Pensiero Spirituale sul peccato mortale

Cari amici, il peccato mortale è un peccato che dà la morte all’anima, stacca l’anima da Dio. Come un armo staccato dall’albero diventa secco, così l’anima staccata da Dio si ammala e muore.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che se uno muore in stato di peccato mortale senza pentirsi va nella perdizione eterna. Quali sono le condizioni per cui un peccato sia veramente mortale? A questo riguardo la teologia ha cercato di approfondire il concetto di peccato mortale e ha individuato tre condizioni per cui un peccato possa definirsi tale.
La prima condizione è la materia grave, ovvero che la cosa in sé abbia una gravità morale così come è stata evidenziata dalla Parola di Dio e anche dalla riflessione teologica. Per certi peccati è facile individuare la materia grave, come ad esempio l’omicidio, l’aborto, l’adulterio. Altre volte la materia grave è meno evidente. È materia grave certamente l’apostasia, l’abbandono della Religione cristiana per abbracciare quella atea del mondo d’oggi o addirittura per entrare in sette ideologiche molto lontane dalla fede cristiana. Oggi molti cristiani hanno abbandonato la fede e questo è certamente grave, anche perché l’abbandono si accompagna spesso al rancore che sfocia talvolta nel disprezzo e nell’odio. I peccati contro Dio sono gravissimi e non ci si rende conto che l’apostasia ne fa parte, pertanto non vengono confessati. Ci sono situazioni esistenziali di cui non percepiamo la gravità: l’abbandono della fede, le bestemmie, l’odio contro Dio, contro la Madonna, contro la Chiesa e i Cristiani.
La seconda condizione è la piena avvertenza. L’uomo è dotato di intelligenza con quale è in grado di capire la gravità di un peccato. Perché un peccato sia mortale, allora, bisogna essere consapevoli della gravità di questo peccato. Ecco perché Dio ci dice di non giudicare, non basta la materia grave a qualificare la perversità di una persona; ci sono gli orientamenti del cuore che solo Dio conosce, ci sono attenuanti esistenziali di educazione e forme debilitanti di carattere psicologico per cui la piena avvertenza molte volte non c’è. Basterebbe una deficienza di piena avvertenza per dire che un peccato, che pure è grave dal punto di vista della materia, sotto il profilo del giudizio di Dio ha una minore gravità. C’è differenza tra un peccato compiuto da una persona consapevole pienamente di quello che sta commettendo e il medesimo peccato commesso da una persona che non ha gli strumenti per comprenderne la gravità (e le conseguenze), è condizionata da tante pressioni, non è sufficientemente informata o istruita.
La terza condizione è il deliberato consenso, che riguarda la volontà. È difficile sapere fino a che punto la volontà è libera. Molte volte ci sono pressioni esterne di vario genere, condizionamenti nell’educazione e nei comportamenti, ma anche condizionamenti interni alla persona come malattie psichiche, disfunzioni debilitanti che condizionano il libero arbitrio. Il confessore può giudicare fino a un certo punto.
C’è, allora, una condizione esterna per giudicare la gravità di un peccato, che è la materia e su di essa si può umanamente giudicare se il peccato è mortale, anche se non sempre è possibile perché ci sono delle variabili da non trascurare. La Chiesa giudica in parte, ma il giudizio vero e totale appartiene a Dio.
Perché un peccato sia mortale queste tre condizioni devono esserci contemporaneamente, se ne manca una il peccato non porta alla morte dell’anima.
Non è facile commettere un peccato mortale, come diceva San Tommaso d’Aquino; se si tratta però di peccati che si ripetono è chiaro che man mano si arriva a toccare il fondo! Il peccato coinvolge, acceca, conquista il cuore e lo indurisce nel male per cui si rischia di entrare in uno stato di impenitenza. Ci vuole, allora la grazia della Conversione per iniziare a sentire la chiamata di Dio, l’inquietudine del cuore per far sì che una persona si metta in questione e inizi il cammino di Conversione.
Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”