"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2025 Pagina 334 di 363

PADRE LIVIO LIVE

CARI AMICI, STO PASSANDO GIORNI DI CONVALESCENZA ATTIVA, MA NON POSSO ANCORE PARLARE. LA CORDA VOCALE, CHE HA SOPPORTATO UNA OPERAZIONE IMPEGNATIVA, HA BISOGNO DI RIPRENDERE VIGORE PER POTER FARE BENE IL SUO COMPITO.

PER IL MOMENTO POTETE SEGUIRMI SUL BLOG IN ATTESA DI RICOMINCIARE LE TRASMISSIONI PRIMA DI FINE MESE.

Una preghiera Padre Livio

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DALLA CAPPELLA DI RADIO MARIA BUONA DOMENICA

Cari amici, come ogni Domenica ho celebrato la S. Messa per tutti i nostri ascoltatori e benefattori, per i vostri bisogni e le vostre intenzioni, per i malati e per tutti i nostri cari defunti i che sono ritornati alla casa del Padre.

Possa la Santa Vergine tenere sotto il suo Manto la grande famiglia di Radio Maria e preparare un posto per ognuno di noi nella gioia del Paradiso

False dottrine o innovazione

Il parroco apostata di Bissingen e il ritorno delle sempiterne eresie

Gesù era un brav’uomo, ma non il figlio di Dio”. L’apostasia razionalmente argomentata di un sacerdote in Baviera e la sua confutazione

Wolfgang Hariolf Spindler OP  08 feb 2025- IL FOGLIO

Lo scorso ottobre un parroco di Bissingen, in Baviera, ha fatto parlare di sé. Costui ha smesso di condividere l’insegnamento della Chiesa: non crede più che Gesù sia Figlio di Dio e vero Dio, né che la sua morte sia stata voluta da Dio per la salvezza degli uomini. Gesù, ha detto, è stato un brav’uomo, il cui messaggio ha ispirato altri a fare del bene e ha infuso umanità nella cultura occidentale. Ma “Figlio di Dio”? Il parroco continua a credere in Dio come creatore del mondo e potenza onnipresente, in un Dio “assoluto, infallibile e santo”. Ma se solo Dio è santo, si è chiesto, com’è possibile che ci siano anche santi, tra i quali persone “moralmente dubbie”? Ciò gli è sembrato tanto contraddittorio quanto la dottrina dell’Eucarestia. “Se Gesù – che si dice sia Dio – si rendesse davvero presente nel pane consacrato attraverso il ministero dei suoi sacerdoti, come la Chiesa insegna, allora Dio sarebbe consegnato alla manipolazione da parte degli uomini”. Di conseguenza, il parroco ha negato anche le benedizioni, le preghiere e le intercessioni. Dopo undici anni di servizio nella diocesi di Augsburg, Ivan Kuterovac ha abbandonato il ministero ed è uscito dalla Chiesa annunciando di voler svolgere d’ora in poi la professione di maestro di cerimonie laico.

Dobbiamo essere grati a quest’uomo, perché ha esposto le sue motivazioni con una chiarezza non comune in questi casi. Per una volta non si tratta del celibato, ma dei fondamenti della fede. Dobbiamo essergli grati, soprattutto, perché attraverso la sua pubblica abiura e le sue negazioni il dogma cristologico niceno splende in modo ancora più luminoso. Le eresie e le false dottrine in materia di fede hanno l’abitudine di presentarsi ogni volta come inaudite e innovative. Ma quando uno vi pone attenzione, infallibilmente si accorge di averle già lette o sentite da qualche altra parte.

L’onnipresente imitazione del “pensiero postmetafisico” à la Habermas, l’accusa secondo cui le verità di fede fondamentali sarebbero “storicamente condizionate” e altri luoghi comuni della critica rivolta alla Chiesa e alla sua tradizione nelle facoltà teologiche sarebbero solo motivo di reiterati sbadigli, se non fossero parte di un processo pluridecennale di demolizione. La richiesta rivolta a Roma e ai vescovi da parte di quei cattolici che, sulla scorta di san Paolo, ricordano che si deve proibire a determinate persone di “diffondere false dottrine” (1 Tim 1, 3), è caduta nel vuoto. Ci sono diocesi in cui le norme procedurali approvate dalla Conferenza episcopale tedesca nel 1981 per contestare chi lo faccia e revocare il ministero dell’insegnamento non sono mai entrate in vigore.

In realtà, è facile ricondurre quasi tutte le eresie moderne alle antiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di idee già confutate nella Sacra Scrittura o dai quattro primi concili ecumenici. L’idea ancora oggi diffusa che il pane e il vino nell’eucarestia siano da intendersi come meri simboli, ad esempio, si trova già contraddetta in Mc 14, 22-24 e Gv 6, 51-53. Chi voglia negare la trinità o il battesimo nel cristianesimo delle origini può andare a leggersi Mt 28, 18-20 per avere migliori lumi sulla questione. Fin dall’inizio e in continue occasioni la Chiesa ha difeso il depositum fidei in modo sostanziale, ma senza ridurlo a una sostanza. Il grande esegeta Erik Peterson ha definito il dogma, con riferimento a Gv 6, 22-59, quale reale prosecuzione e sviluppo del vangelo di Cristo e del logos. La cifra di ogni dogma è che esso non è qualcosa di deducibile da un ragionamento puramente terreno.

La fede, come Dio stesso, è un mistero, un segreto impenetrabile. 

Come possiamo continuamente constatare, ci sono uomini che credono e altri che, nonostante la loro onestà intellettuale e la loro buona volontà, non riescono a credere. La triste circostanza che proprio un prete (e per di più uno proveniente dalla Croazia, dove il cattolicesimo almeno un tempo si assimilava con il latte materno) abbia rinnegato la fede prova il fatto che la fede è essenzialmente un dono. E a volte i doni vengono maltrattati, nascosti, svenduti, o perduti. Tragico paradosso: il centurione che ha riconosciuto che “costui veramente era Figlio di Dio” (Mc 15, 39) lì sotto la croce è diventato cristiano, mentre il prete è tornato pagano.

Comune alle eresie è anche il voler sempre apparire plausibili. Nel quarto secolo fu Ario, originario della Libia, a sostenere opinioni dottrinali facili da accettare intorno a Gesù Cristo. Come al giorno d’oggi fanno anche schiere di professori di teologia e di predicatori quando riducono Gesù al suo insegnamento morale e alla sua opera terrena, al suo amore per il prossimo e alla sua solidarietà coi peccatori, i poveri, le prostitute e gli stranieri, Ario affermava che Gesù era solo un uomo storico, una creatura di Dio e, al più, Dio solo in senso metaforico. 

Tuttavia, ciò che appare immediatamente chiaro e semplice da capire non deve anche per forza essere vero. La pretesa del Cristo di essere la via, la verità e la vita, l’unico mediatore (Gv 14, 6) capace di esaudire le preghiere e le intercessioni (Gv 14, 14) e l’unico ad avere il potere di perdonare i peccati (Mc 2, 5-10) è difficilmente conciliabile con queste rappresentazioni riduttive. E’ possibile sostenere che Gesù sia stato un megalomane, oppure solo un uomo straordinario; ma non lo si può fare nella Chiesa, all’interno della comunità dei credenti. Chi si ostini a farlo, “sia anatema”, che vuol dire “sia escluso”: la Chiesa deve potersi difendere da coloro che non condividono le sue fondamentali convinzioni. 

Questo è ciò che il Concilio di Nicea ha fatto quando ha condannato l’arianesimo. Ai perduranti effetti di questo concilio va ascritto che persino il prete apostata di Bissingen, per esprimere la sua incredulità, ha dovuto usare le formule nicene, anche solo per negarle. Purtroppo, questo concilio fece a meno di far seguire all’enunciazione del dogma cristologico chiarimenti più precisi intorno al concetto di “omousia”, ovvero la consustanzialità tra il Figlio e il Padre. Sedici secoli più tardi, neanche il Concilio Vaticano II offrì indicazioni per una interpretazione autentica delle sue dottrine. Così, a entrambi i concili sono seguite discussioni, diatribe e divisioni. Nella dottrina della Chiesa, il progresso non consiste nel buttar via tradizioni ritenute antiquate, bensì nell’affinarle continuamente e nell’applicarle ai nuovi problemi. I dogmi non sono mai superati: al più può diventarlo la loro incompiuta articolazione. Actus autem credentis non terminatur ad enuntiabilia, sed ad rem – l’atto del credere non si limita a ciò che è esprimibile, ma ha per oggetto la cosa stessa, dice Tommaso d’Aquino (Summa Theologica II-II 1, 2 ad 2).

Il non essere plausibile o conseguente è, del resto, la classica critica dei razionalisti, alla quale in ultimo ha fatto ricorso anche l’ex parroco di Bissingen. Come se la santità di Dio fosse la stessa dei santi! Questi solo da quello vengono santificati. Non è la loro intercessione in sé a dare la salvezza, la quale promana da Dio solo. Per quanto siano “compagni della nostra umanità”, rispetto a noi persone comuni i santi sono “più perfettamente uniformati all’immagine di Cristo” (Lumen Gentium, par. 50). Se qualcosa, nel loro cammino terreno, è stato “moralmente dubbio”, ciò è stato a motivo del peccato.

 Neanche la dottrina dell’eucaristia è “inconseguente”, semmai lo sono i suoi critici. L’ex parroco di Bissingen, come a mia stima il 90 per cento dei laici e dei consacrati oggi, la confonde con la dottrina luterana secondo cui Gesù sarebbe realmente presente solo “nel” pane consacrato. In realtà, questa presenza reale avviene nella forma più plausibile che si può pensare: così come ha fatto quando sapeva che uno dei suoi commensali lo avrebbe tradito (Mc 14 ,18), nell’offerta eucaristica Gesù si consegna alle mani – cioè proprio alla “manipolazione” – da parte di un sacerdote peccatore eppure al tempo stesso agente come persona di Cristo, e questo in conseguenza della originaria decisione del Signore di fondare la sua Chiesa su di una roccia vacillante (Mt 16, 18). 

Chesterton ha consigliato di esaminare un ago di pino. Esso deve il suo nome al fatto che sembra appuntito come un ago. Tuttavia, se lo si osserva più da vicino, rivela di non esserlo affatto. Dovunque nel mondo si incontrano cose sconosciute, di cui è difficile prendere le misure. Il razionalista non è in grado di comprendere l’anomalia, dal momento che pensa in termini di regolarità matematiche, naturali e sociali. Come ha detto ancora Chesterton, il cristiano sa che un uomo ha due mani, ma contesterebbe la deduzione che allora ha anche due cuori. I nuovi ariani si rivelano essere una riedizione degli antichi. La fede cristiana, invece, coglie nel segno proprio quando erra da un punto di vista puramente logico, ma è in accordo con una ragione che conosce i propri limiti.

Wolfgang Hariolf Spindler OP
Il testo, tradotto da Giuseppe Perconte Licatese, è apparso sulla rivista tedesca Tagespos

La fine della guerra del Maidan ucraino

di Stefano Caprio – Asia News – 9 Febbraio 2025

A prescindere dai suoi leader e dalle sue espressioni politiche e culturali, l’Ucraina va ricostruita non solo nelle città e nelle case, come immagina il Grande Immobiliarista salito al trono dell’impero americano. Va ricostruita come un valico di confine tra il risentimento e la speranza, tra la Russia e tutto il resto del mondo

Si avvicina la fine degli scontri bellici tra la Russia e l’Ucraina, almeno come tregua necessaria per estenuazione da una parte e, dall’altra, tra gli annunci surreali del vecchio neo-presidente americano Donald Trump, che sogna da una parte la Gaza Beach palestinese, dall’altra l’isola del tesoro delle terre rare ucraine. Siamo ormai vicini al terzo anniversario dell’invasione russa, che secondo Putin sarebbe dovuta arrivare fino a Kiev se non ci fossero state le promesse ingannevoli dei leader europei, che promettevano la resa ucraina se i russi avessero avuto un po’ di pazienza. E siamo nel mese cruciale della fine dell’inverno, mai così caldo nelle terre del settentrione, al punto che quasi si può fare il bagno nell’Artico per la gioia dei russi, che vedono sciogliersi le barriere glaciali al dominio del mondo.

Siamo nel mese “caldo” delle rivolte ucraine, il “mese del Maidan” che ricorda le vicende del 2014, quando tra il 22 dicembre e il 22 febbraio lo Spetsnaz Berkut, la squadra di eredità sovietica dei servizi ucraini ancora guidata dai russi, si mise a sparare sistematicamente sui dimostranti della piazza centrale di Kiev, superando le cento vittime, un evento che in Ucraina si ricorda ogni anno come il vero inizio della guerra russa. Non si cancella la memoria di quanti passarono l’inverno non solo nel Maidan di Kiev, la “libera piazza” secondo il significato originario del termine, ma anche in quelle di tutte le città dell’Ucraina. Si raccolgono le storie, le fotografie e i commentari di quel mese del Memoriz, per non perdere lo spirito di quei giorni di fronte alle tragedie che ne seguirono negli anni fino ad oggi.

È passato del tempo, la guerra si è trasformata da ibrida a incandescente, e quindi stanziale e di trincea, ma gli scopi del Cremlino sono rimasti sempre gli stessi: inghiottire nuovamente la “Piccola Russia” ucraina, la “pancia agricola” delle terre feconde che ingrassano la Grande Russia, che ora fanno gola anche all’America per i minerali preziosi che custodiscono. L’Euro-Maidan del 2014, del resto, richiama a sua volta il Maidan del 2004, la “rivoluzione arancione” che ebbe luogo tra novembre e gennaio in tutte le piazze ucraine, nel primo scontro tra il candidato del Cremlino, Viktor Janukovič, e l’ex-primo ministro filo-occidentale Viktor Jušenko. Al ballottaggio, il “Partito delle regioni” del Donetsk, sotto la regia del Cremlino, “corresse” circa 750mila voti a favore di Janukovič, suscitando le proteste di massa nel Maidan Nezaležnosti, la “piazza dell’Indipendenza” di Kiev, con manifestazioni che durarono diverse settimane.

La “rivoluzione” ebbe inizio il 21 novembre 2004, quando fu annunciata la vittoria di Janukovič con il 3% dei voti in più dell’avversario. Si contrapposero allora le regioni occidentali e centrali, compresa la capitale Kiev, a sostegno di Jušenko, mentre il “vassallo del Cremlino” era appoggiato da quelle orientali e meridionali, oggi “annesse” dalla guerra di Putin. Molti politici europei cercarono di proporsi come mediatori, a partire dal presidente polacco Aleksandr Kwasniewski, il segretario della Nato e commissario europeo Xavier Solana, il presidente lituano Valdas Adamkus e l’ex-presidente della Polonia Lech Walesa. Il 3 dicembre 2004 la Corte suprema dell’Ucraina riconobbe l’invalidità delle elezioni, per interferenze negli organi d’informazione e violazione di molte altre regole, e le elezioni vennero ripetute il 26 dicembre, quando Jušenko vinse con uno scarto del 7,8%.

Sulla piazza del Maidan in quei giorni si radunarono per circa due mesi le masse di mezzo milione di persone, piantando le tende sotto la neve come successe dieci anni dopo, ancora contro Janukovič, poi diventato premier dopo l’avvelenamento di Jušenko, e che aveva rifiutato gli accordi con l’Unione Europea. Sono passati più di vent’anni, e quello che si poteva fare allora per fermare la deriva bellica non è stato né sufficiente né compreso, trascinando l’Europa e il mondo intero in una ridefinizione degli equilibri politici, economici, culturali e religiosi. Sul Maidan era in gioco molto di più dell’indipendenza dell’Ucraina, e le tragedie degli ultimi tre anni lo hanno reso evidente a tutti.
Nel 2004 si riuscì a evitare gli scontri aperti e le vittime, che invece si verificarono nel 2014, per diventare tragedie di massa nel 2022. Il Cremlino non dimenticò allora le pretese dei manifestanti, e nel 2014 non si fece remore a ordinare di sparare direttamente alla gente sotto l’occhio delle telecamere nella piazza di una delle capitali centrali dell’Europa, in diretta televisiva, superando perfino le titubanze dello stesso Janukovič, che cercava di evitare lo scontro diretto. Ora il presidente deposto trascorre la pensione in una villa della periferia di Mosca, accanto al collega di sventure Bashar Assad, anch’egli costretto a fuggire dalla Siria. Il figlio più giovane di Janukovič, Viktor Viktorovič, morì annegato nel lago Bajkal in Siberia nel 2015 in circostanze misteriose, come diverse altre persone legate al presidente deposto, mentre l’altro figlio Aleksandr oggi guadagna miliardi smerciando il carbone delle miniere del Donbass, la regione russificata di cui il padre fu governatore, agli albori della sua carriera politica.

La riconquista dell’Ucraina è stato uno degli scopi della politica di Vladimir Putin fin dagli inizi della sua presidenza, un quarto di secolo fa, mentre si occupava di spegnere i fuochi della guerra civile in Cecenia e metteva ordine nel Caucaso, la prima regione di cui si dovette occupare e che manifestava l’instabilità scaturita dalla fine dell’Unione Sovietica. Quello che servivano erano i soldi, accumulati grazie agli affari del petrolio con l’Occidente, che hanno permesso l’inizio dei conflitti grazie alle riserve accumulate nei primi anni Duemila, che ora si stanno esaurendo giusto in tempo per dividersi il territorio con il nuovo presidente americano, “uomo pratico” gradito al Cremlino. L’inviato speciale di Trump per la crisi ucraina, Keith Kellog, ha cominciato a dire che una volta cessate le operazioni belliche, Volodymyr Zelenskyj dovrebbe convocare elezioni presidenziali e parlamentari, e si torna quindi indietro al 2004, con il gioco delle parti gradito a Mosca, in tempi in cui le ingerenze e le manipolazioni sono ancora più facili e sistematiche, grazie alle nuove tecnologie.

Dopo il primo Maidan del 2004, i russi riuscirono in vario modo ad “acquistarsi” il governo e il presidente, lo speaker e il vice-speaker della Verkhovnaja Rada e la maggioranza parlamentare, fino a far nominare una direzione dell’esercito ucraino totalmente sotto il controllo di Mosca; eppure l’Ucraina si è poi scrollata di dosso la catena del padrone. Non si può comunque dimenticare quanto siano strettamente legati i due popoli, in realtà i due volti dello stesso popolo erede dell’antica Rus’, come ripetono i russi, tralasciando il fatto che la parte ucraina è sempre stata rivolta ad Occidente, nonostante tutti i tentativi di farla rimanere legata all’Oriente eurasiatico. Dal Cremlino si ripetono ossessivamente le accuse di “invasione occidentale”, dando la colpa agli americani e agli europei, agli inglesi e alla Nato, quando il conflitto è insito nell’anima stessa della Russia, della sua storia e della sua cultura,  e anche della sua religione che non può in nessun modo estraniarsi dal mondo cristiano e occidentale, per quanto cerchi di riformularsi nella Ortodossia militante ed esclusiva, in opposizione anche alle altre Chiese ortodosse a partire dal patriarcato di Costantinopoli, che anche in questi giorni ha ribadito la “irreversibilità dell’autocefalia ucraina”, proclamata a gennaio del 2019.

I russi non sanno più con chi prendersela, mancano solo i marziani e i rettiliani, che entreranno presto negli orizzonti geopolitici, vista l’intenzione di Trump e del suo sponsor Elon Musk di colonizzare anche Marte. E chissà che un giorno anche quello non venga proclamato parte del “mondo russo”, non fosse altro che per il suo titolo bellico. Il vero avversario rimane sempre il popolo ucraino, che dimostra la possibilità di vivere l’eredità dell’antica Kiev senza pretese imperiali, ma come parte dell’Europa dei popoli e delle culture diverse, dei cristiani greci, latini, sassoni e slavi come si è formata nei secoli. La propaganda putiniana non riesce a superare due espressioni assolutamente tabù, quella della “guerra”, sostituita dalla “operazione speciale” e quella della stessa Ucraina, il titolo di “confine” che non si vuole riconoscere, usando gli epiteti degli “ucronazisti” o la definizione dei malorossy, i “piccoli russi”, per non ammettere che esista un popolo uguale e contrario a sé stessi.

Il popolo ucraino, stremato e disorientato, erede a sua volta delle mille contraddizioni delle pretese sovietiche di grandezza e isolamento dal mondo, è oggi il vero portatore di una nuova speranza per il futuro dell’Europa, dell’Occidente, della pace universale. A prescindere dai suoi leader e dalle sue espressioni politiche e culturali, oggi molto condizionate dal conflitto con i russi, l’Ucraina va ricostruita non solo nelle città e nelle case, come immagina il Grande Immobiliarista salito al trono dell’impero americano, che vede solo i villaggi turistici e i complessi residenziali come speranza per il futuro. Va ricostruita un’Ucraina interiore dell’anima di ciascuno, un valico di confine tra il risentimento e la speranza, tra la Russia e tutto il resto del mondo, perché non si può costruire un mondo che escluda i popoli e i milioni di persone che li compongono, qualunque siano le loro colpe e le loro pretese, le storie e le tragedie. L’Ucraina è la profezia di un mondo senza confini.

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 241 – SENSO E PORTATA SALVIFICA DELLA RESURREZIONE

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BUONA DOMENICA

DOMENICA QUINTA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

BENEDETTO XVI – ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 10 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle!

Nella liturgia odierna, il Vangelo secondo Luca presenta il racconto della chiamata dei primi discepoli, con una versione originale rispetto agli altri due Sinottici, Matteo e Marco (cfr Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; ). La chiamata, infatti, è preceduta dall’insegnamento di Gesù alla folla e da una pesca miracolosa, compiuta per volontà del Signore (Lc 5,1-6). Mentre infatti la folla si accalca sulla riva del lago di Gennèsaret per ascoltare Gesù, Egli vede Simone sfiduciato per non aver pescato nulla tutta la notte. Dapprima gli chiede di poter salire sulla sua barca per predicare alla gente stando a poca distanza dalla riva; poi, finita la predicazione, gli comanda di uscire al largo con i suoi compagni e di gettare le reti (cfr v. 5). Simone obbedisce, ed essi pescano una quantità incredibile di pesci. In questo modo, l’evangelista fa vedere come i primi discepoli seguirono Gesù fidandosi di Lui, fondandosi sulla sua Parola, accompagnata anche da segni prodigiosi. Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo «Maestro» (v. 5), mentre dopo lo chiama «Signore» (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: «Sulla tua parola getterò le reti» (v. 5).

L’immagine della pesca rimanda alla missione della Chiesa. Commenta al riguardo sant’Agostino: «Due volte i discepoli si misero a pescare dietro comando del Signore: una volta prima della passione e un’altra dopo la risurrezione. Nelle due pesche è raffigurata l’intera Chiesa: la Chiesa come è adesso e come sarà dopo la risurrezione dei morti. Adesso accoglie una moltitudine impossibile a enumerarsi, comprendente i buoni e i cattivi; dopo la risurrezione comprenderà solo i buoni» (Discorso 248,1). L’esperienza di Pietro, certamente singolare, è anche rappresentativa della chiamata di ogni apostolo del Vangelo, che non deve mai scoraggiarsi nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini, fino ai confini del mondo. Tuttavia, il testo odierno fa riflettere sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Essa è opera di Dio. L’uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova.

Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Confidiamo anche nell’intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli. Alla chiamata del Signore, Ella, ben consapevole della sua piccolezza, rispose con totale affidamento: «Eccomi». Col suo materno aiuto, rinnoviamo la nostra disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore.


Vangelo

Lasciarono tutto e lo seguirono.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Parola del Signore

LA PRIMA NEVICATA DELL’ANNO

DALLA SEDE DI RADIO MARIA UN FINE SETTIMANA IN BIANCO

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

L’incarnazione del Verbo è un evento unico che è avvenuto solo sul nostro pianeta.

Buongiorno Padre Livio

Scrivo questa lettera perché vorrei rispondere a Lucio riguardo ai suoi dubbi su quello che ha letto di Maria Valtorta. Leggo spesso l’Evangelo di questa mistica, un’opera straordinaria che mi ha folgorato sin dall’inizio. Relativamente allo scritto evidenziato da Lucio devo dire che su di me ha avuto l’effetto contrario, e spiego perché.

Leggendo il testo si capisce che la Terra è l’unico pianeta ad aver avuto bisogno di redenzione, unico tra milioni di Mondi e gli altri Mondi hanno giubilato nel vedere così tanta misericordia e hanno innalzato lodi a Dio. Se tutti gli altri pianeti hanno potuto vedere la misericordia di Dio ma noi non possiamo vedere il giubilo di questi Mondi significa solo una cosa: loro sono in grazia di Dio simile a quando Dio li ha creati.

La Terra quindi, si legge, è il più corrotto tra i milioni di Pianeti creati da Dio, la pecora nera, e noi siamo così tanto presuntuosi così tanto pieni di superbia ma non siamo che un punto nell’universo, eppure Dio ha avuto misericordia di noi, si è fatto carne, ha sopportato con amore infinito tutti i soprusi inflitti dagli uomini fino alla morte di Croce che da strumento di morte si è trasformato in simbolo d’amore immenso.

E’ una consolazione sapere che ci sono milioni di altri Pianeti che non si sono corrotti come il nostro. E’ un’afflizione sapere che nonostante Dio sia morto per noi siamo talmente tanto presuntuosi da non accoglierne la Grazia.

Ave Maria

Lorenzo


Caro Lorenzo,

Quella di Maria Valtorta è una rivelazione privata che non ci obbliga a credere. In ogni caso invece la Divina Rivelazione, mettendo al centro della fede l’Incarnazione del Verbo, ci obbliga credere che solo la natura umana ha avuto il previlegio di essere assunta dalla natura divina nel grembo di una Donna per opera dello Spirito Santo.

Questo evento è unico, cioè non si è verificato in altre situazioni, e manifesta in ogni caso la centralità della terra nel piano mirabile di Dio creatore.

Ave Maria

Padre Livio

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🔴LIVE🔴La scienza e la tecnica non salvano il mondo – Editoriale di Padre Livio

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