"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Aprile 2025 Pagina 11 di 34

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 313 – LA CHIESA E’ UNA

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DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA ASSOCIAZIONE RADIO MARIA

Sala Clementina
Giovedì, 29 ottobre 2015

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, che formate la “Famiglia mondiale di Radio Maria”. Ringrazio il Presidente Emanuele Ferrario per le sue cortesi parole, e ringrazio voi, dirigenti delle diverse emittenti, attive in circa settanta Paesi nei cinque continenti. Attraverso di voi, si rendono idealmente presenti qui i volti e i cuori dei vostri ascoltatori che, in misura crescente, apprezzano e seguono i programmi radiofonici di Radio Maria e la sostengono con il volontariato e le offerte.

Radio Maria, fin dalla sua nascita, si è proposta l’obiettivo di aiutare la Chiesa nell’opera di evangelizzazione; e di farlo nel modo suo proprio, cioè con la vicinanza alle preoccupazioni e ai drammi della gente, con parole di conforto e di speranza, frutto della fede e dell’impegno di solidarietà. Un obiettivo chiaro e alto, perseguito con determinazione e costanza, che ha saputo guadagnarsi attenzione e seguito non comuni.

Nel portare avanti il vostro intento vi siete fidati della Provvidenza, che non vi ha mai fatto mancare i mezzi per le necessità quotidiane: per l’ammodernamento delle tecnologie, in modo da disporre di strumenti al passo con i tempi, e per lo sviluppo della Radio, prima in Italia e poi in tanti Paesi del mondo, con una capillarità e una rapidità sorprendenti. A questo riguardo, la sfida è mantenere lo stile di sobrietà, pur nella ricerca degli strumenti adeguati.

Il diffondersi di Radio Maria in tanti ambienti tra loro diversi per cultura, lingua e tradizioni, costituisce una buona notizia per tutti, perché dimostra che, quando si ha il coraggio di proporre contenuti di alto profilo a partire da una chiara appartenenza cristiana, l’iniziativa trova buona accoglienza oltre le migliori previsioni, a volte anche presso coloro che magari per la prima volta vengono in contatto con il messaggio evangelico. Questo non deve però troppo stupire, perché Maria, la Madre di Dio e Madre nostra, sotto il cui nome e la cui protezione è posta la vostra Radio, Lei sa trovare il modo per compiere, a partire da piccoli e umili inizi, grandi opere.

Vi invito perciò a perseverare nel vostro impegno, che è diventato una vera missione, con fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa e in ascolto della società e delle persone, specialmente dei più poveri ed emarginati, in modo da essere per tutti i vostri ascoltatori un punto di riferimento e un sostegno. Infatti, diffondendo il Vangelo e la devozione alla Madre di Gesù, promuovendo l’amore alla Chiesa e alla preghiera, si offre un “canale” valido per ascoltare belle riflessioni, per imparare a pregare, per approfondire i contenuti della fede che edificano e ampliano gli orizzonti. La Radio, in tal modo, diventa un mezzo che non comunica solo un insieme di notizie, di idee, di musiche senza un filo conduttore, e che potrebbe solo cercare di distrarre e forse di divertire, ma diventa un mezzo di prim’ordine per veicolare la speranza, quella vera che deriva dalla salvezza portata da Cristo Signore, e per offrire buona compagnia a tante persone che ne hanno bisogno.

Oggi siete convenuti a Roma da ogni parte del mondo per riflettere su quello che potrebbe essere chiamato “il carisma di Radio Maria”. Esso fa sì che questa Radio venga ascoltata ogni giorno da più di 30 milioni di persone nel mondo e viva mediante il contributo di migliaia di volontari, offrendo un servizio apprezzato nella Chiesa locale e importante anche per la comunità civile. Tutti coloro che ascoltano i vostri programmi radiofonici vi riconoscono come una Radio che dà ampio spazio alla preghiera, testimoniando che, quando ci si apre alla preghiera, si apre la porta, anzi la si spalanca, al Signore. Nel fare questo avete quale modello la Madonna. È necessario perciò amare con il cuore di Maria per vivere e sentire in sintonia con la Chiesa. Per questo vi incoraggio a coltivare sempre il “giardino interiore” della preghiera, dell’ascolto della Parola di Dio, e di avvalervi di buone letture approfondendo la vostra fede; in altre parole, facendo voi stessi ciò che proponete agli altri con i vostri programmi. Inoltre, abbiate sempre presente che voi donate qualcosa di grande e unico: la speranza cristiana, che è ben più di una semplice consolazione spirituale, perché si fonda sulla potenza della Risurrezione, testimoniata con la fede e le opere di carità.

Poniamo dunque sotto il manto protettivo di Maria la vostra Radio, le persone e le famiglie di coloro che vi lavorano, i vostri progetti per il futuro, e tutti gli ascoltatori e le ascoltatrici. Benedico tutti voi e il vostro lavoro. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me

RADIO MARIA CON PAPA FRANCESCO

Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook

h 20.30: Santo Rosario in suffragio dell’anima di Papa Francesco

h.21:00: Ricordo di Papa Francesco con gli ascoltatori

L’ULTIMA BENEDIZIONE DI PAPA FRANCESCO AL MONDO

Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: passerà alla Storia. Ora nulla sarà più come prima, per la Chiesa e per tutti noi

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 21 Aprile 2025

Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Francesco a volte fu più apprezzato dai laici che dai credenti. L’elezione, la rivoluzione di linguaggio e di stile, la difesa degli ultimi, l’omelia durissima dopo il naufragio di Lampedusa: storia di un Papa progressista.

«Buonasera».
La Chiesa ha una storia millenaria, che accelerò vorticosamente in cinque minuti: quelli tra le 20 e 22 e le 20 e 27 del 13 marzo 2013. Cinque minuti che, se non sconvolsero il mondo, certo lo avvertirono che stava accadendo qualcosa di nuovo. E non soltanto perché era appena stato eletto il primo Papa sudamericano, il primo Papa gesuita, il primo Papa a chiamarsi Francesco («Jorge Bergoglio es Francisco» titolò El Clarin, il più importante quotidiano argentino. «Argentino però modesto» titolò un giornale uruguaiano).

Francesco si affacciò alla loggia di San Pietro senza la mozzetta rossa, simbolo del potere dei predecessori. Con una croce semplice anziché preziosa. Non si definì Papa ma vescovo di Roma. Chiese ai fedeli di pregare per lui. Poi si inchinò alla folla.

La folla lo guardava, e ne fu commossa. Ma avrebbe dovuto guardare anche i cerimonieri; e se ne sarebbe inquietata. Perché fin dai primi passi Francesco ha provocato commozione e insieme sconcerto. Adesione e rigetto. Amore e ostilità, arrivato talora a degenerare nell’odio. Un sentimento mai sentito, visto, toccato in Vaticano nei confronti del Papa, come al tempo di Papa Francesco. Perché i progressisti forse non hanno amato Wojtyla; ma certo molti conservatori hanno odiato Bergoglio.

Si capì subito che sarebbe stato un Papa eccezionale; e questa sua grandiosa uscita di scena, il mattino di Pasquetta, dopo aver fatto in tempo a celebrare la Pasqua di resurrezione, lo conferma.

Bergoglio non ha innovato la dottrina; ma ha rivoluzionato il linguaggio, gli argomenti, lo stile del papato. Eppure, le stesse cose che piacevano al popolo infastidivano la Curia. Le vecchie scarpe ortopediche al posto di quelle rosse. La borsa portata da sé. L’utilitaria anziché la Papamobile o la Mercedes nera con cui il suo predecessore era arrivato alle Giornate della Gioventù di Colonia. Se Bergoglio andava a pagare il conto della stanza affittata a Roma, o a ritirare di persona gli occhiali da vista, le persone comuni se ne compiacevano, come a dire (o a illudersi): è uno di noi. Ma per gli uomini di Curia era un’inaccettabile deminutio del ruolo del Papa, quindi del loro. La scelta che parve insostenibile fu quella di non vivere nell’Appartamento, come viene chiamata la residenza all’ultimo piano delle logge di Raffaello, bensì a Santa Marta, cioè in un residence. Questo non solo faceva sembrare obsoleti e fuori luogo gli agi curiali – a cominciare dal leggendario attico del cardinale Bertone, ancora segretario di Stato -, ma faceva sentire un intero mondo inadeguato se non umiliato. E questo non riguardava soltanto monsignori, ma funzionari, aristocratici neri, banchieri dello Ior, giornalisti, gruppi di pressione, con terminali lontani dall’Italia, sino agli Stati Uniti. E se i cardinali nordamericani erano stati tra i grandi elettori di Bergoglio, fin dall’inizio molti se ne sentirono traditi.

Perché Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: la rivolta contro l’establishment, le élites, il sistema. Una rivolta che porta con sé il rischio del populismo. Perché la stessa rivolta ha prodotto anche Trump, che rappresenta tutto quello che Bergoglio detestava: l’arroganza del potere e della ricchezza, la violenza del linguaggio, la mentalità neoimperialista. E ora che la sua voce si è spenta, sarà più difficile, se non sovrastare, resistere a quella di Trump.

All’inizio non l’hanno visto arrivare. Alla vigilia del Conclave del 2013, nei conciliaboli tra i presunti esperti il nome di Bergoglio veniva scartato. Il primo a pronunciarlo era stato nel Conclave del 2005 il cardinale Carlo Maria Martini, in alternativa al candidato dei conservatori, Joseph Ratzinger. Ne sarebbe derivato uno stallo, che avrebbe bloccato entrambi, a favore di un terzo nome. Ma Bergoglio rinunciò. Si disse che avesse avuto un cedimento emotivo di fronte al Cristo della Sistina, come a dire: «Domine, non sum dignus». In realtà, Bergoglio non aveva voluto essere la pietra d’inciampo di Ratzinger. E così aveva mantenuto le sue chances per un Conclave successivo. L’unico a prevedere davvero la sua elezione fu un giornalista italiano, Andrea Tornielli, poi chiamato da Francesco al suo fianco; mentre diventava prefetto per la comunicazione un altro giornalista, Paolo Ruffini.

Le prime uscite pubbliche di Francesco erano seguite da una folla commossa, spesso in lacrime. La semplicità, l’immediatezza, la difesa dei poveri, l’elogio dei semplici conquistarono fin dal principio. Però il Papa chiarì quasi subito che non era disposto a dispensare solo carezze.

La sera del 22 giugno, nell’Aula Paolo VI, era stato organizzato un “Grande concerto di musica classica per l’Anno della Fede”. I politici avevano preso posto in seconda fila, in modo da essere inquadrati dalle telecamere subito dietro la poltrona riservata al Pontefice. Ma quella poltrona restò vuota. «Non sono un principe rinascimentale» disse Bergoglio. Per il concerto non aveva tempo. Su Twitter fu meno diretto, ma altrettanto efficace: «Non possiamo essere indifferenti davanti a uno che soffre, a uno che è triste».

Il 4 ottobre 2013 andò ad Assisi. Era la prima volta che scendeva sulla tomba del santo di cui portava il nome, e si commosse. Fu anche la prima volta in cui molti poterono vedere il Papa da vicino; non soltanto il custode del sacro convento, Mauro Gambetti, e il portavoce, Enzo Fortunato, non a caso poi chiamati entrambi a San Pietro. Bergoglio parlava piano, a bassa voce, ma in modo netto, con il tono di chi è abituato a comandare. Non era un carismatico, o comunque non come Wojtyla, il cui carisma si poteva quasi toccare. Nel dialogo con la gente era esplosivo e sapiente, all’americana: tendeva il dito, indicava qualcuno nella folla, gli lasciava intendere che si stava rivolgendo proprio a lui, e gli sorrideva. Ma nel privato poteva essere duro, secco, non necessariamente amabile. E non solo nel privato.

Quel giorno tutti si attendevano parole più o meno di circostanza su san Francesco. Ma il giorno prima c’era stato il naufragio di Lampedusa: 368 morti. E il Papa pronunciò un’omelia durissima, che a molti parve quasi urticante. In realtà, stava dicendo le cose che san Francesco avrebbe probabilmente detto al suo posto. Quello che era accaduto, ammonì Bergoglio, era anche colpa nostra, del nostro egoismo, del rifiuto di accogliere i migranti, del disinteresse verso i poveri del mondo.

Lì si comprese che il segno del papato di Francesco sarebbe stato la difesa dei miseri, dei deboli, degli esclusi, e nello stesso tempo la critica dell’Occidente; e non solo dei governi, ma di tutti noi.

Questo piacque meno ai fedeli. Da allora la sintonia dell’opinione pubblica con Francesco vacillò. Eppure, cos’altro avrebbe potuto dire un nipote di immigrati, l’arcivescovo che a Buenos Aires andava in metropolitana nelle “villas miseria”?

Paradossalmente, il Papa era a volte più apprezzato dai laici che dai credenti. E a lui questo non pareva dispiacere, se è vero che scelse come interlocutore prediletto un laico dichiarato come Eugenio Scalfari. Anche se il suo ultimo messaggio politico l’ha affidato in una lettera al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana: «Disarmate la Terra». Sempre al Corriere disse che Putin aveva avvertito «l’abbaiare della Nato» alle sue frontiere: una frase citata in tutto il mondo.

Qualcuno sosteneva che il Papa fosse peronista, o populista, o addirittura comunista. Lui giustamente rifiutava di essere etichettato con categorie che definiva “da entomologo”. Catalogare un Papa con i parametri della politica, fece notare, sarebbe come dire: “Questo è un insetto socialdemocratico” (Bergoglio aveva un raffinato senso dell’umorismo, non da tutti compreso. Se è per questo, una volta in Piemonte si mise a parlare il dialetto della sua infanzia, in una regione dove ormai il dialetto non si parla più).

Altri non gli perdonarono le parole di apertura e comprensione, come quando disse: «Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio?». Altri ancora pensarono che fosse troppo pessimista, quando cominciò a parlare di «terza guerra mondiale a pezzi»; poi vennero l’aggressione di Putin all’Ucraina e il 7 ottobre.

Se certo un papato non può essere letto con le categorie della politica, comunque non c’è dubbio che Bergoglio sia stato un Papa progressista. Anche per questo si è cercato di porlo in contrasto con Ratzinger, almeno fino a quando il Papa emerito è stato in vita. Qualche segnale di freddezza tra i due c’è stato. Ma tra i meriti di Francesco c’è anche quello di aver gestito con grande sensibilità una situazione inedita, con cui nessuno dei suoi predecessori si era mai confrontato: convivere con un predecessore dimissionario.

Le riforme, quelle no, non le ha fatte. Aveva pensato, se non di consentire ai preti di sposarsi, di consentire agli sposati di fare i preti; ma si fermò, quando si rese conto che, qualunque direzione avesse imboccato, avrebbe rischiato, se non uno scisma, una grave spaccatura, anzi due: quella dei conservatori, o quella dei progressisti, in particolare i cardinali tedeschi.

A volte il suo parlare duro gli ha provocato critiche, non sempre irragionevoli. Dopo la strage islamista nella redazione di Charlie Hebdo, disse: «Se insulti mia mamma, ti può arrivare un pugno». Fu coniata allora la definizione di “papagno”. Francesco ne diede parecchi, qualcuno certo meritato. Con lui il peso della Chiesa italiana è diminuito, e non solo perché per la prima volta l’arcivescovo di Milano o il patriarca di Venezia non sono cardinali. Eppure non è impossibile che nel Conclave si affacci ora il nome di un cardinale italiano: in particolare Pietro Parolin, che Francesco ha voluto segretario di Stato, e Matteo Zuppi, da lui nominato capo dei vescovi.

Ma non è questo il momento di pensare alla successione. Nei lunghi giorni trascorsi al Gemelli tra la vita e la morte un po’ tutti, tranne le eccezioni che confermano la regola, si sono stretti attorno al Papa malato. Anche chi talora ne è rimasto deluso ha ritrovato la sintonia spirituale e sentimentale che aveva sentito con lui nei giorni della sua elezione. Lui voleva tornare in piazza San Pietro, e ci è riuscito. Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Ci eravamo illusi che sarebbe rimasto ancora un poco con noi. Per questo oggi ci sentiamo tutti smarriti. Pericolanti sulla soglia dello spavento supremo. Privati di una persona cara, di famiglia.

Fin da quando, la sera del 13 marzo di dodici anni fa, si era affacciato alla loggia di San Pietro, Francesco era apparso un Papa straordinario. Ora possiamo concludere che lo è stato. Passerà alla storia. Resterà. Nulla, nella vicenda secolare della Chiesa e nelle nostre vite, sarà più come prima. Dipende anche da noi se la morte di Francesco renderà «più vicino l’avvento dell’Anticristo», come nel Nome della Rosa paventa frate Guglielmo dopo l’incendio della grande biblioteca, o se invece i semi che Francesco ha piantato daranno fiori e frutti per l’intera umanità.

IL POPOLO DI DIO CORRE IN SAN PIETRO A PREGARE

PAPA FRANCESCO E’ RITORNATO ALLA CASA DEL PADRE

QUESTA MATTINA ALLE 7.35 -AVEVA 88 ANNI- Papa Francesco si è svegliato alle 6 e stava discretamente.  Alle 7 un malore. Alle 7.30 circa è morto per un ictus.

Papa Francesco è morto oggi, lunedì 21 aprile. Il Pontefice si trovava a Roma, a Casa Santa Marta, dove era stato trasferito dopo il ricovero al Gemelli. A dare la notizia il cardinale Farrell: «Alle 7.35 il Vescovo di Roma è tornato alla casa del Padre»

Poco fa Sua Eminenza, il Card Farrell, ha annunciato con dolore la morte di Papa Francesco, con queste parole:
“Carissimi fratelli e sorelle, con profondo dolore devo annunciare la morte di nostro Santo Padre Francesco.
Alle ore 7:35 di questa mattina il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. La sua vita tutta intera è stata dedicata al servizio del Signore e della Sua chiesa.
Ci ha insegnato a vivere i valori del Vangelo con fedeltà, coraggio ed amore universale, in modo particolare a favore dei più poveri e emarginati.
Con immensa gratitudine per il suo esempio di vero discepolo del Signore Gesù, raccomandiamo l’anima di Papa Francesco all’infinito amore misericordioso di Dio Uno e Trino.”


Cosa succede quando muore un Papa? Il protocollo, i funerali, il Conclave (e le novità introdotte da Francesco)

di Silvia Morosi – Corriere della Sera – 21 Aprile 2025

Dall’accertamento della scomparsa alla sepoltura, dalla simbologia adottata alla riunione del Conclave chiamato a scegliere chi sarà il nuovo Papa: il rituale che viene seguito alla morte del Pontefice

La morte di un Pontefice segna l’inizio di un rituale dalla tradizione millenaria, caratterizzato da cerimoniale rigoroso e – per certi aspetti – sconosciuto, che negli anni ha subito alcune modifiche frutto dei tempi. Non ultime alcune introdotte proprio da papa Francesco

Ripercorriamo le tappe più significative, dall’accertamento della scomparsa alla sepoltura, dalla simbologia adottata alla riunione del Conclave chiamato a scegliere chi sarà il nuovo Papa, Vicario di Cristo e successore di Pietro.

Accertare il decesso

Prima di tutto, la morte del Papa deve essere accertata dal Camerlengo – il cardinale incaricato di amministrare le finanze della Santa Sede e di presiedere il governo della stessa durante il periodo conosciuto come «sede vacante» – davanti a due figure: il maestro delle celebrazioni liturgiche e il segretario e cancelliere della Camera apostolica. In passato, per decretare il decesso il Camerlengo –  secondo la tradizione –  chiamava tre volte il Pontefice con il nome di battesimo mentre gli batteva la fronte con un martelletto. Se non riceveva risposta, pronunciava la frase Vere Papa mortuus est («Il Papa è veramente morto»). Questo rituale è attestato – in realtà – fino al 1878 con la scomparsa di papa Pio IX, accertata dal Camerlengo Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII. Negli ultimi decenni, la morte di un Pontefice viene decretata da un medico. La frase in latino viene, comunque, riportata dal Camerlengo sul certificato di morte del Pontefice redatto dalla Cancelleria Apostolica, la cui pubblicazione dà il via all’inizio del periodo di «sede vacante». Dal 2019 il cardinale Camerlengo è Kevin Joseph Farrell.

La diffusione della notizia nel mondo

Dopo questo primo atto, la camera e lo studio del Papa vengono sigillati e il Camerlengo comunica il decesso al Vicario di Roma che la diffonde al mondo intero. Il portone di bronzo di San Pietro viene chiuso a metà e le campane suonano rintocchi a martello. Come si legge nella Universi Dominici Gregis, la costituzione apostolica della Chiesa promulgata da Giovanni Paolo II il 22 febbraio 1996 – il documento che detta le norme da seguire durante il periodo della «sede vacante», «se il Romano Pontefice dovesse morire fuori Roma, spetta al Collegio dei Cardinali disporre tutto il necessario per una degna e decorosa traslazione della salma nella Basilica di San Pietro in Vaticano». Nel testo si conferma che è il Camerlengo ad attestare la morte del Papa, senza indicare le modalità.

Un popolo in pellegrinaggio

Il corpo del Papa viene, quindi, trasportato nella Cappella Sistina, in processione: qui viene imbalsamato e vestito con i paramenti sacri (la mitria bianca, la casula rossa, il pallio di lana bianca con croci nere). La salma viene esposta su un catafalco ai fedeli per tre giorni, mentre i cardinali per nove giorni celebrano i cosiddetti “Novendiali” di suffragio. Gli stessi cardinali sono chiamati a spezzare l’Anello del Pescatore, che il Papa riceve durante la messa solenne di inizio pontificato e il sigillo di piombo con il quale ufficializza le lettere apostoliche (a partire dal pontificato di Wojtyła l’anello è annullato con una “semplice” graffiatura).

Il funerale

Il funerale papale, chiamato Missa poenitentialis, viene celebrato in San Pietro alla presenza di delegazioni di Stato provenienti da tutto il mondo: tradizionalmente il rito si teneva sotto l’altare pontificio del Bernini, ma per le ultime esequie – anche per il grande afflusso di persone – è stato, poi, scelto di utilizzare la piazza all’aperto. Il corpo del Pontefice viene posto in una in una triplice cassa di cipresso, piombo e noce: prima che sia chiusa e sigillata, il viso viene coperto da un drappo di seta. Infine, la bara è portata nella tomba sotto la basilica nelle «Grotte Vaticane» e sono conservati i resti del primo Papa. Non tutti i pontefici sono, però, sepolti qui: il Papa può, infatti, lasciare precise disposizioni sul luogo di tumulazione del proprio corpo. Qualche esempio? Gregorio XII (1406-1415) è sepolto a Recanati; Benedetto XII (1334-1342) e Giovanni XXII (1316-1334) ad Avignone; Gregorio X (1271-1276) ad Arezzo.

La «rivoluzione semplice» di Francesco

Francesco ha scelto di rivoluzionare il rituale, come si legge nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, l’aggiornamento definitivo delle norme liturgiche sul funerale dei Papi pubblicato ad aprile2024: la prima edizione del testo fu approvata nel 1998 da Giovanni Paolo II e pubblicata nel 2000, utilizzata per le esequie dello stesso nel 2005 e, con adattamenti, in quelle del Papa emerito Benedetto XVI nel 2023. La struttura del rito delle esequie rimane quella canonica (veglia, funerale e sepoltura), ma una volta deceduto il Pontefice – da Bergoglio in poi -, il suo corpo non sarà più esposto alla venerazione dei fedeli su un catafalco, ma su una semplice bara di legno aperta«con dignità, ma come ogni cristiano». Bergoglio ha inoltre semplificato il rito funebre, prevedendo una veglia, e non due, e nessuna cerimonia per la chiusura della bara. Un altro elemento di novità consiste nell’introduzione delle indicazioni necessarie per l’eventuale sepoltura in un luogo diverso dalla Basilica Vaticana. Francesco ha confermato di aver dato disposizioni per essere sepolto a Santa Maria Maggiore, la basilica dove anche prima di diventare pontefice si recava a recava a pregare, «in una stanza in cui conservavano i candelabri. È quello il luogo… mi hanno confermato che tutto è pronto». 

Verso il Conclave

Come si procede, poi, dopo la celebrazione delle esequie? Come si legge sempre nella Universi Dominici Gregis al capitolo 37, per procedere all’elezione di un nuovo Pontefice si devono attendere un minimo di quindici giorni, per consentire ai cardinali assenti di giungere a Roma per il Conclave, ma «lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave se consta della presenza di tutti i Cardinali elettori, come pure la facoltà di protrarre, se ci sono motivi gravi, l’inizio dell’elezione per alcuni altri giorni. Trascorsi però, al massimo, venti giorni dall’inizio della Sede Vacante, tutti i Cardinali elettori presenti sono tenuti a procedere all’elezione».

Il francobollo con validità limitata

Come ultima curiosità, alla morte del Pontefice le Poste vaticane emettono dei francobolli raffiguranti lo stemma della Santa Sede, le due chiavi decussate di San Pietro – quella d’oro fa riferimento al potere del pontefice di sciogliere e legare le cose ultraterrene, quella d’argento indica il potere spirituale terreno -, con validità postale limitata per tale periodo.

Lunedì dell’Angelo

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Emes Dovico – La Nuova Bussola – 21 Aprile 2025

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”».

La vera missione difficile della Meloni è ripristinare l’Occidente

All’atto pratico, la missione di Giorgia Meloni a Washington è un successo. Ma nel lungo termine lo scopo della premier è più difficile: ripristinare un Occidente unito. Make the West Great Again: idea sfidata sia dal globalismo sia dal nazionalismo.

Editoriali 19_04_2025- Stefano Magni – La Nuova Bussola –

La missione della premier italiana Giorgia Meloni a Washington, dove ha incontrato il presidente Donald Trump, è stata considerata unanimemente un successo, anche dalla stampa italiana di sinistra. A parte gli oppositori, che fanno il loro mestiere, e una minoranza di opinionisti che contesta il governo per partito preso, il colloquio alla Casa Bianca è stato visto come un momento di prestigio per l’Italia. Il nostro paese può fare a pieno titolo da ponte fra le due sponde dell’Atlantico, mai così lontane da quando Donald Trump è tornato ad essere il presidente degli Usa.

In realtà, come tutti sanno, il viaggio della Meloni è solo una prima piccola tappa di un lungo lavoro. In concreto, si tratta di negoziare un accordo fra Usa e Ue per rimuovere tutte le barriere, tariffarie e non, creando una grande area di libero scambio transatlantico. La Meloni e Trump si sono detti certi, “al 100%” che prima o poi sarà siglato. La premier italiana ha ottenuto che il presidente americano si rechi in visita a Roma, nel prossimo futuro. Ed è riuscita a non fargli rifiutare, in quella occasione, anche un incontro con i vertici dell’Ue. Sinora infatti, Trump ha rifiutato ogni confronto con l’Ue in quanto tale, preferendo colloqui bilaterali con i capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Incontrando a Roma, il giorno dopo, anche il vicepresidente JD Vance, la Meloni ha ribadito l’intenzione di far da tramite per un negoziato fra Usa e Ue. Ed anche il vicepresidente non ha escluso un contatto con l’Unione, anche se è odiato da tutti i governi europei per averli fustigati nel suo discorso di Monaco, nel febbraio scorso, dove li ha rimproverati per deficit di moralità, libertà e democrazia.

Al di là della contingenza economica, la missione culturale-politica di Giorgia Meloni è ancora più difficile, per le opposizioni che incontra e il clima culturale dell’ultimo decennio: risuscitare l’ideale di un Occidente unito. Nel corso del colloquio con Trump, la premier italiana ha ribadito quel che intende con Occidente: «Quando parlo di Occidente, non parlo di uno spazio geografico ma di una civiltà. E voglio rendere questa civiltà più forte». Fa suo il motto di Trump e lo amplia: Make the West Great Again, rendiamo l’Occidente di nuovo grande. Nel suo intervento alla Cpac, la conferenza annuale dei conservatori americani, aveva spiegato in modo più esteso il concetto di Occidente: «Credo ancora nell’Occidente non solo come spazio geografico, ma come civiltà, una civiltà nata dalla fusione della filosofia greca, del diritto romano e dei valori cristiani, una civiltà costruita e difesa nel corso dei secoli attraverso il genio, l’energia e i sacrifici di molti. Quando diciamo Occidente, definiamo un modo di intendere il mondo in cui l’individuo è centrale, la vita è sacra, tutti gli uomini nascono uguali e liberi, la legge si applica in modo uguale a tutti, la sovranità appartiene al popolo e la libertà viene prima di tutto. Questa è la nostra eredità e non ci scuseremo mai per questo».

La Meloni, in quella occasione, aveva parlato di minacce interne ed esterne. Fra queste ultime annovera soprattutto la Russia, che sta invadendo l’Ucraina. In uno dei passaggi più difficili della conferenza stampa alla Casa Bianca, alla domanda di un giornalista che incalzava sul pessimo rapporto fra Trump e Zelensky, la Meloni rispondeva che l’Ucraina è stata invasa e l’aggressore è Putin. (Un passaggio che non è stato tradotto in inglese: Trump, anche ieri, aveva attribuito a Zelensky la colpa di “essersi messo di mezzo” in una guerra con una potenza “venti volte più forte”). Ma è sulla minaccia interna che la premier italiana insiste maggiormente: «La sinistra radicale vuole cancellare la nostra storia, minare la nostra identità, dividerci per nazionalità, genere, ideologia. Ma non saremo divisi, perché siamo forti solo quando siamo uniti». L’unità fra le due sponde dell’Atlantico è per questo fondamentale. Sempre nel suo discorso alla Cpac, la Meloni aveva esortato all’unità, all’indispensabilità dell’Europa. E così ha fatto anche nel suo colloquio con il presidente americano.

L’idea di Occidente, in un mondo sempre più multipolare, è però sfidata da due correnti fortissime, fra loro contrarie ma speculari. Entrambe infatti si fondano sul presupposto che l’Occidente abbia fallito la sua missione o sia quantomeno entrato in crisi, come profetizzato dal politologo Samuel Huntington e poi da una generazione successiva di teorici conservatori. Alla crisi dell’Occidente le élite progressiste rispondono con la fuga in avanti: il globalismo, il vecchio sogno novecentesco di uno Stato mondiale. La nuova destra, al contrario, con il nazionalismo.

L’Ue incarna il globalismo nella sua forma più coerente: non solo punta a fare di 27 Stati un’unica entità politica, ma mira (con il Green Deal e gli interventi a gamba tesa nelle questioni etiche su vita e famiglia) a modellare una nuova società, fatta di “cittadini del mondo”. È esattamente quello che JD Vance ha rimproverato ai governi europei nel suo discorso di Monaco. Dal canto suo, però, gli Usa stanno puntando al nazionalismo, allo Stato nazionale che diventa sovrano assoluto, al di sopra della legge, soprattutto nelle relazioni con il resto del mondo. Ogni nazionalismo nasce e cresce sul vittimismo. Ed anche la prima potenza del mondo, in questa fase della sua storia, sente di essere stata “fregata” (l’espressione preferita di Trump), sfruttata dagli alleati, soprattutto dagli alleati occidentali, canadesi ed europei. Il sintomo più pericoloso di questa deriva non è tanto il protezionismo economico (i dazi), quanto le disinvolte dichiarazioni sulla volontà di conquiste territoriali di Trump, ai danni di Panama, Canada e Groenlandia. Che vanno prese sul serio, non liquidate come mere provocazioni.

Contro entrambe le derive, lo sforzo di Giorgia Meloni di resuscitare un Occidente, prima di tutto su basi culturali, si presenta come una missione lunga e difficile, se non impossibile.

SIANO LODATI GESU E MARIA

DALLA SEDE DI RADIO MARIA BUON LUNEDI DELL’ANGELO

Regina Coeli 

Regina del cielo, rallegrati, alleluia: 
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, 
è risorto, come aveva promesso, alleluia. 
Prega il Signore per noi, alleluia. 

V. Gioisci e rallegrati, Vergine Maria, alleluia. 
R. Poiché il Signore è veramente risorto, alleluia. 

Preghiamo:

O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Amen.

DIARIO RADIOFONICO QUOTIDIANO

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60. I Segreti dal quarto al decimo sono sette, come i flagelli dell’Apocalisse

I primi tre Segreti si verificheranno a Medjugorje e, soprattutto grazie al terzo, il segno sulla collina, Medjugorje sarà al centro dell’attenzione universale.

Infatti, se i primi due Segreti potranno essere spiegati come eventi naturali, il terzo per sua natura non ha nessuna spiegazione umana, poiché viene dal Signore ed inoltre è indistruttibile e durevole, come non lo sono le cose fatte dagli uomini e dalla natura.

Il segno quindi è un forte richiamo all’umanità perché si converta e ritorni al Dio vivo e vero, che si è manifestato al mondo in Gesù Cristo, il Figlio di Maria. Quello che accadrà nei successivi Segreti è qualcosa che va oltre ogni nostra immaginazione e che porterà al trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

Non è casuale quindi che il Segno preceda i sette eventi che evocano i sette flagelli dell’Apocalisse, che vedranno il culmine della battaglia fra la Donna vestita di Sole e “l’enorme drago rosso” che punta al dominio del mondo.

Sappiamo dai Veggenti che gli eventi dal quarto al decimo riguardano la Chiesa e il mondo e sono localizzati in diverse parti della terra.

Inoltre sappiamo, sempre dai Veggenti, che si tratta di eventi altamente drammatici che riguardano gli effetti della guerra, i sconvolgimenti della natura e le persecuzioni alla Chiesa.

Gli eventi di Medjugorje si pongono quindi nella prospettiva delle rivelazioni di Fatima che conosciamo attraverso Suor Lucia e le parole di San Giovanni Paolo II a Fulda.

Mirjana racconta nella sua autobiografia che il settimo segreto era di una gravità impressionante per cui, con gli altri Veggenti e fedeli, ha organizzato preghiere perché fosse mitigato.

La Madonna ha acconsentito alla richiesta, ma non ha voluto che se ne venissero fatte altre, perché gli eventi dei Segreti sono necessari per cambiare il mondo.

Non si sa nulla riguardo all’inizio del primo Segreto e la fine dell’ultimo. La durata è nelle mani di Dio. Un indizio potrebbe essere la Croce del Krizevac costruite nel 1933, della quale la Madonna ha rivelato che fa parte del piano divino.

Alcuni pensano che il 2033, anno in cui si festeggia il secondo millennio della Redenzione, possa essere una data altamente significativa per il trionfo del Cuore Immacolato di Matra e la fine della grande tribolazione.

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