
Pensiero Spirituale sulla pace del cuore, il bene più grande
L’inquietudine del cuore umano è una tematica esistenziale, tipica dell’uomo. Tutti gli uomini, credenti e no, hanno insita un’inquietudine esistenziale insopprimibile finché non trova quella pace che più che una conquista umana è un dono di Dio.
La fede è un cammino nella penombra, è un percorso dalle tenebre alla luce. Anche il cammino della fede ha le sue prove, i suoi dubbi ed è ben difficile raggiungere una serenità del cuore che sia inattaccabile. È un combattimento spirituale continuo. Dobbiamo prendere consapevolezza di questo e accettarci così come siamo. L’inquietudine in sé è una molla che spinge, non è una corda che trattiene.
C’è un’inquietudine che è di agostiniana memoria che è un fatto buono, e un’inquietudine negativa che deriva dal rimorso della coscienza che è come una voce misteriosa che abbiamo nel profondo del cuore e che ci spinge a fare il bene e a evitare il male. Questa voce interiore, che Dio ci ha donato, da una parte è una bussola che ci guida nella vita a fare il bene e dall’altra ci rimprovera quando facciamo il male. Tutti possiamo sperimentare la pace della coscienza quando siamo sulla via del bene o il rimorso della coscienza quando siamo sulla strada del male.
È possibile soddisfare l’inquietudine buona che ci spinge a fare il bene e anche tacitare le spinte al male. L’inquietudine buona corrisponde ai grandi desideri del cuore di felicità, eternità, bellezza, santità. Siccome vediamo che non siamo all’altezza e che ne siamo ben lontani da soddisfarli, sentiamo dentro di noi l’inquietudine dovuta alla mediocrità che siamo. Se questa inquietudine di non essere all’altezza viene coltivata nel modo giusto (cioè nella preghiera, nell’affidamento a Dio e nella formulazione di buoni propositi nel cammino di santità) diventa un grande sprono e ci fa elevare nella vita spirituale. Da questo punto di vista, allora, possiamo ben dire che i santi erano persone molto inquiete.
L’inquietudine del cuore come desiderio di andare al di là delle nostre mediocrità è senza dubbio una spinta formidabile nel cammino di santità ed è una spinta interiore buona perché ci dirige lo sguardo verso traguardi che non riusciamo a raggiungere e diventa quindi uno stimolo fortissimo a puntare alto. La buona inquietudine smuove le coscienze, le spinge verso l’alto. Da questo punto di vista, allora, è un bene non essere soddisfatti di noi stessi e vogliamo puntare in alto esigendo sempre di più nel fare il bene. In questo modo andiamo molto in alto nel cammino di santità. Se guardiamo dentro di noi e scorgiamo le nostre miserie, la bassezza del nostro essere, eleviamo lo sguardo al Cielo e ci mettiamo davanti a Dio come creature che hanno bisogno del Creatore. Chi, invece, si sente soddisfatto e si vanta del proprio essere rimane nella sua iniquità.
È bene coltivarla, allora, questa sana inquietudine di non sentirci abbastanza decisi nei confronti di Dio, desiderosi di amarlo completamente e rafforziamoci in questa direzione, esigiamo sempre più da noi stessi. Chiediamo a Dio la grazia di uscire fuori dai nostri gusci per volare in alto. Questa è una prospettiva che ci dice che siamo in buona salute spirituale proprio quando abbiamo il “sintomo” dell’insoddisfazione e sentiamo che possiamo fare meglio. Non dobbiamo accontentarci dei mezzi traguardi, esigiamo sempre di più da noi stessi, puntiamo alla pienezza della santità a cui ciascuno di noi è chiamato.
Ben venga, allora, la buona inquietudine che è quella di un cuore mai soddisfatto finché non abbia raggiunto quegli obiettivi che Gesù stesso ci pone quando dice: «Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli» (Mt 5,48).
La coscienza è un grande dono di Dio che ha posto dentro ciascuno di noi una voce che ci indica il bene da fare e il male da evitare; ci approva quando facciamo il bene e rimorde quando facciamo il male. In base a questo allarme interiore che tutti abbiamo verremo tutti giudicati. A ciascuno di noi spetta il compito di prestare attenzione alle vibrazioni della coscienza e guai a chi la tacita per non sentirla. La coscienza non deve essere silenziata, deviata, ammansita, influenzata a nostro piacimento. Dentro di noi dobbiamo avere sempre la massima attenzione a quello che la coscienza ci dice.
Quando la coscienza rimorde perché abbiamo commesso il male non dobbiamo silenziarla perché rischiamo di far diventare il male un’abitudine e diventiamo schiavi del maligno. L’indurimento del cuore è una conseguenza dell’offuscamento della coscienza ed è l’anticamera della perdizione. Quando la coscienza ci rimprovera e invece di offuscarla la teniamo illuminata meditando la Parola di Dio e gli insegnamenti della Chiesa, quando la lasciamo vibrare anziché silenziarla accordandola sempre più con la volontà di Dio attraverso la preghiera, siamo sulla strada giusta perché avvertiamo anche le più piccole imperfezioni e questo vuol dire che abbiamo sviluppato una certa sensibilità, sentiamo il dolore della ferita spirituale per il male commesso e l’inquietudine che proviamo ci spinge a pentirci e fare il proposito di non peccare più.
Il mondo di oggi soffoca sistematicamente le coscienze, il male viene commesso senza alcun rimorso e senza suscitare scandalo vengono commesse anche le cose più inaudibili. In questo modo è successo che l’umanità non si è elevata spiritualmente, ma anzi è caduta nel degrado morale più deplorevole. Facciamo, allora, un esame quotidiano delle azioni compiute, del bene e del male fatto. Già dal mattino, appena svegli, affidiamo a Dio la nostra giornata mentre ascoltiamo quella voce interiore che illumina o disturba, a seconda della nostra condotta morale. Mettiamoci in ascolto della nostra coscienza, passiamo in rassegna le nostre azioni rimanendo in sintonia con la volontà di Dio e aggiustiamo, per così dire, la rotta interiore. Ogni giorno inizia con un combattimento spirituale volto alla perfezione interiore, siamo tutti chiamati alla santità e l’esercizio dell’esame di coscienza ci rafforza e ci fortifica.
Se abbiamo ferito una persona, siamo stati ingiusti nei confronti di qualcuno, proviamo risentimento e sentiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato, non dobbiamo giustificarci e spegnere la voce interiore che ci dice che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Chiediamo a Dio di illuminarci, di darci un giusto giudizio di quello che abbiamo fatto per non cadere nello scrupolo (che è sempre frenante) e prendiamo coscienza di aver sbagliato, proviamo a rimediare chiedendo scusa, facendo un gesto di buona volontà con il proposito di fare attenzione a non farlo più.
Ascoltando la voce della coscienza, sentendo quella buona inquietudine che ci spinge a fare sempre meglio, camminiamo rettamente sulla strada della santità perché l’inquietudine provocata dal rimorso della coscienza è buona, fa bene all’anima, la sperona. Quando ascoltiamo la coscienza, essa stessa si rafforza e ci perfezioniamo, cresciamo, ci eleviamo spiritualmente. Questo lavorio interiore avviene grazie a Dio che ha messo la voce della coscienza come sigillo spirituale della nostra anima. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, alla fine saremo tutti giudicati secondo la nostra coscienza retta. Tutti saremo giudicati a seconda di come avremo ascoltato la nostra coscienza e di cosa avranno fatto affinché questa voce interiore fosse sempre armonicamente sintonizzata con la Parola di Dio e con i suoi Comandamenti che sono scolpiti nell’anima di ogni essere umano. La Legge morale di Dio è incisa nella nostra anima e la nostra coscienza la percepisce, ne ascolta le direttive per farci capire cos’è bene e cos’è male. Anche chi non avrà fatto un percorso di fede, proprio perché ha la legge di Dio scolpita dentro di sé, verrà giudicato secondo le buone opere che avrà compiuto.
L’inquietudine del cuore ci spinge sempre più a superare noi stessi, le nostre mediocrità e i nostri orizzonti finiti; la forza dell’amore di Dio ci spinge a crescere spiritualmente, ad elevarci. L’inquietudine del cuore fa tendere la nostra anima a Dio, affinché la ricolmi completamente del suo amore. Ben venga, allora questa santa inquietudine. Non c’è pace del cuore finché la coscienza non è tranquilla, finché la coscienza non riposa in Dio. Se abbiamo commesso il male, allora, dobbiamo pentirci e riconfermarci nel bene. In questo modo avremo la pace di Dio nel nostro cuore. Se, invece, giustifichiamo il male tacitando la coscienza, il nostro cuore rimane inquinato dal male e il diavolo vi prende dimora. Lasciamo che la coscienza gridi, ci rimproveri, ci spinga a inginocchiarci davanti alla Croce per chiedere perdono dei peccati commessi e correre davanti al sacerdote perché ci dia la sua santa assoluzione.
Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”