SABATO SANTO CON LA COLLINA DELLE APPARIZIONI AFFOLLATA DI GENTE

SABATO SANTO CON LA COLLINA DELLE APPARIZIONI AFFOLLATA DI GENTE

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 19 Aprile 2025
Oggi abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, eppure se arriva una pandemia o se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano
Il venerdì della crocefissione di Gesù è la giornata più mistica dell’anno. E non soltanto perché la settimana santa è spesso spazzata dal vento, evoca la potenza della natura, ci ricorda il pericolo e nello stesso tempo la speranza di rinascita che il creato cela e rappresenta. Questa sarà una Pasqua particolare, con un Papa convalescente eppure salvo, vivo, quasi rinato.
L’Italia oggi è un paese secolarizzato, verrebbe quasi da dire scristianizzato. I seminari sono vuoti, in chiesa si va molto meno di un tempo. Abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, per i quali l’esistenza di Dio era certa come il fatto che il sole sorge e tramonta, e che sotto l’occhio di Dio sentivano di vivere.
Eppure, se arriva una pandemia, se sopravviene una crisi, se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano. Perché qualsiasi sguardo sul futuro, qualsiasi fiducia che la vita non sia tutta qui, qualsiasi speranza di rivedere i nostri cari che abbiamo perduto non può prescindere dalla fede in Dio. E non in un dio generico, nel dio di Voltaire, in Deus sive Natura. La fede in un Dio misericordioso, che ci ama, ci conosce, si è chinato sul solco delle nostre povere vite e si è preso cura di noi. Il Dio del Purgatorio di Dante, che bacia ogni nuovo nato e gli insuffla l’anima. Il Dio della Bibbia.
Forse gli uomini di chiesa, a volte presi a seguire il mondo, sottovalutano l’immenso potenziale che ancora adesso custodisce la parola di Dio e quindi l’istituzione religiosa che da duemila anni la incarna. Nella drammatica crisi della politica e della democrazia, nell’evidente declino delle classi dirigenti dei nostri Paesi, la voce antica della chiesa rappresenta più che mai un punto di riferimento. A volte viene rimproverata di concentrarsi sulle attività sociali, come se fosse una Ong o una Onlus, e di trascurare i temi escatologici, il discorso sulla vita eterna. In realtà vivere il Vangelo, annunziare il suo messaggio dalla parte degli ultimi, dei deboli, dei poveri non è in contraddizione con il deposito della fede, anzi, lo conferma. Altro che la «teologia della prosperità» cara a Donald Trump e ai suoi pastori; come se i ricchi fossero i prescelti dal Signore, i poveri se la siano cercata, e il sublime discorso della Montagna non fosse mai stato pronunciato. Poi certo la lezione dei grandi santi è che la povertà non debba essere necessariamente imposta, ma possa anche essere liberamente scelta. Una lezione che Bergoglio ha dimostrato di comprendere nel momento in cui ha scelto di chiamarsi Francesco.
Nello splendido editoriale pubblicato ieri sul Corriere, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi citava il leggendario patriarca di Costantinopoli Atenagora, secondo cui nel momento in cui l’umanità si andava riunificando anche le Chiese cristiane dovevano riunirsi. In effetti, alla fine del secolo scorso parve che l’umanità potesse tornare una, come ai tempi della torre di Babele. Il crollo del Muro di Berlino trascinava con sé i regimi comunisti, grazie anche al magistero di Giovanni Paolo II. In Sudafrica finiva la vergogna dell’apartheid e Mandela da galeotto diventava presidente. Sembrava persino che avessero fatto la pace israeliani e palestinesi. La globalizzazione felice prometteva di riscattare interi popoli da povertà secolari. Non è andata così. La storia ha preso un’altra, drammatica direzione. Proprio per questo la voce di papa Francesco oggi è così preziosa.
Oggi che sembra quasi tornato l’Ancien Régime, con pochissimi famelici miliardari — alcuni formatisi proprio nel Sudafrica dell’apartheid — che si impossessano della ricchezza delle nazioni, alla fine la speranza non risiede nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nella conquista di Marte, e tantomeno nella ridicola mimesi dell’esplorazione spaziale pagata da Bezos alla sua promessa sposa e ai suoi cari. Di fronte alla nostra debolezza, ma anche all’immensità dell’universo e alla meraviglia del creato, ci sentiamo un po’ tutti come Pietro quando, a Gesù che abbandonato dai seguaci gli chiede provocatoriamente «volete andarvene anche voi?», risponde: «Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna».

La Via Crucis del Santo Padre
Caro Padre Livio, sono molto molto contenta dei tuoi miglioramenti e sono certa che la tua voce tuonerà con forza al momento opportuno e per tutto il tempo necessario.
Scrivo per esprimere la mia commozione per la Via Crucis trasmessa ieri sera in tv. Ho detto alcune volte e non nascondo (a che servirebbe davanti a Dio?) che sono rimasta spesso perplessa e ho mal parlato di Papa Francesco negli anni passati, ma col tempo e con l’aiuto di Radio Maria ho aperto gli occhi.
Questo Papa è il Papa giusto per questo tempo, il tempo della Misericordia, il tempo che la Madonna ha chiesto e ottenuto per salvare quante più anime possibile
I commenti del Papa ascoltati ieri sera sono stati commoventi e particolarmente profondi, altissima spiritualità, ispirati dalla Grazia del Padre in maniera evidente.
La malattia del Santo Padre è stata davvero una benedizione, come ha detto lui stesso e ce lo ha restituito ancora più Pontefice, se così posso dire, tra noi e Dio.
Una grande gioia mi pervade il cuore che quasi me ne vergogno. In questi giorni di meditazione del dolore di Cristo sono invece già entrata nel vivo della Pasqua. Ma dov’è poi il confine tra dolore e gioia? Che grande mistero…
Mi fermo qui perché se no esagero. Grazie di tutto caro Padre Livio, Santa Pasqua a tutti voi e a tutta la nostra grande famiglia di Radio Maria!
Ave Maria
Lidia
Cara Lidia,
grazie per le tue parole. Continuiamo a pregare per il Santo Padre perché ha ancora tanto da dire e da dare a questo povero mondo.
Anche i Papi devono fare il loro cammino di santità e nella parte finale della loro vita danno il meglio di se stessi. Così accade anche e noi se siamo perseveranti.
Le auguro una Pasqua di gioia e di pace.
Ave Maria
Padre Livio
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Parola del Signore.
In questo giorno, detto aliturgico, i fedeli sono chiamati a meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti.
Santo del giorno 19_04_2025 – ERMES DOVICO – LA NUOVA BUSSOLA 
Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti. In attesa della Veglia Pasquale, che liturgicamente è una celebrazione propria della Domenica di Pasqua (da tenersi dopo il tramonto del Sabato Santo ed entro l’alba del nuovo giorno), tutte le chiese, rimaste al buio dopo la Messa vespertina del Giovedì Santo, continuano a essere nell’oscurità, a simboleggiare la mancanza della luce di Cristo che tornerà a rivelarsi in tutta la sua gloria con la Risurrezione.
La mistica attesa dello Sposo, crocifisso in espiazione dei nostri peccati, spiega poi perché il Sabato Santo sia l’unico giorno in cui non si può ricevere l’Eucaristia (né nel Rito ambrosiano né nel romano), con l’eccezione del viatico per gli ammalati gravi.
L’evento di Cristo nel sepolcro si collega anzitutto alla pietà avuta da Giuseppe d’Arimatea, venerato come santo, che alla sera del venerdì si presentò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e potergli dare degna sepoltura prima che sopraggiungesse il sabato, con la prescrizione del riposo. Gli evangelisti riferiscono del lenzuolo in cui Giuseppe, seguito fino al sepolcro dalle pie donne, avvolse Cristo morto (Giovanni aggiunge che l’accompagnava Nicodemo, il quale “portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”, cioè gli oli aromatici per la sepoltura). Qui si può ricordare brevemente che il racconto evangelico della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è del tutto compatibile con la figura impressa sulla Sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino.
Il Sabato Santo dà l’occasione di pensare alla prova che vissero gli apostoli e tutti gli amici di Gesù. Essi, in ragione dei suoi miracoli e della sua Parola, avevano creduto davvero che Gesù fosse il Salvatore annunciato dai profeti; e tuttavia erano disorientati di fronte alla sua morte. Una morte avvenuta, per di più, tra le terribili sofferenze e l’ignominia della croce: non si capacitavano del perché Lui, vero Dio e vero uomo, non l’avesse evitata, andandovi anzi incontro come aveva annunciato. Ne comprenderanno il senso alla sua Resurrezione, abbracciando nella loro vita la Divina Volontà sull’esempio di quanto già fatto da Maria Santissima, la creatura che più di ogni altra soffrì per la croce del Figlio. E che pure accettò liberamente quell’immenso dolore, necessario nel disegno salvifico e premessa per la glorificazione.
Come professiamo con il Simbolo degli Apostoli, Cristo morto discese agli inferi. Ma che cosa significa esattamente? Insieme ai diversi passi biblici – come per esempio il Salmo 15, in cui Davide benedice il Signore “perché non abbandonerai la mia vita negli inferi”, citato pure in un discorso di Pietro (cfr. At 2, 31) – ci viene in aiuto il Catechismo: “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri”, cioè ai giusti: “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto”. Ai quali annunciò la sua vittoria sulla morte.
SEGNO DI RESURREZIONE
La Sindone ci parla in modo eloquente di fatti avvenuti duemila anni fa. Eppure si perpetuano bugie per negare la sua autenticità. E ciò nonostante oltre cent’anni di ricerche e pubblicazioni che avvalorano il legame tra quel lenzuolo e la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.
Ecclesia 19_04_2025 Emanuela Marinelli –La Nuova Bussola
L’avvicinarsi della Pasqua riporta alla ribalta la Sindone, la venerata reliquia conservata a Torino da più di quattro secoli. San Giovanni Paolo II la definì così: «Singolarissimo testimone della Pasqua, della Passione, della Morte e della Risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente». In effetti la Sindone parla, come ha affermato Benedetto XVI: «Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio».
In questi giorni si sono moltiplicate le conferenze, le mostre, i libri, gli articoli sulla Sindone. Una grande mostra, organizzata dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è in corso presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini a Roma. In tutta Italia e in alcuni Paesi esteri è presente l’Ostensione diffusa, iniziativa per esporre copie della Sindone nelle chiese. È da poco uscito Contemplare la Sindone, il nuovo libro che ho scritto con don Domenico Repice (Ares 2025).
In questo fermento di iniziative, capita però di ascoltare anche qualcosa che lascia molto perplessi. L’affermazione più clamorosa che ho sentito riguarda la reazione del mondo scientifico alla datazione medievale della Sindone del 1988: «Tutto tace per 22 anni, fino al congresso dell’ENEA del 2010 dove parla Marco Riani». Non è così, perché immediatamente si sollevò un coro di proteste per motivi scientifici. Furono convocati numerosi congressi: Bologna 1989, Parigi 1989, Cagliari 1990, Roma 1993, Nizza 1997, Torino 1998, Richmond 1999, Rio de Janeiro 1999, Orvieto 2000, Dallas 2001, Parigi 2002, Rio de Janeiro 2002, Dallas 2005. In tutti furono presentati lavori che invalidavano il test radiocarbonico.
Nel 1990 uscì il primo libro che contestava la datazione medievale: La Sindone, un enigma alla prova della scienza, che scrissi per la Rizzoli con Orazio Petrosillo e prefazione di Vittorio Messori. Seguirono altri libri e soprattutto articoli scientifici su prestigiose riviste referenziate, come quello di H. Gove et al. del 1997: A problematic source of organic contamination of linen, o quello di R. Rogers del 2005: Studies on the radiocarbon sample from the Shroud of Turin, tanto per menzionarne due.
Chi sostiene che, prima del 2010, tutto tace, inoltre, non parla mai della smentita definitiva della datazione radiocarbonica pubblicata su Archaeometry nel 2019 da T. Casabianca, E. Marinelli, B. Torrisi, G. Pernagallo. Si evita di parlarne per far credere che tutto tace anche dopo.
La bugia colossale del “tutto tace” in merito alla datazione radiocarbonica fa il paio con l’altra menzogna: “Non sappiamo quasi nulla sulla Sindone, è più quello che non conosciamo di quello che conosciamo, sappiamo quello che non è ma non sappiamo che è”. Si nega così con disinvoltura tutto quello che è stato trovato e pubblicato in oltre cent’anni di ricerche: la manifattura della stoffa, molto pregiata, che contiene tracce di DNA di persone dell’India, ad avvalorare la possibilità che Giuseppe d’Arimatea l’abbia comprata al Tempio; cospicue tracce anche di DNA mediorientale; la presenza di aloe e mirra e l’abbondanza di pollini di piante della Terra Santa; la presenza di aragonite simile a quella trovata nelle grotte di Gerusalemme; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del I secolo d.C.
Il cadavere che è stato nel lenzuolo è quello di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al fianco. Tutto coincide con la descrizione della Passione di Cristo che si trova nei Vangeli. Il tempo di contatto fra corpo e lenzuolo è stato valutato attorno alle 36-40 ore, dopo le quali sul lenzuolo si è formata l’immagine del corpo. Il telo ha ricevuto una radiazione ortogonale che si può spiegare – come dimostrato dagli esperimenti condotti con il laser presso l’ENEA di Frascati – con una potente emissione di luce.
Alcuni tentano di svalutare le analisi condotte da Pierluigi Baima Bollone, che è stato direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Torino, il quale ha dimostrato che il sangue è umano e di gruppo AB, lo stesso del Sudario di Oviedo e di alcuni miracoli eucaristici. I reagenti usati non sarebbero stati adeguati e il sangue potrebbe essere quello di un coniglio. Questi attacchi non sono giustificati, in quanto già all’epoca delle analisi, negli anni Ottanta, Baima Bollone aveva risposto alle contestazioni sulla rivista Sindon, la stessa che aveva pubblicato i suoi lavori. Ma i negatori scatenati sono giunti perfino a contestare il sudore di sangue di Gesù al Getsemani, fenomeno noto in medicina in caso di grande stress, con argomenti del tipo che Luca non era presente o che alla luce incerta delle torce il sudore di sangue non si vede.
Lo stuolo dei demolitori alla fine dice che se la Sindone è vera o è falsa non cambia nulla, tanto quello che importa è l’immagine che rimanda a Gesù. Non si rendono conto del fatto che se non fosse il lenzuolo funebre di Gesù, sarebbe il risultato di un orrendo delitto perpetrato per realizzare una falsa reliquia, dunque non un rimando a Gesù in una icona fatta per meditare. Della Sindone, comunque, hanno detto che “ci sono icone più belle”.
Un’altra affermazione ambigua, che vuole essere poetica, è questa: “La Sindone non dà risposte, pone domande. Può essere una prova della Resurrezione? La risposta a una domanda di fede non si trova nella Sindone ma piuttosto negli occhi e nel cuore di chi guarda”. Chi dice questo non considera tutti i risultati degli esami scientifici, che – come già detto – hanno dato moltissime risposte ai nostri quesiti. I fisici che hanno condotto gli esperimenti con il laser presso l’ENEA hanno ammesso che dai loro risultati si può pensare alla formazione dell’immagine con una luce come quella che Gesù sprigionò durante la Trasfigurazione. La risposta dunque non può essere negli occhi e nel cuore di chi guarda semplicemente la Sindone senza sapere nulla e può trarre conclusioni sbagliate, ma nella mente di chi si è documentato e conosce le risposte che la Sindone ha dato agli scienziati.
Il fastidio per l’autenticità della Sindone, definita da alcuni persino una “ossessione”, arriva al punto di affermare che se fosse autentica e segno della Resurrezione sarebbe un danno per la fede, che sarebbe annientata da una verità impositiva. Meno male che il custode della Sindone, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, con semplicità ha detto: «La Sindone è anche il calco della Resurrezione, che dice che Dio può intervenire». Con gratitudine verso il card. Repole, ci avviciniamo alla gioia della Santa Pasqua, annuncio della Sindone vuota e di Cristo risorto!
Sempre meno bambini battezzati, ma sempre più francesi al fonte battesimale ci vanno da grandi, a Pasqua. Spesso provengono da famiglie cristiane che non hanno trasmesso loro la fede e la riscoprono da soli dopo aver sperimentato il vuoto.
Luisella Scrosati – La Nu0va Bussola 17_04_2025
Europe1, CNews, Franceinfo, fino a Le Figaro e Le Monde: la grande stampa non può tacere il boom di battesimi che verranno conferiti in Francia a uomini e donne nella prossima Veglia di Pasqua. 10.384 adulti, a cui si sommano oltre 7.400 adolescenti, per un totale di quasi 18.000 catecumeni che stanno per ricevere il Battesimo, è un numero imponente, che non può essere ignorato. I risultati dell’Enquête “Catéchuménat 2025” sur les Baptisés de Pâques mostrano un miglioramento ulteriore del trend positivo dello scorso anno (+45%), che già mostrava un significativo aumento rispetto al 2023, anno della svolta.
La media dei battesimi di adulti negli ultimi dieci anni era di circa 4000 unità ogni anno. Nel 2015 se ne contavano circa 3900, mentre dieci anni dopo oltre 10 mila, con un incremento di oltre il 160%. Tra gli adulti, quest’anno la fascia d’età compresa tra il 18 e i 25 anni (42%) ha superato quella tra i 26 e i 40 (39%). Netta la prevalenza femminile, con il 63% dei battezzandi, così come la loro area professionale di provenienza: il 27% proviene dal mondo degli studenti universitari, che nel 2020 rappresentava appena il 17% del totale, mentre il 36% esercita la professione di impiegato, operaio o tecnico, ed il 13% quello di insegnante.
La maggior parte di questi catecumeni (52%) proviene da famiglie cristiane, ossia da genitori battezzati che tuttavia hanno scelto di non trasmettere la fede ai propri figli; una parte consistente, circa il 18%, afferma di aver vissuto senza una religione. Interessante anche il dato delle conversioni dall’Islam, il 4%, che significa circa 400 persone che lasceranno la religione di Maometto per abbracciare il dolce giogo di Cristo, non di rado entrando in conflitto con i propri familiari.
Tra le Province ecclesiastiche che registrano un incremento di oltre il 50% di catecumeni, rispetto allo scorso anno, troviamo Toulouse, Montpellier, Clermont, Lyon, Dijon, Tours, Besançon e Metz.
Sul versante degli adolescenti (11-17 anni), i numeri risultano un po’ più incerti, poiché non tutte le diocesi francesi hanno inviato i dati relativi. Inequivocabile è però l’aumento rispetto allo scorso anno (+33%) degli adolescenti che riceveranno il battesimo la notte o il giorno di Pasqua, confermando una crescita costante a partire dal 2023. Anche tra gli adolescenti è netta la prevalenza femminile (65%).
Il dato estremamente positivo dei catecumeni non deve però far dimenticare che in Francia, ogni anno, il numero dei bambini che vengono battezzati è drammaticamente in calo. Secondo Le Monde, «nel 1974, tre quarti dei bambini con meno di 7 anni erano battezzati, la metà nel 1996 e non più di un quarto nel 2024». VaticanNews ricorda che il numero assoluto di battezzati in vent’anni, dal 2000 al 2020, si è drasticamente dimezzato. E tuttavia l’incremento che si registra da circa tre anni fa riflettere, oltre che ben sperare.
Da qualcuna delle testimonianze emerse, sembra che il fattore “figliol prodigo” sia stato determinante, non necessariamente per essersi volontariamente allontanati dalla casa paterna, ma per aver sperimentato quella tremenda fame che contorce le viscere dell’anima. Anaë, 20 anni, della diocesi di Nantes, si è ritrovata a vivere una profonda depressione già a 12 anni, probabilmente provocata da alcune dipendenze della madre. Poi gli sforzi di riempire il vuoto che la divorava, con nottate passate a consumare alcool, droghe, relazioni mordi e fuggi. Nel gennaio 2022, racconta, «non riuscivo ad alzarmi dal letto, non avevo nulla da fare, passavo le giornate a rimuginare. Poi ho sentito parlare della Quaresima. Senza capire perché, in quel preciso momento, ho sentito come una forza nel mio cuore che mi spingeva a scoprire di cosa si trattava. Volevo assolutamente sapere tutto. In seguito ho capito che il mio cuore cercava davvero di conoscere Dio. Due mesi dopo, il 2 marzo 2022, ho iniziato il mio primo periodo di Quaresima. Da quel giorno, non ho più lasciato il Signore». La frequentazione delle sante Messe, senza comprendere né capire più di tanto e quindi l’incontro con la comunità cristiana a Nantes: «Dio è venuto a cercarmi quando avevo toccato il fondo, e nemmeno avevo idea di chi fosse». Il buon Samaritano non riposa mai, ma percorre instancabile la strada che va da Gerusalemme, la città di Dio, a Gerico, la città maledetta, nonché la più bassa del globo terrestre (-250m s.l.m.), per soccorrere i viandanti che incappano nei briganti.
Lautalyne, 22 anni, studentessa a Lione: «Stavo attraversando un periodo difficile della mia vita, avevo problemi di salute e aspettavo le visite mediche con due o tre anni di ritardo. Un giorno, molto semplicemente, ho pregato e la mattina dopo ho avuto le mie visite mediche entro una settimana». La fede cristiana, non a caso, si fonda sulla prova storica che Dio mostra la potenza del suo braccio proprio quando umanamente non c’è più speranza. Lo ha fatto nell’attraversamento del Mar Rosso, evento storico (checché ne dicano certi biblisti) paradigmatico, dove Jahvé interviene quando il popolo aveva davanti a sé il mare e dietro i carri del faraone; lo ha fatto nella risurrezione di Cristo, quando la pietra aveva già chiuso il sepolcro.
Non vi sono dati che permettono di avere contezza su quanti di questi catecumeni provengano da “cammini” ecclesiali particolari, e quanti invece siano stati “pescati” direttamente dal Signore, per quanti di loro sia stata decisiva un’amicizia oppure la partecipazione, forse casuale, alla liturgia della Chiesa. Il contesto universitario appare però un terreno fertile. P. Jean-Baptiste Siboulet, cappellano universitario a Nantes, spiega che quasi tutte le settimane gli provengono richieste di giovani studenti che vogliono conoscere di più il cattolicesimo: «i giovani vogliono comprendere, conoscere ed acquisire delle basi teologiche solide».
Sembra chiaro che è l’incontro con il Dio vivo, principio di luce e di vita, con la sua potente misericordia, a convertire i cuori, non il cristianesimo dei valori; cuori che poi cercano appunto solidità, perché di mode entusiasmanti ma peregrine ne hanno abbastanza. È il buon Samaritano a caricare su di sé le anime, lasciate mezze morte sulla via, e portarle alla locanda, dove chiede alla sua Chiesa di prendersi cura di loro, promettendo di ricompensare ogni spesa al suo ritorno.
I numeri molto dicono, ma molto di più nascondono; quello che mai emergerà da ricerche, sondaggi e statistiche è quella parte invisibile, ma sostanziale e determinante, che accompagna ogni conversione. Dietro ad ogni errante che si avvicina o riavvicina a Dio, ci sono la preghiera, il sacrificio, l’offerta di tante persone, i cui gemiti sono conosciuti solo dal Signore; una rete nascosta di intercessori che si estende per tutto l’orbe terrestre, e lo valica per congiungersi con le preghiere dei santi e degli angeli. E la Francia cattolica, che da secoli soffre la persecuzione di una delle peggiori forme di laicismo, e non di rado deve soffrire anche a causa dei suoi pastori, non manca di queste anime. Non c’è male che Dio non sappia volgere ad un bene.
Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150