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Russia-Ucraina: il dilemma dell’Occidente

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Russia-Ucraina: il dilemma dell’Occidente

Corrispondenza romana 1996 -2 Settembre 2026 

di Roberto de Mattei

Fin dal 2022, su “Corrispondenza Romana”, confutavamo l’idea di chi era convinto che la guerra in corso tra Russia e Ucraina fosse una trappola ordita dalla Cia e dalla Nato ai danni di Vladimir Putin per destabilizzare la regione ed estendere il Nuovo Ordine Mondiale. Che le cose non fossero andate così lo documentava, sulla base dei fatti, uno dei maggiori esperti italiani di geopolitica, il prof. Aldo Giannuli, nel suo libro Spie in Ucraina. Gli errori dei servizi russi e occidentali, le cause e le dinamiche nascoste, della guerra (Ponte alla Grazie, Firenze 2022, cfr. https://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-dellintelligence-in-ucraina/). A quattro anni di distanza la ricostruzione di Giannuli è confermata da un altro specialista internazionale, Shaun Walker, nel suo denso saggio: La guerra a cui nessuno credeva. Perché Kiev e i servizi segreti europei hanno ignorato gli allarmi sull’invasione dell’Ucraina (tr. it. Internazionale, Roma 2026).  

In un’inchiesta basata su più di cento interviste a funzionari, politici e diplomatici, Shaun Walker, dimostra come fino agli ultimi mesi del 2021, l’idea di una guerra su vasta scala fosse ritenuta inimmaginabile in Occidente. La Cia e l’M16 (i servizi segreti britannici) erano gli unici servizi di intelligence che avevano individuato il rischio di un’invasione, ma ne avevano sottovalutato gli effetti, ipotizzando una rapida vittoria russa. Nonostante gli avvertimenti provenienti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, la maggior parte dei governi europei, le autorità ucraine e una parte dell’opinione pubblica non ritenevano credibile l’ipotesi di una guerra su vasta scala.

L’incredulità non derivava soltanto da errori di valutazione, ma anche da interessi politici, economici e psicologici. Per anni diversi Paesi europei avevano costruito con la Russia rapporti energetici e commerciali profondi. Accettare l’idea di un’invasione significava riconoscere il fallimento della politica di dialogo e interdipendenza perseguita dopo la fine della Guerra fredda. I leader di Francia e di Germania, Emmanuel Macron e Olaf Schulz. consideravano un “sciocchezza” l’ipotesi di un conflitto. I loro governi preferivano interpretare le minacce russe come uno strumento di pressione negoziale, perché questa lettura era più compatibile con le loro aspettative e con i loro interessi. Essi ragionavano secondo criteri di convenienza economica e strategica: un’invasione avrebbe danneggiato la Russia, provocato sanzioni devastanti e rafforzato la NATO. Il Cremlino, però, come sottolinea Walker, non agiva soltanto sulla base di un calcolo costi-benefici convenzionale. La leadership russa era influenzata da una visione storica e imperiale dell’Ucraina, che era considerata parte della Russia e fondamentale per il suo status di grande potenza.

Lo stesso Zelenskyi era convinto che l’allarme sulla guerra fosse una montatura degli Stati Uniti per fare pressione della Russia e temeva comunque che gli allarmi pubblici sull’imminenza dell’invasione potessero provocare panico, fuga dei capitali, crollo dell’economia e destabilizzazione politica. Per questo cercò di rassicurare la popolazione e di evitare dichiarazioni che potessero trasformare la previsione dell’attacco in una profezia capace di aggravare la crisi. Oleksij Reznikov, il ministro della difesa ucraino, era scettico sull’invasione, ma quando nel novembre 2021, in visita al Pentagono, chiese agli americani di inviare più armi e più efficaci, per aiutare il suo paese a difendersi, ricevette un netto rifiuto, con queste parole: «Immaginate di avere un vicino a cui hanno diagnosticato un cancro e che morirà fra tre giorni, vi limitate a offrirgli compassione, ma non le medicine più costose».  Gli americani e gli inglesi consideravano l’Ucraina come uno Stato fragile, e corrotto, incapace di resistere a un’offensiva russa e per questo offrirono la possibilità di espatriare e formare un governo in esilio a Zelensky, che rifiutò. 

 Giannuli lo ribadisce in un nuovo libro: non solo l’intelligence europea, ma anche i servizi segreti russi sbagliarono ogni previsione, sia sulla capacità di resistenza ucraina, sia sull’atteggiamento occidentale in materia di sanzioni e di fornitura di armi all’Ucraina e, cosa peggiore, dimostrarono di non avere alcuna realistica percezione del grado di efficienza delle proprie truppe (I servizi segreti e la guerra, Ponte alle Grazie, Firenze 2025). L’invasione russa non produsse il rapido collasso dell’Ucraina previsto da Mosca. Kiev resistette, il governo rimase operativo e la popolazione reagì alla guerra con una mobilitazione nazionale. Anche l’Occidente, inizialmente diviso e prudente, finì per adottare sanzioni e fornire un sostegno militare sempre più consistente all’Ucraina. La guerra modificò così gli equilibri europei: rafforzò la NATO, accelerò il riarmo dei Paesi europei e mise in discussione la dipendenza energetica dalla Russia.

Ora siamo arrivati a questo punto: la Russia non può permettersi di perdere la guerra; l’Occidente non può permettersi che la Russia la vinca; l’Ucraina, infine, non può accettare una pace senza vinti né vincitori che, sotto l’apparenza del compromesso, consacri la mutilazione della sua integrità territoriale e della sua identità storico-culturale.

Per la Russia, la sconfitta rappresenterebbe il fallimento dell’intero disegno strategico perseguito dal Cremlino: dimostrare che Mosca è ancora una grande potenza capace di modificare con la forza gli equilibri europei. Una sconfitta incrinerebbe il suo prestigio internazionale, ma avrebbe anche profonde ripercussioni sulla stabilità interna del regime. Per questo Mosca può accettare soltanto un accordo che le consenta di rivendicare almeno una parte degli obiettivi raggiunti come una vittoria.

L’Occidente, d’altra parte, non può permettere che la Russia vinca, se per vittoria si intende il riconoscimento delle conquiste territoriali ottenute con la forza e la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato subordinato a Mosca. Una simile conclusione comprometterebbe la credibilità politica e militare dell’Alleanza atlantica e incoraggerebbe la Russia e altre potenze a perseguire i propri obiettivi, facendo dell’Ucraina il precedente di nuove aggressioni.   

L’Occidente si trova tuttavia davanti a un dilemma. Deve fornire all’Ucraina mezzi sufficienti per impedire la vittoria russa, ma teme che una sconfitta totale di Mosca possa provocare un’escalation incontrollabile, fino al ricorso alle armi nucleari o alla destabilizzazione della Federazione Russa. Da questa contraddizione deriva una strategia spesso esitante: sostenere Kiev quanto basta perché non soccomba, ma non quanto sarebbe necessario perché riconquisti tutti i territori occupati. Per l’Ucraina, infine, una pace che congelasse semplicemente la linea del fronte non sarebbe una soluzione neutrale. Essa trasformerebbe le conquiste militari russe in un fatto compiuto, lascerebbe milioni di ucraini sotto occupazione e offrirebbe a Mosca il tempo necessario per riorganizzare le proprie forze. 

Nasce così una tragica situazione di stallo: nessuno può accettare la sconfitta, ma nessuno sembra in grado di conseguire una vittoria completa senza rischiare di provocare un allargamento del conflitto. «Per ora, l’unica aspettativa concreta è che la guerra si concluda o per il crollo economico della Russia o per il collasso psicologico degli ucraini» (Giannuli, I servizi segreti e la guerra, cit., p. 123). Nel frattempo, prosegue una lenta ma inesorabile escalation bellica. Quale sarà il suo punto d’arrivo? Nella storia accade talvolta che gli eventi sfuggano al controllo dei loro protagonisti e, sospinti da una propria dinamica interna, finiscano per diventare ingovernabili.

In questo contesto, il 25 agosto, un aereo militare statunitense è atterrato all’aeroporto moscovita di Vnukovo. A bordo si trovava il direttore della Cia, John Ratcliffe, giunto nella capitale russa per una serie di colloqui riservati con i vertici dei servizi segreti russi, tra cui il direttore dell’FSB, Aleksandr V. Bortnikov.  

La misteriosa missione ricorda quella compiuta dal suo predecessore William Burns nel novembre del 2021, quando Joe Biden lo inviò al Cremlino per comunicare a Putin che Washington era a conoscenza dei preparativi dell’invasione dell’Ucraina e per ammonirlo sulle conseguenze che ne sarebbero derivate. Tre mesi dopo, il 24 febbraio 2022, le armate russe varcarono il confine ucraino. Che cosa teme Donald Trump e che cosa accadrà nei prossimi mesi? Il futuro ce lo svelerà.

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LE RIVELAZIONI SUL PRIMO SEGRETO DELLA VEGGENTE MIRIANA

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“Il 26 ottobre 1985 Mirjana diede l’intervista più chiara circa l’inizio dei 10 segreti. Il giorno prima la Vergine Maria le aveva mostrato le conseguenze visibili del primo segreto.

L’intervista del 1985 è un documento molto importante, perché la visione era fresca e chiara nella memoria di Mirjana, e perché l’intervistatore era P. Petar Ljubicic, a quel tempo già scelto come sacerdote per rivelare i segreti al mondo.

Disse Mirjana, il primo segreto “non sarà una cosa piacevole“. Sarà “qualcosa di cui la gente sentirà parlare a lungo“.

“Il primo segreto farà abbondantemente parlare di sé”

e quindi non avrà bisogno di tante spiegazioni a precederlo.

La gente di Medjugorje “saprà subito che è in connessione con i segreti“.

Sarà qualcosa, ha detto Mirjana a P. Petar Ljubicic, “che tutti, ovunque, ne sentiranno immediatamente parlare“.

Ma questo non significa che la gente si precipiterà sul luogo in cui il primo segreto si sarà appena verificato, ha anche previsto Mirjana:

”Certamente nessuno vuole vedere disastri, angoscia, e sfortuna. Non credo che questo genere di cose attiri affatto le persone. Perché la gente dovrebbe andare a vedere cose del genere? Una cosa è andare a vedere un segno, un’altra è andare a vedere la sofferenza o un disastro. Chi vorrebbe, per esempio, andare in Italia per vedere una diga crollare?“.

Il Primo Segreto farà fermare la gente a riflettere

Durante l’apparizione del 25 ottobre 1985 Mirjana vide il primo segreto come fossero immagini proiettate su diapositive:

“Mi ha scosso più di ogni altra cosa. Questo fu, naturalmente, a causa di vedere il primo segreto. Se la gente vedesse il primo segreto, come è stato dimostrato a me ieri, tutti sarebbero certamente scossi abbastanza da guardare a stessi e tutto ciò che li circonda in modo completamente nuovo. Ora so cose che non sono particolarmente piacevoli. Io credo che se tutti sapessero le stesse cose, ognuna di queste persone sarebbe scioccata e guarderebbe al nostro mondo in una luce completamente diversa“, disse Mirjana a P. Petar Ljubicic il giorno dopo la visione.

“Durerà per un po’. Sarà visibile, è necessario per scuotere un po’ il mondo. Farà sì che il mondo si fermi a pensare.“

Nel corso di un’intervista del 1985 P. Petar Ljubicic chiese anche a Mirjana se qualcuno direbbe che l’evento del primo segreto era semplicemente un fenomeno naturale. Nel rispondere Mirjana parlò anche del suo secondo segreto:

“Forse alcuni non credenti convinti potrebbero dire qualcosa di simile dopo il primo e il secondo“, rispose Mirjana.

Nonostante le sue descrizioni, i primi due segreti non saranno catastrofi nel senso letterale, ha anche rivelato la veggente:

“Non sarà nulla di così enorme come quello che verrà dopo. Questi primi due segreti non sono poi così gravi e duri. Quello che voglio dire è, sì, sono gravi, ma non tanto quanto i rimanenti. (…) Quello che segue sono i segreti che sono davvero sgradevoli. Sarei felice se tutti finalmente lo capissero. Non posso dire loro molto di più, ma una volta che cominciano a essere adempiuti, allora sarà troppo tardi“.

Fonte: Medjugorje Italia

(blogdipadrelivio.it)

A che punto siamo nel conflitto tra Russia e Ucraina? Territori e garanzie: i nodi del negoziato

di Marta Serafini- Corriere della Sera – 6 Settembre 2026

Lo scoglio principale resta il controllo del Donetsk: Putin insiste nel volerlo tutto, Zelensky fa muro. E Mosca è sempre più ostile al coinvolgimento europeo

Dal febbraio 2022, Mosca e Kiev hanno continuato a mantenere contatti senza però riuscire a trasformarli in un vero percorso verso la pace. Ci sono stati brevi cessate il fuoco, scambi di prigionieri e tentativi di mediazione, ma nessuno di questi passaggi ha prodotto risultati decisivi.

Una nuova fase di negoziati ad alto livello si è aperta nel gennaio 2025, poco dopo l’insediamento di Donald Trump che aveva promesso di chiudere la guerra in tempi rapidissimi. L’ultimo ciclo di colloqui diretti si è svolto a febbraio, con incontri ad Abu Dhabi e poi a Ginevra. Anche in quel caso, però, non è arrivata alcuna svolta. La trattativa si è interrotta bruscamente quando l’attenzione dell’amministrazione americana è stata assorbita dalla guerra con l’Iran. Da allora i contatti tra le due capitali sono rimasti limitati, mentre i nodi di fondo sono rimasti tutti sul tavolo. A giugno Volodymyr Zelensky ha pubblicato una lettera aperta a Vladimir Putin proponendo di riprendere i colloqui di pace, ma il presidente russo ha continuato a mostrare scarso interesse per una soluzione negoziale, ribadendo la volontà di proseguire la guerra.

La zona contesa

Il principale punto critico riguarda il territorio. Nell’ultimo ciclo negoziale si è discusso di un piano di pace in 20 punti, che comprendeva garanzie di sicurezza per impedire nuove aggressioni russe e impegni per la ricostruzione dell’Ucraina. Ma la questione decisiva resta il controllo del Donetsk. La Russia chiede che Kiev ceda il territorio che ancora controlla nella regione orientale, una fascia di circa 80 chilometri per 65 con decine di centri abitati. Putin punta al controllo completo del Donetsk, comprese le città fortificate di Sloviansk e Kramatorsk. Zelensky ha escluso di poter semplicemente ordinare il ritiro, sia per ragioni legali sia politiche e umanitarie, ricordando che nell’area vivono ancora centinaia di migliaia di persone. La sua proposta è quella di un arretramento simmetrico delle forze, con la creazione di una zona smilitarizzata o economicamente libera presidiata da Kiev e con la linea di contatto affidata a forze internazionali. Resta però una soluzione difficile: senza un compromesso sul Donetsk, un accordo di pace appare poco realistico, anche se il logoramento militare di entrambe le parti potrebbe alla lunga spingere entrambe le parti verso aperture.

La centrale

Un secondo nodo è la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, occupata dai russi dal marzo 2022. I sei reattori sono da tempo in arresto. Per farli ripartire servirebbero investimenti ingenti, anche per ricostruire la diga di Kakhovka che garantiva l’acqua di raffreddamento. Kiev chiede la smilitarizzazione dell’area e immagina una zona economica libera. Gli Stati Uniti hanno proposto una gestione congiunta tra Washington, Mosca e Kiev, ma l’ipotesi è stata giudicata irrealistica dagli ucraini, che hanno rilanciato con una gestione al 50 per cento tra Usa e Ucraina. Il problema è che la Russia non intende rinunciare al controllo dell’impianto. Un compromesso, qui, non è impossibile, ma richiederebbe un livello di fiducia che oggi semplicemente non esiste.

Le garanzie di sicurezza

Attorno al tavolo, inoltre, non ci sono solo russi e ucraini. Gli Stati Uniti restano il principale mediatore, ma i governi europei temono di essere tagliati fuori da un accordo destinato a ridefinire gli equilibri di sicurezza del continente. Francia, Germania e Regno Unito hanno quindi costruito un formato negoziale che tuteli gli interessi europei, i Volenterosi. Kiev chiede a Stati Uniti ed Europa garanzie di sicurezza sul modello Nato in caso di una nuova aggressione russa e punta a mantenere un esercito di 800 mila uomini. Ma Mosca considera inaccettabile la presenza di truppe europee sul territorio ucraino.

Legittimità

Pesano poi i costi della guerra e della ricostruzione. Le perdite ucraine sono stimate in 800 miliardi di dollari e resta aperta la questione di quanto la Russia dovrebbe contribuire. Sullo sfondo ci sono anche i beni russi congelati in Europa. A complicare tutto ci sono poi i dossier strategici: l’adesione dell’Ucraina alla Nato, respinta da Mosca ma iscritta nella Costituzione ucraina, e quella all’Unione europea, che appare comunque lontana. E la legittimazione politica di un accordo che a Kiev dovrebbe arrivare da un referendum.

🟢 PADRE LIVIO – GESU’ CI INSEGNA A VIVERE – Puntata 15

🟢LIVE🟢PELLEGRINO A QUATTRORUOTE – itinerari con Padre Livio – puntata 50 – LASALETTE

De Maria numquam satis: un convegno internazionale a Roma 

 2 Settembre 2026 

di Virginia Coda Nunziante -Corrispondenza Romana 1966

La formula De Maria numquam satis – «Di Maria non si dirà mai abbastanza» –, tradizionalmente attribuita a san Bernardo di Chiaravalle, non è un’esagerazione retorica, ma esprime una verità profondamente radicata nella Tradizione della Chiesa. Il mistero della Madonna, infatti, non può essere separato da quello di Gesù Cristo e dall’opera della Redenzione. Quanto più si approfondiscono la persona e la missione di Maria, tanto più si comprendono l’Incarnazione del Verbo, la maternità della Chiesa, la comunione dei santi e il destino soprannaturale dell’umanità.

San Bernardo, il Doctor Mellifluus, nutriva una fiducia sconfinata nel patrocinio della Madre di Dio. «Dio ha voluto che noi nulla ottenessimo, che non passi per le mani di Maria», affermava in uno dei suoi sermoni (In vigilia Nativitatis Domini, serm. III, 10: PL 183, 100A). E, rivolgendosi a chi si sente travolto dalle tempeste della vita, esortava: «Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria». Chi la segue non si smarrisce, chi la invoca non dispera, chi è sostenuto da lei non cade e chi si lascia guidare da lei giunge alla meta (Homilia II super “Missus est”, n. 17: PL 183, 70B-D, 71A).

Queste parole non riguardano soltanto le prove dell’anima individuale. Possono essere applicate anche alle tempeste che investono la Chiesa e l’intera società. Pio XII, nell’enciclica Doctor Mellifluus del 24 maggio 1953, dopo aver riproposto la celebre invocazione di san Bernardo, osservava che anche il suo tempo era minacciato dall’indebolimento della fede, dalla corruzione dei costumi, dagli odi e dalle discordie tra i popoli. Invitava perciò i cristiani a chiedere alla Madre di Dio che impetrasse «gli opportuni rimedi» ai mali sovrastanti e ottenesse «una sincera, solida e fruttuosa pace alla Chiesa, ai popoli, alle nazioni» (Pio XII, Doctor Mellifluus, in Acta Apostolicae Sedis, 45 [1953], pp. 369-384).

A maggior ragione questo invito vale per la nostra epoca, caratterizzata da una crisi religiosa, morale e politica così grave e profonda da non lasciare intravedere, sul piano puramente umano, sicure vie d’uscita. La crisi religiosa ha oscurato la fede e indebolito la vita soprannaturale; quella morale ha sovvertito i princìpi che regolano la vita degli individui, delle famiglie e delle società; quella politica ha logorato le istituzioni e moltiplicato nel mondo i focolai di guerra. Le soluzioni proposte dagli uomini sembrano spesso aggravare i mali che vorrebbero guarire, perché nascono dalla stessa visione del mondo che li ha prodotti.

È in questo contesto che si svolgerà a Roma, il 7 e l’8 ottobre 2026, il convegno internazionale De Maria numquam satis, dedicato a «La Beatissima Vergine Maria nel dogma e nel culto. Contributi teologici e storici». L’incontro intende onorare la Madre di Dio attraverso una riflessione che, proprio perché mai definitivamente conclusa, rimane sempre viva e feconda. Non si tratta di contrapporre la devozione alla dottrina, ma di mostrare la loro intima unità: la vera devozione nasce dalla verità della fede, mentre la dottrina, quando è autenticamente vissuta, si trasforma in preghiera, fiducia e amore.

Da un lato, l’attenzione ai grandi nodi dogmatici mariani aiuterà a comprendere il fondamento teologico del culto reso alla Beatissima Vergine, Madre del Verbo Incarnato; dall’altro, lo studio delle forme storiche della pietà mariana mostrerà come la fede della Chiesa si sia espressa nel corso dei secoli, illuminando aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Maria. Il convegno vuole così offrire un contributo al risveglio di un autentico movimento mariano tra il clero, i religiosi e i fedeli laici.

Il convegno sarà inaugurato il 6 ottobre alle ore 18.45, dai Vespri solenni in onore della Madonna del Rosario, celebrati nella Basilica della Madonna del Rosario, in via Cernaia, e presieduti da monsignor Anthony Colin Fisher, arcivescovo di Sydney. I lavori inizieranno il 7 ottobre alle ore 9 presso l’Aula magna dell’Istituto Patristico Augustinianum, in via Paolo VI 25, con la prolusione del cardinale Raymond Leo Burke.

La prima giornata sarà dedicata al mistero di Maria nel dogma e nel Magistero. Il professor don Manfred Hauke parlerà della Maternità divina e del dogma di Efeso; padre Wojciech Giertych O.P., teologo della Casa Pontificia, approfondirà il primato dell’amore verginale nell’amore materno di Maria. Seguiranno gli interventi di don Ľubomír Urbančok sul contributo della Scuola teologica romana alla definizione dell’Immacolata Concezione, di don Joseph Hamilton sull’Assunzione e di monsignor Rudolf Michael Schmitz sulla Vergine Maria nella sfera dell’Incarnazione.

La seconda giornata sarà dedicata a Maria nel culto, nella devozione e nella storia. Interverranno José Antonio Ureta sulla devozione mariana in America Latina, don Claude Barthe sulla Vergine nella Scuola francese di spiritualità, don Roberto Spataro S.D.B. su Maria Auxilium Christianorum nella tradizione salesiana e padre Thomas Crean O.P. su Maria vincitrice di tutte le eresie nella tradizione domenicana. Il professor Roberto de Mattei tratterà la teologia della storia del messaggio di Fatima, mentre Sua Eminenza il cardinale Gerhard Ludwig Müller concluderà le relazioni parlando della cooperazione della Beatissima Vergine all’opera della Redenzione. Al termine, si svolgerà una tavola rotonda su «Maria oggi: fede, dottrina e devozione nel mondo contemporaneo», con padre Lawrence Lew O.P., Régis de Lassus e Timothy Tindal-Robertson. Tutti gli interventi saranno accompagnati dalla traduzione simultanea in italiano, inglese e francese, secondo il programma ufficiale del convegno.

Non è casuale che il convegno coincida con la festa della Madonna del Rosario e con il 455° anniversario della battaglia di Lepanto. Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta cristiana affrontava quella ottomana nelle acque greche, san Pio V chiamava la Cristianità alla recita del Rosario. La vittoria, umanamente tutt’altro che certa, fu attribuita all’intercessione della Vergine. Anche oggi, nelle ore drammatiche che viviamo, Maria continua a essere la stella che indica la rotta e la Madre che sostiene nella prova.

È con questa fiducia che il convegno romano si pone sotto il suo patrocinio, facendo proprie le parole con cui Pio XII concludeva l’enciclica Saeculo exeunte octavo: «Da Fatima, nostra Signora del Rosario, la grande Madre di Dio che vinse a Lepanto, vi assisterà con il suo potente patrocinio» (Pio XII, Saeculo exeunte octavo, 13 giugno 1940, in Acta Apostolicae Sedis, 32 [1940], pp. 249-260). 

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🟢 PADRE LIVIO – GESU’ CI INSEGNA A VIVERE – Puntata 14

🟢LIVE:🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: SIATE LE MIE MANI DI PACE – Puntata 04🙏

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Santa Teresa di Calcutta


Nome: Santa Teresa di Calcutta

Titolo: Fondatrice

Nome di battesimo: Anjezë Gonxhe Bojaxhiu

Nascita: 26 agosto 1910, Skopje, Macedonia del Nord

Morte: 5 settembre 1997, Calcutta, India

Ricorrenza: 5 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Beatificazione:
19 ottobre 2003, Roma , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
4 settembre 2016, Roma , papa Francesco

Madre Teresa resterà come l’incarnazione più convincente, nella nostra epoca, del genio della carità evangelica; tutti l’hanno capita, i  cristiani delle varie confessioni, i laici di ogni paese, gli indù come i musulmani. 

Quando, a metà degli anni Settanta, apriva a San Gregorio al Celio la prima casa romana delle sue suore, scelse per loro il pollaio dei monaci camaldolesi, una costruzione bassa, in mattoni bucati e lamiere, con il pavimento in cemento. «Le mie sorelle sono povere e abituate a tutto, vengono dall’India. Il pollaio sarà più che sufficiente», tagliava corto con chi trovava la cosa un po’ scomoda. Povere. Come era povera lei, che aveva scelto di condividere in tutto e per tutto la condizione dei più poveri, dei diseredati, di chi dalla vita non aveva avuto altro che miseria, smacchi e sofferenza.

Il dono della visione

Pier Paolo Pasolini, dopo averla incontrata a Calcutta nel 1961, scrisse: «Dove guarda, vede». All’origine della sua genialità nell’amore c’era il vedere, prima di altri, il fratello che era nel bisogno e di soccorrerlo subito, senza giudicare, senza lasciarsi bloccare dalle frontiere. O anche dalla mancanza di mezzi.

È stata a volte criticata perché nei suoi ospizi non c’erano abbastanza medici e medicine. Ma nelle situazioni disperate nelle quali si è avventurata, non avrebbe concluso granché se avesse dovuto aspettare di avere l’attrezzatura giusta per soccorrere qualcuno.

Le origini

Madre Teresa, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje nella Macedonia del Nord. Quando il papà, Nikola, morì improvvisamente, la famiglia visse momenti di grandi difficoltà economiche. Fu brava la mamma, Drane, ad allevare Agnes e i suoi quattro fratelli con fermezza e amore, orientando la loro formazione  religiosa. Agnes trovò sostegno anche nella vivacità della parrocchia del Sacro Cuore, gestita dai gesuiti, nella quale era attivamente impegnata.

La vocazione missionaria

A diciott’anni, desiderosa di fare la missionaria, lasciava la casa e il paese, diretta in Irlanda, dove veniva accolta, con il nome di suor Mary Teresa, nell’istituto delle «Suore di Loreto». Qualche mese dopo venne mandata in India, a Calcutta, dove completò la sua formazione alla vita religiosa, facendo prima i voti temporanei, seguiti da quelli perpetui, e inserendosi nelle attività dell’istituto fino a diventare, nel 1944, direttrice di una scuola per ragazze, il St. Mary.

I primi vent’anni della sua vita religiosa li trascorse così, senza scossoni, insegnando alle ragazze, maturando anche una sua spiritualità forte, che aveva nella preghiera e nell’amore per le consorelle e per le allieve i suoi punti di forza. Ma aveva anche l’occhio attento a ciò che succedeva intorno. E non era granché bello, anzi inquietava non poco.

La chiamata di Dio

Intanto il Signore, con illuminazioni interiori, la andava preparando a quella che sarà la sua straordinaria avventura. Al centro delle rivelazioni proprio quello che inquietava madre Teresa: l’indifferenza assoluta della gente verso i poveri, che in gran numero languivano nelle baraccopoli e lungo le vie della città.

Durante un viaggio in treno, nel 1946, le parve di sentire più chiara la voce di Gesù che la invitava ad abbandonare tutto per porsi al servizio di quei poveri. Madre Teresa accolse l’invito e segnò quell’episodio che avrebbe cambiato la sua vita, come «il giorno della decisione»

L’inizio della missione

Le ci volle del tempo per ottenere il permesso di lasciare le Suore di Loreto, ma alla fine, era il 1948, fu libera di seguire la propria vocazione e di entrare nel mondo dei poveri. Indossò il sari, la tunica bianca delle donne indiane, con in più le strisce blu che orlavano il velo, e la croce appuntata sulla spalla. Con il nuovo abito, che segnava anche il cambiamento della sua vita, si recò a Patna dalle Suore mediche missionarie per seguire un breve corso di infermeria. Rientrata a Calcutta, si sistemò provvisoriamente presso le Piccole sorelle dei poveri.

Il 21 dicembre 1948 andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di bambini, si prese cura di un anziano malato che giaceva sulla strada. Si imbatté anche in una donna agonizzante, distesa su un marciapiede: era così debole che topi e formiche le stavano rosicchiando il corpo. Da giorni era lì, in attesa della morte, ma nessuno l’aveva soccorsa. Madre Teresa la raccolse e la portò al vicino ospedale, dove le dissero che era troppo malata e troppo povera per essere curata.

Calcutta era piena di gente che finiva così. Teresa capì che non poteva più restare a guardare, doveva fare qualcosa. Chiese, e le fu concesso, di occupare parte di un ex tempio indù diventato covo di mendicanti e criminali di ogni risma. Madre Teresa lo trasformerà nella prima «Casa dei moribondi».

Le Missionarie della Carità

Le baraccopoli — con i loro poveri ai quali dare speranza, con i bambini abbandonati da curare e amare, con i moribondi da accompagnare nel passo estremo — divennero la terra di missione, sua e di altre donne che via via decideranno di condividere la sua vita e il suo impegno. Insieme diedero vita alla Congregazione delle Missionarie della Carità, che il 7 ottobre 1950 veniva riconosciuta ufficialmente nell’arcidiocesi di Calcutta, e nel febbraio del 1965 diventava di diritto pontificio.

Agli inizi del 1960 cominciò l’emigrazione delle Missionarie della Carità in altre regioni dell’India. Successivamente, incoraggiate in particolare da Paolo VI, aprivano una casa in Venezuela. Ad essa seguirono numerose altre fondazioni in ogni parte del mondo… Persino in Vaticano, nella casa del papa, aprì una mensa per i poveri.

Espansione e riconoscimenti

Madre Teresa affiancò alla prima congregazione altre istituzioni, come i Fratelli Missionari della Carità, le Sorelle e i Fratelli contemplativi, i Padri Missionari della Carità e gruppi di collaboratori laici. 

L’ammirazione si tradusse anche in riconoscimenti importanti come il Premio indiano Padmashri, assegnatole nel 1962, e il Premio Nobel per la Pace, conferitole nel 1979. Ricevette riconoscimenti e attenzioni «per la gloria di Dio e in nome dei poveri».

Gli ultimi anni e la morte

Negli ultimi anni, nonostante seri problemi di salute, continuò a guidare la sua congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Morì a Calcutta il 5 settembre 1997. Il mondo intero la pianse, mentre il governo indiano le rese onore con i funerali di Stato. Sepolta nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, la sua tomba fu ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera.

«L’intera vita e l’opera di madre Teresa — ha detto Giovanni Paolo II nel proclamarla beata — offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio».

Beatificazione e canonizzazione

Il 20 dicembre 2002 papa Giovanni Paolo II approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui suoi miracoli. È stata beatificata il 19 ottobre 2003 e canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di  Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.

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