Mese: Novembre 2025 Pagina 3 di 31
di Fabrizio Caccia – Corriere della Sera – 28 Novembre 2025
Una forza ausiliaria da impiegare all’occorrenza insieme all’esercito
ROMA A Palazzo Baracchini, la sede della Difesa, lo fanno subito capire chiaramente: «Qui nessuno sta pensando di mettere in campo le giovani reclute, di ripristinare la vecchia naja obbligatoria. Ma li vedete voi, deiragazzini inesperti, alle prese con le armi sofisticatissime che ci sono oggi, anche solo se parliamo di droni?». Insomma, calma, non è più tempo di «marmittoni». Quando il ministro Crosetto parla di «reintrodurre il servizio militare», «una leva su base volontaria», pensa a ben altro.
Lo disse perla prima volta già due anni fa a Cagliari, il 4 novembre 2023, in occasione della festa delle Forze armate e dell’unità nazionale, davanti al capo dello Stato Sergio Mattarella: «La Difesa — disse quel giorno Crosetto — deve prepararsi a tutti gli scenari. Molto spesso nella nostra vita evitiamo di pensare alle cose peggiori, ma quando fai il ministro della Difesa, per la sicurezza del Paese, devi pensare anche agli scenari peggiori e lavorare per evitare e fermare che ciò arrivi davanti a te». E gli scenari peggiori oggi sono arrivati, la guerra si è fatta ibrida, fatta di droni e fake news e a Crosetto, perciò, preme prima di tutto «l’aspetto vocazionale». Ecco perché accanto alle Forze armate vorrebbe creare questa nuova «riserva ausiliaria dello Stato», fatta di professionisti di esperienza, militari in congedo, volontari in ferma prefissata, ex guardie giurate, 10 mila unità per cominciare («ma il numero lo deciderà il Parlamento», chiosano a palazzo) , pronti ad arruolarsi su base volontaria «per la difesa del Paese». Ma anche «i medici in pensione» saranno ben accetti e altro personale civile qualificato per evitare che accada come quella volta che durante il Covid l’acquedotto di Roma restò con un unico tecnico in servizio perché tutti gli altri si erano ammalati.
Una forza on demand che — una volta reclutata, formata e periodicamente addestrata — sarà pronta per essere impiegata a supporto delle Forze armate in «casi gravissimi», come guerre, calamità e crisi internazionali. Ma mai in prima linea.
Già nelle scorse settimane, in un suo discorso ai vertici militari, il ministro aveva detto che la legge 244, quella che fissa il limite per il personale della Difesa a 170 mila unità (oggi sono 160 mila) va «buttata via» e i numeri, viste le esigenze, andrebbero aumentati di molto: almeno di 30-40 mila. Non solo. Nel documento informale presentato da Crosetto il 17 novembre scorso al Consiglio supremo di Difesa, davanti a Mattarella, parlò espressamente della necessità di 10-15 mila nuove unità da formare nell’ambito delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale contro la guerra ibrida già in corso. Secondo lui, 5 mila ne servirebbero solo nell’ambito cyber.
Ecco perché il progetto della nuova leva su base volontaria proverebbe a coinvolgere anche i più giovani: «Un hacker non si arruolerà mai, ma comunque potrà darci sempre una mano se ha a cuore le sorti del proprio Paese», ragionano a Palazzo Baracchini. E non importa se non saranno laureati come quelli della «riserva selezionata» che oggi già esiste ed è composta dagli ingegneri che hanno già progettato ponti in Afghanistan e aperto pozzi in Libano per dissetare la popolazione. «Sapete che in alcuni Paesi come la Svizzera la parte della riserva in qualche modo comprende tutti i cittadini fino a oltre 50 anni? — diceva ieri Crosetto —. Anche se la Svizzera è da 500 anni che non ha una guerra…».
Ecco perché il ministro vorrebbe arrivare con la sua proposta in Parlamento: «Penso che l’Italia debba riflettere su un nuovo modello di difesa e lo dico al di là della maggioranza di governo, perché le scelte del modello di difesa del futuro sono scelte che riguardano un Paese intero, uno Stato, una nazione, non soltanto la maggioranza», ha chiarito ieri. La «difesa del proprio Paese» come unica vocazione.
Leone XIV a İznik, a 70 km da Istanbul, per commemorare insieme al patriarca Bartolomeo e i capi e rappresentanti delle Chiese cristiane del mondo i 1700 anni del primo Concilio ecumenico della storia. Una celebrazione sobria e solenne, sopra le rovine dell’antica basilica di San Neofito. Dal Pontefice l’appello a «respingere con forza» l’uso della religione per giustificare guerre e violenze, fondamentalismo e fanatismo
Salvatore Cernuzio – Inviato a İznik
“Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente…”
Nacque da qui, dai trenta giorni in cui l’intera oikouméne si riunì nel 325 a Nicea per il primo Concilio ecumenico della storia su convocazione dell’imperatore Costantino, la formula di fede che oggi accomuna due miliardi e mezzo di cristiani nel mondo. E oggi, 1700 anni dopo, le stesse parole vengono proclamate sotto un cielo così terso da confondersi con le rive limacciose del lago di İznik. È il Papa in questa cittadina moderna che raccoglie l’eredità di Nicea, in Türkiye, a recitare il Credo insieme a patriarchi, vescovi, metropoliti, capi e rappresentanti delle chiese cristiane del mondo, a ribadire il messaggio di «fratellanza e sorellanza universale» insito in ogni religione, a implorare – ancora una volta – di respingere con forza «l’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo», seguendo invece le vie dell’«incontro fraterno», del «dialogo» e della «collaborazione».
Sui resti di San Neofito
A fianco a lui, c’è il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Ai loro piedi, i resti della basilica a tre navate intitolata al martire del IV secolo San Neofito, distrutta e sommersa da un terremoto. Inghiottite dal lago, le rovine sono riapparse nel 2014 e oggi, in questo evento imponente per il suo significato, sembrano raccontare anch’esse una storia. Quella di ferite che si rimarginano e della luce che contrasta ogni buio.

La preghiera del Papa e del patriarca Bartolomeo sui resti della Basilica di San Neofito a İznik (@Vatican Media)
Un momento storico
Il muezzin intona i suoi versi pochi minuti prima dell’arrivo del Papa, giunto a bordo di un elicottero che sorvola per tre volte il sito archeologico. Gli ospiti sono già sistemati sulle sedie sopra la piattaforma: gli zucchetti rossi dei cardinali e quelli viola dei vescovi, si mischiano agli shash e ai copricapi degli orientali e ai koukollion degli ortodossi. Tutta la gente – oltre un centinaio – riunita per l’evento o affacciata dai balconi delle case e dalle terrazze dei bar, arrampicate alle giostrine del parco giochi sul lungolago, guarda verso l’alto. È un momento storico quello che avviene oggi in questo sito a 70 km da Istanbul, nell’omonimo distretto della provincia di Bursa, divenuta per meno di un’ora centro della comunità cristiana mondiale. Lo ha detto il Papa stesso sul volo verso Ankara: «È un passo storico». Papa Francesco aveva espresso il desiderio di vivere questo appuntamento, racimolando le ultime forze rimaste per volare in Türkiye e dare nuovo impulso al cammino di unità dei cristiani.
Il Papa e Bartolomeo in processione
È il successore a rilanciare questa missione che si traduce, nella cerimonia sobria e, al contempo, solenne del pomeriggio, in gesti, parole e fotogrammi. Quello di Papa Leone XIV e il patriarca Ecumenico Bartolomeo I che camminano insieme, uno accanto all’altro, lungo la piattaforma in prossimità degli scavi archeologici. Pietro e Andrea, i due fratelli uniti. Uno con la mozzetta rossa, l’altro col piviale in velluto; i loro passi sono scanditi da un canto in lingua greca. Raggiungono l’estremità della piattaforma dove sono esposte una icona di Cristo e una bizantina sui toni dell’oro che raffigura i padri riuniti nel Concilio. L’hanno raggiunta prima i leader religiosi, dispostisi a semicerchio. Ognuno accende una candela.

Papa Leone XIV sorvola in elicottero il lago di İznik (@Vatican Media)
Il messaggio del patriarca
Bartolomeo pronuncia un messaggio di benvenuto che si apre con la commozione nel vedere in quanti hanno «risposto positivamente» all’invito a onorare la memoria e l’eredità del primo Concilio ecumenico tenutosi qui a Nicea millesettecento anni fa. Da allora, tanti i secoli trascorsi, tanti sconvolgimenti, tante difficoltà e le divisioni, ma oggi sono tutti a İznik: «Ci avviciniamo a questa sacra commemorazione con riverenza condivisa e con un comune sentimento di speranza…. Siamo qui per dare una testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea. Ritorniamo a questa sorgente della fede cristiana al fine di andare avanti».
Una vittoria che non è dominio
Nicea, dice Bartolomeo, deriva dalla parola greca vittoria e «quando il mondo pensa alla vittoria, pensa alla forza e alla dominazione. Ma come cristiani, ci viene detto di pensare in maniera diversa. Il nostro segno paradossale della vittoria è l’inespugnabile segno della Croce. Questa è “stoltezza” per le nazioni, un segno di sconfitta, ma per noi è una manifestazione suprema della saggezza e della potenza di Dio». Allora in questo luogo si celebra, sì, una vittoria ma una vittoria «non di questo mondo». È la vittoria della fede, per mezzo della quale «la tirannia del peccato è abolita nelle nostre vite, la schiavitù della corruzione è sciolta e la terra è elevata al cielo».

La cerimonia ecumenica per i 1700 anni del Concilio di Nicea (@Vatican Media)
In cammino verso la piena comunione
Il Papa guarda pure lui all’epoca di oggi, un tempo «per molti aspetti drammatico nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità». Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea è allora «occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi». Un quesito che interpella in particolare i cristiani, afferma il Papa, «che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione».
Come allora, con Ario che ridusse Cristo «a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione», anche oggi «è in gioco» la fede «nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina». Perciò è di fondamentale importanza, rimarca Papa Leone XIV, la confessione di fede cristologica per il «cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione», condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo.
Cristiani riconciliati
Un cammino che si compie l’«adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo». Tutti, scandisce Leone, siamo «invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita». «Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni», rimarca il Pontefice. «La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze».

La preghiera dei partecipanti (@Vatican Media)
Il Credo recitato insieme
Viene pronunciato il Credo niceno-costantinopolitano senza il Filioque. Alcuni dei capi delle Chiese cristiane presenti elevano al cielo una formula di orazione. Tutte sono in inglese e inizia Papa Leone: «Padre, Figlio e Spirito Santo, misericordioso e traboccante d’amore: fonte di perdono, comunione e pace. Ora e sempre, mondo senza fine». Si prega poi per la comunione, per il perdono, la pace, la riconciliazione della gente e del mondo. Intanto si alternano canti in greco e latino, si ode il garrito dei gabbiani e il vento muove lieve le acque del lago.
Preghiere in varie lingue
Il Padre Nostro finale viene quasi sussurrato, seguito dalle benedizioni che suggellano la cerimonia «each in their own language, ognuno nella propria lingua». Infine il Papa, il patriarca e tutti I leader religiosi recitano insieme la preghiera conclusiva: «Possa la misericordia di Dio, lenta all’ira e abbondante nell’amore, Padre, Figlio e Spirito Santo, essere per tutti noi, per tutti coloro che ama, per la santa Chiesa, benedizione e pace, ora e per tutto il resto dei nostri giorni».
Un coro ortodosso accompagna il lento incedere della processione finale. Leone e Bartolomeo sono i primi dietro l’evangelario. Le file si scompongono, la folla si disperde. Termina qui la cerimonia, inizia un – nuovo – cammino.
TROVI LE PUNTARE PRECEDENTI NELLA SEZIONE CATECHESI DI PADRE LIVIO

13. MARIA MADRE UMILE
Deve far meditare il fatto che la più grande fra le creature sia anche la più umile. “Umile ed alta più che creatura” l’ha dichiarata il sommo poeta. L’umiltà è il fondamento della grandezza spirituale. Dio non può concedere grazie ai superbi perché se ne approprierebbero. Ha invece elargito le più grandi alla Vergine Maria per la sua insondabile umiltà. Il sentimento di piccolezza dell’Ancella del Signore le ha meritato la chiamata a divenire la Madre di Dio. Il fervore con la quale ha adempiuto al suo compito, nel silenzio e nel nascondimento, le ha meritato di divenire la Madre della Chiesa e dell’umanità. Il volto materno di Maria è quello di accogliente di una madre che non incute timore e che non ci sovrasta con la sua divina maestà. Dio l’ha scelta fra i “poveri di Yawhé” e Maria ha sempre conservato la semplicità e la modestia delle sue origini. Il popolo dei poveri e degli umili più degli altri la riconosce come madre e accetta di buon grado di ricorrere a Lei. Sono i superbi quelli che, nell’orgoglio del loro cuore, rifiutano la sua maternità e guardano con disprezzo la moltitudine che cerca protezione sotto il suo manto.
Dio, nella sua infinita grandezza, non ha voluto schiacciare l’uomo sotto il peso della sua finitezza. E’ tale la distanza fra il Creatore e la creatura che quest’ultima finirebbe per sentirsi schiava invece che figlia. L’Onnipotente ha colmato l’abisso di separazione, facendosi uomo. Gesù mite e umile di Cuore porta la divinità sul piano della nostra umanità. Divenendo amico di Gesù, l’uomo diviene amico di Dio. E’ come se Dio non volesse essere più grande di noi, benché lo sia, ma mettersi al nostro stesso livello e trattare con noi con pari dignità. La maternità di Maria fa parte di questa divina pedagogia, essendo Lei stessa una manifestazione dell’umiltà divina. La Madonna ci attira con la sua condiscendenza, nella quale anche i più grandi peccatori scorgono comprensione e disponibilità. Il suo sorriso e il suo sguardo di madre aprono i cuori più diffidenti alla fiducia nella divina misericordia.
Maria guarda a ogni suo figlio con amore pieno di rispetto. La piccola Bernadette, povera ed emarginata, ne era rimasta profondamente colpita: “Mi parla come una persona parla a un’altra persona” affermava la veggente di Lourdes, per descrivere l’atteggiamento pieno di stima e considerazione con cui la bella Signora si rivolgeva a lei. L’umile Ancella del Signore non ci guarda mai dall’alto in basso. La società considera quelli che contano, perché sono potenti, o ricchi, o intelligenti. La Madonna ha lo sguardo della madre che abbraccia tutti i suoi figli, senza escludere nessuno. Tutti sono preziosi e importanti ai suoi occhi e, se ha una predilezione, è per gli essere umani più disprezzati. Lei guarda con compassione anche i peccatori più incalliti e si china con amore anche sulle piaghe più ripugnanti. Nessuno deve temere di avvicinarsi a Lei. Anche se tutti si vergognassero di te, Lei non cesserebbe di chiamarti suo figlio. Lei, che è la Tutta Santa, non patirà scandalo e non si straccerà mai le vesti per i tuoi sbandamenti.
L’umile Ancella del Signore è la medicina che Dio ci ha donato per guarire dalla nostra superbia. Se l’orgoglio è il peccato che ha portato la rovina nel mondo, l’umiltà è la medicina che lo salva. Maria è questa medicina che ogni cristiano non deve esitare a prendere. Accogliendo la Madonna nella propria vita come madre e accettando di essere suoi figli, noi veniamo guariti dal veleno mortale del serpente. I figli di Maria sono umili, perché non si vergognano di averla come madre. Quelli che pensano di non aver bisogno della sua maternità, invano si sforzano di entrare per la porta stretta che introduce nel Regno di Dio. Attraverso di essa infatti passano solo coloro che accettano di divenire come bambini (Mt 18,3). La Madre mite e umile di cuore plasma i suoi figli a immagine del Figlio.

48. L’ attualità e l’importanza del primo Concilio della Chiesa a Nicea (a. 325)
In questi giorni si incontrano a Nicea, una località della Turchia, i rappresentanti delle varie denominazioni cristiane, Cattolici , Protestanti e Ortodossi, per professare ciò che è essenziale al cristianesimo: la fede nella divinità di Gesù Cristo e di conseguenza in Dio Uno e Trino.
Questa fede ha le sue radici nella stessa rivelazione che Gesù ha fatto di se stesso, nella sua vita pubblica, ed è per questa testimonianza, ribadita anche dinanzi al Sinedrio, che è stato condannato a morte.
Tutti i personaggi della Storia della salvezza, nell’Antico come nel Nuovo Testamento, si comportano davanti a Dio e davanti al popolo, al quale sono inviati, come dei “servi”, siano essi i Patriarchi, i Condottieri e i Profeti di Israele, oppure gli Apostoli e la schiera dei Santi e dei Martiri della Chiesa.
Il più grande di tutti loro, La Vergine di Nazareth, che la Chiesa invoca con i titoli più eccelsi, si professa come “la Serva del Signore”. Anche il titolo di “Madre di Dio” non fa che esaltare la dignità divina del Bambino che Lei ha concepito per opera dello Spirito Santo e che ha donato al mondo.
Tutti i cristiani devono tenere ferma questa professione di fede, che li distingue dal monoteismo islamico ed ebraico, ma anche e soprattutto dalle varie religioni e filosofie che rimangono nell’orbita dell’immanenza e nell’illusione dell’auto-salvezza.
Riconoscere la divinità di Gesù Cristo è un atto di fede soprannaturale, che richiede la grazia dello Spirito Santo, per quanto la testimonianza che Il Verbo incarnato ha fatto di se stesso abbia solide fondamenta nella sublime sapienza che ha manifestato, nell’eccelsa santità della sua vita, nei miracoli che ha compiuto a nome proprio e infine nella sua gloriosa resurrezione.
“Avete rifiutato la Fede e la Croce” ha severamente ammonito la Regina della pace ed è per questo che l’umanità corre verso la perdizione. Tuttavia non vi sono alternative come afferma l’apostolo Paolo:
“In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati» ( Atti, 4,12)
