"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2025 Pagina 126 di 364

Carlo, il mio figlio santo: sono la prima convertita»

Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025

La madre di Acutis, canonizzato domenica

MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».

Sorriso.

«Prima non credevo praticamente a niente».

Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.

Che santo sarà Carlo?

«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».

Che ragazzo era?

«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».

Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?

«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».

Come si spiega questo «successo»?

«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».

Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?

«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».

Come fa un adolescente a trovare la moderazione?

«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».

Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».

«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».

Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.

«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Preti che ritengono la Chiesa odierna non più la Chiesa Cattolica

Carissimo Padre Livio,

La seguo sempre e lei riesce a darmi la luce per guardare ai nostri tempi.

Le scrivo per aiutarmi a risolvere un dubbio che mi sta logorando come un tarlo. Nella Chiesa odierna c’è molto modernismo, e questo è un errore che pure la Madonna ha chiaramente denunciato. 

Ci sono alcuni preti, che nello zelo di denunciare il modernismo, si sono spinti fino a mettere in dubbio la legittimità dell’intera Chiesa, compresi gli ultimi due Papi. Sono entrati in conflitto con la Chiesa, e ne sono usciti o sono stati sospesi. 

Se non mi ricordo male, lei ha chiarito che, nonostante certi errori che vediamo nella Chiesa, la Chiesa è guidata da Gesù Cristo in persona, e nonostante gli alti e bassi, la Verità è, e sempre sarà, nella Chiesa Cattolica, e i Papi sono scelti dallo Spirito Santo e non si mette in dubbio la legittimità della loro elezione. 

Per cui, le posizioni di quei preti che vanno contro il Papa e la Chiesa, fino a decidere di uscire dalla Chiesa e/o essere sospesi sono sbagliate. 

Le scrivo queste cose, perché dopo aver seguito per vari anni Don… online, con molti benefici per la mia fede, sono rimasta molto turbata  e scandalizzata dalla sua decisione  di uscire dalla Chiesa dicendo che è tutto sbagliato e questa non è più la vera Chiesa Cattolica. 

Grazie per una sua breve risposta, e che Dio  la benedica sempre,

Silvia 


Cara  Silvia,

Un grande Padre della Chiesa, San Cipriano, affermava che “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”. (“Dove c’è Pietro,  lì c’è la Chiesa”).

L’Obbedienza è la virtù che satana odia di più ed è per questo che dobbiamo viverla “perinde ac cadaver” (nello stesso modo di un cadavere), come si esprimeva  Sant’Ignazio di Loyola e, ancora prima di lui, san Francesco.

Invece, se noi Sacerdoti restiamo umili e fedeli, sarà la Chiesa a prendersi cura di noi e della nostra anima, quando il mondo ci avrà abbandonato. 

Preghiamo per i Sacerdoti e per le vocazioni sacerdotali.

Che Dio benedica anche te.

Ave Maria

Padre Livio

Pensieri sui Vangeli Festivi: XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Di Padre Livio

Vangelo

Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
 
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
 
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
 
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
 
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
 
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore

RADIO MARIA LESOTHO

Dalla nostra Radio Maria Lesotho: quando si trasmette una Santa Messa in un villaggio di pastori! Qui la fede in Gesù e Maria è ben radicata ed è commovente guardare le loro danze mentre ricevono l’Eucarestia. Sono immagini uniche!

Il Lesotho è uno Stato dell’Africa meridionale completamente circondato dal Sudafrica e privo di uno sbocco al mare.

Il suo territorio è prevalentemente montuoso, interamente collocato sopra i 1000 metri di altitudine e dominato dalla catena del Drakensberg e dalla vetta del monte Thabana Ntlenyana, che con i suoi 3482 metri è il più alto dell’Africa del Sud.

Le frequenti e persistenti siccità colpiscono pesantemente soprattutto la popolazione rurale, la maggior parte dei poco più dei 2 milioni di abitanti del Paese che vivono fuori dai principali centri urbani, e sono all’origine di carestie, condizioni igienico sanitarie precarie ed epidemie.

Siccità e altri fenomeni estremi, quali inondazioni e invasioni infestanti di cavallette, sono aggravati dalle precarie condizioni economiche e sociali di un Paese molto povero e con un’economia fortemente dipendente da quella del grande vicino sudafricano.
Radio Maria qui e’ tanto amata: come una mamma perché porta “mamma Maria

🔴LIVE🔴🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: VOI SIETE LA MIA SPERANZA – Puntata 1🙏

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🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio – Puntata 16 – La purezza e l’umiltà del cuore

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“Una santità concreta nutrita dall’Eucaristia”, Frassati in una biografia di Sansonetti

Nel suo libro “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura”, lo scrittore delinea la figura del beato piemontese che sarà canonizzato domenica 7 settembre. Un giovane immerso nel suo tempo, impegnato nella vita sociale e politica, esempio di una fede caritatevole e coraggiosa in un’epoca non facile per gli ideali cristiani: “Rinunciava al sonno e alle ore di studio per stare con i bisognosi”

Eugenio Murrali – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025

Era un ragazzino Pier Giorgio Frassati, quando una mattina d’inverno una mendicante bussa alla porta con un bimbo scalzo in braccio. Lui non ha soldi da darle e, commosso da quella visione di povertà, si toglie le scarpe e gliele dona. Sono molti gli episodi che raccontano la santità di Frassati e che Vincenzo Sansonetti ha riportato con grande cura nella sua biografia, dedicata a questo giovane, morto a ventiquattro anni nel 1925. “La sua prima virtù – nota l’autore – è l’atteggiamento del cuore, la sua accettazione della volontà di Dio”.  Frassati era un uomo capace di coniugare in sé il coraggio dell’impegno civile e politico e una profonda carità, nutrita dall’amore per il Cristo eucaristico. Il riconoscimento della sua piena santità, come osserva il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti nell’invito alla lettura del libro, avviene insieme a quella di Carlo Acutis, in un giorno che vede insieme “due Santi del nostro tempo, un luminoso esempio per tutti i ragazzi del mondo.

“Sono rimasto cristiano”

Sansonetti dedica molto spazio al contesto storico, non semplice, nel quale Frassati ha agito: “Il nuovo secolo vede una situazione nuova: agli imperi subentreranno gli Stati nazionali, in cui c’è una visione laica, gli ideali risorgimentali e postunitari mettono un poco in difficoltà la Chiesa. E non solo – prosegue l’autore – per quel che segue alla breccia di Porta Pia e alla fine del potere temporale dei Papi, ma anche per un modo diverso di affrontare la vita che dà meno spazio alla dimensione cristiana”. Frassati affronta questa situazione in un’ottica nuova, aiutato dall’educazione dei gesuiti, dagli incontri che fa nella vita, iscrivendosi all’Azione cattolica, alla Federazione universitaria cattolica italiana, militando nel Partito popolare.

La copertina di “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura” di Vincenzo Sansonetti

La forza e la prontezza con cui difende gli ideali cristiani emergono dalle pagine in cui Sansonetti descrive il corteo di giovani riuniti a Roma nel 1921 per il congresso nazionale della Gioventù Cattolica Italiana, l’imboscata delle guardie a cavallo, l’arresto di Pier Giorgio, che, pur essendogli stato offerto il rilascio immediato una volta che gli agenti comprendono di chi fosse figlio, risponde: “Uscirò quando usciranno anche i miei compagni”. Rigoroso nel quotidiano, in un’altra occasione Frassati, a un compagno di università che lo vede uscire dalla chiesa della Crocetta di Torino con rosario in mano e gli chiede se sia diventato bigotto, ribatte: “No, sono rimasto cristiano”.  

Vicino ai bisognosi

Molti episodi testimoniano la santità di Frassati, proclamato beato da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990. Sansonetti dà conto dei tanti gesti di generosità concreta di un giovane la cui fede intensa si esprime anche all’interno di un contesto familiare che guarda con freddezza alle sue idee cristiane. Lo scrittore spiega che a Torino i poveri vivevano spesso in soffitte insalubri e lavoravano nelle case dei benestanti, che abitavano ai piani nobili. Pier Giorgio spesso andava a trovare questi bisognosi, si intratteneva con loro, ascoltava i loro problemi. Capitava che queste persone dovessero spesso trasferirsi e lui li aiutava: “Siccome queste persone – racconta Sansonetti – non erano in grado di organizzarsi e di pagare un trasloco, affittava un carretto su cui venivano caricate le poche masserizie di queste famiglie indigenti e lui, insieme a uno o a due amici, trascinava il carretto per le vie di Torino fino alla nuova destinazione, tanto è vero che i compagni della Fuci avevano inventato che avesse creato una società: ‘Frassati trasporti’”. “Ciò che lo distingue dagli altri – si legge nella biografia – è il fatto che si abbassi per avvicinarsi agli umili, gli ultimi, e non come gesto paternalistico, ma come esito di una fede vissuta”. Una notte, vedendo un povero che trema in strada, si toglie il suo bel cappotto nuovo e glielo regala. Spesso va in ospedale per confortare i malati.

La tomba di Frassati all’interno del Duomo di Torino

Il funerale di Pier Giorgio

“Il 6 luglio, giorno dei funerali di Pier Giorgio – scrive Sansonetti – , la stretta cerchia di conoscenti e familiari, cominciando dai suoi increduli genitori, resta sorpresa e sbalordita vedendo migliaia di uomini, donne e bambini dei quartieri più miseri e abbandonati, i poveri della Torino semplice e umile, allineati lungo le strade che conducono alla chiesa”. Un’immagine che racconta l’esistenza di Frassati, il suo amore per il prossimo, la sua dedizione vissuta, non formale, agli scartati, le sue non poche difficoltà a essere compreso nella sua famiglia, che solo dopo si renderà davvero conto di chi fosse davvero quel ragazzo generoso, innamorato dell’Eucarestia. Sua madre, Adelaide, era una donna dalla fede tiepida, suo padre Alfredo, uomo intelligente, liberale, fondatore del quotidiano La Stampa, era agnostico e faticava a capire le scelte di questo figlio, che, tra l’altro, si era iscritto al Politecnico di Torino per conseguire una laurea in ingegneria industriale meccanica, con indirizzo minerario, “per poter ancora di più servire Cristo tra i minatori”. Dopo la morte del figlio, Alfredo intraprenderà un percorso interiore che, anche grazie alla corrispondenza epistolare con il futuro Paolo VI, lo porterà, infine, alla conversione.

L’amore per Cristo eucaristico

Pier Giorgio cerca di non rinunciare mai alla messa quotidiana. La passione di questo ragazzo per la montagna e l’alpinismo è nota, ma prima di partire per una scalata, all’alba, lui decideva di andare a messa, trascinando anche gli amici della Fuci. Tanto era il suo trasporto verso l’Eucarestia, che Frassati poteva restare per ore in adorazione di fronte al tabernacolo, di giorno e di notte: “La sua era una fede concreta, lui si confrontava con tutto ciò che fa parte della vita, con le circostanze del quotidiano, ma senza rinunciare a nutrire la sua fede. Non c’era dualismo nella sua vita tra la fede e le opere, erano strettamente collegate”.

Carlo Acutis, nella stanza del santo di internet: i modellini, i giocattoli e il ritratto di Cristo. «A 9 anni programmava in Java ma ora saprebbe quando spegnere il telefonino»

di Gianni Santucci – Corriere della Sera – 5 Settembre 2025

Viaggio nel luogo più intimo del giovane che domenica 7 settembre sarà canonizzato da papa Leone XIV. I ricordi della madre: «Quando proponevamo di comprargli delle scarpe nuove diceva che non gli servivano e di prendere piuttosto qualcosa per i poveri»

La stanza del santo ha le pareti d’un giallo caldo, tenue. La scrivania occupa l’angolo destro, ha il piano ampio, il profilo tondeggiante. Qui Carlo stava seduto a studiare, o a programmare al computer. Sulla parete di sinistra sono sospese due mensole, una sopra l’altra, dello stesso colore dei muri. Su quella più in alto stanno allineate nove macchinine di diverse misure, un modellino d’un vecchio motorino Piaggio e uno dello Space Shuttle. Sulla mensola inferiore, undici statuette d’angeli e angioletti, poi le riproduzioni di ceramica di due bambinelli, due uccellini, una pecora, una micro civetta bianca, la minuscola replica d’una coppa del mondo di calcio. Un luminoso ritratto di Cristo è appeso in fondo, vicino alla finestra, con una piccola scritta rossa in basso: «Gesù, io confido in te!».

«Bene o male è rimasto tutto come era quando c’era Carlo», raccontava in un pomeriggio dello scorso aprile Antonia Salzano Acutis, madre di Carlo Acutis, che in questa casa all’ultimo piano di un palazzo in zona Conciliazione visse fino alla morte, il 12 ottobre 2006, per una leucemia che comparve improvvisa e fu letale in pochi giorni, all’età di 15 anni.

 Domenica, il 7 settembre, Carlo sarà proclamato santo da papa Leone XIV.
Prima di essere la stanza del santo, è stata «la stanza del figlio». Come il titolo del film di Nanni Moretti che nel 2001 vinse la palma d’oro al festival di Cannes, storia d’una famiglia che attraversa il lutto per la morte d’un figlio adolescente, e che ruota intorno all’immagine di quella stanza che, come spiegò il regista in un’intervista, «dopo la morte di un figlio non si ha più il coraggio di aprire, dove è difficile rientrare».

Nella storia di Carlo Acutis, che ogni giorno andava a messa, che frequentò tutte le scuole in zona Cadorna-Conciliazione, liceale dai gesuiti al Leone XIII, c’è anche quel passaggio che tocca l’emozione di chiunque, credente o no, ascolti la sua storia: come riesce una famiglia a superare la morte d’un figlio?

Ha risposto il padre, Andrea Acutis, in un incontro con gli studenti del Leone a metà dello scorso maggio: «Dio non dà mai le croci senza le grazie per sopportarle. Abbiamo avuto la grazia di custodire questo ragazzo in questi pochi anni di vita».

È stata la mamma, ancora nell’incontro col Corriere di metà aprile, a raccontare come fosse la vita di Carlo in casa, nella sua camera: «È stato sempre precoce. A sei anni già era appassionato di informatica, anche se passava anche il tempo coi giochi che piacevano un po’ a tutti i bambini, ricordo una sorta di fabbrica di mostri, un robot da montare, un coccodrillo. Dipingeva tanto, aveva un senso artistico. A nove anni iniziò a chiederci testi di informatica di livello più alto, come quelli che usavano per gli esami di ingegneria al Politecnico. 

Da autodidatta aveva imparato a programmare in C++ e in Java. Aveva una passione pure per i programmi di grafica, che poi usava sia per le ricerche e le attività di scuola, sia per la sua mostra sui miracoli eucaristici. Aveva raccolto uno sterminato materiale, foto e testimonianze. Negli anni la mostra è stata poi allestita in decine di migliaia di parrocchie in tutto il mondo. A scuola ricordo che gli facevano suonare il flauto, ma a lui non piaceva, così ci chiese un sassofono, e anche quello imparò a suonarlo da solo, per fatti suoi, esercitandosi qui dentro questa camera».

Andava a messa ogni giorno. Se la madre gli proponeva di comprare un paio di scarpe, rispondeva «non mi servono, quelle che ho vanno ancora bene, prendiamo qualcosa per i poveri». Accompagnato da Rajesh Mohur, 64 anni, collaboratore domestico della famiglia, faceva spesso il giro del quartiere nei tardi pomeriggi d’inverno, per portare cibo e assistenza ai clochard. Iniziò a essere venerato subito dopo la morte. Il santo adolescente, s’iniziò a dire. Il santo di internet. Nei diciannove anni trascorsi dal 2006 a oggi sembra passata un’era geologica per lo sviluppo delle tecnologie digitali, e dunque ora, secondo la madre, Carlo avrebbe un approccio diverso: «Sarebbe il primo a spegnere il telefonino. A indicare la necessità dei limiti, dell’equilibrio. 

Lui stesso, quando a 8 anni gli regalarono una Playstation, decise di non giocare più di un’ora a settimana, perché aveva letto i primi studi sul rischio dipendenza dagli strumenti informatici. Non si pensi che fosse un ragazzo chiuso o solitario. Era solare, socievole, sempre disponibile ad aiutare tutti, sempre col sorriso. Invitava gli amici qui a casa, ma certo non si vergognava della sua fede. L’ultima estate prima di morire lavorò per tanto tempo al computer per progettare il sito per le associazioni di volontariato dei gesuiti».
Una parte di questo lavoro lo fece pure nella sua camera. Non era ancora la stanza di un santo.

🔴LIVE🔴 Incontro di Padre Livio con il veggente Ivan di Medjugorje – Marzo 2006

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Leone XIV ai giovani: non abbiate paura, dove c’è odio siate germogli di pace

Leone XIV con due giovani partecipanti all'udienza

Nell’udienza al Consiglio dei Giovani del Mediterraneo il Papa invita a contribuire a un mondo più fraterno: siete “segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade”, di una gioventù “che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo”

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025

Non abbiate paura: siate germogli di pace, là dove cresce il seme dell’odio e del risentimento; siate tessitori di unità là dove prevalgono la polarizzazione e l’inimicizia; siate voce di chi non ha voce per chiedere giustizia e dignità; siate luce e sale là dove si sta spegnendo la fiamma della fede e il gusto della vita. Non desistete se qualcuno non vi capisce.

È un forte incoraggiamento a contribuire concretamente alla pace nel mondo tramite le loro vite iniziando da subito, quello che Leone XIV rivolge ai ragazzi di varie nazionalità che compongono il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, incontrati nel Palazzo Apostolico oggi, 5 settembre. Promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), questo organismo è nato dopo gli incontri di Bari, nel 2020, e Firenze, nel 2022, che hanno radunato vescovi e rappresentanti di molti Paesi che si affacciano sul Mare nostrum per riflettere su come esso possa e debba “essere luogo di incontro, crocevia di fraternità, culla di vita e non tomba per i morti”. Il Papa in proposito, parlando sia in inglese sia italiano, ricorda la convinzione del venerabile Giorgio La Pira – il sindaco di Firenze “di santa memoria”, fonte d’ispirazione per le riunioni nei capoluoghi toscano e pugliese – “che la pace nella regione del Mediterraneo sarebbe stata l’inizio e quasi la base della pace fra tutte le nazioni del mondo”. Il Pontefice ribadisce la “forza” e la “carica profetica” di questa visione oggi, “in un tempo dilaniato dai conflitti e dalla violenza, dove la corsa agli armamenti e la logica della sopraffazione hanno la meglio sul diritto internazionale e sul bene comune”.

Non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo rassegnarci! E voi giovani, con i vostri sogni e la vostra creatività, potete dare un contributo fondamentale. Ora, e non domani! Perché voi siete il presente della speranza!

Una generazione che si mette in gioco per un futuro migliore

Nel suo intervento Leone XIV sottolinea come la pace “sul tavolo dei leader delle nazioni, è oggetto di discussioni globali ed è purtroppo spesso ridotta a slogan”. Invece, il Papa insiste, bisogna “coltivare la pace” nei cuori, nelle relazioni, nei gesti quotidiani, essendo “motori di riconciliazione” in casa, nelle comunità, nel lavoro e nei luoghi di studio, e anche “nella Chiesa e tra le Chiese”. Per questo evidenzia come il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo sia “un’opera-segno”. Un’opera perché riflette la missione affidata dal suo predecessore Papa Francesco alle Chiese del Mediterraneo a Bari nel 2020 di infondere pace, speranza e fratellanza in questa regione. E un segno perché questo organismo mostra una gioventù attiva nel costruire un mondo diverso:

Il segno, cari amici, siete voi: segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade, che non si volta dall’altra parte, che non aspetta sia qualcun altro a fare il primo passo; segno di una gioventù che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo; segno di un mondo che non si arrende all’indifferenza e all’abitudine, ma si impegna e lavora per trasformare il male in bene.

Il ruolo delle religioni nel promuovere la pace

Il Pontefice riconosce che essere “operatori di pace” – il riferimento è  al discorso della montagna tratto dal Vangelo di Matteo – “non è una scelta comoda”. “Ci fa uscire dalle aree di comfort della distrazione e dell’indifferenza e può trovare l’opposizione di chi ha interesse nel perpetuarsi dei conflitti”, prosegue. Ma esorta i giovani a continuare “a essere segni di speranza, quella che non delude, radicata nell’amore di Cristo”, vivendo come “suoi testimoni” che annunciano il Vangelo, “proprio intorno a quel Mare dalle cui rive partirono i primi discepoli”. “L’orizzonte del credente non è quello dei muri e dei fili spinati, ma dell’accoglienza reciproca”, rimarca, aggiungendo che “il patrimonio di spiritualità delle grandi tradizioni religiose nate nel Mediterraneo” può continuare a essere “fermento vivo” e fonte di pace, di fraternità e di cura del creato in questa regione.

Quelle stesse religioni sono state e talvolta sono ancora strumentalizzate per giustificare la violenza e la lotta armata: noi dobbiamo smentire con la vita queste forme di blasfemia, che oscurano il Nome Santo di Dio. Per questo, insieme all’azione, coltivate la preghiera e la spiritualità come fonti di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture

L’altro è sempre un fratello e mai un nemico

Il Papa infine ringrazia i giovani del Consiglio per il loro lavoro. Nonostante “avete lingue e culture diverse” siete “accomunati da un unico grande desiderio: la convivenza pacifica dei popoli, specialmente di quelli che abitano attorno al Mediterraneo”. “A questo desiderio state dando corpo e anima, con il vostro impegno e con numerosi progetti”, afferma Leone XIV, “sia nei territori – nelle vostre comunità – sia a livello europeo, in dialogo con le Istituzioni ecclesiali e politiche”. E conclude invitando i giovani a non scoraggiarsi davanti alle sfide, ricordando come san Charles de Foucauld “diceva che Dio si serve anche dei venti contrari per condurci in porto”.

Siete una dimostrazione che il dialogo è possibile, che le differenze sono fonte di ricchezza e non motivo di contrapposizione, che l’altro è sempre un fratello e mai un estraneo o, peggio, un nemico.

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