Pensiero spirituale sull’Atto di dolore perfetto che cancella i peccati

Cari amici, come cristiani siamo chiamati costantemente a vivere in grazia di Dio. Se non ci sono peccati gravi sulla nostra anima, siamo come quei tralci verdi che – uniti alla vite – producono molto frutto. Se la grazia della comunione con Cristo viene compromessa con un peccato grave, diventiamo tralci secchi, infruttuosi e non meritiamo più la vita eterna. Possiamo, però, pregare per avere la grazia della conversione. È molto importante vivere costantemente in grazia di Dio.

Molti si pongono il problema di una caduta grave, sia per la materia che per la volontà e la malizia che ci mettiamo. Se una persona muore in stato di peccato grave impenitente – come dice il Catechismo della Chiesa cattolica – si autocondanna all’inferno. Vivere costantemente in grazia di Dio – secondo l’esortazione della tradizione spirituale cristiana – è uno degli obiettivi principali di chi vuole fare un cammino verso la via della salvezza.

Per svariati motivi, ci sono circostanze in cui non è possibile confessarsi. Quando entriamo in una situazione di peccato grave, perdiamo la grazia e l’unione con Cristo. La teologia – fin dai tempi di San Tommaso d’Aquino – insegna che si può riacquistare chiedendo perdono a Dio, riconquistando anche lo stato di grazia santificante. Molte volte, si tratta di peccati di debolezza, ovvero quelle forme di tentazione con cui satana ci incanta. Nel momento in cui ci rendiamo conto del peccato commesso, la coscienza incomincia a rimordere, facendo comprendere il danno che abbiamo fatto a noi stessi e anche agli altri.

Ritornare in grazia di Dio è un obiettivo preminente e importante per la propria vita. Perciò, se non si è nella possibilità di confessarsi in tempi brevi, è possibile compiere un Atto di dolore perfetto, come dice l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino e il Catechismo della Chiesa Cattolica.

La contrizione o Atto di dolore perfetto e l’attrizione.

La contrizione – o Atto di dolore perfetto – è il dispiacere di aver peccato, di aver offeso Dio infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. È quella formulazione verbale a cui deve corrispondere un atteggiamento interiore che comunemente recitiamo quando facciamo il Sacramento della Confessione: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi”. Fino a questo punto siamo in un Atto di dolore imperfetto, perché ci pentiamo per timore del castigo.

“e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”. In questo passo si entra in una dimensione più elevata. Ci pentiamo perché abbiamo offeso Dio, perché non abbiamo corrisposto il Suo amore.

Per avere un Atto di dolore perfetto bisogna chiedere a Dio la grazia della contrizione del cuore, del dispiacere di averlo offeso, del non aver corrisposto al Suo amore. Guardare al Crocifisso ci farà bene, ci aiuterà ad elevare il livello del nostro dolore e non temere soltanto il purgatorio o l’inferno per le nostre infedeltà.

Quando recitiamo un Atto di dolore perfetto dopo aver peccato, la coscienza si risveglia e ci fa sperimentare l’amarezza stessa del peccato. Nella preghiera presentiamo a Dio un cuore contrito, come quello di Davide che si esprime per i delitti che ha commesso nel Salmo 50: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”.

Nel momento in cui si ha la grazia della volontà di fare un Atto di dolore perfetto, il peccato mortale viene cancellato e perdonato. Cosicché dovessimo morire in quel momento saremo salvi. Però, il Catechismo della Chiesa cattolica precisa che – nell’esporre a Dio tutto il dispiacere per averlo offeso e avendo ottenuto il perdono di Dio con questo Atto di dolore perfetto – devo aggiungere anche il proposito di confessarmi non appena possibile. Il peccato viene rimesso in vista della confessione. È molto importante perché siamo una civiltà mobile, pertanto quando si pecca è difficile trovare quel tempo necessario per fare una buona Confessione. Bisogna trovare il tempo di preghiera in cui mettersi spiritualmente davanti alla Croce. Con l’Atto di dolore perfetto viene rimesso il peccato e tutti i peccati gravi che abbiamo fatto, purché tutto questo sia presentato a Dio con dispiacere, per non aver corrisposto al suo amore e ci sia il proposito della Confessione.

A questo riguardo vi propongo i punti del Catechismo della Chiesa cattolica a riprova che si tratta di un inserimento ufficiale della Chiesa e non soltanto di un teologo, è un magistero autorevole.

I punti 1451-1452-1453 sono tre punti della Chiesa cattolica che chiariscono molto bene quanto scritto sopra. Siamo in quella parte dell’insegnamento della Chiesa riguardo il Sacramento della Confessione che riguarda gli Atti del penitente:

1451: Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è «il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire». Se dopo aver commesso un peccato grave vi è la contrizione, quindi pentirsi seriamente, allora il peccato viene rimesso. Vuol dire avere il dolore e la riprovazione per il peccato commesso accompagnato dal proposito di non farlo mai più.

È importante distinguere la contrizione dall’attrizione perché con il dolore perfetto si ottiene l’assoluzione del peccato prima ancora di confessarsi; con l’attrizione non si ottiene il perdono dei peccati a meno che non ci si trovi nel Sacramento della Confessione. In questo caso è sufficiente l’attrizione cioè la paura dei castighi di Dio, dell’inferno o il dispiacere per le conseguenze nefaste dovute al peccato. Con l’attrizione non si può ottenere la cancellazione del peccato, senza la Confessione. Questa distinzione implica quelle sfumature dell’animo umano a cui Dio è molto attento. Egli vuole sapere se il cuore è sensibile all’amore che Lui dà oppure come nel caso dell’attrizione se è orientato su se stesso.

1452: “Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta «perfetta» (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.” Se si esclude la Confessione sacramentale non viene rimesso il peccato mortale.

1453: “La contrizione detta «imperfetta» (o «attrizione») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza”. Con il dolore imperfetto non si ottiene la remissione del peccato, però è un presupposto con il quale – accostandosi al Sacramento della Confessione – questa contrizione può elevarsi fino a concedere la remissione dei peccati.

Facendo entrare nella propria vita spirituale questi passaggi, si arriva al tempo della morte preparati a ricevere l’abbraccio di Cristo. San Tommaso dice che la contrizione perfetta non rimette soltanto i peccati veniali e mortali ma anche le pene connesse al peccato che si dovrebbero scontare in purgatorio. La Madonna a Medjugorje ha detto che se una persona prima di morire si confessa e riceve la Comunione, nonostante abbia commesso delle gravi colpe nella sua vita, può andare direttamente in Paradiso.

Sono insegnamenti di grande importanza perché salvare l’anima è l’unica cosa che conta, tutto il resto si può dimenticare. Se si è in Paradiso si ha ottenuto tutto, se si è all’inferno si è perso tutto, in purgatorio si deve patire la purificazione per andare in Paradiso.

Tendiamo – con impegno e quotidianamente – alla salvezza e alla purificazione delle nostre anime e aiutiamo gli altri ad avere questa priorità assoluta nella vita.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”