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🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 22/10/2026

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LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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Programma di Padre Livio – Giovedì 22 Ottobre 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre canale 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)

h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

I cinque minuti dello Spirito Santo

h. 8.55 – 9.10: ALMANACCO DELLA FEDE

SANTISSIMA TRINITÀ

5. Qual è la terza Persona della Santissima Trinità?

La terza Persona della Santissima Trinità è lo Spirito Santo

h. 9.10: RITAGLI DI PAGINE INEDITE

Tratta dal Libro: Medjugorje perché non ho dubbi

h. 9.20: ATTUALITÀ

Prove di guerriglia urbana in Europa (articolo del Prof R. De Mattei)

Trump e Putin vogliono cancellare l’Europa (Il Foglio)

h. 9.40: VIATICO QUOTIDIANO

Pensiero sulla grandezza dell’umiltà

h. 9.45 – 10.00: I MESSAGGI DELLA MADONNA A MIRJANA

34. «Le mie mani vi sosterranno fino alla fine, fino alla gioia eterna» (2 Maggio 2008)

“Cari figli! Per la volontà di Dio sono qui con voi in questo luogo.

Desidero che apriate i vostri cuori e che mi riceviate come Madre.

Io con il mio amore vi insegnerò la semplicità della vita e la ricchezza della Misericordia e vi guiderò a mio Figlio.

La strada verso Lui può essere difficile e dolorosa, ma non abbiate paura; io sarò con voi.

Le mie mani vi sosterranno fino alla fine, fino alla gioia eterna e perciò non abbiate paura di aprirvi a me.

Vi ringrazio. Pregate per i sacerdoti. Mio Figlio ve li ha donati”.

h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO

h. 10.05: CATECHESI DI PADRE LIVIO

Medjugorje perché non ho dubbi – La Madonna ha rivelato l’Apocalisse

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San Giovanni Paolo II

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Nome: San Giovanni Paolo II

Titolo: Papa

Nome di battesimo: Karol Wojtyla

Nascita: 18 maggio 1920, Wadowice, Polonia

Morte: 2 aprile 2005, Vaticano

Ricorrenza: 22 ottobre

Tipologia: Memoria liturgica

Patrono di:
Rivignano Teor, Valvarrone, Terre del Reno, Borgo Mantovano, Trecastelli

Protettore:
delle giornate mondiali della gioventù, delle famiglie

Beatificazione:
1 maggio 2011, Roma, papa Benedetto XVI

Canonizzazione:
27 aprile 2014, Roma, papa Francesco

Luogo reliquie:Chiesa di San Pietro della IencaBasilica di San Pietro in Vaticano

Fa parte di:Santi del Lazio, Santi dell’Abruzzo

Di solito, perché uno sia ufficialmente dichiarato santo, ne deve passare di acqua sotto i ponti del Tevere, con il rischio che il suo ricordo si disciolga nel vischioso amalgama del tempo. Poche le eccezioni. Una ha riguardato papa Giovanni Paolo II, scomparso nel 2005. Con lui la burocrazia vaticana ha bruciato i tempi, accogliendo l’appello lanciato a gran voce dalle centinaia di migliaia di persone accorse a Roma a rendergli l’estremo riconoscente: «Subito santo!».

Il ricordo del papa venuto dall’Est è ancora vivissimo nel cuore e nella memoria di moltissimi. Chi ha qualche anno di più lo ricorda affacciato al balcone di San Pietro, sconosciuto cardinale di Cracovia, rivolgere con voce robusta ben impostata e in un italiano un po’ acerbo, il primo saluto ai fedeli romani, dopo la sua elezione a sommo pontefice. Queste le parole con cui ha inaugurato il suo pontificato, il 22 ottobre 1978: « Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! ».

Il suo è stato un pontificato lunghissimo, intenso e soprattutto missionario. Tantissimi i viaggi da lui intrapresi per incontrare lì dove vivono i cristiani di tutto il mondo e irrobustirli nella fede e sostenerli con la vicinanza nella carità.

Aperto al dialogo con tutti, in particolare con le altre religioni, i cui rappresentanti egli ha voluto incontrare ad Assisi, nel 1986, per pregare insieme per la pace nel mondo.

Attento ai giovani, che ricambiavano le sue attenzioni accompagnandolo e sostenendolo con il loro tonificante entusiasmo, specie nell’ultima fase della sua vita, debilitato dall’età e dalla malattia. A volte deciso, come nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando, rivolgendosi ai mafiosi con inattesa durezza, ha invocato su di loro l’ira di Dio, se non si fossero convertiti. O quando ha puntato il dito minaccioso contro Augusto Cardenal, il mite monaco e poeta venezuelano, esponente della teologia della liberazione per lui, uomo vissuto sotto il regime comunista, pericolosamente imbevuta di marxismo rivoluzionario.

Autorevole e decisivo sullo scacchiere mondiale, tanto che gli viene riconosciuto un ruolo importante nella caduta del regime comunista in Polonia, sua patria, e poi nel resto della galassia sovietica.

BIOGRAFIA

Karol Wojtyla nacque a Wadowice, in Polonia, il 18 maggio 1920, ultimo di tre figli. Visse un’infanzia tranquilla in un paese mai tranquillissimo. A tempo debito, ricevette i sacramenti dell’iniziazione  cristiana e si iscrisse alle scuole fino all’università Jagellonica di Cracovia, nel 1938. L’anno seguente la Polonia fu occupata dalle truppe del Terzo Reich: mise fine alla libertà e ad ogni attività culturale. Le università chiusero i battenti e Wojtyla si dovette mettere da parte i libri e cercarsi un lavoro, che trova prima in una cava e poi nella fabbrica chimica Solvay. Così si guadagnò da vivere evitando così la deportazione in Germania.

Continuò nella clandestinità coltivando interessi culturali, come la passione per il teatro. Gli piaceva calcare le scene e nel 1939 recitava nell’opera fiabesca Il cavaliere al chiaro di luna, messa in scena da una compagnia sperimentale, il Teatro Rapsodico. Intraprese anche lo studio delle lingue. Un’altra vocazione nel frattempo faceva breccia nel suo cuore, la vocazione sacerdotale, cui diede seguito iscrivendosi nel 1942 ai corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia.

La vocazione ebbe origine da un incidente occorsogli nel febbraio 1944. Stava rincasando dal lavoro quando un camion tedesco lo investì. Uscì malconcio dall’incidente: trauma cranico acuto ed escoriazioni varie, una ferita alla spalla curata in due settimane d’ospedale. Vide nell’essersela cavata un segno della chiamata del Signore.

Visse la tragedia del suo popolo. Nell’agosto 1944, durante la rivolta di Varsavia, fuggì alla deportazione. Quando la Gestapo perquisì la città di Cracovia, casa per casa, alla caccia di polacchi maschi, Karol riuscì a nascondersi in arcivescovado, dove rimase fino a guerra finita.

La notte del 17 gennaio 1945 i soldati tedeschi abbandonarono la città. Nella Polonia e nell’Europa, finalmente liberate dall’incubo nazista, la vita rinacque. Anche il seminario riaprì i battenti e Wojtyla riprendendo gli studi, iscrivendosi alla facoltà di teologia dell’università Jagellonica e l’1 novembre 1946 venne ordinato sacerdote.

Giovane prete di eccellenti promesse, fu mandato a Roma a coronare con la laurea un profittevole corso di studi. Due anni dopo, nel 1948, con il relatore padre Garrigou-Lagrange, conseguì il dottorato in teologia discutendo una tesi sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Ritornato in patria, alternava l’attività pastorale in alcune parrocchie con l’assistenza spirituale agli universitari. Nel 1951 riprense gli studi all’Università cattolica di Lublino, dove si laureò nuovamente con una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico del filosofo Max Scheler. Dopodiché, si dedicò all’insegnamento della teologia morale e dell’etica nel seminario di Cracovia e nella facoltà di teologia di Lublino.

Aveva tutte le carte in regola per una promettente carriera ecclesiastica. Il primo passo glielo fece compiere Pio XII nel 1958 nominandolo vescovo ausiliare di Cracovia. Prosegue Paolo VI, facendolo arcivescovo, nel 1964, della stessa città e nominandolo, tre anni dopo, cardinale. Nel frattempo partecipava al concilio Vaticano II (1962-1965) dando un contributo importante nell’elaborazione delle costituzioni Gaudium et spes e Dignitatis humanae.

A Cracovia l’arcivescovo Wojtyla doveva fare i conti con il duro regime comunista, ma non era tipo da subirne i soprusi senza battere ciglio. Si contrappose a esso con fierezza e coraggio, fino a sfidarne i burocrati pubblicando a puntate nel giornale diocesano libri colpiti dalla censura, come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.

IL PONTIFICATO

Dopo la morte di Paolo VI, nell’agosto 1978, partecipò al conclave, che elesse a Albino Luciani, patriarca di Venezia, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Trentatré giorni dopo, la Cappella Sistina accoglie i cardinali per un nuovo conclave. Luciani è prematuramente scomparso, stroncato da un infarto nel cuor della notte.

Il 16 ottobre 1978 fumata bianca. I cardinali hanno eletto il giovane (ha solo cinquantotto anni) arcivescovo di Varsavia, cardinale Karol Wojtyla. Con il nome di Giovanni Paolo II, egli inizia il 22 ottobre successivo il suo pontificato, destinato a essere uno dei più lunghi della storia della chiesa: ventisette anni, ricchi anche di sorprese, come quella di vederlo sciare sui monti innevati del Terminillo, della Marmolada e dell’Adamello.



Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione  cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù  Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.


Tra i primi passi del suo ministero, il pellegrinaggio alla tomba dei due patroni d’Italia: andò ad Assisi a rendere omaggio a san Francesco e poi si recò nella basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma a venerare Caterina da Siena.

I viaggi missionari furono un tratto caratteristico del pontificato di Giovanni Paolo II: ne fece ben 104, nel corso dei quali incontrò milioni di fedeli in tutto il mondo; 146 sono le visite pastorali in Italia; come vescovo di Roma; poi, visitò 317 parrocchie. Innumerevoli anche le udienze generali del mercoledì e le udienze speciali riservate a personalità del mondo della politica, della cultura e della scienza.



Per i giovani avviò nel 1985 le Giornate mondiali della gioventù. E fu presente a ben diciannove di esse in varie parti del mondo, con la partecipazione di milioni di giovani entusiasti e affascinati dalla parola di Dio che egli annunciava senza sconti.

Un episodio lo segna a fondo nel corpo e nello spirito, l’attentato di cui fu vittima il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. A colpirlo è un giovane killer turco, Mehmet Ali Agca. Su chi abbia armato la sua mano non è mai stata fatta completa luce: i servizi segreti di paesi del blocco sovietico, irritati per il suo apporto dato alla caduta del comunismo? Forse.

Il pontefice ferito fu sottoposto a un difficile intervento chirurgico. Si salvò e lui attribuì la salvezza all’intervento della Madonna, apparsa a Fatima, appunto, un 13 di maggio. L’anno successivo, ristabilitosi, si recò in Portogallo a ringraziarla e fa incastonare il bossolo del proiettile nella corona che cinge la testa della Vergine.

Nel Natale del 1983 volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione non fu mai rilevata. Il Papa disse poi dell’incontro: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui».

La vicenda ebbe un seguito. Interrogandosi sul senso di quanto accadutogli e su alcune coincidenze e conoscendo il contenuto dell’ultimo dei segreti confidati dalla Madonna ai pastorelli di Fatima e non ancora svelato, intravide se stesso nei tratti del vescovo vestito di bianco colpito a morte, descritto nel segreto, e collegò il tutto a quanto successogli quel 13 maggio.

Convertitevi: il grido di Giovanni Paolo II contro la mafia

Le parole di Giovanni Paolo II contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, vennero spontanee dal cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.

Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!


GLI ULTIMI ANNI

Nonostante l’evidente progredire inesorabile del parkinson, probabilmente diagnosticato intorno all’anno 90 e insieme a vari infortuni e interventi, visse con intensità e slancio la preparazione al terzo millennio e poi la celebrazione del giubileo del 2000, promuovendo grandi celebrazioni e iniziative, dalle quali si attese un profondo rinnovamento spirituale della chiesa. Rilanciò in seguito proclamando l’anno mariano e l’anno dell’eucaristia.

L’evangelizzazione di chi non ebbe ancora subito il fascino del Vangelo di  Cristo, e la rievangelizzazione di chi a quel fascino si era poi sottratto erano la nota dominante del suo pontificato e dei suoi interventi: sinodi (14), lettere encicliche ed esortazioni apostoliche (15), libri (5), Catechismo della chiesa cattolica…

Il tutto, naturalmente, accompagnato da una profonda fede personale, da una filiale devozione alla Madre del Signore e da un grande amore per il prossimo, soprattutto per i più deboli, bambini, anziani e malati, nelle cui file passò lui stesso l’ultimo tratto di vita, offrendo un umanissimo e luminoso esempio di sopportazione e di coraggio nel cercare un senso al dolore che accompagnava la vita di ciascuno.



Giovanni Paolo II morì in Vaticano il 2 aprile 2005. Davanti alla sua bara, esposta in San Pietro, sfilarono più di tre milioni di pellegrini. Benedetto XVI lo proclamò beato maggio 2011 e venne canonizzato il 27 aprile 2014 da Papa Francesco.

PRATICA O nostro amatissimo padre Giovanni Paolo II aiutaci ad amare la Chiesa con la stessa gioia e intensità con cui tu l’amasti in vita.

PREGHIERA O Trinità Santa, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il Beato Giovanni Paolo II e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della tua paternità, la gloria della Croce di Cristo e lo splendore dello Spirito d’amore.

DON PINO PUGLISI

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Oggi commemorazione del Beato Giuseppe Puglisi

Martire In odium fidei – In odio alla fede

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LE RIVELAZIONE DELLA VEGGENTE MIRIANA SUL PRIMO SEGRETO

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“Il 26 ottobre 1985 Mirjana diede l’intervista più chiara circa l’inizio dei 10 segreti. Il giorno prima la Vergine Maria le aveva mostrato le conseguenze visibili del primo segreto.

L’intervista del 1985 è un documento molto importante, perché la visione era fresca e chiara nella memoria di Mirjana, e perché l’intervistatore era P. Petar Ljubicic, a quel tempo già scelto come sacerdote per rivelare i segreti al mondo.

Disse Mirjana, il primo segreto “non sarà una cosa piacevole“. Sarà “qualcosa di cui la gente sentirà parlare a lungo“.

“Il primo segreto farà abbondantemente parlare di sé”

e quindi non avrà bisogno di tante spiegazioni a precederlo.

La gente di Medjugorje “saprà subito che è in connessione con i segreti“.

Sarà qualcosa, ha detto Mirjana a P. Petar Ljubicic, “che tutti, ovunque, ne sentiranno immediatamente parlare“.

Ma questo non significa che la gente si precipiterà sul luogo in cui il primo segreto si sarà appena verificato, ha anche previsto Mirjana:

”Certamente nessuno vuole vedere disastri, angoscia, e sfortuna. Non credo che questo genere di cose attiri affatto le persone. Perché la gente dovrebbe andare a vedere cose del genere? Una cosa è andare a vedere un segno, un’altra è andare a vedere la sofferenza o un disastro. Chi vorrebbe, per esempio, andare in Italia per vedere una diga crollare?“.

Il Primo Segreto farà fermare la gente a riflettere

Durante l’apparizione del 25 ottobre 1985 Mirjana vide il primo segreto come fossero immagini proiettate su diapositive:

“Mi ha scosso più di ogni altra cosa. Questo fu, naturalmente, a causa di vedere il primo segreto. Se la gente vedesse il primo segreto, come è stato dimostrato a me ieri, tutti sarebbero certamente scossi abbastanza da guardare a stessi e tutto ciò che li circonda in modo completamente nuovo. Ora so cose che non sono particolarmente piacevoli. Io credo che se tutti sapessero le stesse cose, ognuna di queste persone sarebbe scioccata e guarderebbe al nostro mondo in una luce completamente diversa“, disse Mirjana a P. Petar Ljubicic il giorno dopo la visione.

“Durerà per un po’. Sarà visibile, è necessario per scuotere un po’ il mondo. Farà sì che il mondo si fermi a pensare.“

Nel corso di un’intervista del 1985 P. Petar Ljubicic chiese anche a Mirjana se qualcuno direbbe che l’evento del primo segreto era semplicemente un fenomeno naturale. Nel rispondere Mirjana parlò anche del suo secondo segreto:

“Forse alcuni non credenti convinti potrebbero dire qualcosa di simile dopo il primo e il secondo“, rispose Mirjana.

Nonostante le sue descrizioni, i primi due segreti non saranno catastrofi nel senso letterale, ha anche rivelato la veggente:

“Non sarà nulla di così enorme come quello che verrà dopo. Questi primi due segreti non sono poi così gravi e duri. Quello che voglio dire è, sì, sono gravi, ma non tanto quanto i rimanenti. (…) Quello che segue sono i segreti che sono davvero sgradevoli. Sarei felice se tutti finalmente lo capissero. Non posso dire loro molto di più, ma una volta che cominciano a essere adempiuti, allora sarà troppo tardi“.

Fonte: Medjugorje Italia

(blogdipadrelivio.it)

Sveglia cattolici, Trump e Putin vogliono cancellare l’Europa

 “Il vero obiettivo di Trump e di Putin, nel loro patto scellerato, è la distruzione dell’Unione europea e del concetto storico-politico di Europa”, si legge nell’editoriale del nuovo numero del Regno, la storica rivista cattolica d’area democratica

di Matteo Matzuzzi– Il Foglio 22 OTT 26

Roma. Se buona parte della stampa cattolica italiana, animata da un antico e consolidato spirito pacifista che rifiuta per principio idealista ogni tipo di guerra ed è convinta che le responsabilità dei sommovimenti mondiali siano in buona parte da imputare all’occidente capitalista e sfruttatore, un’eccezione esiste. E’ il Regno, la gloriosa rivista fondata nel 1956 dai dehoniani, che nasce come “rivista di pensiero e d’informazione” e che punta a stimolare la riflessione tra quello che definisce “il laicato cattolico più vivace”. E’ un periodico che si colloca nel campo del cattolicesimo democratico e riformatore, dialogante e aperto alle “nuove” istanze di una Chiesa che non è immobile e che deve ricordarsi sempre di essere nel mondo, anche quando il mondo non è l’Eden in terra. 

Nell’ultimo numero, che presenta anche il prossimo convegno della rivista a Camaldoli (dal 5 all’8 novembre, tema è “L’Europa e il tramonto dell’occidente”), il direttore Gianfranco Brunelli scrive di pace e guerra, di America e Russia e Ucraina. “Sacrificare il destino di quaranta milioni di ucraini all’espansionismo dittatoriale del regime totalitario di Vladimir Putin per qualche litro di gasolio, promettere protezione all’Ucraina in cambio di terre rare, obbligare gli europei a comprare le armi americane da fornire alla difesa dell’Ucraina: sono solo affari”, sottolinea Brunelli, che prosegue: “Le dichiarazioni che il presidente statunitense ha fatto il 9 ottobre, annunciando un accordo petrolifero con Vladimir Putin, questa volta vanno oltre gli affari, da cui Trump appare guidato a beneficio proprio e dei suoi amici in ogni trattativa nazionale e internazionale. Anche perché, il prezzo non calerà. I benefici saranno zero. Addossare a Zelensky la responsabilità dell’aggressione russa e dell’aumento dei costi del carburante a livello mondiale” “appartiene alla sua personale narrazione. La propaganda elettorale conferma la politica della post-verità o dei fatti alternativi del racconto trumpiano, con cui il magnate ha vinto le elezioni presidenziali e con cui ora tenta di limitare i danni della sua crescente impopolarità in vista delle elezioni di midterm”.

Prosegue Brunelli: “La nuova, annunciata stagione di cooperazione economica con Mosca segna in realtà la ripresa dell’ostilità statunitense nei confronti dell’Ucraina e dell’Europa. L’Europa non è pronta ad agire da sola: è in ritardo sul piano dell’unificazione politica, della condivisione commerciale, della difesa comune. L’Europa è fragile e può morire da un momento all’altro. Anche se sembra un mistero il fatto che, pur così fragile e minacciata da difficoltà e attacchi interni ed esterni (i populismi di destra e di sinistra e la guerra ibrida di Putin), l’Europa sia sin qui sopravvissuta. Il clown ha gettato la maschera. Ed è un volto tragico quello che appare. Tragico e osceno. L’accordo simboleggia il ritorno alle intese affaristiche e politiche tra Putin e Trump di Anchorage del 15 agosto 2025. Tutte le proposte sin qui presentate dal duo Kushner e Witkoff sembrano scritte a Mosca e sono l’accettazione della resa incondizionata di Kyiv a Putin in cambio di una sedicente protezione americana.

Ma Zelensky e l’Europa sanno bene che la parola di Trump non ha valore”. E se altrove ci si dilunga in riflessioni sull’equidistanza, sul ruolo della Nato, su Kyiv da rendere “città aperta”, il Regno va al nocciolo del problema, che poi è quel che conta: “Putin non ha mai riconosciuto l’esistenza sovrana dell’Ucraina, non ha mai voluto incontrare il presidente Zelensky, e non ha mai voluto intavolare dialoghi diplomatici e trattative di pace. Putin è interessato a proseguire la sua guerra d’aggressione. Più volte Mosca ha comunicato chiaramente che l’operazione speciale non avrà fine sino a quando tutti gli obiettivi non saranno realizzati. E ciò vuol dire la totale conquista dell’Ucraina, e l’instaurazione di un governo fantoccio. Nel frattempo, Trump pretende la fine della presidenza Zelensky e nuove elezioni in un paese in guerra, dichiarando che esiste un accordo per una tregua energetica, mai confermata da Mosca. A questo quadro – prosegue l’editoriale di Gianfranco Brunelli – s’aggiungono le minacce americane di sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence, che si rivelerebbero disastrose per la capacità di Kyiv di difendere le proprie città dai bombardamenti russi che hanno come strategia principale quella di colpire civili e infrastrutture. Il vero obiettivo di Trump e di Putin, nel loro patto scellerato, è la distruzione dell’Unione europea e del concetto storico-politico di Europa”.

Il risultato di ciò sarebbe drammatico quanto scontato: “Con la loro vittoria finisce l’occidente. Trump, riconoscendo solo il primato della forza, tradisce la democrazia americana, la più antica del mondo, e la sua primogenitura; tradisce l’idea di cultura e di civiltà dell’Europa, senza la quale non vi è occidente”. Ecco quel che significa chiamare le cose con il loro nome, senza bisogno di ricorrere alla sociologia, alla colta analisi geopolitica e, soprattutto, lasciando per un attimo da parte la vocazione irenista sempre più fine a se stessa.

🟢 PADRE LIVIO – SENZA PREGHIERA NON PUOI VIVERE – 25

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PROVE DI GUERRIGLIA URBANA IN EUROPA

Corrispondenza romana 1973

Prove di guerriglia urbana in Europa

21 Ottobre 2026 ore 14:29

di Roberto de Mattei

Un’ondata di violenze e devastazioni sta attraversando l’Europa in questo mese di ottobre. 

In Francia, le mobilitazioni hanno coinvolto decine di migliaia di persone a Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux e Limoges. Qui, l’incendio del municipio e il crollo della sua torre hanno evocato le immagini della guglia di Notre-Dame divorata dalle fiamme nel 2019. Questa volta, però, il fuoco è stato appiccato da gruppi di manifestanti mascherati: un’aggressione deliberata contro un edificio che appartiene alla storia e all’identità della città.  

Il sindaco di Limoges Guillaum Guérin ha dichiarato che lo Stato ha abbandonato la sua città, come è accaduto a Parigi, dove il sindaco Emmanuel Grégoire ha affermato che vaste zone della capitale sono state liberamente devastate. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha presentato le dimissioni, che il presidente Emmanuel Macron ha respinto, pur riconoscendo che «in alcune città abbiamo perso il controllo». È un’ammissione politicamente pesante: uno Stato che non riesce a proteggere le proprie sedi istituzionali espone pubblicamente la propria debolezza. Poi, il 19 ottobre a Parigi e in altre città francesi è stato imposto il coprifuoco. Fin dall’8 ottobre Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise aveva scritto che «la Bastiglia è ripresa», attribuendo a una manifestazione studentesca il significato simbolico di una conquista rivoluzionaria. La protesta è divenuta, non solo in Francia. un’occasione per occupare la scena politica in vista delle elezioni del 2027. Anche in Italia, a Milano, Torino e Bologna, le strade sono diventate teatro di assalti, saccheggi e scontri con la polizia. Ma i settori della sinistra che cercano di trasformare la mobilitazione permanente in uno strumento di pressione sui governi, rischiano di essere scavalcati dalla piazza che pretendono di rappresentare. Quando nella protesta confluiscono anarchismo, antisionismo e propaganda islamista, il controllo politico del movimento diventa sempre più precario. Chi pensa di servirsi del disordine per conquistare il potere può scoprire che il disordine ha una propria dinamica, che sfugge ai calcoli dei suoi stessi sostenitori.

Protagonisti delle violenze urbane in Europa oggi sono soprattutto minorenni, che in Italia vengono chiamati “maranza”, un termine usato, spesso in modo generico, per descrivere ambienti giovanili nei quali si intrecciano culto della sopraffazione, ostentazione della forza e disprezzo di ogni regola.  Questo nuovo gruppo socio-culturale è costituito in gran parte da figli di immigrati della seconda o terza generazione, sradicati dalle tradizioni e dalla cultura dei loro padri, ma non integrati nella civiltà in cui sono approdati e verso la quale nutrono un odio spesso viscerale. Il nichilismo che caratterizza questa generazione, ribelle fin dalle scuole elementari, si manifestai nel rifiuto di ogni autorità: familiare, scolastica, religiosa, civile. Prima ancora della vetrina infranta, viene la convinzione che nulla meriti rispetto; prima dell’aggressione al poliziotto, c’è l’idea che ogni autorità sia un sopruso. Per anni l’intelligentsia di sinistra, dominante in Europa, ha insegnato a diffidare di ogni vincolo e dipendenza, confondendo l’educazione con la repressione e la disciplina con l’autoritarismo. Ora ci si stupisce che una parte dei giovani consideri la forza l’unico linguaggio efficace.

Il bacino di raccolta delle proteste giovanili non è solo politico, ma esprime un più ampio disagio sociale e soprattutto un profondo vuoto di valori, che si esprime in una furia devastatrice. Tuttavia nessuno crede alla spontaneità della protesta. I manifestanti vengono convocati sui social con slogan che, in Spagna, in Francia, in Belgio, in Italia hanno le medesime motivazioni: carovita, affitti, rivendicazioni giovanili e antagonismo politico. Nel nostro paese, la strategiadi un neonato “Movimento 17 ottobre” prevede una mobilitazione permanente con appuntamenti fissi ogni sabato pomeriggio alle ore 15 in diverse città italiane.

 I giovani, per la gran parte a volto coperto, si posizionano in punti strategici, scegliendo obiettivi precisi contro cui scatenare la loro violenza. La protesta sociale fornisce il terreno; i gruppi militanti selezionano i bersagli; la comunicazione digitale moltiplica la mobilitazione e l’emulazione. 

Gli apparati di sicurezza francesi e occidentali segnalano che le proteste e i disordini vengono alimentati o accelerati da campagne di disinformazione e da influencer online finanziati o orientati direttamente dall’estero, nell’ambito della cosiddetta guerra ibrida per destabilizzare il tessuto sociale ed economico europeo. 

Andrea Morigi, in un servizio su “Libero” del 20 ottobre, documenta l’interesse di Mosca e Teheran a soffiare sul fuoco delle rivolte che incendiano l’Europa. L’ideologo russo Aleksander Dugin ha commentato sui social che «Più caos c’è, meglio è». «Questi europei – ha aggiunto – vogliono combattere contro la Russia: come pensano che ciò possa accadere quando non riescono a garantire nemmeno un minimo di ordine nelle loro stesse città?». Anche il primo ministro albanese Edi Rama avanza il sospetto di una regia internazionale dietro i focolai di guerriglia urbana che si sono accesi in Europa, Tirana compresa, nel giro di pochi giorni. Le migliaia di profili falsi e attacchi informatici, attribuiti all’Iran dall’intelligence albanese, ne costituisce una conferma.  attivati nel suo paese.   

L’analista Marta Ottaviani ha scritto a sua volta su “Quotidiano Nazionale” del 19 ottobre: «Le proteste europee offrono a Mosca un’occasione per alimentare il caos senza necessariamente provocarlo. I servizi russi possono sfruttare le tensioni già esistenti attraverso provocazioni e campagne di disinformazione, amplificando tanto le violenze dei manifestanti quanto gli interventi della polizia. L’obiettivo è esasperare le divisioni sociali, delegittimare i governi e indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. È una strategia già sperimentata dal Cremlino: la sua guerra ibrida ha come prima caratteristica l’impalpabilità, tanto che molti studiosi per questo la chiamano ‘guerra grigia’. Non è un caso che le proteste di ieri siano state seguite da vicino anche da Rybar, influente canale Telegram fondato da Michail Zvinchuk, ex funzionario del ministero della Difesa russo. Il canale ha pubblicato una cartina aggiornata delle proteste in Francia, Italia e altri Paesi europei, accompagnata da un’analisi che prevede una successione di crisi nazionali, più che una rivolta generalizzata. Sul fronte opposto, il canale bielorusso d’opposizione NEXTA ha richiamato l’attenzione sul sostegno offerto in passato da Mosca ai gilet gialli francesi, suggerendo il rischio di nuove strumentalizzazioni delle proteste da parte del Cremlino. Di certo, quello visto nello scorso fine settimana, è solo l’inizio, alla vigilia di un 2027 pieno di elezioni nei Paesi europei».

La guerra ibrida trova il suo terreno favorevole nelle società sempre più frammentate e nelle istituzioni disorientate e divise. Ciò che sta accadendo mostra quanto rapidamente una protesta possa trasformarsi in una crisi dell’autorità e dell’ordine pubblico. Lo spettro dell’“ingovernabilità urbana” torna ad affacciarsi sul continente mentre l’Europa deve fronteggiare gravi minacce ai suoi confini. Chi rinuncia a governare le proprie città finisce per consegnarle a chi sa organizzarvi la paura.

Missili e bombe intanto continuano a cadere sull’Ucraina, divenuta un avamposto di quell’Europa, che il presidente americano Donald Trump sembra volere consegnare ai suoi nemici. 

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