NOVITÀ estrapolazioni da ascoltare ritagli di pagine inedite dal nuovo LIBRO di P.LIVIO: “SONO VOSTRA MADRE E VI AMO”
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Mese: Aprile 2025 Pagina 12 di 34
di Gian Guido Vecchi- Correre della Sera 20 Aprile 2025
Papa Francesco si affaccia dalla Loggia di San Pietro: «Cari Fratelli e sorelle, buona Pasqua», dice a fatica. Nell’omelia (scritta da lui) si ricordano i tanti conflitti in corso nel mondo, e si lancia un appello: «No al riarmo». Poi Bergoglio scende tra i fedeli
CITTÀ DEL VATICANO – Sono passati due minuti da mezzogiorno quando Francesco si affaccia alla Loggia centrale delle Benedizioni della basilica di San Pietro per la Benedizione Urbi et Orbi. Dopo 38 giorni di ricovero al Gemelli e quasi un mese di convalescenza a Santa Marta, Francesco voleva esserci, nel giorno più importante per i cristiani. «Cari Fratelli e sorelle, buona Pasqua», dice a fatica. Alla fine, la voce roca, pronuncia a fatica la benedizione solenne in latino, che solo il Papa può dare a Pasqua: «Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus». Poi scende in piazza per salutare i fedeli.
Per la lettura del messaggio tradizionale Urbi Et Orbi, «legge il maestro delle cerimonie legge», ha ceduto la parola all’arcivescovo Diego Ravelli: «Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero».
L’omelia di Pasqua di Papa Francesco
Come ogni anno, il testo ripercorre i dolori del mondo. Con una considerazione generale: «Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo. Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovano lo sviluppo. Sono queste le “armi” della pace: quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte!».
Anzitutto, «sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese». Scrive Francesco: «Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria». Per questo «faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!», legge Rovelli tra gli applausi dei fedeli in piazza.
L’elenco dei dolori, al solito, è assai lungo. «Preghiamo per le comunità cristiane in Libano e in Siria che, mentre quest’ultimo Paese sperimenta un passaggio delicato della sua storia, ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive Nazioni. Esorto tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente», aggiunge. E ancora, «rivolgo un pensiero speciale anche al popolo dello Yemen, che sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie “prolungate” del mondo a causa della guerra, e invito tutti a trovare soluzioni attraverso un dialogo costruttivo». Come ogni settimana dall’inizio dell’invasione russa, tre anni fa, il pontefice ricorda «la martoriata Ucraina» e prega perché «Cristo Risorto effonda il dono pasquale della pace e incoraggi tutti gli attori coinvolti a proseguire gli sforzi volti a raggiungere una pace giusta e duratura».
Il Papa cita anche il Caucaso Meridionale, «preghiamo affinché si giunga presto alla firma e all’attuazione di un definitivo accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che conduca alla tanto desiderata riconciliazione nella Regione», e i Balcani occidentali: «La luce della Pasqua ispiri propositi di concordia e sostenga gli attori politici nell’adoperarsi per evitare l’acuirsi di tensioni e crisi, come pure i partner della Regione nel respingere comportamenti pericolosi e destabilizzanti». Ma non basta: «Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e Sud Sudan, e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede».
Scrive ancora Francesco: «Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui. Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo». Il Papa esorta inoltre «ad abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche» e «a prenderci cura gli uni degli altri, ad accrescere la solidarietà reciproca, ad adoperarci per favorire lo sviluppo integrale di ogni persona umana». Il pontefice pensa anche al Myanmar: «In questo tempo non manchi il nostro aiuto al popolo birmano, già tormentato da anni di conflitto armato, che affronta con coraggio e pazienza le conseguenze del devastante terremoto a Sagaing, causa di morte per migliaia di persone e motivo di sofferenza per moltissimi sopravvissuti, tra cui orfani e anziani. Preghiamo per le vittime e per i loro cari e ringraziamo di cuore tutti i generosi volontari che svolgono le attività di soccorso. L’annuncio del cessate-il-fuoco da parte di vari attori nel Paese è un segno di speranza per tutto il Myanmar».
Parla di speranza, Francesco: «Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità risorga! Ai suoi occhi ogni vita è preziosa! Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare». Questo è il problema di fondo: «Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti! In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!».
Il testo del messaggio di Francesco si conclude con un appello: «Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità. E in quest’anno giubilare, la Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici! Cari fratelli e sorelle, nella Pasqua del Signore, la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ma il Signore ora vive per sempre e ci infonde la certezza che anche noi siamo chiamati a partecipare alla vita che non conosce tramonto, in cui non si udranno più fragori di armi ed echi di morte».

di Stefano Caprio – Asia News – 20 Aprile 2025
Per gli ortodossi la Settimana Santa – le cui date quest’anno coincidono con quella dei cattolici – è la “Settimana Autentica, quella che parla cioè della verità definitiva sui destini dell’uomo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare proprio in questi giorni sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico. Mentre sul sito del patriarcato di Mosca si ricollega la Pasqua al 9 maggio, il giorno della Vittoria.
La Settimana Santa quest’anno coincide per cattolici e ortodossi, che la chiamano “Settimana Autentica”, i giorni della verità definitiva sui destini dell’uomo, a confronto della Passione di Cristo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico, per mostrare il proprio volto autentico e apocalittico. La settimana era cominciata con la Domenica delle Palme, un’altra cerimonia gioiosa che accomuna i cristiani delle tradizioni di Oriente e Occidente, e i russi l’hanno trasformata nella domenica delle Salme, con i 34 morti di Sumy, tra cui due bambini, colpiti da due missili balistici a grappolo mentre andavano in chiesa ad agitare i verby, i rami di salice che in queste regioni sostituiscono gli ulivi o le palme, o semplicemente passeggiavano in un clima finalmente primaverile, dopo il lungo gelo invernale.
Perfino il Consiglio ecumenico delle Chiese, il massimo organismo ecumenico mondiale che finora aveva cercato di non escludere totalmente gli ortodossi russi dalla comunione universale, ha reagito con grande apprensione ai fatti di Sumy, dichiarando che “all’inizio della settimana della Passione pasquale, la festa dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme si è trasformato nella città ucraina di Sumy in un massacro della popolazione inerme, giorno di dolore e di pianto a causa della Russia”. Il Consiglio ricorda anche la strage del 4 aprile a Krivoj Rog, altra città importante e simbolica dell’Ucraina, in cui un missile balistico russo ha ucciso 19 persone, tra cui nove bambini, con un attacco diretto alla popolazione civile. Provoca sconforto e incredulità che “perfino in giorni così sacri la crudeltà umana non si plachi, e continui ad accumulare vittime innocenti”, invitando la comunità internazionale a “condurre i colpevoli di fronte alle proprie responsabilità, con tutti i mezzi possibili”.
La nuova sanguinaria offensiva russa si scatena proprio mentre si svolgono le trattative con gli Stati Uniti di Donald Trump, che invece di avvicinare la pace sembrano produrre disastri ancora maggiori, dopo aver umiliato gli ucraini e il loro presidente Volodymyr Zelenskyj, sospendendo per essi aiuti e protezioni, e aver apprezzato Putin per il suo “realismo” e la sua disponibilità al dialogo. I responsabili di questa deriva evidentemente non stanno soltanto a Mosca, ma anche a Washington, anche se il “padre spirituale” di Trump, il pastore Mark Burns, definisce Putin “il male da condannare”, anch’egli esterrefatto per l’attacco nel giorno che “deve essere dedicato alla preghiera e al rinnovamento spirituale per i cristiani di tutto il mondo”. Egli assicura che “il presidente degli Stati Uniti desidera che queste malvagità cessino, e che la pace si stabilisca al più presto”, ma gli eventi sembrano decisamente smentire questa volontà, e in effetti lo stesso Trump ha condannato la strage di Sumy, ma ha anche aggiunto che “mi hanno riferito che i russi hanno fatto un errore”.
In realtà non c’è nessun errore, e proprio la data simbolica evidenzia come sempre la volontà autentica di Putin e dei suoi carnefici: distruggere e uccidere, nel giorno in cui si comincia a celebrare la Passione, significa rivestire di significato religioso estremo le proprie azioni. In questo i russi non si sbagliano mai, sanno dare un “valore sacro” anche alle vicende più negative e oscure, trasformando lo sterminio in giudizio divino, come avvenuto tante volte nella storia antica e recente della Russia. La coincidenza delle date pasquali deve aver stimolato questa psicosi di rituale apocalittico, che coinvolge non solo il presidente, i politici e i militari, ma anche gli ecclesiastici, dal patriarca ai monaci, e ai cappellani dell’esercito.
Sulla Rossijskaja Gazeta è uscita proprio in questi giorni un’intervista a uno dei principali cappellani militari russi, padre Vasilij (Ageev), che ha affermato che “proprio quando ci si unisce nel combattimento e si prega insieme per la vittoria definitiva contro il nemico, si comprende che Dio è con noi”. Come egli racconta, spesso i soldati “obbediscono più al sacerdote che al comandante”, attribuendosi quasi il merito della riconquista di Sudža, la cittadina della regione di Kursk occupata dagli ucraini, per cui le cronache russe hanno assunto toni trionfali, raccontando dei soldati che si sono inseriti nelle tubature strettissime e velenose per raggiungere l’altra parte del fronte, resistendo grazie alla benedizione divina.
Padre Vasilij coltiva questa vocazione bellico-religiosa fin dal 2014, quando studiava in seminario e voleva abbandonarlo per andare a combattere nel Donbass, per partecipare alla “primavera russa contro il male”, ma dovette ricoverarsi in ospedale per una malattia che sembrava inguaribile. Fece allora voto al Signore di diventare sacerdote se fosse sopravvissuto, e il suo organismo è miracolosamente guarito, cercando quindi di unire la vocazione al sacerdozio con quella alla guerra santa, rispondendo al primo appello del patriarcato di Mosca a rendersi disponibili per accompagnare i soldati al fronte in Ucraina. Egli spiega che “oggi ci sono dei corsi speciali per i sacerdoti che vogliono diventare cappellani militari, a Mosca e San Pietroburgo”, dove si insegna la tattica e la medicina, come difendersi dai droni e usare le maschere antigas, imparando anche le regole della guerra di trincea, ma egli ha imparato tutto direttamente sul campo, scoprendo che “in guerra si diventa autentici credenti”, unendo perfino le diverse religioni come l’islam e il buddhismo, sempre sotto la guida dell’Ortodossia militante.
Nella regione di Kursk, al netto della reciproca propaganda, gli scontri continuano a vari livelli, con gli ucraini che controllano ancora i centri abitati di Olešnja e Gornal, dove si trova un vero obiettivo “sacro”, quello del monastero di san Nikolaj Belogorskij. Alcuni Z-blogger russi hanno esultato frettolosamente per la sua riconquista, poi smentiti da altre fonti, e la Tass si è limitata a riferire di un “moderato successo” delle armate russe nell’area del monastero, cacciando gli ucraini che avrebbero distrutto alcuni edifici conventuali, senza però offrire riscontri concreti. Allora altri media russi si sono messi a parlare di “passaggi sotterranei” che offrono agli ucraini delle vie di fuga e di controllo di alcune zone, neanche fossero terroristi di Hamas nella striscia di Gaza, ma tale possibilità è stata smentita dallo stesso superiore del monastero, lo ieromonaco Meletij fuggito insieme a tutti i confratelli, che ha raccontato come le forze ucraine abbiano stabilito nel convento la propria base operativa per il controllo della zona di confine. Egli ha precisato che “c’è solo un grande scantinato”, e se si vuole stanare il nemico “sarà necessario distruggere l’intero monastero”, rendendo questo scontro un’ennesima “prova apocalittica”.
Nel frattempo i massacri della “settimana delle Salme” continuano in altre zone come a Dnipro e a Kherson, con bombardamenti ossessivi che hanno provocato decine di feriti e ancora non si sa quanti morti, con diversi bambini tra le vittime. La città di Dnipro conta circa 900mila abitanti, e il suo centro urbano è devastato da incendi che hanno danneggiato case, scuole, ospedali, centri culturali e centinaia di automobili. Nel frattempo continuano le telefonate e gli incontri tra i vertici di Usa, Russia, Francia e altri, con visite all’imperatore americano per discutere sui futuri accordi, mentre il presidente Zelenskyj invita ad andare a vedere che cosa sta succedendo in Ucraina.
Siamo ormai alla Pasqua, ma i russi estendono la solennità fino al 9 maggio della Vittoria, e sul sito del patriarcato di Mosca è apparso un articolo di uno dei principali interpreti della teologia politica russa, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo e consigliere della presidenza della Duma, dal titolo “La Vittoria nel paradigma della sacralità russa”. In esso si spiega che “nel giorno della Vittoria si unisce il trionfo alla tragedia, la gioia di aver superato il pericolo e la mestizia della memoria, vale a dire un simbolo culturale a più livelli”. Con questo simbolismo nella cultura russa si lega “un intero complesso di simboli sacri”, tra cui proprio il legame della Vittoria nel 1945 a quella della Pasqua di Cristo, che è “allo stesso tempo sofferenza e redenzione”. Nella società sovietica di 80 anni fa, pur sotto l’influsso dell’ateismo di Stato, secondo Šipkov “si formò la sensazione della natura trascendentale del sacrificio bellico, e non poteva essere altrimenti”, specificando che “la nostra Vittoria non è soltanto un’istituzione legittimata e un complesso ritualistico, ma è una pratica di theosis, di trasfigurazione ed elevazione a Dio, per donare sé stessi ai propri amici”. E trasformare i Salmi in Salme, in un inno alla nuova sacralità della Russia.
Joseph Ratzinger-Benedetto XVI 19 aprile 2025 – Il Foglio – 20 Aprile 2025
Quel che resta è solo una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo. “O Cristo è davvero risorto dai morti o è solo una grande personalità religiosa fallita”
Questo breve testo è tratto dal nono capitolo del secondo volume (“Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”) della trilogia “Gesù di Nazaret”, edito dalla LEV-Libreria Editrice Vaticana.
“Ma se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1 Cor, 15,14s). Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo –, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza.
Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.
Per questo, nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale. E’ perciò necessario ascoltare con particolare attenzione la testimonianza sulla risurrezione offerta nel Nuovo Testamento. Ma dobbiamo allora, come prima cosa, constatare che questa testimonianza, considerata dal punto di vista storico, si presenta a noi in una forma particolarmente complessa, così da sollevare molte domande. Che cosa è lì successo? Ciò chiaramente, per i testimoni che avevano incontrato il Risorto, non era facile da esprimere. Si erano trovati davanti ad un fenomeno per essi stessi totalmente nuovo, poiché oltrepassava l’orizzonte delle loro esperienze.
Per quanto la realtà dell’accaduto li sconvolgesse fortemente e li spingesse a darne testimonianza essa tuttavia era totalmente inusuale. San Marco ci racconta che i discepoli, scendendo dal monte della trasfigurazione, riflettevano preoccupati sulla parola di Gesù secondo cui il Figlio dell’uomo sarebbe “risorto dai morti”.
E si domandavano l’un l’altro che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (9,9s). E di fatto: in che cosa ciò consiste? I discepoli non lo sapevano e dovevano impararlo solo dall’incontro con la realtà. Chi si avvicina ai racconti della risurrezione con l’idea di sapere che cosa sia la risurrezione dai morti, non può che interpretare tali racconti in modo sbagliato e deve poi accantonarli come cosa insensata.
Alla fede nella risurrezione Rudolf Bultmann ha obiettato che, anche se Gesù fosse tornato dal sepolcro, si dovrebbe tuttavia dire che “un tale miracoloso evento della natura come la rianimazione di un morto” non ci aiuterebbe per nulla e, dal punto di vista esistenziale, sarebbe irrilevante (cfr Neues Testament und Mythologie, p. 19).
Ebbene, di fatto: se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa ultimamente non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte. Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain (cfr Lc 7,11-17), della figlia del Giàiro (cfr Mc 5,22-24.35- 43 e par.) o di Lazzaro (cfr Gv 11,1-44). Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente. Le testimonianze neotestamentarie non lasciano alcun dubbio che nella “risurrezione del Figlio dell’uomo” sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini. Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una sorta di “mutazione decisiva” (per usare analogicamente questa parola, pur equivoca), un salto di qualità.
Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini. Con ragione, quindi, Paolo ha inscindibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,16.20). La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo Testamento. Da qui si capisce la peculiarità di tale testimonianza neotestamentaria.
Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi. Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. E’ vero che la fede giudaica conosceva la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La vita nuova era collegata con l’inizio di un mondo nuovo e in tale prospettiva era anche ben comprensibile: se c’è un mondo nuovo, allora lì esiste anche un modo nuovo di vita.
Ma una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere – questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile. Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli. Il processo del divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce. Nessuno aveva pensato ad un Messia crocifisso. Ora il “fatto” era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo.
Di Marco Mancini
Città del Vaticano , sabato, 19. aprile, 2025 20:48 (ACI Stampa).
Il Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio cardinalizio e delegato del Papa per la celebrazione, ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana la solenne Veglia Pasquale.
“La Veglia pasquale – ha detto il Cardinale Re, che ha letto l’omelia preparata da Papa Francesco – ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. La Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.
Attraverso il suo stile, Dio “ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo. Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere”.
Il Papa – attraverso la voce del Cardinale Re – richiama tutti: “facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo! Ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio è possibile, perché Cristo ha vinto la morte”.
Citando Sant’Agostino, il Papa invita a “riprodurre la Pasqua nella nostra vita e” a “diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.
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“Il Cristo risorto – è la conclusione dell’omelia – è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima e non vi sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno. E questa speranza della Pasqua, questa svolta nelle tenebre, dobbiamo annunciarla a tutti. Facciamo spazio alla luce del Risorto! E diventeremo costruttori di speranza per il mondo”.
Nel corso della Veglia il Cardinale Re amministra i Sacramenti dell’iniziazione cristiana a tre neofiti.
Domani la Messa di Pasqua sarà celebrata in piazza San Pietro dal Cardinale Angelo Comastri, Vicario Generale emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano. Al termine il Papa – secondo quanto ha fatto sapere la Sala Stampa della Santa Sede – ha espresso il desiderio di essere presente per la Benedizione Urbi et Orbi. Questo pomeriggio, invece, poco dopo le 17,30 il Papa si era recato nella Basilica di San Pietro per un tempo di preghiera, per essere vicino ai fedeli in procinto di partecipare alla Veglia Pasquale.

Regina Coeli
Regina del cielo, rallegrati, alleluia:
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia.
V. Gioisci e rallegrati, Vergine Maria, alleluia.
R. Poiché il Signore è veramente risorto, alleluia.
Preghiamo:
O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
NOVITÀ estrapolazioni da ascoltare ritagli di pagine inedite dal nuovo LIBRO di P.LIVIO: “SONO VOSTRA MADRE E VI AMO”
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