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di Federico Rampini| Corriere della Sera – 8 dicembre 2024
La fine del regime siriano è un colpo per Russia, Iran e Hezbollah. Ma ha ricadute anche in Occidente
Su chi ha il privilegio di vivere in società democratiche, i regimi autoritari possono esercitare un diabolico fascino: talvolta siamo ammirati di fronte alla loro stabilità, durata, governabilità. La caduta di Assad ci ricorda che le dittature nella storia sembrano eterne fino a un minuto prima del crollo. Il suo è stato repentino: costretto a una fuga ignominiosa di fronte all’avanzata irresistibile dei ribelli. Esce di scena uno dei macellai del Medio Oriente, un despota che bombardò con le armi chimiche la sua stessa popolazione civile. Ma già avanza una contro-narrazione: «L’Occidente si schiera con i terroristi». Basta andare sui social per trovare un profluvio di accuse, all’America anzitutto: pur di incassare una sconfitta per i suoi avversari storici, celebra e forse appoggia l’instaurazione di un regime jihadista. Ha colpito tutti l’insolita armonia di vedute fra Joe Biden e Donald Trump.
Questa è una vicenda disastrosa per i tre protettori storici di Assad: Russia, Iran, Hezbollah. Li colpisce nell’immagine e negli interessi materiali. Putin ha speso immense risorse umane e materiali in Ucraina. Il rublo crolla, la Russia ha bisogno di aiuti esterni (Corea del Nord, Iran, Cina). La sua capacità di sostenere una sfera d’influenza geopolitica è indebolita, anche se non è del tutto tramontata (vedi gli eventi recenti in Romania, Georgia, diversi paesi africani). L’Iran e Hezbollah hanno subito dei colpi formidabili da Israele, castigati per le loro aggressioni. La caduta di Assad è un segnale di debolezza che investe due archi di potenze antagoniste all’Occidente: quello che gli ayatollah esaltano come l’Asse della Resistenza (Iran, Hezbollah, Hamas, Houthi), e quello che gli esperti geopolitici americani definiscono l’Asse del Caos (Cina, Russia, Iran, Corea del Nord).
Queste forze hanno interesse ad alimentare una contro-narrazione, l’ennesimo processo all’Occidente: ecco Biden-Trump in flagrante collusione con le milizie jihadiste. E magari un giorno dovranno pentirsi di aver tifato per la caduta di un despota «stabilizzatore», come per la fine di Gheddafi in Libia? Quando i nuovi padroni della Siria mostreranno il loro vero volto, ci saranno nuove ondate di profughi verso l’Europa?
Una contraddizione c’è. A cacciare Assad è il movimento Hayat Tahrir al-Sham, guidato da Abu Mohammad al-Jolani: gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali lo hanno designato come un’organizzazione terroristica. In quanto tale dovrebbe essere colpita da sanzioni, anziché essere aiutata dalla Cia (come starebbe accadendo secondo alcune fonti). In realtà, da tempo Jolani cerca di convincere gli occidentali che il suo movimento è cambiato, prendendo le distanze da Al Qaeda e dall’Isis, contro cui ha perfino combattuto. Jolani ha dato numerose interviste, da Al Jazeera al New York Times, in una offensiva di relazioni pubbliche. Invita a prenderlo sul serio Hassan Hassan, studioso siriano che vive in America.
Secondo lui Hayat Tahrir al-Sham ha subito una trasformazione «nazionalista», simile ai talebani in Afghanistan. Rimane un gruppo islamista, però limita i suoi obiettivi all’orizzonte nazionale, non vuole esportare la guerra santa all’estero, né foraggiare reti terroristiche in Occidente. A differenza dai talebani di Kabul, i jihadisti siriani promettono perfino tolleranza nei confronti delle minoranze religiose, visto che in Siria ci sono comunità cristiane e di altre fedi. Questo jihadismo nazionalista si unisce alla capacità di governo locale che offre servizi alla popolazione: ordine e giustizia, istruzione, assistenza sanitaria. Resta una forza militante violenta, che non esita a «uccidere i rivali e gli attivisti della società civile», secondo Hassan Hassan. Però può offrire stabilità in Siria; senza mettersi al servizio delle strategie di Putin o degli ayatollah iraniani.
L’intelligence Usa sotto Biden aveva già cominciato ad accettare quest’avanzata jihadista come un male minore. Colpisce la totale sintonia con Trump. Il consigliere strategico di Biden, Jake Sullivan, ha usato parole forti dicendo di essere «in vigoroso accordo con Trump». Ha sottolineato che «gli Stati Uniti non si mischieranno nella guerra civile siriana, ci concentriamo sulle nostre priorità di sicurezza nazionale». Riecheggiava ciò che Trump aveva scritto a caratteri cubitali sul social X: «La Siria è un caos ma non è un Paese amico e gli Stati Uniti non devono averci nulla a che fare. Non è una lotta nostra. Non facciamoci coinvolgere!» Trump aggiunge una nota severa su Putin: «Ha perso 600 mila soldati in Ucraina, non è in grado di fermare l’avanzata dei ribelli in Siria, Paese che aveva protetto per anni».
È un assaggio di ciò che sarà la politica estera del 47esimo presidente dal 20 gennaio. Tra le nomine annunciate dal futuro presidente spiccano tre reduci dalla guerra in Iraq: il suo vice JD Vance, Tulsi Gabbard che lui vuole alla guida dell’intelligence, e il problematico Pete Hegseth designato (per ora) alla Difesa. La loro visione è dominata dal rigetto della «guerra globale contro il terrorismo» di George W. Bush, la stagione dei neoconservatori che portò l’America alle «guerre infinite».
In Afghanistan gli americani combatterono più a lungo che nelle due guerre mondiali e in quella del Vietnam messe assieme. La nuova generazione di repubblicani è figlia di quella disillusione; d’altra parte nel partito democratico pochi ancora credono di esportare democrazia e diritti umani attraverso interventi militari. La realpolitik verso i jihadisti siriani è anche una manifestazione di questa nuova America. Può sembrare più cinica. Forse anche un po’ meno ingenua o arrogante.

Pietre vive a Notre Dame
Carissimo Padre Livio
Ho seguito in diretta TV all’evento della riapertura di Notre Dame, è stata una grande emozione: la chiesa di nuovo risplendente della luce di Maria, il suo nome ripetuto ed innalzato dalle voci bianche del coro dei bambini, tutti accolti sotto il suo manto: il popolo, le maestranze, i politici, i capi dei governi del mondo….
Mi è sembrato di assistere a qualcosa di più che ad un semplice evento terreno, si percepiva un altro tipo di “regia”…
E poi quel vento, metafora dello Spirito Santo, che all’ingresso della chiesa faceva svolazzare i paramenti dei sacerdoti e mi ricordava lo stesso vento che soffiava il giorno dei funerali di S. Giovanni Paolo II e sfogliava le pagine del Vangelo deposto sulla sua bara.
Mi sono chiesta se nei piani di Maria ci fosse pure l’incendio “fortuito” di Notre Dame? Senza quell’evento ci sarebbe stata un’occasione tale da indurre tanti “potenti” della terra a riunirsi a Notre Dame ed inoltre nella festa dell’Immacolata Concezione?
Ho pensato che forse quell’incendio sia stato necessario, è stato necessario “sacrificare” le pietre di una chiesa meravigliosa con tutto ciò che c’era di prezioso, per più importanti pietre “vive”, quelle vere che stanno davvero a cuore a Dio e a Maria.
Sono sicura che la grazia di Dio, per intercessione della Vergine, avrà misteriosamente agito nei cuori di tutti coloro che hanno partecipato a quest’evento, in particolare dei capi di stato che hanno grandi responsabilità sulle sorti del mondo attuale.
Questo mi ha fatto anche riflettere sulla necessità degli eventi dei segreti che, come più volte ha ribadito, per quanto dolorosi saranno necessari per ottenere un bene più grande: la conversione dell’umanità.
Il Signore la benedica sempre, e le doni una voce rinnovata per il grande servizio che porta avanti con tenacia e fede.
Un caro saluto.
Cinzia
Cara Cinzia, hai dato una lettura della serata di Notre Dame nella quale mi ritrovo, avendo seguito quasi casualmente l’evento e rimanendone impressionato e persino commosso.
Sono rimasto sorpreso che un avvenimento, facilmente sfruttabile dai mass media e dagli stessi attori, abbia invece avuto tratti di sincera partecipazione e di sobrietà che mai mi sarei aspettato e che è stato un messaggio per il mondo intero, sicuramente per quello cristiano.
Infatti come non ammirare la risposta che ha dato il popolo francese, e non solo quello, alla tragedia che ha semidistrutto la basilica dedicata a “nostra Signora”, riuscendo nell’intento di ricostruirla in soli cinque anni?
Questo è possibile solo se nel fondo dei cuori, laddove solo Dio vede, c’è un amore per “Nostra Signora” che ha resistito a tutte le intemperie della laicità che hanno imperversato nei tempi della modernità.
Mi viene in mente un altro miracolo di questo popolo, ma questa volta siamo nel Medioevo, quando un paese di quattromila abitanti, Chartres, ha avuto l’ardire di costruire una cattedrale grandiosa da sbalordire i contemporanei.
Purtroppo, anche questa volta un incendio l’ha distrutta, ma gli abitanti non hanno ceduto e hanno ricominciato a ricostruirla impiegandoci un secolo.
E sapete per quale motivo? La gente aveva trovato nella cripta della Cattedrale il velo intatto della Madonna e, per ringraziarla di questo dono, le hanno di nuovo rimesso in piedi la fantastica basilica di prima.
Le radici cristiane e mariane dell’Occidente, in particolare dell’Europa, sono troppo profonde per perire miseramente al soffio di mode passeggere, che spariranno senza lasciare traccia.
La serata di ieri, in una Notre Dame ricostruita, alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche e politiche, è stato un evento memorabile, un dono del Cielo da interpretare, una mano tesa a un Occidente che si era perso per strada.
Ave Maria
Padre Livio

di Lorenzo Cremonesi- Corriere della sera – 8 Dicembre 2024
La Siria, sin dai tempi di Hafez Assad, rappresenta la base avanzata della presenza russa nel Mediterraneo. Averla persa in 10 giorni, mentre da mesi Mosca cerca di avere ragione dell’Ucraina, indica i limiti del potere russo
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – La Siria diventa l’ennesima riprova della debolezza russa, così come emersa evidente sin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Oggi Vladimir Putin concentra le sue truppe nel Donbass, dove da circa 10 mesi avanza lentamente con perdite gravissime, ma in 10 giorni vede svanire la piazzaforte siriana.
Un colpo molto grave per le sue aspirazioni imperiali.
La Siria sin dai tempi di Hafez Assad rappresenta la base avanzata della presenza russa nel Mediterraneo. Una volta l’impero zarista mirava a controllare Istanbul e il Bosforo per garantire alla sua flotta del Mar Nero di avere libero accesso alle grandi rotte marittime. L’Unione Sovietica aveva compensato costruendo le sue basi in Siria. E non solo: intere generazioni di militari e studenti figli delle classi dirigenti siriane si sono formati alle accademie e università russe ultime
Tutto questo oggi non c’è più.
Putin mirava a prendere Kiev e controllare l’intera Ucraina in poche settimane. Già un mese dopo l’inizio dell’attacco fu evidente che il suo piano era fallito. L’esercito non era pronto, i suoi battaglioni si muovevano con armi, tattiche e tecnologie arretrate. I droni turchi, aggiunti ai razzi e all’intelligence americana e britannica, erano riusciti a bloccare l’avanzata nemica.
Poi la guerra ha cambiato di passo. Putin ha mirato al logoramento dell’avversario. Per l’Ucraina sono iniziate le difficoltà che oggi sono evidenti su tutto il fronte: è diventata una sfida di risorse, numero di uomini, materie prime, capacità di sopportazione da parte della popolazione civile.
Ma, anche in questo scenario diverso da quello che si erano immaginati a Mosca, la potenza russa è tornata a mostrare i suoi limiti. I russi sono oltre 140 milioni, gli ucraini rimasti in patria circa 25, eppure Putin si trova costretto a fare arrivare i soldati nordcoreani per cercare di scacciare gli ucraini dalla regione russa di Kursk.
In questa situazione non ci sono certo soldati da mandare in Siria. Così, Bashar Assad è rimasto solo.
Non c’è più la manovalanza dei miliziani dell’Hezbollah libanese battuti in casa e i loro burattinai a Teheran sono anch’essi stremati dal braccio di ferro a armi impari con Israele. Ci sarebbero forse le milizie sciite irachene, che potrebbero fare qualche cosa, ma per ora non sembrano pronte ad attraversare il confine.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il regime di Assad era tenuto in vita artificialmente dagli alleati sin dai mesi seguenti lo scoppio delle primavere arabe nel 2011. La Russia è intervenuta massicciamente con uomini e mezzi, soprattutto aerei, per garantire la vittoria contro le rivolte. L’aviazione siriana coadiuvata da quella russa ha metodicamente colpito ospedali, aree residenziali, non ha mai risparmiato gli attacchi nel cuore delle aree abitate dai civili. La repressione ha causato oltre mezzo milione di morti, i profughi siriani all’estero sono tutt’ora tra i 6 e 7 milioni. Con la fine del suo alleato Bashar scappato all’estero, Putin vede sbriciolarsi un altro pezzo del suo sogno imperiale.
LA CUCINA DELLA CASA NATALE DI MARIJA



LA SCALA ESTERNA DA DOVE MARIJA RICEVEVA I GRUPPI

