Anno: 2025 Pagina 333 di 363

“Maria è nostra madre e contrasta i piani dell’Anticristo e dei suoi seguaci“
Caro Padre Livio le scrivo un pensiero spirituale sulle apparizioni Mariane che, indipendentemente dai luoghi e dai posti, sembrano tutte legate tra di loro, come se guidassero e seguissero il corso del tempo.
Tutte le apparizioni sono state oggetto di innumerevoli studi e approfondimenti e sempre attraverso l’autorità della Chiesa, che confermano l’autenticità e attestano la presenza della Madre di Dio, che di certo appare nei posti e nei luoghi più impensabili.
Medjugorje, nonostante l’approvazione della Chiesa, continua ad essere oggetto di studi, non per chi è attento come lei caro Padre che conosce bene Medjugorje e gli eventi che si susseguono. Medjugorje è la voce di Cristo che parla e che attraverso Maria nei messaggi parla ai veggenti.
La Madre di Cristo ama i suoi figlioli, ama il popolo di Dio nostro Padre. Maria non ha mai interrotto quel legame iniziato con l’apostolo Giovanni divenendo cosi la Madre dell’intera umanità, una promessa fatta sotto la Croce e pagata con il sangue di Cristo per la nostra salvezza.
La Madonna è apparsa a Medjugorje con il titolo regale di Regina della Pace, ma Lei è anche Madre della Chiesa, del Rosario, della Grazia, Regina dei Martiri, degli Angeli, degli Apostoli. Maria è la stessa Madre di sempre, la Madre di Gesù di Nazaret, Madre di tutti i tempi. Lei e sempre con noi, Medjugorje è solo la conferma di quel si a Cristo. I messaggi di Fatima sono legati a Medjugorje perché proprio da Fatima come aveva intuito il Vicario di Cristo e come anche lei caro Padre ci ricorda sempre, proprio da Fatima, Satana mai come prima e ancora più determinato, attraverso il suo piano distruttivo, attraverso il suo esercito del male, attraverso il modernismo, vuole eliminare Dio Creatore dell’universo e sommo bene, vuole la perdizione delle anime, l’autodistruzione del pianeta, vuole scatenare guerre e odio fratricida, distruzione e supremazia dell’uomo verso i suoi simili.
È una grazia avere ancora con noi la Madre di Cristo che insieme a suo Figlio Gesù da Medjugorje, attraverso i veggenti e i messaggi ancora ci parla. Lei è nostra Madre, “da Cristo a Medjugorje” contrasta i piani dell’anticristo e dei suoi seguaci.
Maria la Madre di Gesù, Regina della Pace con la sua presenza in tutto questo tempo, in tutto il mondo, con la sua misericordia di Madre, ancora con noi, una grande grazia in attesa dei segreti.
Lei ha bisogno di noi, delle nostre preghiere e ci invita a guardare suo Figlio per diventare apostoli ed esercito di pace, esercito di bene, noi figli di Dio, per l’amore e la conversione dei cuori, per il Suo cuore immacolato, per la salvezza delle anime e per la pace nel mondo. Noi con la nostra Mamma, il Rosario, il Crocifisso e la Parola di Dio.
Caro Padre Livio auguri per la sua bella voce, vedrà che le nostre preghiere l’aiuteranno a guarire presto è grazie per la fede che Lei riesce a trasmettere a tutti gli ascoltatori che la seguono.
“Che Dio la Benedica sempre.”
Carmine
Cara Carmine,
la tua lettera mi ha molto edificato e mi ha insegnato molto di più di tanti libri e dotti discorsi, dopo i quali non sai più chi è la Madonna.
Grazie per le tue parole, il tuo incoraggiamento e le tue preghiere che, sono certo, mi permetteranno di riavere una voce pronta alla battaglia.
Ave Maria
Padre Livio


POESIA DEDICATA A BERNADETTE
Te beata, piccola bimba,
che hai potuto contemplare
la luce sfolgorante
dell’eterna giovinezza
dell’Ancella del Signore!
Il suo sorriso d’amore
ti ha rapito gli occhi
e riscaldato il cuore.
Ma ancora più beata
per il tuo “sì” ardente
che la Madre di Dio
ha deposto sull’altare
della gloria celeste.
La tua testimonianza,
limpida e schietta,
è un raggio di luce chiara
che illumina i sentieri
di questo mondo smarrito.
Sul tuo volto sereno
di fanciulla innocente
è brillato il sorriso
di Colei che il nostro cuore
mai si sazia di cercare.
Tu, martire crocifissa,
sei la forza dei malati.
In te contemplano la redenzione
che zampilla dal dolore.
Col tuo volto sorridente
di eterna giovinetta
aiuta i nostri giovani
a guardare alla vita
con gli occhi della speranza.
A questo mondo contaminato
dal fango del peccato
ottieni, fanciulla innocente,
la grazia della purezza.
(Padre Livio)
80° anniversario
La Nuova Bussola – 10 Febbraio 2025 – Guido Villa
Il 7 febbraio 1945, dodici francescani del convento di Široki Brijeg furono trucidati dai partigiani titini. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella sola Provincia dell’Erzegovina, si contavano 66 francescani uccisi. Eliminandoli, i comunisti volevano anche distruggere cultura del popolo, plasmata proprio a Široki Brijeg.
Široki Brijeg, Mostar-Čekrk, Mostarski Gradac, Ljubuški, Zagvozd, Kočerin, Izbično, Čitluk, Čapljina, Macelj. Queste sono solo alcune delle stazioni della dolorosissima Via Crucis percorsa dai francescani della Provincia dell’Erzegovina esattamente ottant’anni fa, a partire dal febbraio 1945.
Dodici frati del convento francescano di Široki Brijeg furono trucidati da soldati appartenenti alla famigerata Undicesima brigata dalmata dell’esercito titino il 7 febbraio 1945; il giorno dopo furono catturati altri nove frati, che insieme a un centinaio di civili si erano rifugiati presso la centrale idroelettrica francescana sul fiume Lištica, situata non lontano dal convento. A questi frati non toccò una sorte migliore dei loro confratelli: furono trasferiti in direzione Dalmazia e trucidati in località sconosciute.
Già la notte tra il 6 e il 7 febbraio, a Mostarski Gradac, erano stati giustiziati senza alcun apparente motivo altri cinque frati, professori e studenti del seminario francescano che si erano rifugiati in quella parrocchia montana per proseguire in qualche modo le lezioni di teologia lontano dai bombardamenti e dalle battaglie che si svolgevano in pianura.
Una settimana dopo, il 14 febbraio 1945, fu la volta di altri sette frati – tra cui il provinciale fra Leo Petrović – che si trovavano nel convento di Mostar. Una volta conquistata questa cittadina, i partigiani li prelevarono dal convento, li incatenarono e li portarono in località Čekrk, dove li uccisero dopo averli spogliati del loro abito francescano, gettando poi i loro corpi senza vita nella Narenta (Neretva, in croato).
Negli stessi giorni avvenivano altri eccidi di frati a Ljubuški, Izbično, Čitluk, Čapljina, Zagvozd e Vrgorac, a maggio furono uccisi due frati nella casa parrocchiale di Kočerin, mentre altri tre persero la vita nella lontana Macelj, non lontano da Slovenia e Austria, di ritorno da Bleiburg lungo la cosiddetta Via Crucis del popolo croato. Alla fine della guerra i frati della Provincia francescana piansero 66 confratelli uccisi.
La Via Crucis continuò per i frati rimasti. Nel dopoguerra il regime comunista organizzò processi-farsa e, nella totale assenza di serie prove di colpevolezza, 91 frati furono condannati a pene detentive, spesso ai lavori forzati, per un totale di 348 anni, dei quali ne vennero scontati 225. Negli anni Cinquanta, la Casa di correzione penale di Zenica fu a un certo punto la più grande comunità francescana dell’Erzegovina, poiché vi erano detenuti contemporaneamente una trentina di frati. Una vera e propria persecuzione collettiva.
Tali fatti non avvennero solamente in Erzegovina o nei confronti dei francescani, ma ovunque nella Jugoslavia comunista, soprattutto tra il 1945 e il 1955. Secondo i dati di don Anto Baković alla fine si contarono 663 vittime: quattro vescovi, 523 sacerdoti (di cui 17 morti di tifo per le conseguenze della prigionia), 50 seminaristi maggiori, 38 seminaristi minori, 17 laici, 31 suore.
Il piano di eliminare la Chiesa cattolica dalla Jugoslavia titina perseguitando i pastori fu particolarmente virulento in Erzegovina, terra natale del Poglavnik (Duce) Ante Pavelić e di tre ministri del governo dello Stato Indipendente di Croazia; una regione, quindi, che i comunisti consideravano il nucleo originario del “nazionalismo” e “sciovinismo” croato che avrebbe dato origine al movimento ustascia, e dei quali i francescani furono considerati i principali responsabili, poiché essi in tale regione detenevano l’egemonia religiosa e culturale.
Al di là dei vaneggiamenti tipici dell’ideologia comunista, in realtà attaccando i francescani si voleva condannare e spezzare il cattolicesimo in sé, poiché i francescani erano fedelissimi alla fede cattolica e alla Santa Sede, e rappresentavano un ostacolo alla creazione di una chiesa “nazionale” staccata da Roma e prona agli interessi del regime. Per sradicare la fede, l’identità e la cultura cattolica dalla popolazione dell’Erzegovina fu necessario colpire a morte proprio i produttori di tale cultura, i francescani, e la stessa cultura cattolica che ruotava attorno a essi, il centro di influenza della quale era Široki Brijeg, il suo convento e il suo ginnasio francescano.
Affinché nel territorio dell’Erzegovina avessero successo altri pretendenti, era necessario provocare la rottura dello status quo e l’eliminazione, anche fisica, dei rivali. I risultati furono disastrosi: i comunisti, infatti, pur avendo preso possesso delle strutture del ginnasio, non furono in grado di ricostruirlo e riportarlo all’antico splendore culturale.
I partigiani titini volevano uccidere il popolo nell’anima, farlo arretrare culturalmente e renderlo così ricettivo dei loro vuoti slogan. E, per fare questo, oltre a uccidere i frati, attuarono un vero e proprio culturicidio. A Široki Brijeg i partigiani distrussero tutto ciò che trovarono, non solo nel convento e nella chiesa – che per qualche tempo trasformarono in una stalla per cavalli – bensì fecero lo stesso anche nel ginnasio, dove distrussero l’intera biblioteca, i laboratori, il ricchissimo museo.
Fondato nel 1889 e diventato scuola di diritto pubblico nel 1918, immediatamente prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale il ginnasio francescano aveva circa 400 alunni, dei quali ben due terzi erano figli di contadini, alunni esterni che non si preparavano alla vita sacerdotale e religiosa. L’idea dei francescani era di istruire, oltre ai propri alunni, anche i figli dei contadini, toglierli dall’ignoranza e renderli produttori essi stessi di cultura, cittadini consapevoli nella società in cui vivevano, elevarli socialmente così che non fossero più le vittime del prepotente di turno.
Il corpo docente del ginnasio, rappresentato per intero da francescani, era di un livello culturale elevatissimo: ben 15 tra i professori avevano conseguito il dottorato di ricerca nella loro materia. A parte qualche rarissima eccezione, al di là dell’amore per la loro patria croata, i francescani erano tutt’altro che inclini all’ideologia ustascia, anzi, essendosi formati quasi tutti all’estero, prediligevano forme di governo democratiche tipiche dei Paesi occidentali.
Come scrive fra Andrija Nikić in Na stopama pobijenih, bollettino della Postulatura per la beatificazione dei Servi di Dio fra Leo Petrović e 65 compagni, le autorità comuniste chiusero e proibirono la riapertura di tutte le istituzioni scolastiche dell’Ordine francescano: il ginnasio a Široki Brijeg, il noviziato di Humac e il Seminario francescano di Mostar. Il regime occupava tutti o la maggior parte dei conventi francescani in Erzegovina, numerosi appartamenti e case parrocchiali, ostacolando anche semplici lavori edili alle strutture francescane sopravvissute e bisognose di rifacimenti. Il regime aveva predisposto anche un decreto per l’abolizione della Provincia francescana dell’Erzegovina; e ai francescani fu ordinato di abbandonare completamente il convento centrale di Mostar. La Provincia sopravvisse solo perché il provinciale fra Mile Leko un giorno si recò a Belgrado da Tito, con lo stesso spirito – come disse il frate al dittatore – con cui al tempo dell’occupazione turca i frati andavano direttamente dal sultano per risolvere le questioni più scottanti. Alla fine, Tito cedette, e la Provincia fu salva.
Il sangue dei martiri francescani fu seme di nuove vocazioni, pur in un ambiente che era rimasto assai ostile alla fede cattolica e all’Ordine serafico. Nel 1971 la Provincia ebbe ben 25 nuovi novizi, e un totale di 271 membri. E soprattutto, 36 anni dopo, nel 1981, un tempo in cui la maggior parte degli assassini e dei persecutori dei francescani degli anni bellici era ancora viva, dalla terra di Erzegovina, intrisa del sangue di tanti martiri francescani, in una parrocchia francescana “tra i monti”, sorse quell’“Aurora di pace” che, secondo i piani di Dio, deve portare guarigione, conversione e salvezza al mondo intero.
È infatti un principio spirituale fondamentale della fede cattolica che la Croce è sempre anticipatrice di grazie, e che non c’è grazia che non sia preparata dalla Croce. Un oceano di grazia come quello che da quasi 44 anni si irradia da Medjugorje ha avuto come preludio proprio l’offerta della pesantissima Croce della persecuzione sofferta dai francescani e dalla popolazione dell’Erzegovina dal 1945 in poi.
Focus junior
Wikipedia
Nel 2004 il Parlamento italiano ha istituito per il 10 febbraio il Giorno del ricordo, un momento di riflessione per commemorare le migliaia di italiani morte in quella che la storia chiama “le foibe”. Vediamo di cosa si tratta.
CHE COSA SONO LE FOIBE?
Si chiamano foibe le cavità naturali, profonde anche centinaia di metri, che esistono nella regione del Carso, a cavallo tra il Friuli-Venezia Giulia e le odierne Slovenia e Croazia. Lì, a partire dal crollo del regime fascista nel 1943, furono compiuti massacri contro la popolazione italiana a opera dei partigiani (sostenitori) comunisti iugoslavi del maresciallo Tito, il rivoluzionario filo sovietico (ossia amico dell’Unione Sovietica) che, con la fine della seconda guerra mondiale, sarebbe diventato dittatore della Iugoslavia fino al 1980 (la Iugoslavia è la regione occidentale della penisola balcanica ed è esistita come stato indipendente fino al 2003).
Secondo quei partigiani, tutti gli italiani erano fascisti o contrari al regime comunista perciò, senza andare per il sottile, tutti gli italiani non comunisti che vivevano in Istria e in Dalmazia (due zone del Friuli Venezia Giulia) furono trattati come “nemici del popolo”, torturati e poi gettati nelle fosse naturali chiamate foibe con una procedura terrificante che non vi raccontiamo.
Non si sa con esattezza quanti italiani furono uccisi in modo così barbaro ma, secondo alcuni storici, forse anche 10mila persone se non di più. Vediamo l’origine di questa violenza cieca.
UNA STORIA TRAGICA
Durante la Seconda Guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile (Siracusa) dell’8 settembre 1943, con il quale l’Italia cessò le ostilità verso gli eserciti Alleati, accadde che in Istria e Dalmazia il governo italiano smise, di fatto, di esistere. Cominciò così una lunga serie di violenze contro la popolazione italiana residente in quei territori.
La ragione di queste violenze va cercata nel fatto che i partigiani iugoslavi di Tito vollero vendicarsi contro i fascisti (e contro gli italiani in genere). Infatti, dalla fine della Prima Guerra mondiale fino all’armistizio della Seconda Guerra mondiale gli italiani avevano amministrato duramente quelle zone, abitate per metà da popolazioni slovene e croate, ossia di origine slava. A queste persone venne imposta un’italianizzazione forzata e con i metodi violenti dei fascisti: pestaggi e, durante la guerra, deportazioni nei campi di concentramento nazisti.
Come se non bastasse nel 1945, quando alla fine della Seconda Guerra mondiale Tito prese il potere in Iugoslavia le violenze contro gli italiani aumentarono. Il 1° maggio 1945 l’esercito iugoslavo occupò la città di Trieste per riprendersi i territori che, dopo la sconfitta dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima Guerra mondiale, le furono sottratti.
In appena due mesi gli italiani che vivevano in Istria, in Dalmazia e nella città di Fiume furono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire in Italia. Chi non lo fece abbastanza in fretta venne ucciso dall’esercito di Tito e gettato nelle fosse delle foibe o deportato nei campi di concentramento in Slovenia e in Croazia. Si stima che, alla fine, gli esuli italiani furono almeno 250mila.
La Foiba di Basovizza (Trieste) si trova sull’altopiano del Carso. Nel 1992 il presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale e inaugurato questo monumento a testimonianza e ricordo di tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945. (Wikipedia)
LE CONSEGUENZE DEL DOPOGUERRA
Il dramma della popolazione italiana nelle regioni orientali italiane non finì con la fine della guerra, ma solo con il trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. La loro sorte venne decisa dalle potenze alleate che avevano vinto la guerra. Decisero che le città di Fiume, Zara così come tutta l’Istria e le isole della Dalmazia venivano annesse (unite) alla Iugoslavia. Come se non bastasse, tutti i beni dei cittadini italiani di quelle regioni vennero confiscati. Questo trattato diede origine a una fuga forzata degli italiani da quelle regioni, che abbandonarono praticamente tutto ciò che avevano.
L’Italia riprese il controllo amministrativo della città di Trieste solamente il 26 ottobre 1954, quando la città cessò di essere territorio internazionale (ossia amministrato dalla comunità internazionale e dalla Iugoslavia) e tornò a fare parte dell’Italia.
IL GIORNO DEL RICORDO
La legge che istituisce il “Giorno del ricordo” è stata proposta dal deputato triestino Roberto Menia e approvata dal Parlamento italiano nel 2004. Viene celebrata il 10 febbraio di ogni anno (perché è anniversario del trattato di Parigi di cui vi abbiamo detto sopra) con lo scopo di conservare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale italiano”.
Fonte: Focus.it

Lunedì 10 Febbraio 2025
h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 9 – OGNUNO NEL SUO CUORE HA A CHE FARE CON DIO
Pensiero spirituale (15 minuti)
h. 9. 15 – IL PRIMO SEGRETO SARA’ UNA GRAZIA PER MEDJUGORJE E PER IL MONDO
Editoriale di Padre Livio (54 minuti)
BLOG:
MESSAGGIO DI PADRE LIVIO LIVE
DAI UNA MANO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO
+Bonifico Bancario Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano – IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574
+Conto corrente postale – N. 1 4 5 2 2 2 2 1
Intestato a: Associazione Radio Maria, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
