Mese: Luglio 2025 Pagina 16 di 27

Lunedì 14 Luglio 2025
h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 9.oo: ATTUALITA’ DEL MONDO E DELLA CHIESA
Panoramica delle situazione internazionale
+h. 9.30: MEDJUGORJE: PERCHE’ NON HO DUBBI
18. Perché la Madonna ha confidato i Segreti ai Veggenti?
Tutti i Veggenti di Medjugorje sono portatori dei Dieci Segreti
Mirjana al riguardo ha una responsabilità particolare
La testimonianza di tutti i Veggenti è necessaria per la credibilità dei Segreti
Non è mai stato detto nulla sui Segreti se non ciò che la Madonna ha permesso.
Il silenzio assoluto è necessario per la rivelazione degli eventi tre giorni prima
I Segreti di Medjugorje attualizzano quelli di Fatima
h. 10. VOI SIETE LA MIA SPERANZA (19)
BLOG – blogdipadrelivio.it
Angelus di Papa Leone
DAI UNA MANO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO
+Bonifico Bancario Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano – IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574
+Conto corrente postale – N. 1 4 5 2 2 2 2 1
Intestato a: Associazione Radio Maria, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
+5×1000 per i progetti di Radio Maria: C. F. 94023530150
di Paolo Mieli| 13 luglio 2025 – Corriere della Sera – 14 Luglio 2025
La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola
Le cose cambieranno solo se e quando (potrebbe accadere già oggi) Donald Trump metterà anche Mosca nel mirino della sua politica daziaria. Spingendosi a imporre una gabella del 500% ai Paesi che acquistano gas, petrolio e uranio dalla Russia come prevede il disegno di legge del senatore Lindsey Graham. Solo allora dovremo riconsiderare il discorso. Ma solo in parte. Al momento, comunque, gli alti dazi imposti da Trump all’Europa per la loro valenza politica costituiscono la prova che lo stretto rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e quello russo tiene.
Per quanto gli europei possano trattare nelle prossime due settimane è improbabile che quel 30% scenda in misura da renderlo accettabile per le nostre economie. E, a ogni evidenza, Trump conta sulla prospettiva che i Paesi del nostro continente, sottoposti a pressione dai loro apparati economici e dalle opposizioni filorusse vadano da lui, ognuno per conto proprio, a pietire un trattamento di favore. Che, forse, otterranno. Allo scopo di poter essere additati come esempio per i loro atti di sottomissione. Così da mettere in fibrillazione gli altri Paesi europei che invece si saranno fin lì mantenuti uniti. E mandare in frantumi proprio questa unità.
Tutto ciò accade perché l’ultima settimana ha dimostrato quanto tenga, al di là di ogni aspettativa, il legame tra quel che resta del fronte occidentale e Volodymyr Zelensky. Imperniato, questo asse, su Francia, Germania, Polonia ma anche Gran Bretagna e Canada. Ai quali si aggiungono i Paesi dell’Europa settentrionale. E, fino ad oggi, anche l’Italia (compresa una parte non irrilevante dell’opposizione). Poco, rispetto a come il quadro complessivo si presentava fino a un anno fa. Ma sufficiente a dotare l’Ucraina della deterrenza necessaria per resistere e potersi eventualmente sedere — a fronte alta — ad un tavolo della pace. Tavolo che però al momento non si intravede neppure all’orizzonte.
Kiev sta dimostrando di essere in grado di sopportare i bombardamenti che la devastano ogni notte assieme ad altre città anche distanti dal fronte militare del conflitto. Vladimir Putin, non riuscendo a vincere la partita là dove combattono gli uomini, cerca di provocare con le bombe sui civili il crollo morale del Paese invaso tre anni e mezzo fa. Si avvicina minaccioso con i suoi missili ai confini della Polonia. E umilia platealmente Trump costretto, a sei mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, ad ammettere che, certo, quelle bombe provocano morti. Molte morti.
La fortuna di Putin e soprattutto di Trump è di non dover subire una mobilitazione delle coscienze simile a quella provocata da altre riprovevoli (sottolineiamo: riprovevoli) devastazioni belliche. Controbilanciata, questa fortuna, da un nuovo papa, Leone XIV, che si mostra leggermente più sensibile agli accadimenti ucraini di quanto lo fu il suo predecessore.
Trump si vede costretto a denunciare per tre volte consecutive un «malinteso» con il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth e a riprendere la fornitura di armi all’Ucraina. Con il contagocce e facendosele pagare dalla Nato. Putin si prende pubblicamente gioco di Trump ogni volta che gli è possibile. L’ultima è stata di offrirgli quel che non è nella sua disponibilità e cioè che Teheran spalanchi le porte agli ispettori in cerca dell’uranio arricchito volatilizzatosi dopo la curiosa conclusione della cosiddetta «guerra dei dodici giorni».
La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola. Non dovrebbe mai spingersi al punto di rottura con gli Stati Uniti (di cui Trump è presidente pro tempore e potrebbe anche essere dimezzato nei suoi immensi poteri attuali ben prima della scadenza del mandato). E deve trovare al cospetto del Presidente degli Stati Uniti una compattezza di cui in passato non ha mai avuto bisogno. La trattativa sui dazi è, ad ogni buon conto, una trattativa politica. E il fare fronte comune val bene qualche sconto in meno.
Noi la definiamo «guerra d’Ucraina». Ma qui, da tempo è in gioco l’Europa. In particolare, la sua capacità di diventare adulta come soggetto politico, districandosi tra i lacci che essa stessa si è data. Le sue dimensioni economiche e il grado di maturità della classe politica di cui dispone nella cabina di comando glielo consentono. Il momento è questo. Se l’Europa resterà unita nella trattativa sui dazi (anche a costo di perdere per strada qualche entità mediterranea o centro orientale) potrà dimostrare a sé stessa d’essersi emancipata da una tutela che, impedendole di crescere, dura da quasi un secolo.
Verrà forse il giorno in cui gli europei, voltandosi indietro, si troveranno nella condizione paradossale di dover dire grazie a Donald Trump
Leone XIV celebra la Messa nella parrocchia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, e riflette sulla parabola del Buon Samaritano. Quindi lancia un appello per quanti sono “vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni” ed esorta a lasciare che i “bisogni” e le “sofferenze” del prossimo ci “spezzino il cuore”
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 13 Luglio 2025
Sguardo attento e rivolto verso il “basso”, verso tutti coloro che sprofondano quotidianamente nelle sofferenze e nelle difficoltà della vita. Compassione per l’altro, “chiunque egli sia”, per i suoi bisogni, al di là di ogni appartenenza ad una cerchia, ad una nazionalità o una religione. Cuore trafitto, spezzato, nel guardare quei tanti popoli oggi “spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”. In un tempo di violenze e divisioni fratricide, di individualismo e indifferenza, di un cinismo che derubrica a numeri le vite umane falcidiate dai conflitti, Papa Leone XIV nella Messa celebrata oggi a Castel Gandolfo indica una immagine, una figura, un’icona: il buon samaritano. Ovvero il protagonista di una delle “più belle e suggestive parabole” del Vangelo che, facendosi toccare gli occhi e il cuore dall’uomo “mezzo morto” maltrattato e abbandonato dai briganti incontrato sulla strada verso Gerico e ignorato da chi aveva preceduto il suo cammino, insegna a tutti l’unico vero comandamento: l’amore.

Leone XIV in auto elettrica attraversa la via centrale di Castel Gandolfo e saluta i fedeli (@Vatican Media)
“Rivoluzione dell’amore”
Oggi c’è bisogno di una “rivoluzione dell’amore”, dice il Papa durante l’omelia della celebrazione presieduta a San Tommaso da Villanova, la piccola parrocchia pontificia a pochi passi dal Palazzo Apostolico del comune laziale, terra di vacanze estive dei Papi. È il primo appuntamento pubblico di Robert Francis Prevost dall’inizio del suo periodo di riposo. Il Pontefice raggiunge San Tommaso a bordo di un’auto aperta elettrica, accolto dalla folla di residenti, fedeli e negozianti assiepati dietro le transenne nel corridoio naturale che collega Villa Barberini, residenza del Pontefice, alla centrale Piazza della Libertà. Lì un breve saluto alla folla.
Invece nella parrocchia, scrigno di storia e arte progettato dal Bernini e intitolato ad un agostiniano spagnolo, Leone XIV prima della liturgia si raccoglie per qualche istante in preghiera, in ginocchio, davanti al Santissimo Sacramento. Il coro, intanto, intona il canto Tu es Petrus. Nell’omelia della Messa – concelebrata con il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale – il Papa si rivolge poi ad un ristretto gruppo di fedeli: oltre al vescovo Vincenzo Viva e alla comunità parrocchiale, anche sacerdoti, religiose e religiosi, autorità civili e militari. Ma le parole del Vescovo di Roma – amplificate dalla filodiffusione a creare una suggestiva eco sopra il lago di Albano – sono indirizzate al mondo intero. Un mondo che sembra aver dimenticato l’empatia, che sembra aver messo da parte la misericordia e perso la capacità di farsi “trafiggere il cuore” dinanzi a quanti vivono nel dolore.

Il Papa in preghiera prima dell’inizio della Messa (@Vatican Media)
La parabola del buon Samaritano, una sfida per tutti
Ed è per questo che Papa Leone richiama alla mente di tutti la parabola – al centro del Vangelo odierno – del buon samaritano, tanto cara a Papa Francesco, citato nell’omelia insieme a Benedetto XVI e al suo Gesù di Nazaret.
Questo racconto continua a sfidarci anche oggi, interpella la nostra vita, scuote la tranquillità delle nostre coscienze addormentate o distratte, e ci provoca contro il rischio di una fede accomodante, sistemata nell’osservanza esteriore della legge ma incapace di sentire e di agire con le stesse viscere compassionevoli di Dio
Lo “sguardo”
In particolare Leone XIV rileva un primo dettaglio della parabola, lo “sguardo”, che – dice – “esprime ciò che abbiamo nel cuore”. C’è, infatti, un “vedere esteriore, distratto e frettoloso”, un “guardare facendo finta di non vedere”, cioè senza lasciarci toccare e senza farci interpellare dalla situazione; e c’è, invece, un vedere “con gli occhi del cuore”, “con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro”, ci tocca, ci scuote.
Il primo sguardo è quello che Dio ha avuto verso di noi, afferma il Papa. Il buon samaritano è, infatti, immagine di Gesù; mentre il tale che scendeva da Gerusalemme a Gerico rappresenta l’umanità che discende “negli abissi della morte” e “ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte”.
Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia

L’inizio della Messa a San Tommaso da Villanova (@Vatican Media)
Segno di compassione nel mondo
Misericordia e compassione sono le caratteristiche di Dio, sottolinea Papa Leone: Dio “è il buon Samaritano che ci è venuto incontro; Egli, dice Sant’Agostino, volle chiamarsi nostro prossimo”. Credere in Lui, sottolinea il Pontefice, “significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere i suoi stessi sentimenti: un cuore che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”.
Guariti e amati da Cristo, diventiamo anche noi segni del suo amore e della sua compassione nel mondo
Tanti popoli oggi spogliati, derubati e saccheggiati
Oggi “c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore”, afferma Leone XIV. La strada da Gerusalemme verso Gerico, “è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà”. È la strada di “tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita” e di “tutti coloro che ‘scendono in basso fino a perdersi e toccare il fondo”.
È la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite
Aiutare tutti, non solo chi ha la stessa nazionalità o religione
Davanti a costoro “che cosa facciamo noi?”, domanda il Papa. “Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte – aggiunge – ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione”. Ma Gesù “capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito”. E “ci chiede di fare lo stesso”.

Papa Leone XIV durante la celebrazione (@Vatican Media)
L’amore più forte della morte
L’invito è allora a “vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore”.
Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte
Il dono del Papa alla parrocchia
A conclusione della celebrazione il Papa annuncia di voler consegnare “un piccolo dono” al parroco di San Tommaso, il salesiano polacco padre Tadeusz Rozmus, in ricordo della giornata di oggi: si tratta di una patena e un calice. “Sono strumenti di comunione – spiega Leone XIV – e questi possono essere un invito a tutti noi a vivere in comunione, a promuovere questa fraternità che viviamo in Gesù Cristo”. Un applauso, partito spontaneamente prima dell’antifona del Salve Regina, suggella il momento liturgico. Dalla parrocchia il Pontefice alle 12 si trasferisce al centro della piazza per la recita dell’Angelus.

Il Papa consegna un regalo al parroco padre Tadeusz Rozmus (@Vatican Media)
