Pensiero spirituale sulla prova della fede

Oggi vorrei toccare un tema – che è presente in molte mail che mi inviate – che riguarda la prova della fede. La fede viene provata, come dice l’epistola agli Ebrei, come l’oro viene passato attraverso il fuoco perché sia purificato. È chiaro che nel momento della prova noi vacilliamo, dubitiamo, a volte ci arrabbiamo con Dio e voltiamo le spalle, senza renderci conto che siamo di fronte ad un passaggio di purificazione che è necessario, è previsto nel cammino di santità.

Il cammino di santità ha tre tappe: la prima è quella decisiva ovvero quella della conversione. Quando si entra nella fede – non avendola mai avuta, avendola persa o trovandosi in una situazione di peccato, grave o un allontanamento da Dio – ci si converte, si ritorna a Dio, la fede diventa viva, diventa operosa nel nostro cuore.

Questa tappa alla conversione è dolorosa e gioiosa nel medesimo tempo. Dolorosa perché bisogna tagliare la testa ai vizi capitali, alle loro bocche fameliche, bisogna avere l’accetta che taglia le radici del male, una rinuncia che fa male. Quando i nostri vizi, che sono bocche fameliche, non hanno di che mangiare, il diavolo porge loro il bene e il male, quest’ultimo colorato di bene, cosicché mangiandolo si avvelenino dando la morte all’anima. Se non si dà da magiare ai vizi capitali, essi cominciano a ululare di fame e a protestare: questa è la fase dolorosa che comporta la mortificazione cioè la rinuncia, quindi un processo di ascesi che è inevitabile. Il male va combattuto, va estirpato come si estirpano le erbe infestanti in giardino, diversamente prendono il sopravvento.

Ma è anche gioiosa la tappa della conversione: questo lo possiamo testimoniare tutti dal momento in cui siamo entrati nella situazione esistenziale della grazia, siamo ricolmi dell’amore di Dio, la coscienza ci approva e non ci rimorde come prima, siamo in pace interiore con Dio e con gli altri e quindi – specialmente quando abbiamo fatto una bella confessione – ci sentiamo leggeri, liberi. Questi sono i momenti belli della conversione.

La seconda tappa del cammino spirituale è molto più complicata e, a volte, più lunga: la purificazione. È quel percorso dove prevale l’ascesi cioè la purificazione quindi “l’oro che viene immerso nel fuoco ad ardere perché si depositi la lamina e la sabbia”.

Questa tappa della santità è quella in cui molti rischiano di naufragare perché ha momenti difficili attraverso i quali Dio ci purifica, ci fortifica e, se non riusciamo a vedere la Sua mano pedagogica che ci sta plasmando, rischiamo di scoraggiarci. Molte testimonianze dicono di essere in tempi di aridità, di pregare senza sentire il Signore, di non avere gratificazioni e gioie che si avevano prima: è la fase del deserto. Dio dà qualche oasi perché è un grande pedagogo, perciò, non manca di darci di tanto in tanto delle grazie. Questa fase è molto importante nella pedagogia divina perché ci si depositi e liberi da tante forme di egoismo spirituale, ovvero di cercare gratificazioni spirituali ed elevazioni mistiche: cercare di pregare con sentimento, il sentimento della presenza di Gesù e invece sentirsi aridi, sentirsi abulici, non avere voglia di pregare.

Questa è una componente – quella dell’aridità – del tempo della purificazione ma ce n’è un’altra, quella dell’attesa. Molte volte chiediamo delle grazie (siamo entrati nell’ambito della fede) e sembra che non arrivino mai, allora ci lamentiamo con Dio, ci arrabbiamo con Lui e quindi, alla fine, restiamo impantanati senza poter alzare un po’ le ali e superare questi momenti che avrebbero bisogno di slanci di generosità. C’è questo aspetto di un’attesa che non si adempie, di un pregare che sembra non venire ascoltato.

Dio dà delle prove della fede che non sono solo sofferenze fisiche o spirituali, ma anche persecuzioni e tentazioni. Come sappiamo dal vangelo, satana – cacciato con la confessione – va a cercare sette spiriti peggiori di lui per rinnovare l’assalto alla nostra anima e presenta la vita di prima facendo credere che fosse felice, cercando di far dimenticare tutte le sofferenze, le tristezze e i morsi della coscienza, facendo quasi rimpiangere la vita di prima. Proprio come il popolo ebreo in Egitto, che fuggì e andò nel deserto il quale rimpiangeva le cipolle che nel deserto non c’erano.

Si crea una concatenazione di prove di vario genere che possono anche travolgerti se non sei pronto e preparato, ma se sei fermo nella preghiera, se percepisci che è una prova che passerà, allora arringhi l’anima, speroni l’anima – come dice Caterina da Siena – e resisti a queste tempeste, queste prove, queste persecuzioni che passano. Ti ritrovi con una fede molto più purificata, molto più forte di prima, fai passi avanti nel cammino di santità.

Entri man mano nella terza tappa del cammino spirituale che è la tappa della stabilità nel bene. Significa che attraverso l’allenamento, la pratica dei comandamenti e della preghiera ci si rafforza; per cui le tentazioni non riescono a smuoverci perché ci siamo stabilizzati nel bene. In questa fase – che è un dono di Dio – cioè una vita senza peccati gravi e una vita con fervore, bisogna fare comunque attenzione al diavolo che ci tenta con la superbia spirituale, cioè un certo bullismo spirituale. La preghiera del fariseo presenta un compiacimento di sé, una premessa per un assalto di satana che ci mette a terra. San Luigi Maria di Montfort, che è un grande santo, diceva che ci sono cedri del Libano molto grandi e maestosi che vengono abbattuti dalla tempesta, mentre dei fuscelli piccoli resistono di più, questo perché sono nell’umiltà.

Quindi, come vedete, il cammino nella vita spirituale è un cammino di rafforzamento attraverso la Croce e le prove e, una volta superate, ci fanno capire che in questo modo si ascende, si vola. Non si conquista nulla senza il sacrificio, la rinuncia, lo sforzo, la perseveranza; è come un parto che prevede dolori, ma anche la gioia della nascita del bambino, un uomo nuovo che nasce nella giustizia, nella santità e nella grazia.

Quello che volevo dirvi è: non scoraggiatevi nelle prove, nelle depressioni, nelle persecuzioni, nelle incomprensioni, resistete perché solo resistendo vi rafforzate, vincete la vostra battaglia e acquisite la pace interiore. Potrebbe non esserci la gioia, l’autocompiacimento, ma c’è la pace interiore che è un miracolo più grande. Come dice Caterina da Siena, molte volte si cercano le gratificazioni spirituali e la preghiera che ci dia tanta gioia, che faccia venir giù le lacrime: ma la preghiera – senza sentimento e senza le gratificazioni spirituali – perseverante nella fede oscura, è ancora più meritoria.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”