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🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 05/11/2026

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LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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Programma di Padre Livio – Giovedì 5 Novembre 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre canale 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)

h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

I cinque minuti dello Spirito Santo

h. 8.55 – 9.10  ALMANACCO DELLA FEDE:

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

7. Per vivere secondo Dio che cosa dobbiamo fare?

Per vivere secondo Dio dobbiamo credere le Verità rivelate da Lui e osservare i suoi Comandamenti, con l’aiuto della sua Grazia, che ci ottiene mediante i Sacramenti e l’Orazione.

h. 9.10: RITAGLI DI PAGINE INEDITE

Tratta dal Libro: Medjugorje perché non ho dubbi (37)

h. 9.20 – ATTUALITÀ

* Usa: Una festa per la democrazia (F. Rampini)

* Una sconfitta pesante ma Trump non è ancora finito

h. 9.40: VIATICO QUOTIDIANO

Pensiero sulla grandezza dell’umiltà

h. 9.45 – 10.00: I MESSAGGI DELLA MADONNA A MIRJANA

40. “Cari figli, oggi vi invito all’unione totale con Dio” (2 Novembre 2008)

“Cari figli, oggi vi invito all’unione totale con Dio.

Il vostro corpo è sulla terra ma vi prego che la vostra anima sia sempre più spesso nella vicinanza di Dio.

Otterrete questo con la preghiera, con la preghiera del cuore aperto.

In questo modo ringrazierete Dio per la immensa bontà che attraverso di me vi da e con cuore sincero accoglierete l’impegno di comportarvi con la stessa bontà verso le anime che incontrate. Vi ringrazio, figli miei!”

La Gospa ha aggiunto: “Prego Dio col cuore affinché dia forza e amore ai vostri pastori perché vi aiutino in questo e affinché vi guidino”

h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO

h. 10.05: CATECHESI DI PADRE LIVIO

Medjugorje perché non ho dubbi – La Madonna ha rivelato l’Apocalisse

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LE RIVELAZIONE DELLA VEGGENTE MIRIANA SUL PRIMO SEGRETO

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“Il 26 ottobre 1985 Mirjana diede l’intervista più chiara circa l’inizio dei 10 segreti. Il giorno prima la Vergine Maria le aveva mostrato le conseguenze visibili del primo segreto.

L’intervista del 1985 è un documento molto importante, perché la visione era fresca e chiara nella memoria di Mirjana, e perché l’intervistatore era P. Petar Ljubicic, a quel tempo già scelto come sacerdote per rivelare i segreti al mondo.

Disse Mirjana, il primo segreto “non sarà una cosa piacevole“. Sarà “qualcosa di cui la gente sentirà parlare a lungo“.

“Il primo segreto farà abbondantemente parlare di sé”

e quindi non avrà bisogno di tante spiegazioni a precederlo.

La gente di Medjugorje “saprà subito che è in connessione con i segreti“.

Sarà qualcosa, ha detto Mirjana a P. Petar Ljubicic, “che tutti, ovunque, ne sentiranno immediatamente parlare“.

Ma questo non significa che la gente si precipiterà sul luogo in cui il primo segreto si sarà appena verificato, ha anche previsto Mirjana:

”Certamente nessuno vuole vedere disastri, angoscia, e sfortuna. Non credo che questo genere di cose attiri affatto le persone. Perché la gente dovrebbe andare a vedere cose del genere? Una cosa è andare a vedere un segno, un’altra è andare a vedere la sofferenza o un disastro. Chi vorrebbe, per esempio, andare in Italia per vedere una diga crollare?“.

Il Primo Segreto farà fermare la gente a riflettere

Durante l’apparizione del 25 ottobre 1985 Mirjana vide il primo segreto come fossero immagini proiettate su diapositive:

“Mi ha scosso più di ogni altra cosa. Questo fu, naturalmente, a causa di vedere il primo segreto. Se la gente vedesse il primo segreto, come è stato dimostrato a me ieri, tutti sarebbero certamente scossi abbastanza da guardare a stessi e tutto ciò che li circonda in modo completamente nuovo. Ora so cose che non sono particolarmente piacevoli. Io credo che se tutti sapessero le stesse cose, ognuna di queste persone sarebbe scioccata e guarderebbe al nostro mondo in una luce completamente diversa“, disse Mirjana a P. Petar Ljubicic il giorno dopo la visione.

“Durerà per un po’. Sarà visibile, è necessario per scuotere un po’ il mondo. Farà sì che il mondo si fermi a pensare.“

Nel corso di un’intervista del 1985 P. Petar Ljubicic chiese anche a Mirjana se qualcuno direbbe che l’evento del primo segreto era semplicemente un fenomeno naturale. Nel rispondere Mirjana parlò anche del suo secondo segreto:

“Forse alcuni non credenti convinti potrebbero dire qualcosa di simile dopo il primo e il secondo“, rispose Mirjana.

Nonostante le sue descrizioni, i primi due segreti non saranno catastrofi nel senso letterale, ha anche rivelato la veggente:

“Non sarà nulla di così enorme come quello che verrà dopo. Questi primi due segreti non sono poi così gravi e duri. Quello che voglio dire è, sì, sono gravi, ma non tanto quanto i rimanenti. (…) Quello che segue sono i segreti che sono davvero sgradevoli. Sarei felice se tutti finalmente lo capissero. Non posso dire loro molto di più, ma una volta che cominciano a essere adempiuti, allora sarà troppo tardi“.

Fonte: Medjugorje Italia

(blogdipadrelivio.it)

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🟢CATECHESI DI P. LIVIO🟢 Medjugorje: perché non ho dubbi – 40. Come prepararsi al primo Segreto?

L’America al vaglio della Chiesa

Cultura | CR 1975

4 Novembre 2026 -Corrispondenza Romana

di Marco Besso

Nel duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, il rapporto tra gli Stati Uniti e la Chiesa cattolica offre una prospettiva preziosa per ripensare le origini e le contraddizioni della nazione americana. A questo tema Roberto de Mattei dedica il volume L’America tra mito e realtà. Gli Stati Uniti nel giudizio della Chiesa cattolica tra i pontificati di Pio VI e Leone XIII (1775-1903), pubblicato da Solfanelli (Chieti 2026, euro 15,00). Il suo interesse risiede soprattutto nella capacità di distinguere realtà che il dibattito politico e religioso tende a sovrapporre: l’America storica, il mito americano, la religione civile, il cattolicesimo statunitense e l’americanismo condannato da Leone XIII.

Il punto di partenza è significativo. I pontefici dell’Ottocento non assimilarono la Rivoluzione americana a quella francese. Pur conoscendo le componenti illuministiche, deistiche e massoniche presenti tra i fondatori della Repubblica, Roma considerò le circostanze concrete dell’indipendenza e le possibilità che essa apriva all’apostolato cattolico. Nel 1789 Pio VI istituì la diocesi di Baltimora: la nuova situazione politica consentiva alla Chiesa di organizzarsi autonomamente e di estendere la propria presenza in un territorio nel quale il dominio britannico ne aveva limitato l’azione.

Questa valutazione trova un’espressione particolarmente chiara nell’enciclica Longinqua Oceani del 1895. Leone XIII riconosceva i benefici di cui il cattolicesimo aveva goduto negli Stati Uniti e ricordava favorevolmente George Washington. Tale riconoscimento non implicava però l’approvazione dell’ordinamento americano come forma ideale dei rapporti tra religione e società. Qui emerge il nodo interpretativo del libro: riconoscere i frutti positivi di una situazione storica non equivale a consacrarne i presupposti come princìpi validi per ogni popolo.

Per comprendere questo passaggio occorre liberarsi dalla lettura retrospettiva che attribuisce all’America delle origini il volto della successiva superpotenza. La Repubblica sorta nel 1776 era prevalentemente agricola e preoccupata di assicurare la propria indipendenza e stabilità. Nel corso dell’Ottocento, la democratizzazione della vita politica, l’espansione della frontiera e l’idea del Manifest Destiny alimentarono una diversa coscienza nazionale. L’esperienza americana cominciò a essere presentata come anticipazione del futuro dell’umanità. Anche lo sguardo europeo, soprattutto attraverso Tocqueville, contribuì alla formazione di questa immagine.

De Mattei invita a distinguere tale costruzione dalla storia effettiva degli Stati Uniti. Il mito americano trasforma una particolare esperienza nazionale in un paradigma universale; l’antiamericanismo compie un’operazione speculare quando fa dell’America la causa di ogni dissoluzione moderna. Il pregio di questa impostazione è restituire al giudizio storico la possibilità di riconoscere meriti e responsabilità, senza ricondurre vicende differenti a un’unica spiegazione ideologica.

Altrettanto importante è la distinzione tra religione e religione civile. L’identità americana non si esaurisce nella matrice protestante anglosassone: la presenza cattolica spagnola e francese appartiene alla storia profonda del continente. Su questo patrimonio plurale si sviluppò una religiosità pubblica nella quale il riferimento a Dio, la venerazione dei fondatori e la fiducia nella missione della nazione potevano convivere con appartenenze confessionali diverse. Il problema nasce quando questo orizzonte comune pretende di divenire il criterio al quale anche il cattolicesimo deve conformarsi.

La separazione tra Chiesa e Stato assume così un rilievo decisivo. In una società a maggioranza protestante, l’assenza di una confessione federale ufficiale aveva garantito ai cattolici spazi di libertà. La dottrina pontificia ottocentesca continuava tuttavia ad affermare i doveri della società politica verso Dio. La distinzione tradizionale tra tesi e ipotesi permetteva di riconoscere i vantaggi dell’assetto americano senza rinunciare ai princìpi: una soluzione accettabile in determinate circostanze non diventava per questo la norma universale dell’ordine cristiano.

È su tale sfondo che acquista significato la lettera Testem benevolentiae del 1899. La condanna dell’americanismo non colpiva gli Stati Uniti né l’insieme dei loro cattolici, ma le tendenze ad adattare la vita della Chiesa alle esigenze della modernità. La questione riguardava il criterio dell’apostolato: fino a che punto l’attenzione alle condizioni dell’ambiente poteva spingersi senza trasformarsi in subordinazione allo spirito del tempo?

La fecondità del percorso proposto sta nel mostrare come prudenza politica e fermezza dottrinale potessero convivere nel giudizio romano. Ne deriva una domanda che oltrepassa il periodo esaminato: la Chiesa deve assumere la civiltà americana come misura del proprio rinnovamento, oppure esercitare anche nei suoi confronti la propria missione evangelizzatrice? Il volume offre gli strumenti per affrontarla sul terreno della storia, dove l’ammirazione e la critica acquistano valore soltanto se accompagnate dalla precisione delle distinzioni. 

VIATICO QUOTIDIANO – di P. Livio – Puntata 171

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Charles Kupchan: «È una sconfitta pesante, ma Trump non è finito. Saranno due anni duri, il rischio è la paralisi»

di Giuseppe Sarcina -Corriere  della Sera –  5 Novembre 2026

Il politologo aveva previsto fin dall’inizio che il presidente americano avrebbe perso le elezioni di midterm

«La sconfitta è pesante, ma sarebbe sbagliato dichiarare la fine di Donald Trump. Al contrario, abbiamo davanti due anni di turbolenza». Charles Kupchan, 68 anni, politologo americano, professore alla Georgetown University e consigliere di Barack Obama dal 2014 al 2107, aveva previsto fin dall’inizio, anche nelle interviste con il Corriere, che Trump avrebbe perso le elezioni di midterm. Ma ora invita a non considerare chiuso il suo ciclo politico.

Perché era così sicuro che l’elettorato americano avrebbe punito la Casa Bianca?
«Ero abbastanza convinto che le sue scelte politiche non avrebbero raggiunto i risultati annunciati. Aveva promesso di rilanciare il ceto medio, reindustrializzando il Paese. Un’impresa che si è rivelata un’illusione mitologica. Ha, invece, imposto i dazi a mezzo mondo con il risultato di far alzare i prezzi; poi ha varato la sua legge cardine, il “big beautiful bill”, che ha rincarato i costi dell’assistenza sanitaria. Infine, ha iniziato la guerra contro l’Iran, infrangendo la promessa di non trascinare mai più l’America in un conflitto. Alla fine gli elettori gli hanno presentato il conto».

La sua parabola politica finisce qui?
«No, sarebbe un errore dichiarare la fine politica di Trump. Al contrario, ci aspettano due anni turbolenti».

Che cosa succederà sul piano interno?
«La situazione è fluida. Possiamo immaginare due scenari. Nel primo, il presidente prende atto della sconfitta e cerca di negoziare con i democratici per adottare misure contro l’inflazione e tutto il resto. Oppure, ed è l’ipotesi che mi sembra più probabile, Trump metterà il veto su ogni iniziativa legislativa e si scivolerà nello scontro permanente tra Congresso e Casa Bianca. In definitiva, nella paralisi. Credo che un Trump messo all’angolo diventerà un Trump ancora più pericoloso».

Il presidente sarà ancora più aggressivo in politica estera? Partiamo dall’Iran…
«Anche in questo caso, vedo due strade. Trump vuole dimostrare di aver avuto ragione ad attaccare l’Iran e quindi lancerà una grande campagna militare per sconfiggere e rovesciare il regime degli ayatollah. Oppure, e penso che prenderà questa direzione, cercherà una via d’uscita rapida dal conflitto, trattando con Teheran. Si renderà conto che sarebbe molto difficile ottenere una vittoria completa. Casomai sposterà, invece, la pressione militare su Cuba».

Nel nuovo Congresso si potrebbe formare una maggioranza bipartisan favorevole a riprendere la fornitura gratuita di armi a Volodymyr Zelensky?
«Non credo. Trump ha già dimostrato di non tenere in conto la posizione del Congresso sull’Ucraina. Abbiamo una prova concreta. Poche settimane fa, Camera e Senato hanno varato una legge che impone altre sanzioni alla Russia e ai Paesi che ne acquistano il petrolio. Trump l’ha firmata e poi ha stretto un accordo sul gas con Vladimir Putin. La conclusione è che il presidente ritiene che l’Ucraina non sia un problema americano. Sono gli europei a essere minacciati e quindi devono essere loro a pagare le armi per Zelensky».

🟢 PADRE LIVIO – DIO PARLA AL CUORE – 03

Usa, una festa per la democrazia (senza montarsi la testa): le insidie per i democratici e le incertezze sull’impatto economico

diFederico Rampini| 4 novembre 2026 -Corriere della Sera – 4 Novembre 2026

I funerali della liberaldemocrazia più antica del mondo si erano rivelati prematuri. E da oggi si aprono i giochi per le presidenziali del 2028, in ciascuno dei due partiti

Abbiamo vissuto una giornata felice per la democrazia, americana e quindi mondiale. Le mid-term sono state segnate da un’alta affluenza, preceduta da un voto per corrispondenza egualmente elevato. Lo scrutinio si è svolto in modo pacifico e regolare. Non c’erano autoblindo ai seggi. Nessun candidato, vittorioso o sconfitto, è stato arrestato o ha dovuto fuggire in esilio. L’aspirante autocrate è stato sonoramente castigato dagli elettori e ha incassato la pesante bocciatura delle sue politiche e della sua persona.

I funerali della liberaldemocrazia più antica del mondo – che nel 2026 ha compiuto duecentocinquant’anni – si erano rivelati prematuri. Le narrazioni sul fascismo strisciante, sulla militarizzazione dell’America, sulla sua trasformazione in uno Stato poliziesco, erano grottesche caricature. Anche la leggenda della tecno-dittatura governata da un manipolo di oligarchi si è rivelata tale: Elon Musk e compari hanno sprecato miliardi senza influenzare gli elettori; così com’era successo nel 2016 quando il capitalismo era tutto schierato con Hillary Clinton e la sua campagna elettorale era stata molto più ricca di quella di Trump.

È giusto godersi questa festa della democrazia, senza montarsi la testa. Il verdetto degli elettori è stato una condanna inequivocabile del bilancio di governo di Trump; non necessariamente un plebiscito in favore di un Progetto Democratico, perché i vincitori sono una famiglia politica variegata, con fisionomie molto diverse. Uniti contro Trump. Uniti contro l’atmosfera di corruzione che circonda il suo clan. Uniti contro il carovita, e le diseguaglianze eccessive. Ma appena si scende alle politiche concrete, la divisione regna. Il referendum più celebre, per la tassa patrimoniale sui ricchi, ha spaccato la sinistra nella sua roccaforte che è la California: il governatore democratico Newsom si è schierato contro, i no hanno prevalso.

Gli Stati Uniti restano una Repubblica presidenziale. Trump ha il potere esecutivo per altri due anni e due mesi. Fino a gennaio lavora col vecchio Congresso a maggioranza repubblicana. Ora darà la sua interpretazione di quel ruolo di «anatra zoppa» che molti altri presidenti hanno dovuto accettare prima di lui: in genere rifugiandosi nella politica estera, e negoziando compromessi con la minaccia del veto (che è una prerogativa costituzionale, non un golpe).

Intanto da oggi si aprono i giochi per le presidenziali del 2028, in ciascuno dei due partiti. I repubblicani devono cominciare l’elaborazione del lutto del capo, il cui tramonto può travolgere diversi delfini designati. In campo democratico il pericolo maggiore è l’ebbrezza della vittoria, che può indurre a sprecarla. Il gioco più facile per la destra nel prossimo biennio sarà addossare alla nuova maggioranza democratica tutti i problemi che fino a ieri sono costati consensi a Trump: cominciando dal carovita. Nell’agenda della sinistra radicale – i Democratic Socialists of America, corrente in ascesa e premiata dal voto – ci sono misure estremiste come l’abolizione della polizia di frontiera, che possono rapidamente rovesciare gli umori dell’opinione pubblica. Guai a estrapolare i cicli politici come fossero tendenze di lunghissimo periodo, l’annuncio di «nuove epoche» spesso si rivela incauto.

Gli europei possono esultare e considerarsi anche loro dei vincitori di questo voto, a condizione di non illudersi che con la fine del trumpismo tutto tornerà «come prima». Il partito democratico di oggi non è quello globalista e atlantista dei Clinton e di Obama. Alcuni dazi sono impopolari e hanno fatto perdere voti a Trump; altri piacciono alla sinistra, che abbraccia apertamente certe forme di protezionismo. Le nuove generazioni di politici progressisti spesso hanno origini latinoamericane (Alexandria Ocasio Cortez), asiatiche (Mamdani), arabe (El-Sayed): non hanno legami profondi con l’Europa. Possono diffidare tanto più del Vecchio continente, in quanto i trend elettorali divergono: l’America sterza a sinistra mentre Germania Francia Spagna vanno nella direzione opposta.

L’impatto economico di questo voto è avvolto nell’incertezza. Storicamente, al mondo delle imprese e agli investitori piacevano le situazioni di «gridlock», lo stallo istituzionale con Casa Bianca e Congresso in mano a partiti diversi. Perché la paralisi decisionale riduceva il pericolo di stangate fiscali oppure di impennate nel deficit pubblico, lasciava il governo immobile e l’economia di mercato in mano a una sorta di «pilota automatico». Ma i mercati non si aspettavano ieri una maggioranza democratica così straripante al Congresso. Inoltre, se Trump vorrà riciclarsi nell’ultimo biennio come un artista del compromesso, il terreno d’intesa più agevole tra la destra populista e la sinistra radicale è proprio la spesa pubblica facile.

In quanto alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale (che ha contribuito all’emorragia di voti repubblicani in certe aree), i data center sarà meglio costruirli davvero sulla luna, come dice Musk. Oppure in Cina. Sì, perché il prossimo incontro ravvicinato con la realtà è dietro l’angolo: tra sole due settimane il presidente dimezzato di un’America pur sempre potentissima incontrerà Xi Jinping e Putin a Shenzhen, nella Repubblica Popolare, al summit dell’Asia-Pacifico.   

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