Pensiero Spirituale sulla vita come pellegrinaggio verso l’eternità

Cari amici, la vita come pellegrinaggio verso l’eternità è la visione cristiana. Il concepimento e la nascita avvengono sulla Terra, dopodiché, da quel momento la vita diventa un cammino verso l’eternità. Questa è la visione della vita alla luce della fede, cioè un tempo di prove, un tempo in cui dobbiamo cercare Dio, conoscerlo, amarlo e servirlo in modo tale da poter raggiungere la felicità eterna in Paradiso.

La visione moderna della vita è in totale contrapposizione a quella del Cristianesimo. Il mondo di oggi crede e professa che la vita sia immanente, che dopo la morte finisca tutto. La morte, il giudizio, l’infero e il Paradiso sono il proseguimento della vita! Sono stati messi al centro i beni materiali, si è pensato di realizzare la propria felicità qui sulla Terra e così, di fatto, la vita è diventata un cammino verso la morte per la gran parte della popolazione.

Noi cristiani sappiamo che abbiamo un’anima spirituale immortale e la morte non è il disfacimento dell’essere umano, è semplicemente il distacco dell’anima dal corpo. L’anima, nel momento stesso della morte, riceve la sua retribuzione eterna: la felicità del Paradiso, il tempo di purificazione in purgatorio o la dannazione eterna.

È questa la visione cristiana della vita, è un pellegrinaggio verso l’eternità! Questa visione cristiana della vita dobbiamo tenerla viva perché è quella della fede, della Divina Rivelazione, è quella a cui ci esorta la Sacra Scrittura, è quella a cui ci esorta la Regina della pace che innumerevoli volte ci ha descritto la vita sulla Terra come un tempo breve (un battito di ciglia).

La Madonna molte volte ha detto chiaramente che la nostra vita è breve e che la morte è certa. La Regina della pace ha visto affermarsi una visione della vita pagana, proprio nei Paesi di antica cristianità. La prospettiva dell’immortalità e dell’eternità è stata offuscata, cancellata, negata.

Noi cristiani dobbiamo fare molta attenzione e non farci assorbire a questa visione della vita. Giorno per giorno dobbiamo alimentare, con la preghiera, questa prospettiva di eternità che è una luce che illumina la vita, la motiva, ci dà la forza per affrontare i momenti difficili, le sofferenze, le difficoltà, le prove.

È ben diverso affrontare una traversata nel mare agitato con la certezza di approdare a un porto di luce, piuttosto che navigare con la certezza che a un certo punto la nostra barca affonderà. C’è una diversità radicale dal punto di vista esistenziale perché chi imposta la vita come pellegrinaggio verso l’eternità è molto motivato e sa che la vita è un tempo di prova che deve essere vista attraverso la fedeltà quotidiana; inoltre sa che le sofferenze, le difficoltà, le lotte e le guerre spirituali servono per mostrare a Dio la nostra fedeltà.

Nella prospettiva cristiana, anche nei momenti di sofferenza non si perde mai la speranza e non si perde mai il sorriso, anche quando ci sono le lacrime. Senza la luce della prospettiva cristiana nelle difficoltà si annaspa.      
Nella prospettiva di una concezione immanente e intramondana, dove la vita termina con il disfacimento di noi stessi, mancano le motivazioni.

La Regina della pace ha detto che ogni uomo ha la possibilità di conoscere e amare Dio e che sarà durissima la condanna all’inferno per tutto coloro che lo rifiutano.

«Ogni persona adulta è in grado di conoscere Dio. Il peccato del mondo consiste in questo:
che non cerca affatto Dio. Per coloro che adesso dicono di non credere in Dio,
quanto sarà duro allorché si avvicineranno al trono dell’Altissimo per sentirsi condannare all’inferno»
(messaggio del 3 febbraio 1984)

Andare all’inferno è una scelta. Si sceglie di eliminare Dio dalla propria vita, di affondare sulla barca della vita perché non si vuole guardare al faro di luce che fa approdare alla salvezza eterna. Il peccato seduce e l’uomo può scegliere di resistere, di combattere spiritualmente oppure di cedere e concedere che entri nel proprio cuore.

La prospettiva cristiana della vita è certamente andata dissolvendosi nel nostro tempo. Bisogna recuperarla attraverso la Conversione che è un ritorno a Dio, un’apertura del cuore, è andare al di là dei confini della finitezza. Ci vuole umiltà. Ciò che trattiene l’anima dall’inchinarsi a Dio nell’affidarsi a Lui, nell’accettare nella propria creaturalità e finitezza di dipendere da Lui, non sono solamente i vizi, ma è la nostra superbia.

Apriamo il cuore a Dio, riconosciamoci umilmente Sue creature, viviamo nella prospettiva della salvezza eterna.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”