica 29 dicembre, giorno di apertura del Giubileo della speranza nelle diocesi di tutto il mondo, come pellegrini di speranza, con alcuni confratelli mi sono messo in cammino per raggiungere altri confratelli che hanno vissuto il dramma della guerra in Siria. Dalla Giordania, insieme a padre Rashid Mistrih, siamo partiti per il Libano dove ci hanno raggiunto padre Sandro Tomašević, direttore della Casa del fanciullo di Betlemme e due giovani siriani, padre Johnny Jallouf, ordinato sacerdote a luglio scorso ad Aleppo e fra Michelangelo, professo solenne. Nel nostro convento di Harissa ho potuto riabbracciare padre George Abu Kahzen, vicario apostolico emerito di Aleppo. Sono legato da un affetto profondo a padre George, ho imparato tanto da lui. Sono stato suo vice parroco a Betlemme nei miei primi anni in Terra Santa: i suoi consigli paterni e i suoi insegnamenti di maestro saggio sono stati determinanti per la mia formazione umana e spirituale.

La mattina di lunedì 30 dicembre insieme a padre George Jamal, a padre Lorenzo e due giovani siriani postulanti siamo partiti verso il confine con la Siria: siamo fratelli in cammino per portare solidarietà e sostegno ai nostri confratelli e al popolo siriano sofferente dopo quasi quattordici anni di guerra, di morte, di divisione, di devastazione. Il nostro viaggio è stato desiderato e voluto, con lo spirito del carisma francescano camminiamo attraversando paesi e villaggi distrutti, circondati dalla natura contaminata e oltraggiata dalla violenza della guerra. Al confine fra Libano e Siria siamo stati accolti dai nostri confratelli padre Loai Bsharat, padre Antonio Luxa, padre Firas Lufti, padre Fadi Azar che prestano il loro servizio nei conventi siriani. È stato un incontro pieno di emozione: abbiamo reso grazie a Dio per essere riusciti ad abbracciarci nuovamente e per poter condividere un nuovo percorso della presenza francescana in Siria. Non vedevo padre Loai da molto tempo, non ha lasciato il suo convento per sei anni, fedele alla promessa di custodire il Luogo Santo e le anime delle persone a lui affidate. Abbiamo percorso strade che ben rappresentano lo scempio della guerra, senza subire blocchi e controlli sulla via di Damasco. Voglio interpretare questa possibilità di libertà di movimento come un primo segno di speranza: la rinascita del popolo siriano inizia con la possibilità dell’incontro fra figli della stessa terra per abbattere le barriere e i conflitti che li hanno divisi.

Nella prima tappa del nostro viaggio in Siria, abbiamo celebrato la santa messa a Damasco sull’altare dei Santi Martiri canonizzati dal Santo Padre lo scorso 20 ottobre a Roma. È stata una celebrazione di ringraziamento perché, come ho sottolineato nell’omelia, grazie all’intercessione di questi nuovi Santi Francescani, il popolo siriano sta cercando di ritornare a vivere la dignità della pace, si rivedono sorrisi e occhi luminosi sui volti segnati dalla sofferenza della guerra. 

Il mio confratello padre Firas Lufti si è tanto prodigato perché i Santi Martiri di Damasco venissero portati agli onori degli altari, l’ho ringraziato a nome del Padre Custode e di tutta la Custodia di Terra Santa. Siamo 300 Francescani al servizio della Terra Santa e 35 di noi sono di origine siriana: sono frati che dedicano la loro vita e il loro ministero alle loro comunità, curando con animo generoso e profonda spiritualità i fedeli, custodendo e proteggendo i Luoghi sacri loro affidati.

Dopo l’incontro con Al-Jolani, nel tardo pomeriggio siamo partiti da Damasco e, percorrendo strade, incontrando persone e luoghi che hanno sofferto quattordici anni di guerra, siamo arrivati a Knaye.  Il primo giorno dell’anno, Giornata Mondiale della Pace, abbiamo celebrato la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio con una comunità parrocchiale che ha molto sofferto a causa della guerra. La Santa Messa è stata presieduta dal Vicario Apostolico, Mons. Hanna Jallouf che è stato parroco per venti anni a Knaye, villaggio dove è nato e che insieme ad altri due villaggi cristiani, Gidaideh e Yacoubieh, fa parte del Governatorato di Idlib, roccaforte delle milizie Hts guidate dall’attuale leader del governo di transizione. Padre Hanna è stato accolto al suo arrivo da canti di gioia e dall’affetto filiale dei suoi parrocchiani. È stato commovente sentire e vedere la gratitudine per un pastore che tornava, primo siriano ad essere nominato Vescovo, ad incontrare i parrocchiani, la sua gente con cui aveva condiviso difficoltà e privazioni. Insieme a padre Loai hanno aiutato e sostenuto una popolazione stremata da anni di povertà e di isolamento. I miei confratelli, padre Hanna, padre Loai e padre Khokaz, hanno fedelmente svolto il loro ministero in anni complessi e hanno sempre cercato la strada della convivenza pacifica attraverso la mitezza e il dialogo. Sono stati anni di sofferenza durante i quali hanno invocato Maria Santissima, la Donna, la Madre che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel Suo cuore”.  Nel governatorato di Idlib, in un’area molto colpita dalla povertà, padre Loai e padre Khokaz sono impegnati e operano a Knaye, Yacoubieh e Gidaideh.

Ci siamo recati poi ad Aleppo per visitare il Terra Santa College, colpito da un missile durante i recenti scontri fra i miliziani e l’esercito siriano. Padre Samhar Ishak ci ha mostrato i danni subiti dalla struttura scolastica, che cura con competenza e dedizione. Nella Chiesa latina di Aleppo abbiamo pregato Gesù Bambino posto al centro del presepe, allestito dal vice parroco padre George Jallouf con i ragazzi della parrocchia e di altre confessioni cristiane. Il bellissimo presepe “ecumenico” ci ha fatto gioire e ci ha dato un forte segno di rinnovata speranza per il messaggio che ha voluto trasmettere: nessun riferimento ad immagini di guerra, colpisce lo sfondo della Basilica di San Pietro a significare l’impossibilità di andare a Roma per i cristiani siriani, testimoni di Fede con il cuore proteso e con lo sguardo rivolto alla Speranza del cammino giubilare.

All’inizio del Giubileo siamo stati pellegrini in cammino, come la Madre Chiesa che da duemila anni accompagna il cammino dell’umanità verso la salvezza.

È iniziato un nuovo corso della storia siriana, lo affidiamo al Principe della Pace, lo seguiamo con il cuore aperto alla speranza.

* Vicario della Custodia di Terra Santa

UNA PREGHIERA DA MEDJUGORJE

POCO FA DA #MEDJUGORJE 🙏🙏🙏

Regina della Pace, prega per noi!
Che la pace e la benedizione siano con tutti voi anche questa sera!

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 207 – I MISTERI DELLA VITA PUBBLICA DI GESU’

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BUONA DOMENICA

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE

Cari amici, oggi è la vigilia della Solennità dell’Epifania e vi offriamo come meditazione la prima parte della Catechesi sul tema: “I Re Magi sono il modello dei cercatori di Dio”. Nella festività di domani vi diamo la seconda parte.

I re Magi sono il modello dei cercatori di Dio (1)

I re Magi sono i prototipi dei cercatori di Dio di tutti i tempi. Il termine “cercatori di Dio” in croato è stato usato dalla Regina della pace nel Messaggio del 25 settembre 2022: «siate gioiosi cercatori di Dio». Si tratta di una parole che ha sorpreso i croati stessi e che potrebbe aprirci a una prospettiva di speranza proprio perché è un’esortazione rispetto ad altre costatazioni piuttosto severe che la Madonna ha fatto sul rapporto dell’umanità con Dio. In tutti questi anni la Regina della pace instancabilmente ha richiamato l’umanità secolarizzata, atea e materialista; nei primi Messaggi di Medjugorje, infatti, la Madonna disse che il peccato più grave dell’uomo contemporaneo è proprio quello di non cercare Dio, di vivere come se Dio non ci fosse.

Invece del Dio vivo e vero, gli uomini hanno iniziato ad adorare gli idoli. Difatti, la Regina della pace disse che abbiamo rifiutato la fede e la Croce e siamo diventati pagani: «la croce e la fede sono rifiutate» (25 settembre 2020). Nei Messaggi di Medjugorje, la prima denuncia fatta dalla Regina della pace è proprio il fenomeno di un mondo che fa a meno di Dio, non lo cerca e vive come se non ci fosse. Questo, da fenomeno di nicchia è diventato di massa; il comunismo ha certamente imposto l’ateismo, ma in Occidente la gente ha lasciato che questa corrente di pensiero permeasse nella società in maniera quasi naturale e spontanea. L’uomo moderno occidentale veramente non cerca Dio, si affida alla pseudoscienza, non riceve più i Sacramenti, non osserva più i Comandamenti e vive come se Dio non ci fosse. Non c’è più la legge morale, basta guardarsi intorno.

Dopo aver descritto la secolarizzazione atea che si è imposta nel mondo, soprattutto in Occidente, la Regina della pace ha fatto analisi più profonde e più negative dicendo che l’uomo non solo non si interessa a Dio, ma non lo vuole. Nel Messaggio del 25 gennaio 2023 la Regina della pace ha detto: «Il futuro è al bivio perché l’uomo moderno non vuole Dio. Perciò l’umanità va verso la perdizione»; siamo passati da un atteggiamento di rimozione di Dio all’ostilità.

Nel Messaggio del 17 Settembre 2019 a Ivan la Regina della pace ha costatato che satana sta realizzando il suo piano proprio perché l’uomo sta mettendo se stesso al posto di Dio: «Cari figli, vi invito in modo particolare a pregare per le mie intenzioni, in modo che fermiate, mediante le vostre preghiere, il piano di satana sull’umanità, che è ogni giorno più lontana da Dio, invece di Dio mette al primo posto se stessa e distrugge tutto ciò che è bello e buono nelle anime di ciascuno di voi. Perciò, figlioli, pregate, digiunate e fate la volontà di Dio, in modo da essere coscienti di quanto Dio vi ama. Grazie per aver risposto alla mia chiamata». Di fatto è così ed è molto pericoloso che l’uomo si metta al posto di Dio perché in questo modo fa il gioco di satana.

In tutti questi anni la Madonna non ha mai smesso di metterci in guardia dal pericolo dell’ allontanamento da Dio; i credenti oggi non mancano ma sono solamente delle minoranze sulle quali la Regina della pace sicuramente ripone molta speranza, però sono ininfluenti nella società di oggi. In un certo senso, la visione atea della vita ha vinto. Laddove si adora la proiezione di noi stessi, la natura, gli idoli, laddove la religione viene usata per giustificare la violenza e la guerra, non si può certamente parlare di fede, ma di idolatria.

Tuttavia la Madonna sa che il “Cuore umano anela a Dio” e per questo ci ha esortato ad essere nella vita dei “Cercatori di Dio”, come lo sono stati i Magi venuti dall’Oriente sino a Betlemme (prima parte)


Dal vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18

[In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.]
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
[Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.]
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.  
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Parola del Signore

FOTO INEDITE DEI “BEI TEMPI DI MEDJUGORJE”

Fin dal mio primo arrivo a Medjugorje (16 Marzo 1985) ho potuto documentarmi su quanto accadeva dalla viva voce dei protagonisti.

Qui Marija con Padre Jozo

Il Vecchio ponte di Mostar

Le cose più interessanti sono quelle ascoltate in privato

L’UCRAINA, LA CHIESA E IL POPOLO

di Stefano Caprio – Asia News, 04/01/2025

In una lunga intervista natalizia l’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici Svjatoslav Ševčuk ha parlato del futuro dell’Ucraina guardandolo con gli occhi della fede. “La rappresentazione di Dio come il ‘Grande Protettore’ – ha spiegato – è uno stereotipo ormai andato distrutto. Dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te?”.

In occasione del Santo Natale, che in Ucraina dallo scorso anno è festa nazionale e che festeggiano insieme i cattolici e gli ortodossi, tranne quelli ancora legati a Mosca e alle tradizioni del vecchio calendario, è uscita un’ampia intervista su Rbk-Ukraina all’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici, Sua Beatitudine Svjatoslav Ševčuk. I suoi fedeli lo ricordano nelle liturgie come “il nostro patriarca”, un titolo mai riconosciuto ufficialmente dalla Santa Sede per evitare ulteriori confusioni, ma ben chiaro nella mente degli eredi dell’Unione di Brest di fine Cinquecento. Oltre alle previsioni sul futuro della guerra con la Russia, argomento consueto di tutti i siti internazionali, il capo dei cattolici “di tradizione ortodossa” si è concentrato sull’argomento che in realtà gli sta veramente a cuore: non il rapporto con i russi, ma quello con il proprio popolo, e con il futuro della terra ucraina.

L’Ucraina è la Rus’(sia) che si rifiuta di far parte del “Mondo Russo”, cercando una propria identità e sentendosi parte dell’Europa e della fraternità universale dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà, quelli che non cercano di imporsi sugli altri per affermare sé stessi, come da sempre cercano di fare i russi moscoviti. Secondo le indagini sociologiche, il numero dei fedeli ortodossi legati a Mosca si è drasticamente ridotto nei tre anni successivi all’invasione del Paese, mentre il numero dei greco-cattolici è aumentato sensibilmente, avvicinandosi alla Chiesa ortodossa autocefala (Pzu) e diventando la seconda comunità religiosa dell’Ucraina. Ševčuk però non rivendica primati o successi di proselitismo, anzi esprime la propria solidarietà a quanti si sono sentiti “traditi dalla propria Madre, la santa Russia”. Semmai rivendica il ruolo di protagonisti attivi, che i greco-cattolici cercano di svolgere in dialogo costruttivo con gli autocefali, il cui capo, il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), è stato recentemente ricevuto in Vaticano da papa Francesco, per unirsi nella ricostruzione di un Paese distrutto, umiliato e svuotato dagli assalti dei “fratelli maggiori” moscoviti.

Secondo l’arcivescovo, “il trauma di sentirsi traditi dalla propria Chiesa è un fenomeno particolarmente drammatico, che si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, e la sociologia non basta a spiegare quello che accade nelle anime dei nostri fratelli e sorelle ucraine”. Quello che interessa al pastore supremo dei greco-cattolici non è tanto il modo di fermare la guerra, un compito che compete alle autorità statali e militari, ma “come la guerra ha influito sulla nostra società e sul nostro popolo, e le nuove sfide a cui la Chiesa è chiamata a rispondere, la nostra insieme alle altre Chiese ortodosse del nostro Paese”. È il terzo Natale e Capodanno di guerra, e il conflitto ha sconvolto tutte le relazioni umane, che non saranno facili da ricostruire, più ancora degli edifici e delle città devastate: “anzitutto la relazione con sé stessi, con ciò che oggi ciascuno di noi deve fare, quali priorità e quali rapporti con i propri cari e i propri vicini, per chi noi ci assumiamo la responsabilità e i doveri”, afferma il patriarca dei greco-cattolici.

Riguardo al tema delle nuove relazioni da ricostruire, Ševčuk fa un’osservazione veramente profonda, osservando che “sono cambiate radicalmente anche le relazioni con Dio, le regole e le abitudini della nostra vita spirituale e religiosa, siamo cambiati noi stessi”. A tutti quelli che guardano all’Ucraina dall’esterno, pensando di conoscere la gente che ci abita, “dobbiamo dire che quell’Ucraina che pensavate di conoscere, oggi non esiste più… noi siamo diversi, e vogliamo essere migliori”. Avendo vissuto un’esperienza così tragica, “noi stiamo vivendo il momento di un nuova nascita, meglio ancora una ri-nascita”, in cui ci sono gli eroi che difendono la patria non solo sui campi di battaglia, ma anche i “giganti dello spirito che ci riportano alle fondamenta più profonde dell’esistenza del nostro popolo, alla matrice della nostra vita nazionale e spirituale”.

La guerra è anche causa di una crisi di fede, cercando riparo dal nemico invocando l’ausilio divino che sembra non arrivare, ma “non è così che funziona il rapporto con Dio”, spiega l’arcivescovo: “il vero Dio vivente è una persona, è un Qualcuno, non soltanto un qualcosa, e dobbiamo saperlo riconoscere nel rapporto personale con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, nel contesto delle nostre capacità di relazione”. La rappresentazione di Dio come il “Grande Protettore” che garantisce il nostro benessere è uno “stereotipo che ormai è andato distrutto, per cui dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove sei? Dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te? Dobbiamo riscoprire l’autentica presenza di Dio tra di noi”, invita Ševčuk. Per molte persone Dio è scomparso dall’orizzonte spirituale, poi è tornato a manifestarsi, e “in questi tre anni abbiamo vissuto tanti momenti del genere, momenti di terrore e impotenza, e poi di rigenerazione delle nostre forze, di difesa comune della nostra vita e della nostra terra, quindi ancora di stanchezza e depressione, cercando sempre la fonte che possa ridarci l’energia e l’amore per la vita”.

Si curano le ferite e si rianimano gli spiriti, solo questo è il segreto della straordinaria capacità di resistenza del popolo ucraino. L’esperienza della guerra aiuta i credenti a riscoprire in modo nuovo l’immagine del Dio vivificante, non solo per difendersi dal male, ma per ricostruire sé stessi, la società e la vita del popolo. Nell’intervista si ricorda l’incontro del Sinodo dei vescovi greco-cattolici con le autorità civili, nel contesto del “piano di resistenza dell’Ucraina”, e l’arcivescovo sottolinea l’importanza della “valorizzazione sempre più significativa del ruolo e del posto della Chiesa in questi tempi difficili”. Gli uomini al potere coltivano spesso l’illusione di poter fare tutto da soli, mentre ora appare più evidente che “la vita religiosa del popolo e il sostegno della Chiesa sono il segreto dell’autentica vittoria che vogliamo ottenere”. Si precisa che non si parla soltanto del servizio di assistenza sociale della Chiesa, o della difesa degli interessi nazionali ucraini a livello internazionale, ma “del ruolo di accompagnamento del nostro popolo, sottoposto alla follia della guerra”.

Le persone hanno bisogno di non sentirsi sole e abbandonate, e la presenza dei sacerdoti ricorda che c’è sempre qualcuno che si prende cura di chi soffre, di chi ha bisogno di un consiglio, riscoprendo la natura pastorale della Chiesa, prima di quella caritativa e sociale. “Noi siamo una Chiesa fondata su radici che risalgono al primo cristianesimo di Kiev”, ricorda Ševčuk, “con legami fraterni con gli ortodossi, e in unione con tutta la Chiesa cattolica universale, metà delle nostre strutture si trova al di fuori dei confini dell’Ucraina”. È per questo che “l’aggressore russo ci odia così tanto, e ha sempre cercato di distruggere proprio la Chiesa greco-cattolica, sia ai tempi degli zar che in quelli sovietici, tanto più oggi, quando il padrone del Cremlino cerca di ricostruire l’impero”. Riprendendo un termine molto usato dal patriarcato di Mosca, l’arcivescovo spiega che anche la Chiesa greco-cattolica è “istitutrice dello Stato”, gosudarstvo-ustanavitelnaja, per il contributo nella storia e nella rinascita attuale, ma non è mai stata e non intende essere una “Chiesa di Stato”, gosudarstvennaja Tserkov.

Alle domande sul ruolo della Santa Sede nel conflitto russo-ucraino, che ha spesso suscitato delle perplessità tra gli ucraini e tra gli stessi greco-cattolici, Ševčuk spiega che “alla guerra si può guardare dal punto di vista delle vittime, oppure da quello di chi cerca di essere arbitro a livello internazionale, per servire tutti i popoli che soffrono e realizzare una missione di pacificatore universale”. Quando papa Francesco parla dei “due popoli fratelli” non intende questo alla maniera dei russi, come giustificazione di un’invasione e di un genocidio, e comunque “ultimamente ha detto che siamo cugini, non proprio fratelli, anche se a noi basta dire che siamo vicini, senza precisare i gradi di parentela”. Ševčuk ricorda gli anni del suo ministero in Argentina, quando Bergoglio era il suo superiore come arcivescovo metropolita di Buenos Aires, “lo sento sempre spesso e parliamo tra noi in spagnolo”, scambiandosi i punti di vista anche quando non sono del tutto coincidenti.

Il Vaticano non ha un ruolo attivo di mediatore politico nelle possibili trattative di pace, assicura il capo dei greco-cattolici, anche perché “nessuno glielo ha chiesto”, ma da dieci anni s’impegna nel dialogo umanitario, oltre che religioso, fin dall’annessione della Crimea e dall’inizio del conflitto nel Donbass. Egli osserva che “ci hanno proposto e attribuito mediatori di ogni genere, ma finora non è iniziata alcuna trattativa, vediamo che cosa succederà quest’anno”. I greco-cattolici, del resto, sono già all’opera, per la rinascita dell’Ucraina.

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Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere dellaSeram- 4 Gennaio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo.Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione…E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

🔴LIVE🔴🙏 ⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: #VI VOGLIO TUTTI CON ME IN PARADISO – Puntata 1🙏

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MARIA SEMPRE VERGINE

Cari amici, come da vostra richiesta vi espongo la Dottrina Cattolica sulla perpetua Verginità della Beata Vergine Maria. Qui vi presento una mia catechesi giovanile, mentre trovate l’insegnamento perenne del Magistero nel Catechismo della Chiesa Cattolica cattolica (N. 496-507)

LA TRIPLICE STELLA DELLE ICONE INDICA LA VERGINITA’ DELLA MADRE DI DIO PRIMA DEL PARTO, DURANTE IL PARTO E PER TUTTA LA VITA.

MARIA, SEMPRE VERGINE

            San Luigi Maria Grignion de Montfort ci insegna che se c’è un motivo per cui non conosciamo Gesù Cristo è perché non conosciamo la Vergine Maria. Detto in altri termini: più conosciamo la Vergine Maria, più ci avviciniamo a Gesù Cristo. Da qui, il motivo di questo ciclo di catechesi che, essendo mariano, ha una finalità ben precisa: portare tutti noi a credere, amare, servire Gesù come ha fatto e continua a fare Maria. D’altronde, la Madonna è qui da così tanto tempo proprio per portarci a suo Figlio. Per quale motivo? Perché oggi, con l’avanzare dell’apostasia, si sta dissolvendo la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, unico Salvatore del mondo. Davvero una grande preoccupazione per Maria vedere il Cristianesimo, quindi suo Figlio, colpito al cuore. 

<< Sono la Beata Vergine Maria >>

            Vorrei ora parlare di un’altra bellissima espressione con cui la Madonna, in alcune apparizioni, ha definito sé stessa: Beata Vergine Maria. Il 25 giugno 1981, infatti, a Medjugorje alcuni veggenti le chiesero chi fosse e la Madonna rispose: << Sono la Beata Vergine Maria >>. Un’espressione attribuitale anche dalla Chiesa, che merita una riflessione per capirne fino in fondo la grandezza. Sappiamo benissimo che, dopo la rivoluzione sessuale degli ultimi tempi, parlare di verginità è spesso causa di biasimo o derisione. E’ il giudizio del mondo! Ma, dal punto di vista della fede, oltre che carisma, la verginità si rivela essere una novità assoluta.       
            Soprattutto in ambito ebraico, infatti, era sconosciuta poiché per gli ebrei la donna era considerata per antonomasia una sposa che si realizzava nella maternità; inoltre, anche se in alcune religioni (specie quelle orientali) si parla di verginità, non è sicuramente da intendersi nel modo cristiano. Perché? Perché nel Cristianesimo la verginità non ha soltanto un significato fisico, ma soprattutto  interiore: l’appartenenza totale a Dio. Lo vediamo in Maria: una pienezza verso Dio, in Dio e per Dio, che coinvolge tutto il suo essere: il suo cuore (un cuore indiviso, solo per Dio), il suo pensiero (una mente soltanto aperta alla Verità), la sua anima (pura e immacolata per tutta la vita, come quando è stata concepita), oltre, naturalmente, il suo corpo. Insomma, in Maria vi è la Verginità in una pienezza assoluta.

Maria è la sempre Vergine

            C’è però una distinzione da fare: Maria, Immacolata; Maria, sempre Vergine. Sono due verità di fede diverse. Immacolata, significa che la Madonna è stata concepita, fin dal primo istante, senza il peccato originale e che per tutta la vita non ha commesso alcun peccato, nemmeno il più piccolo, conservando sempre un’anima illibata.           
            Con il termine sempre Vergine si afferma, invece, che la Madonna è rimasta per tutta la vita intatta nella verginità del corpo e anche del cuore, del pensiero e dell’anima. Maria ha concepito senza concorso di uomo, ma solo per grazia dello Spirito Santo; ha partorito rimanendo vergine (senza, quindi, che fosse offesa la sua verginità fisica); è rimasta vergine per tutta la vita.  Guardando le icone della grande tradizione orientale, si può notare come la Madonna sia rappresentata con tre stelle che stanno a indicare, appunto, la sua triplice verginità: nel concepimento, nel parto e per tutta la sua vita. Dunque, in Lei, maternità e verginità coesistono. Si tratta di una caratteristica solamente sua, proprio perché designata a diventare la Madre di Dio.

            Per illustrare ancora meglio questa importantissima tematica, vorrei leggere e commentare brevemente alcuni passi del Catechismo della Chiesa Cattolica in cui, tra l’altro, si risponde anche ad alcune obiezioni sollevate soprattutto dai protestanti. A questo proposito faccio un inciso. Come saprete, i protestanti ritengono vero che la Madonna abbia concepito per opera dello Spirito Santo, perché credono nella Divinità di Gesù; mentre, non credono che Maria sia rimasta vergine durante il parto e per tutta la vita. Questo perché essi partono da quell’espressione usata nei Vangeli: fratelli di Gesù (ad esempio in Gv 7, 5: “Infatti nemmeno i suoi fratelli credevano in lui”), deducendone che Maria abbia avuto altri figli. Ovviamente, si tratta di un’interpretazione sbagliata, perché, all’epoca di Gesù, con il termine fratelli erano indicati anche i cugini. Quindi, quando si parla di “fratelli di Gesù”, ci si riferisce ai suoi cugini, che sono probabilmente i figli dei fratelli di Giuseppe.            
            Vediamo allora che cosa si afferma al numero 496 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Fin dalle prime formulazioni della fede, (cioè fin dalla prima comunità cristiana) la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito << senza seme […], per opera dello Spirito Santo >>. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra.”            Riflettete: sarebbe ben difficile, per noi, credere che Gesù sia il Figlio di Dio fatto uomo, se fosse stato concepito con seme umano. Perché da un seme umano può nascere solamente una creatura e basta. E’ proprio il concepimento avvenuto per opera dello Spirito Santo che ci porta al cuore della nostra fede: la generazione Divina di Gesù. 

Gesù è veramente figlio di Dio e veramente è nato da una Vergine

            Dall’essere ben consapevole di aver concepito senza concorso umano, la Madonna ne ha tratto un segno per sé stessa: la certezza che quel bambino fosse davvero il Figlio di Dio. Di più. Il concepimento per opera dello Spirito Santo rappresenta, anche per noi, il segno della Divina filiazione di Maria.           
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, sempre al numero 496, continua dicendo:  
“Così, sant’Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): << Voi siete pienamente convinti riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, veramente nato da una Vergine; […] veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. […] Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto >>.        
            Dunque, possiamo e dobbiamo affermare che Gesù sia il Figlio di Dio, secondo la natura Divina e che sia il figlio di Maria, secondo la natura umana. Un concetto ribadito in uno degli ultimi messaggi, in cui la Madonna dice che suo Figlio è generato dal Padre, secondo la sua natura Divina, ed è generato da Lei, secondo la sua natura umana. Nel messaggio del 2 settembre 2017, infatti, la Madonna dice: << è mio Figlio, Dio generato da Dio >>. Per quale motivo lo ribadisce proprio adesso? Perché oggi più che mai si tende a negare la Divinità di Gesù Cristo, quindi a colpire a morte il cuore stesso del Cristianesimo. 

            Quando si dice che la Madonna è la Madre di Dio, bisogna intenderlo nel senso giusto: ovvero non che Lei ha generato Dio, ma che quel bambino, da Lei nato, è il Figlio di Dio, ossia è eternamente generato dal Padre. Come abbiamo visto in precedenza, Gesù ha un solo “io” Divino che agisce secondo le due nature: quella Divina (perché Lui è della stessa sostanza del Padre, infatti, Gesù dice: << Io e il Padre siamo una cosa sola >>) e quella umana che Gesù ha assunto da Maria.  Quando si parla di natura umana, s’intende dire che Gesù aveva un corpo e un’anima (con un’intelligenza e una volontà umane) creati ma uniti alla sua Divina Persona.

Al numero 497 del Catechismo della Chiesa Cattolica si afferma: 
“I racconti evangelici considerano la concezione verginale un’opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: << Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo >>, dice l’angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (Mt 1,20). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: << Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio >> (Is 7, 14), secondo la versione greca di Mt 1, 23”.

La Madonna ha concepito verginalmente

            Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ci viene data la risposta ad alcune obiezioni secondo cui i racconti dell’infanzia di Gesù (dei Vangeli di Luca e Matteo) sarebbero stati aggiunti in un secondo momento e in modo posticcio, visto che il Vangelo di Marco inizia subito con la predicazione di Gesù (ovviamente si tratta di obiezioni radicate nell’odierna mentalità modernista, che hanno come preciso scopo quello di negare i misteri della fede).    
Al numero 498 del Catechismo della Chiesa Cattolica si afferma: 
“Il silenzio del Vangelo secondo Marco e delle Lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere (riguardo ai racconti di Luca e Matteo) se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: la fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani: essa non proveniva dalla mitologia pagana, né da qualche adattamento alle idee del tempo (cioè, il fatto che Maria abbia concepito verginalmente costituisce un qualcosa di assolutamente inedito: è un vero intervento di Dio, un miracolo! Nulla di simile esiste nelle altre religioni dell’epoca dell’impero romano, né tantomeno nella religione ebraica). Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel “nesso che lega fra loro i vari misteri”, nell’insieme dei misteri di Cristo, dalla sua incarnazione alla sua Pasqua.”        
            Qual è la conseguenza di negare la Divinità di Gesù? Che tutti i misteri di Dio non siano più illuminati dalla fede, diventando così un enigma inaccessibile alla nostra ragione. Invece, per chi ha fede in Gesù Figlio di Dio, non c’è alcuna difficoltà a ritenere vera l’incarnazione del Verbo nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Ovviamente, soltanto la Madonna poteva sapere di aver concepito verginalmente e che, quindi, l’incarnazione era avvenuta per la potenza di Dio. Ancora: solo Lei (e Giuseppe, che le era accanto) poteva conoscere come avvenne il suo parto verginale. E’ bellissimo vedere come i grandi misteri della fede siano avvenuti tutti nel silenzio e nel nascondimento. Perché succede questo? Perché il sigillo Divino è umiltà e piccolezza e anche perché, molte volte, Dio non vuole che il diavolo li conosca.  
            Qui il Catechismo della Chiesa Cattolica cita Sant’Ignazio di Antiochia, quando nella Lettera agli Efesini dice: “Al principe di questo mondo rimase nascosta la verginità di Maria e anche il suo parto, e così pure la morte del Signore. Sono questi i tre misteri dall’alta voce che si sono compiuti nella quiete silente di Dio”.

Maria ha conservato la sua verginità durante il parto e per tutta la sua vita

            Come abbiamo visto, per credere che Gesù sia il Figlio di Dio, è fondamentale la fede nel concepimento verginale di Maria per opera dello Spirito Santo. Ora però vorrei esaminare meglio la continuazione di quella verginità, dato che la Madonna è rimasta vergine anche durante il parto e per tutta la sua vita. Per quanto riguarda il parto, senz’altro lo si può definire miracoloso, in quanto Maria, nel compierlo, è rimasta intatta nella sua verginità fisica. Anche dai cattolici, molte volte si sente dire che la Madonna ha partorito come tutte le altre donne. E’ un’affermazione del tutto sbagliata! Bisogna, infatti, tenere presente che durante il parto la verginità di Maria ha avuto anche un valore spirituale e cioè: essendo esente dal peccato originale, la Madonna non ha partorito nel dolore, come invece capita ad ogni altra donna figlia di Eva (nella Genesi si legge: “Dio disse alla donna: …con dolore partorirai i figli”). Per cui, sbaglia chi dice che Maria, partorendo, abbia versato sangue o cose simili, perché offende questo straordinario mistero: Maria, la sempre Vergine.         
Ai numeri 499-500, il Catechismo della Chiesa Cattolica dice:

“L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria (un approfondimento di fede senz’altro guidato dallo Spirito Santo)anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo << non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata >>. La liturgia della Chiesa celebra Maria come la << sempre Vergine >>.

A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, << fratelli di Gesù >> (Mt 13,55), sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come << l’altra Maria >> (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento (come vi ho detto, si pensa fossero i figli dei fratelli di Giuseppe). 

La Madonna è la Madre di tutti gli uomini, anche dei non credenti

            Vi riporto il numero 501 del Catechismo della Chiesa Cattolica dove viene affrontato quel carisma particolare di Maria che è la verginità unita alla maternità.
“Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: << Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre >>.

            Di qui vediamo quanto sia stata feconda la verginità di Maria. Oltre ad aver reso possibile la nascita del Figlio di Dio, ha esteso, in modo spirituale, la maternità della Madonna a tutta l’umanità. Maria è la nuova Eva, cioè la madre di tutti quelli che rinascono nell’acqua e nello Spirito Santo mediante il Battesimo. Ma attenzione: essendo la madre di tutti gli uomini, Lei è anche madre dei non credenti (infatti, quando inizia i suoi messaggi con Cari figli, Lei si rivolge proprio a tutti). Perché? Perché anche i non credenti sono chiamati alla grazia della fede: a diventare, anch’essi figli di Dio, quindi fratelli di Gesù, di cui la Madonna è Madre. Capite, allora, a quale sublime altezza sia giusto collocare la compresenza, in Maria, di verginità e maternità.

La verginità di Maria ha ispirato molte persone che l’hanno imitata

            Parecchi anni fa, scrissi un libro intitolato La Verginità di Maria e la nostra verginità, in cui ho cercato di spiegare il mistero della verginità della Madonna, il mistero della verginità cristiana e, infine, la bellezza e la grandezza della vita consacrata (infatti ne consiglio la lettura proprio alle persone consacrate).   
            La verginità di Maria è un carisma fecondo anche in questo senso: nell’aver portato, fin dall’origine del cristianesimo, tantissime persone a consacrarsi a Dio offrendo la propria verginità. Senza naturalmente dimenticare che la Fonte originaria di tale verginità, illuminante per il mondo, è Gesù Cristo stesso. Facciamoci dunque un esame di coscienza e pensiamo a quale delitto si compia sporcare il significato e il valore di questo meraviglioso dono che la Madonna ci ha dato e di cui Cristo ne è la Sorgente: la verginità. 

            Vorrei ora soffermarmi sui riflessi sulla nostra vita di quel dono così speciale, appartenente solamente alla Madonna: essere, al contempo, sempre vergine e madre. Innanzitutto, partirei col dire che l’epicentro della verginità di Maria è stato il suo concepimento verginale, avvenuto, cioè, senza concorso d’uomo. Un fatto senza dubbio miracoloso, reso possibile dalla Potenza di Dio.                 

La Madonna ha donato tutta sé stessa a Dio

            Questo è un punto focale della sua verginità fisica, conservata anche durante il parto e per tutta la vita (cioè Maria non ha avuto altri figli; non ha mai avuto rapporti sessuali). Un segno, questo, che le è servito da sostegno alla sua fede.  Il suo “sì” radicale alla volontà di Dio ha permesso al Verbo di incarnarsi nel suo grembo. Così Gesù, ancora embrione, fece sussultare di gioia il piccolo  Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta. “In quei giorni Maria si mise in viaggio… Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 39, 43). “

            La Verginità di Maria non è solo un miracolo avvenuto nel suo grembo, ma anche un suo coinvolgimento interiore. La Madonna, infatti, ha proteso tutta sé stessa (cuore, mente e anima) verso la volontà di Dio, verso la Grazia e la Verità di Dio, verso l’accoglienza del Figlio, verso la docilità all’opera dello Spirito Santo, senza alcuna mediazione di creatura. Si tratta di un fatto assolutamente nuovo. Infatti, la totale appartenenza a Dio, sia dal punto di vista del corpo che dell’anima, è un carisma sconosciuto nell’Antico Testamento, anche se, subito prima del Nuovo Testamento, possiamo coglierne già un preannuncio nella figura del precursore, San Giovanni Battista.
            Quando Elisabetta incontrò Maria (incinta di Gesù) “il bambino le sussultò nel grembo”. Un fatto molto profondo, perché in quel momento Giovanni Battista venne presantificato, cioè come dicono i Padri della Chiesa, gli fu tolto il peccato originale. Perché? Perché Gesù, essendo la Fonte della Grazia, lo rese Santo e lui, sentendolo, sussultò di gioia. Così, San Giovanni Battista ebbe in dono il carisma fecondo della verginità. Fin da bambino, si ritirò nel deserto, conducendo una vita totalmente solitaria per poi essere inviato, come profeta, ad annunciare la conversione e a preparare la strada alla venuta del Verbo incarnato nel mondo.
            Anche San Giuseppe ebbe il carisma verginale. Il Vangelo dice che lui accolse Maria dopo averne conosciuto dall’angelo la sua grande missione: diventare la Madre del Signore. Aperto in modo pieno ai disegni di Dio, anche Giuseppe non fu vergine solo nel corpo, ma pure nel cuore, nella mente e, per questo, venne elevato a Patrono dei consacrati. Da sposi, Maria e Giuseppe vissero tutta la vita verginalmente. Figure di verginità sono presenti anche in religioni o filosofie non cristiane, specialmente quelle orientali. Ad esempio, nell’antica Grecia, il Tempio del Partenone – da parthenos che significa appunto “vergine” – si riferisce alla verginità della dea Atena. Però, qui, siamo davanti a un qualcosa di completamente diverso dal concetto cristiano di verginità, che, appunto, indica un rapporto particolare con Dio: un orientamento radicale della creatura verso il Creatore, senza, passare per mediazioni umane. 

Gesù è la fonte della verginità        

            Detto questo, importantissimo è fissare lo sguardo sulla Fonte della verginità che è Gesù Cristo. Gesù ha vissuto, sempre e pienamente, vergine. Però, essendo la sua natura umana unita alla Persona del Verbo, non è che Egli avesse (come Maria, come il Battista, come Giuseppe) il carisma della verginità, ma Lui (da sempre e per sempre) è la Fonte stessa della Verginità. Spiego meglio. La sua natura umana era totalmente orientata alla Persona Divina del Verbo che, a sua volta, era totalmente orientata alla Fonte originale (cioè al Padre) dalla quale è generato. Dunque, Cristo è la Sorgente del carisma della verginità riguardante, innanzitutto, la Vergine Maria, poi San Giuseppe, San Giovanni Battista, San Giovanni, San Paolo, le tante Sante vergini della prima comunità cristiana (come Agnese, Cecilia, Anastasia, Lucia) e così via. Insomma una Fonte di inesauribile fecondità, da cui è derivato (e continua a derivare) un fiume straordinario: i consacrati. A partire dall’anno 1000, la Chiesa latina ha reso obbligatorio ai sacerdoti (consacrati per eccellenza) di rimanere vergini attraverso il voto di castità. 

            Partendo dal mio libro La Verginità di Maria e la nostra verginità, vediamo come Gesù non solo sia la Fonte di miriadi di consacrati vergini che hanno irradiato e irradiano tuttora la vita della Chiesa; non solo abbia vissuto in pienezza la verginità, ma l’ha pure illustrata esplicitamente. Siamo nel Vangelo di Matteo ( cap. 19) Gesù, dopo aver spiegato il progetto di Dio Creatore (<< …da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi >>), disse: << chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio >>. Cosa ha voluto insegnare Gesù? Che gli sposi sono chiamati alla castità matrimoniale, cioè il loro rapporto deve essere vissuto nella fedeltà e nell’amore cristiano del dono di sé, ossia come riflesso dell’amore di Cristo per la Chiesa. Davanti ad un tale insegnamento, i discepoli si spaventarono, obiettandogli: << Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi >>. Allora Gesù rispose: << Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono altri che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli >>. Poi aggiunse: << Chi può capire, capisca >>, che significa: poiché per capire ci vuole la grazia dello Spirito Santo, allora nessuno può ancora capire.        
            Ebbene, Gesù parla di eunuchi, dividendoli in tre categorie. La prima comprende quelli che nascono già privi di organi di generazione o con imperfezioni fisiche tali da renderli impotenti. La seconda, quelli che, secondo l’uso orientale, erano resi eunuchi per poter affiancare regine o donne altolocate; la terza, quelli che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli, cioè si sono staccati dai loro affetti naturali, hanno rinunciato a formare una famiglia, vivono nel dono quotidiano della parola di Dio alla gente, vivono per fare la volontà di Dio. Chi è stato il primo a farsi eunuco per il Regno dei cieli? Cristo stesso! Tutto il senso e la portata della verginità vivono in Lui: sia nella totale dedizione alla volontà del Padre, sia nell’intrinseca fecondità che supera ogni misura e comprensione umana. Un esempio di quanto sia feconda la verginità vissuta ed elargita da Gesù, è il dono della paternità (o della maternità) spirituale dato a tutti coloro che rinunciano al matrimonio per dedicarsi completamente a Dio, rimanendo vergini. 

La verginità è un dono di Grazia

            Nel mio libro La Verginità di Maria e la nostra verginità scrivo:    
Quando Gesù pronuncia queste parole (cioè quando parla degli eunuchi), gli apostoli hanno davanti agli occhi Colui che, per primo, si è fatto eunuco per il Regno dei Cieli. E per quanto fossero di difficile comprensione, la sua personale testimonianza aiutava gli apostoli ad accogliere il mistero del celibato cristiano. La vita stessa di Cristo era, per loro, l’esegesi di quella frase. Leggendo questo testo del Vangelo, balza agli occhi il fatto che la verginità è un valore scelto personalmente, cioè non è imposto da circostanze esterne, è una libera elezione che, passando attraverso il martirio del cuore, coinvolge tutta la persona.         
            E’ una decisione esistenziale profondissima, alla cui origine c’è un dono speciale di Grazia. Perché alcuni si sono resi eunuchi per libera scelta? Non per timore di compromettersi nella grande avventura dell’amore umano, ma per il Regno dei Cieli, cioè per un amore più grande che è Cristo (quindi “gli eunuchi per il Regno di Dio” non rinunciano all’amore, ma amano Dio, amano Cristo sopra ogni cosa, senza mediazione umana) e per una famiglia più grande, cioè gli uomini, al cui servizio essi pongono la loro vita. Poi c’è un altro aspetto che va sottolineato nelle parole di Gesù “Chi vuol capire, capisca”: è il mistero soprannaturale di questa scelta. Com’è difficile per la mente umana capire cosa significa avere un carisma come questo!
            Credetemi, io che sono nel sacerdozio, vi garantisco che la maggioranza dei sacerdoti vive pienamente questo carisma. Non è vero quello che passa attraverso i mass media, perché – grazie a Dio! – non mancano certamente la chiamata di Cristo e il dono della Grazia dello Spirito Santo.  Quindi, la decisione di rinunciare ad una propria famiglia, ai propri affetti e averi per mettersi totalmente al servizio di Dio e del prossimo, alla mente umana è incomprensibile, anzi, per usare una parola paolina: è una follia. La verginità è un dono di Grazia. Solamente chi ha questo dono lo capisce. Perché, se Dio non concedesse ad alcuni di comprendere questo valore, essi non potrebbero sceglierlo e anche tutti gli altri che non sono chiamati su questa strada, solo nella luce soprannaturale (cioè nella fede) possono riconoscerne l’importanza.          
            Pertanto, cari ragazzi, teniamo a mente questi punti: a tutti viene chiesto il martirio del cuore anche a chi si sposa! A tutti viene chiesto di amare Dio e Cristo sopra ogni cosa e subordinare a questo amore soprannaturale anche gli affetti naturali (Gesù dice: << Chi ama il padre, la madre, la moglie, il marito, i figli, più di me, non è degno di me >>, perché ogni volta che ci affezioniamo ad una creatura più che al Creatore, cadiamo nell’idolatria). Per noi cristiani, amare Dio sopra ogni cosa, è quel martirio del cuore che dobbiamo affrontare, rinunciando a tanti idoli della carne. All’interno di questo martirio del cuore, alcuni sono chiamati e hanno il dono di capire e di scegliere un amore e un servizio ancora più grandi. 

            Noi sappiamo che San Paolo ebbe il dono della verginità. Nella Prima Lettera ai Corinti dice: << Vorrei che tutti fossero come me, ma ognuno ha il proprio dono da Dio: chi in un modo, chi in un altro >>. Poi dice: << Chi non è sposato, si preoccupa delle cose del Signore”. Infatti,  Chi ha una famiglia deve attendere ad essa come primo e più esigente dovere . E’ dunque necessario andarci molto piano, prima di pensare di abolire il celibato dei sacerdoti: sarebbe un vero e proprio impoverimento per la Chiesa!

La vita consacrata è una vita donata totalmente a Dio

            Con l’espressione “consacrazione” si intende un dono specifico della verginità. Consacrati sono tutti quelli che sono chiamati a fare della loro vita un dono totale e radicale a Dio, per potersi dedicare al Regno di Dio e al prossimo. Sono i sacerdoti e le suore. Consacrarsi a Dio è un carisma speciale che nasce dal Cuore di Cristo per diventare origine di Grazia nella storia della Chiesa. Gesù stesso l’ha vissuto e ne è la Fonte. E’ importantissimo, dunque, riscoprirlo, riviverlo, rafforzarlo, affinché porti molti frutti. Cari ragazzi, se qualcuno di voi sente questa chiamata speciale, allora faccia discernimento e poi risponda con generosità.
            Riguardo alla mia esperienza, io vi posso dire questo: se dovessi rinascere, sarei felice di ripercorrere tutta la strada che ho fatto Perché? Perché, al totale servizio di Dio, sento la mia vita pienamente realizzata; mi sento più padre rispetto a tanti altri padri, addirittura, mi sento madre! Quanti “figli della verginità” vedremo in Cielo! Non posso che ringraziare Dio!        
            E questo vale per tutti i sacerdoti, le suore, per tutti i consacrati insomma. Sapete che le monache e i monaci rinchiusi nei monasteri e considerati dal mondo addirittura inutili, salvano moltissime anime con le loro preghiere?

Anche gli sposi sono chiamati alla verginità

            Senza dubbio, la maggioranza delle persone sono chiamate al Sacramento del matrimonio. E’ una vocazione meravigliosa che voi, cari ragazzi, dovete assolutamente riscoprire. Ma attenzione. Sia pure in altro modo, il tema della verginità vale anche per coloro che si sposano. In che senso? Nel senso che gli sposi vivono il carisma della verginità, sperimentando la virtù della castità. Che cos’è la virtù della castità? In sostanza è il dominio di sé: una necessità fondamentale. Senza una tale virtù, si diventa schiavi della lussuria. Questo è spaventoso! La natura umana è stata ferita principalmente su due versanti: quello della violenza e quello della lussuria. Può essere aggiunta anche la cupidigia, ma, dalla Sacra Scrittura, appare chiaro che il peccato originale si esprime soprattutto nella violenza (infatti, appena dopo il peccato originale, Caino uccise Abele) e nei disordini sessuali.          
            Cari amici, la lussuria è la fonte di innumerevoli mali. Che cosa significa “lussuria”? Sesso selvaggio, cioè non sapere dominare i propri istinti sessuali. Si tratta di una cosa veramente molto grave! Se una persona non impara fin da giovane (o perlomeno da adulta) ad essere padrona di sé, allora diventa come un fuscello che il vento delle passioni porta da ogni parte. A dirlo sono perfino alcune religioni o filosofie non cristiane (come il buddhismo, lo stoicismo). Sappiate che la maggioranza dei matrimoni si sfascia proprio  a causa della lussuria perché porta infedeltà, adulteri, aggressività, violenze, omicidi  e questo purtroppo lo riscontriamo spesso nella cronaca quotidiana. Guai a noi! Essere schiavi della lussuria è come essere schiavi della droga, se non peggio! Queste sono dipendenze che rovinano. Voi pensate, tra l’altro, a quanti soldi spendono milioni di uomini per andare con le prostitute: magari questi soldi li sottraggono alle loro famiglie, a sé stessi! Senza poi contare il pericolo di contrarre malattie molto pericolose per sé e per gli altri.

I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza


            Ragazzi, questa è una vita orribile! Allora, vi prepongo questo impegno: iniziate fin dalla vostra giovane età a combattere spiritualmente per non cadere nella dipendenza del sesso, per aver rispetto della vostra persona e di quella degli altri. Mi raccomando, cercate di concepire il sesso come un dono di Dio. Anche il cammino che prepara al matrimonio deve essere vissuto secondo l’ordine di Dio.           
            A riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2350 dice:  
“I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza (la castità, infatti, è il dominio di sé). Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l’un l’altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell’amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità.          
            Ecco, questo è il cammino che viene proposto ai fidanzati dalla Parola di Dio e dalla Chiesa. Mentre agli sposi è proposto di conservarsi nella castità matrimoniale, che non significa non vivere la sessualità, ma vuol dire viverla in un contesto di amore, di dono di sé e nel rispetto della legge morale. A mio parere, sarebbe molto bello che gli sposi, insieme, offrissero il loro amore sponsale a Dio: un cuore solo nel Cuore di Gesù, cioè una consacrazione proprio della coppia, di quel patto di amore reciproco. Con l’aiuto della preghiera, questo renderebbe la famiglia un luogo di pace, di amore, di fecondità e di creatività, cioè di cooperazione con Dio Creatore nel chiamare degli esseri dal nulla alla vita. Per cui, anche per le coppie sposate c’è la proposta di vivere insieme la verginità del cuore, ossia vivere la vita matrimoniale come dono a Dio, come servizio a Dio, alla Chiesa e al prossimo.

So benissimo che sono argomenti controcorrente, però fatevi una domanda: c’è qualcuno di felice in questo porcile in cui il mondo è precipitato? Non mi sembra proprio, anzi! Cari ragazzi, tenetelo bene a mente: la felicità si trova quando si sperimenta l’amore vero che è sempre dono di sé.

( Padre Livio – Maria di Nazareth – Edizioni Sugarco)

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