
Pensiero Spirituale sull’umiltà e la mitezza, due virtù sorelle
Cari amici, l’umiltà e la mitezza sono due virtù sorelle e sono la connotazione dell’identità cristiana. Gesù stesso ha detto: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Per quanto riguarda la nostra vita spirituale e il nostro cammino di perfezione, dobbiamo impegnarci a fondo per far crescere queste due virtù.
È certamente più difficile far crescere la virtù dell’umiltà perché la conseguenza del peccato originale che è in noi è proprio la superbia, l’orgoglio, l’autoaffermazione di se stessi, il desiderio di emergere, o come lo chiamavano i filosofi medievali “l’appetito di eccellenza”. Tutto questo non sarebbe in sé negativo, purché inserito in un contesto di sottomissione a Dio e di servizio al prossimo.
Umiltà è un termine che deriva dal latino humus, che significa “terra”. Questa etimologia richiama il fatto di essere stati creati dalla polvere. L’umiltà richiama al terreno sul quale crescono tutte le altre virtù. Ne deriva che senza l’umiltà anche tutte le altre virtù vengono inquinate e finiscono per essere deturpate. Se una persona si vanta del bene che compie, finisce per inquinare anche il bene stesso che fa.
Quando si fa un cammino di santità la prima cosa da fare è esercitarsi alla virtù dell’umiltà che ha molti gradi. Il primo è quello di riconoscere che siamo solamente creature che dipendono da Dio, bisogna quindi estirpare quell’istinto di onnipotenza che è insito in noi. La virtù dell’umiltà è, allora, la consapevolezza di essere creature ma è anche un’impostazione di vita come missione che Dio ci offre, come un progetto da realizzare nel servizio del prossimo che è totalmente diversa dall’impostazione egocentrica della vita che si sta diffondendo oggi. Questi due sentieri sono certamente differenti uno dall’altro: uno chiede la mortificazione di sé e il servizio al prossimo, ma porta in alto perché le persone veramente grandi sono tutte umili; l’altro è l’affermazione di sé schiacciando gli altri.
La virtù dell’umiltà ha dei gradi che portano una persona alla consapevolezza di essere un dono di Dio e che tutto ciò che di buono realizza è un bene di grazia. L’umile, quindi, non si appropria dei dono di Dio, non li attribuisce a se stesso, li riceve da Dio e li offre al prossimo. Questa è la virtù dell’umiltà che imposta la vita non come affermazione di sé ma come servizio agli altri. È ben difficile trovare persone veramente umili; diventare veramente umili è un lavorio continuo che dura per tutta la vita.
L’umiltà non è necessariamente disprezzo di se stessi. L’umiltà è anche il riconoscimento della nostra grandezza, della straordinaria dignità nella quale Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. L’umiltà, nella sua purezza, è autocomprensione di sé, è stima di sé come dono di Dio e sfocia nel ringraziamento dei dono ricevuti che vengono messi al servizio degli altri. La virtù dell’umiltà è così bella che rende belle le persone, le rende piacevoli e amabili. La vana gloria, la prepotenza, l’alterigia, invece, rendono le persone un po’ simili al diavolo che per superbia si è ribellato, voleva mettersi al posto di Dio.
L’umiltà e la mitezza, allora, vanno insieme nella vita spirituale e fanno delle persone che le applicano delle persone comprensive, compassionevoli, che perdonano.
Se noi mortificassimo il desiderio di autoaffermazione a tutti i costi, se ci mettessimo nell’atteggiamento di rispetto degli altri unito al rispetto di noi stessi, inchinandoci davanti a Dio e davanti ai poveri, pensate che persone diverse potremmo essere.
Indubbiamente, lavorando su queste due virtù, potremmo diventare sempre di più immagine di Gesù e di Maria.
Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”