"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Dicembre 2024 Pagina 9 di 25

BUONA DOMENICA

DOMENICA QUARTA DI AVVENTO (C)

Cari amici di Radio Maria, Buona Domenica!

Il tempo di Avvento corre veloce e ci ha portato alla vigilia del Santo Natale, la festività più sentita e più familiare del Cristianesimo, che fa della nascita di un Bambino il momento centrale della salvezza del mondo.

Questo appuntamento della fede interpella il cuore di ognuno, perché non si tratta solo di ricordare l’evento di Betlemme nella sua commuovente realtà storica, ma chiama in modo particolare ogni uomo a fare spazio dentro di sé alla presenza di questo Bambino che chiede di entrare nella nostra vita.

La celebrazione del Natale è l’evento, lungo il corso del tempo fino alla fine dei secoli, della nascita di questo Bambino nel cuore di ogni uomo, senza eccezione alcuna.

Questo Bambino infatti, che la Vergine Maria ci ha donato, è il Verbo eternamente generato dal Padre, che si è fatto uomo, uno di noi, perché potessimo per mezzo di Lui ritornare a Dio, nostra gioia e nostra pace.

Il dono più prezioso del Natale, che in troppi non percepiscono e non apprezzano, è la grazia di questa presenza che viene offerta al cuore di ognuno, perché l’accolga e divenga il tesoro della sua vita.

Disponiamo quindi a vivere questo momento aprendo il Cuore a questo dono inestimabile, senza il quale la vita è vuota, perché nulla e nessuno potrebbe sostituirlo.

Il Cuore umano è stato creato da Dio,  perché Lui stesso lo possa abitare in dolce e silenziosa comunione con noi. Ma Dio è questo Bambino che, con la sua piccolezza, ci invita all’umiltà e alla mitezza, tutte parole ormai scomparse dal linguaggio quotidiano.

La Vergine Maria, che ha portato questo Bimbo nel suo grembo per nove mesi,  lo dona di nuovo a noi,  di generazione in generazione, anche in questo Natale, perché nessuno se non Lui può abitare il Cuore umano, creato per Dio e non per gli idoli.

Prepariamo dunque il Cuore per ospitare il Re del mondo, gettiamo nella geenna gli idoli che lo ingombrano e lo deturpano, spazziamo via le polveri che lo offuscano, i cattivi odori dei vizi che ci soffocano.

Trasformiamo il Cuore in una Reggia dove la Regina possa entrare per deporre il Bambino Gesù in un giaciglio di semplicità e di tenerezza.

Sia questo il nostro Natale, che sarà indimenticabile, che sarà sempre di nuovo desiderabile, che ci accompagnerà al Natale eterno del Cielo, insieme alla moltitudine degli angeli e dei santi.

Vostro Padre Livio


Vangelo

A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-45
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
 
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Parola del Signore

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Alla fine del Giubileo incominceranno i Segreti?

Carissimo Padre Livio,

ormai siamo alla Vigilia del Giubileo che vedrà mobilitata tutta la Chiesa, ma non ho ancora sentito una sua riflessione che lo inquadri nel momento che stiamo vivendo.

Sarebbe importante conoscere come Lei lo colloca nell’itinerario della Regina della pace verso un futuro contrassegnato dai Dieci segreti.

Bisognerebbe farci un Editoriale, ma per questo dovremo aspettare, vista la condizione della sua voce. Può almeno rispondermi due righe in questa vigilia di Natale?

Maria di Roma.


Cara Maria,

 mi pare che Papa Francesco abbia messo a fuoco con molto chiarezza la caratteristica di questo evento straordinario, definendolo il Giubileo della speranza.

In questi ultimi anni l’umanità è entrata in un periodo buio e minaccioso, come forse mai prima. Siamo in ansia e in attesa di quello che potrebbe accadere, mentre agli sconvolgimenti della storia si aggiungono quelli della natura.

Ma la speranza è la figlia della Fede e non vedo in che cosa si possa sperare se non si crede in Dio e nel suo amore che non viene mai meno.

Per sperare bisogna credere e per credere bisogna convertirsi. Vissuto in questa prospettiva il Giubileo sarà per la Chiesa un momento di grandi grazie di cui ha tanto bisogno.

Il tempo dei segreti incombe, anzi è già incominciato. Dovremo affrontarli togliendoci dalle spalla la zavorra mondana che ci frena ed essendo fortificati nella fede, come quella degli apostoli e dei martiri che ci hanno preceduto.

Dopo il Giubileo  del duemila la Madonna, nell’apparizione sul Podbrdo il 1 Gennaio, ci svelò che satana era sciolto dalla catene.

Come non pensare che alla fine del Giubileo 2025 non ci riveli la svolta che da tempo aspettiamo e che  segnerà il crollo del mondo senza Dio e il trionfo del Cuore Immacolato di Maria?

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 194 – I MISTERI DELL’INFANZIA

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Siria, tornati alla vita dal buio di Sednaya

Il racconto degli orrori e delle speranze dei sopravvissuti alle carceri siriane. La testimonianza di Medici senza frontiere: “Avevamo in cura una ex detenuta, il suo bambino ha visto sua madre subire abusi fisici e sessuali”

Beatrice Guarrera – Città del Vaticano – 20 Dicembre 2024

Dal giorno della caduta del governo di Bashar al-Assad non è rimasto più nessuno chiuso tra i suoi potenti cancelli, eppure il suo nome continua a far paura nei racconti dei sopravvissuti: il carcere di Sednaya, a 27 chilometri a nord di Damasco, è stato un simbolo di repressione degli oppositori politici di Assad. Le testimonianze delle violazioni dei diritti umani che lì sono state compiute si rincorrono una dopo l’altra, su ogni mezzo di comunicazione, da quando i miliziani delle forze di opposizione sono entrati nella prigione e decretato il liberi-tutti. È tempo di parlare, di denunciare, per molti prigionieri. Parlano i corpi dei vivi e anche quelli dei morti, rinvenuti in diverse fosse comuni scoperte a pochi chilometri dalla prigione di Sednaya. Se ne contano a migliaia e molti hanno ipotizzato proprio che provengano da lì o da altre carceri siriane. D’altronde Amnesty international è dal 2017 che denuncia una campagna pianificata dal governo siriano di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni. Lo aveva documentato con il report intitolato Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Sednaya, che riportava anche le condizioni inumane di detenzione all’interno della prigione, tra cui torture, diniego sistematico di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. Condizioni che sono state confermate da coloro che hanno avuto la fortuna di uscirne vivi.

L’orrore delle torture

«Dal 2013 fino a metà del 2014, ho trascorso un anno e mezzo a Sednaya — racconta al Khaled, un siriano di 35 anni, ora rifugiato in Italia —. Eravamo circa novanta persone in una stanza grande quattro metri per quattro. Si può solo immaginare cosa significa anche soltanto respirare in uno spazio così ristretto». Khaled — costretto a svolgere il servizio militare per l’esercito di Assad, impossibilitato a scappare dal Paese, perché senza passaporto — ricorda bene quei mesi bui, giunti dopo l’accusa di aver organizzato una manifestazione pacifica, ai tempi della “primavera araba”. I prigionieri erano bendati giorno e notte, per impedire loro di guardare in volto i carcerieri, trascorrevano le giornate senza dormire, da mangiare avevano solo un pezzo di pane e patate bollite. Anche solo provare a sedersi per terra era un’impresa: si mettevano accovacciati uno dentro l’altro — ha raccontato Khaled in un documentario video — appoggiando la fronte sulla schiena del compagno davanti, fino a diventare un unico immenso corpo sofferente. Senza parlare delle torture che venivano inflitte con ogni mezzo a chi di loro veniva chiamato fuori dalla stanza. «Sto facendo questa intervista — precisa l’uomo — anche perché tutte le porte delle prigioni sono aperte. Le persone sono uscite a migliaia: alcuni sono diventati matti, hanno malattie, tutti psicologicamente abbiamo bisogno di aiuto». Khaled racconta di essere riuscito a uscire dal carcere, grazie all’intervento dei genitori che hanno pagato una somma ingente per avere sue notizie. Da lì poi un’altra Odissea: un soldato che viene considerato “disobbediente” viene mandato in prima linea al fronte di guerra. Così i suoi giorni hanno oscillato pericolosamente tra la vita e la morte, come «un tirare a sorte». Dalla prima linea di Aleppo, Khaled è riuscito poi a scappare ed arrivare in Libia, dove ha preso una barca, ha lottato per la sopravvivenza in mare, fino a chiedere asilo in Italia. «Quando sono uscito da Sednaya — osserva — sono stato molto fortunato perché sono riuscito innanzitutto a farlo con i miei piedi, sono riuscito di nuovo a pensare, a amare, a studiare, a lavorare, a partire. C’è gente lì che è morta. Io stesso ho dormito sopra due persone che erano morte da una settimana e che non facevano uscire dalla cella».

Il giorno della liberazione

Sono migliaia coloro che hanno dovuto aspettare fino all’8 dicembre, giorno della caduta di Assad, per vedere la luce. Come Zuhair, uno studente dell’università di Damasco che svolgeva attività di documentazione video nella sua città, Daraa, e che è stato arbitrariamente imputato di terrorismo, un’accusa infamante associata a molti giornalisti, come documentano diverse organizzazioni per i diritti umani. «Prima dell’8 dicembre — spiega ai media vaticani Zuhair, sopravvissuto sei anni nelle carceri siriane, di cui cinque a Sednaya — non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori. All’improvviso, abbiamo iniziato a sentire degli spari. La prima idea che ci è venuta in mente è che potesse trattarsi di una rivolta all’interno della prigione stessa. Poi sono venuti alla porta della nostra cella e l’hanno aperta e ci hanno detto che eravamo tutti liberi: “Il regime è caduto. Potete uscire. Potete tornare a casa vostra”». Zuhair parla di una gioia profonda ma anche di tanta incredulità: «Non potevamo credere a quello che avevamo sentito, e non sapevamo se quella fosse la verità o no, finché non siamo usciti dalla prigione, abbiamo visto tutti uscire dalle celle, andare in strada e cercare di raggiungere le loro case». Nonostante le durissime condizioni di vita, il giovane racconta di non essersi mai arreso e di aver sempre coltivato la speranza: «Abbiamo fatto del nostro meglio dentro la prigione per restare in vita. Alcuni hanno insegnato ad altri a leggere e scrivere, come me. Altri hanno diffuso pratiche e strumenti di infermieristica. Vivevamo con la luce accesa 24 ore su 24 dentro la prigione, senza mai vedere il sole». «Tutti i siriani — osserva Zuhair — dentro o fuori le prigioni, hanno sacrificato molto. Quindi vogliamo che questo sacrificio non sia vano. Dobbiamo metterci insieme per ricostruire di nuovo la Siria, dove nessuno venga ucciso, nessuno viva al di fuori dalla legge. Insieme possiamo costruire una Siria migliore».

Dal 2011 circa 130mila scomparsi

«È tempo di accettare che i loro cari sono stati uccisi, pregare per loro e andare avanti». Così afferma Anass, in merito ai tanti familiari dei prigionieri che hanno perso la vita. Il giovane siriano rifugiato in Francia dal 2011 ha gestito un database di vittime di sparizione forzata e violazioni dei diritti umani. Come ingegnere informatico, il suo coinvolgimento in questo campo è arrivato per la necessità di documentare cosa accadeva intorno a lui, prima fondando una piccola Ong e poi, dopo essere stato incarcerato due volte e aver lasciato il Paese, collaborando con l’Alto commissariato per i diritti umani della Nazioni Unite. Tanti i nomi, le voci, le lacrime e le speranze raccolte da Anass in questi anni difficili. Sarebbero infatti quasi 130mila le persone scomparse dal 2011, di cui molti parenti hanno cercato notizie notte e giorno nel carcere di Sednaya, quando le porte sono state aperte. «Vorrei che tutto il mondo tenga d’occhio le famiglie degli scomparsi che hanno ancora bisogno di aiuto». Certamente la pace che potranno avere dal sapere la verità sulla sorte dei loro cari sarà un punto di partenza per ricostruire il futuro. «Abbiamo tante speranze e anche tante sfide davanti a noi», spiega Anass. «Vorrei che un giorno qualcuno ricordasse Sednaya e venisse a visitarla non per il carcere, ma per la bellezza della vicina città. È una delle città più belle, a maggioranza cristiana». Nel periodo natalizio si vedono sempre tante luci, infatti, che accendono la speranza di una vita nuova.

Gli abusi sulle donne

Una vita nuova anche per le tante donne con bambini liberate da Sednaya. «Abbiamo in cura un’ex detenuta che ha trascorso 8 anni nella prigione di Sednaya — hanno dichiarato i responsabili delle attività di salute mentale e mediche di Medici senza frontiere a Idlib —. Oggi ha 27 anni. Suo figlio ne ha 8. Il bambino non sa cosa sia un biscotto, un albero o un uccello, nemmeno un giocattolo con cui giocare. Non sa leggere, né scrivere. Ha visto sua madre subire abusi fisici e sessuali. È stato davvero difficile parlare con lui».

Sicurezza, dignità e giustizia per tutti

Nonostante il male e le speranze degli ultimi giorni, afferma ancora Khaled, la Siria oggi è come un uomo che guida una macchina nell’oscurità, senza sapere dove andare. Bisogna fermarsi e aspettare il giorno, per capire se veramente ci sarà sicurezza, dignità, giustizia per tutti, e poi valutare se sarà possibile tornare. «È il tempo di aspettare», ma ancora «c’è speranza, le cose finiscono, non rimangono per sempre».

FOTO INEDITE DEI “BEI TEMPI” DI MEDJUGORJE

GESTO EROICO DI VICKA PER SALVARE UNA BAMBINA DALLE FIAMME CHE SI ERANO ACCESE DAL FORNELLO DELLA CUCINA. LA VEGGENTE, MENTRE LA PORTAVANO ALL’OSPEDALE, CANTAVA L’ALLEJUJA

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