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Caterina da Genova, la santa del “Divino Amore”

11 Giugno 2025 ore 10:13

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana: 1902

Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un’illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all’età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua.

Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d’azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un’osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull’orlo dell’abisso:

 «C’è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintelligibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d’infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta».

 Dopo anni di errori, nell’anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, «ricevette – come ella stessa scrive – una ferita al cuore, d’un immenso amor di Dio», con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito.

Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: «Non più mondo, non più peccati». Ebbe l’orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni – come ella scrive – «senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata» (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r).  

 Primo effetto di questa svolta spirituale fu la conversione del marito Giuliano, che entrò nei Terziari Francescani. Non avevano figli. Di comune accordo, lasciarono la loro grande dimora e si ritirarono in una casa molto più modesta vicino all’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, nel quale Caterina iniziò a servire come sguattera e divenne poi direttrice, caso raro a quel tempo per una donna.

La sua esistenza fu dunque totalmente attiva, nonostante le grazie mistiche che riceveva e la profondità della sua vita interiore. Attorno a lei si formò un gruppo di fedeli discepoli, tra i quali di distinse il notaio genovese Ettore Vernazza, sposato con tre figlie ma che, come lei, scelse di seguire interamente il Signore, servendo gli ammalati. Insieme fondarono a Genova, nel 1497, la Compagnia del Divino amore, prima di una rete spirituale di confraternite, che presto avrebbe coperto l’Italia. L’associazione era composta soprattutto di laici, che in segreto, si dedicavano ad un fervente apostolato nei confronti di poveri, malati e infermi, ma soprattutto a radicare nell’unione dei cuori, «il divino amore, cioè la carità». 

Fra le prove per le quali Dio fece passare Caterina, fu quella di non trovare spesso persona che potesse comprenderla e consigliarla. Negli ultimi anni della sua vita patì una malattia straordinaria alla quale i medici non potevano trovar rimedio. Era come un martirio continuo. Nelle feste dei santi sentiva tutti i dolori che questi santi avevano sofferto. Negli ultimi tempi non poteva prendere altro cibo che la Santa Comunione, ricevuta ogni giorno, cosa allora non comune. 

La morte «dolce e soave e bella» arrivò il 15 settembre 1510, quando aveva 63 anni. Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata a Genova, oggi nota come chiesa di Santa Caterina da Genova. Fu proclamata beata nel 1675 da papa Clemente X e canonizzata nel 1737 da papa Clemente XII. Nel 1943, Pio XII la dichiarò patrona secondaria degli ospedali italiani.

La sua Vita, il Dialogo spirituale e il Trattato del purgatorio, sono le opere che ne compendiano la profonda dottrina. Parlando ai suoi figli spirituali disse: «Se parlo dell’amore mi pare di insultarlo, tanto le mie parole sono lontane dalla realtà. Sappiate solo che se una goccia di ciò che contiene il mio cuore cadesse nell’Inferno, l’inferno sarebbe cambiato in Paradiso». 

L’influenza spirituale di santa Caterina da Genova e delle Compagnie del Divino Amore fu più profonda di quanto ella avrebbe mai potuto immaginare. Alla Compagnia del Divino Amore di Roma appartenne e si alimentò san Gaetano di Thiene, fondatore dei Teatini, il primo istituto religioso di sacerdoti che, pur professando i voti religiosi, non facevano vita conventuale, ma svolgevano il loro apostolato nel mondo. Al loro modello di vita religiosa si ispirarono, nel XVI secolo, i Barnabiti di sant’Antonio Zaccaria, i Somaschi di san Girolamo Emiliani, e i Ministri degli Infermi di san Camillo de’ Lellis, inaugurando nella Chiesa, l’esperienza dei “chierici regolari”, caratterizzata dalla ricerca della perfezione evangelica nell’equilibrio tra la contemplazione e l’azione.

Le regole dei chierici regolari prevedevano che essi non potessero essere “questuanti”, ovvero che non potessero domandare sostegno finanziario, ma dovessero vivere solo di ciò che ricevevano senza chiedere. Ciò sviluppò nella loro congregazione ed in altre, quell’abbandono alla Divina Provvidenza, che contraddistingue la spiritualità italiana.

 Caterina da Genova, la santa del Divino Amore, può essere considerata, all’alba del Cinquecento, la madre spirituale di una invisibile corrente di santità che salvò l’Italia dai veleni dell’umanesimo e del luteranesimo, riverberandosi nei secoli successivi fino ai nostri giorni. 

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Giovedì 19 Giugno  2025

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Leone XIV: la vita è nelle nostre mani, diamo voce al desiderio di guarigione

L’immobilismo, interiore ed esteriore, è al centro della catechesi dell’udienza generale del Papa, la quinta dall’inizio del suo pontificato. Attraverso la figura evangelica del paralitico, invita a superare ogni “visione fatalistica”, esortando ciascuno a rialzarsi e ad assumersi “la responsabilità di scegliere quale strada percorrere”. Il Pontefice chiede di pregare per “chi non vede vie d’uscita”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Le paralisi del corpo e dell’anima, i vicoli ciechi dell’esistenza, esterni e interiori. Blocchi invisibili che soffocano il respiro di chi vuole ancora “sperare”, insinuando l’idea amara che attendere, desiderare, sognare sia ormai inutile. Immobilità antiche, generate da delusioni tanto profonde da intorpidire “anche la volontà di guarire”. A volte ci si sente schiacciati sotto il peso di un “destino avverso”, e la “lotta” pare già perduta, sepolta sotto una “visione fatalistica” della vita. Eppure, proprio da quel fondo silenzioso, si leva il “desiderio più vero e profondo”: rialzarsi. Un anelito sommesso, ma vivo, cui è essenziale “dare voce”.

È un appello al coraggio quello che Papa Leone XIV rivolge ai fedeli riuniti numerosi in Piazza San Pietro questa mattina, 18 giugno, nella quinta udienza generale del suo pontificato. È un invito, quello del Pontefice, a uscire dalle proprie stasi, a non cedere alla rassegnazione.

Paralisi e vicoli ciechi

La catechesi si sviluppa a partire dalla continua contemplazione di “Gesù che guarisce”. In questa occasione, il Papa si sofferma sulle situazioni di stallo esistenziale, quelle in cui si avverte il soffocamento di un “vicolo cieco”.

A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare.

Uno stato d’animo che i Vangeli incarnano con l’immagine della paralisi. Ed è proprio sulla guarigione del paralitico, narrata nel capitolo quinto del Vangelo di Giovanni, che Leone XIV concentra la sua riflessione.

La speranza dei malati

L’episodio si svolge a Gerusalemme, durante una festa dei Giudei. Gesù “non si reca subito al tempio”, sottolinea il Papa, ma “si ferma invece presso una porta” adibita al lavaggio delle pecore destinate al sacrificio. Nelle vicinanze, stazionavano anche numerosi malati. Un dettaglio importante: “a differenza delle pecore, erano esclusi dal tempio perché considerati impuri”. Nel loro “dolore”, è quindi Gesù a farsi prossimo.

La Chiesa, immagine di guarigione

Gli infermi nutrivano speranza “in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte”. La piscina di Betzatà – ovvero “casa della misericordia” – era ritenuta possedere acque taumaturgiche, capaci di guarigione. Quando esse si muovevano, si credeva che il primo a immergersi sarebbe guarito. Ne nasceva una “gara tra poveri”, una scena triste: malati che, a fatica, cercavano di trascinarsi verso la piscina. Il Pontefice ne trae una connotazione, invece, positiva, partendo dal significato originario della piscina.

Potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza.

La delusione che scoraggia

Tra quei malati, Gesù si rivolge a un uomo paralizzato da trentotto anni: troppi. “Ormai è rassegnato”, osserva Papa Leone.

In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia.

Papa Leone XIV in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

“Vuoi guarire?”

La domanda che Gesù gli rivolge sembra banale: “Vuoi guarire?”. Eppure non è così.

È invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. È talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo.

“Perché differire ancora la guarigione?”

La risposta è, infatti, eloquente, e delinea la “visione della vita” del paralitico. “Non ha nessuno che lo immerga”, dice innanzitutto.

La colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?

A rispondere è Sant’Agostino: “Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. È venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione?”

Alzarsi e risollevarsi

Il paralitico lamenta anche che qualcuno sempre lo precede nell’acqua. Una “visione fatalistica” dell’esistenza – sottolinea Leone XIV – che si radica quando pensiamo che le cose capitino solo per sfortuna o “destino avverso”.

Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita. Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella.


Scegliere la strada da percorrere

Quel lettuccio non va dimenticato o ignorato: è “storia” di un passato, di una malattia che fino a quel momento rappresentava un ostacolo, costringendo quella persona a “giacere come un morto”.

Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!

Pregare per chi è paralizzato

Leone XIV conclude, quindi, esortando ciascun fedele a domandare al Signore “il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata”.

Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!

Papa Leone XIV: “Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra”

Appello del Pontefice per Ucraina, Iran, Israele e Gaza e per tutti i luoghi dove si combatte

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTNPapa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 18 giugno 2025, 11:02 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza generale, il Papa ha voluto lanciare un nuovo accorato appello per la pace.

“Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele da Gaza. Non dobbiamo – ha esortato Papa Leone – abituarci alla guerra, Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati“.

Il Papa ha concluso citando due suoi predecessori: “In nome della dignità umana e del diritto internazionale ripeto ai responsabili ciò che soleva dire Papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta, e Pio XII: nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”.

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