
30 Settembre 2026 ore 14:20
Il soprannaturale non si manifesta solo nelle apparizioni o visioni straordinarie, ma anche nella vita ordinaria dei santi, che costituisce una delle principali espressioni della presenza di Dio nella storia.
Il Novecento, rispetto ad altre epoche, fu avaro di santi. E tuttavia una figura carismatica sembrò riassumere in sé una larga parte dei doni straordinari di cui il suo tempo fu privo. Questa figura è quella di padre Pio da Pietrelcina. Nella sua persona il soprannaturale tornò a imporsi all’attenzione di un mondo che pretendeva di spiegare ogni cosa attraverso la scienza e la tecnica. Fu il primo sacerdote nella storia della Chiesa a ricevere le stimmate, i segni della Passione impressi visibilmente nel suo corpo. Attorno allo stigmatizzato di San Giovanni Rotondo si raccolsero poi innumerevoli testimonianze di guarigioni, miracoli, sorprendenti bilocazioni, profezie e discernimento delle coscienze. Ricordiamo, tra i tanti, il caso della dottoressa Wanda Półtawska, che attribuì a padre Pio la propria miracolosa guarigione da un tumore. Il 17 novembre 1962 il vescovo ausiliare di Cracovia, Karol Wojtyła, scrisse al cappuccino chiedendogli di pregare per lei; in una seconda lettera lo ringraziò, riferendo che la donna aveva recuperato improvvisamente la salute prima dell’intervento previsto.
Nato a Pietrelcina il 25 maggio 1887, Francesco Forgione entrò nel noviziato cappuccino nel gennaio 1903 e prese il nome di fra Pio. Emise i voti solenni nel 1907, fu ordinato sacerdote nel 1910 e giunse a San Giovanni Rotondo nel 1916. Qui, il 20 settembre 1918, comparvero sul suo corpo le stimmate, che restarono aperte e sanguinanti per ben cinquant’anni, dopo una visione di Gesù Crocifisso, che gli aveva detto: «Ti associo alla mia Passione».
La sofferenza segnò tutta la sua esistenza. Egli la offrì per la conversione delle anime e la accompagnò con un’instancabile attività nel confessionale e con opere concrete di carità. La più nota è la Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale che volle a San Giovanni Rotondo per unire la cura del corpo all’assistenza spirituale dei malati.
Padre Pio soffrì fisicamente la Passione di Cristo, ma soffrì anche spiritualmente a causa di calunnie e persecuzioni che dovette subire da parte delle stesse autorità ecclesiastiche. Il fenomeno delle stimmate e la fama di santità del religioso avevano creato un movimento di devozione in tutta Italia con un imponente afflusso di persone a San Giovanni Rotondo. La presenza di padre Pio disturbava però la situazione di rilassatezza morale in cui era immersa la diocesi di Manfredonia, a causa della condotta immorale dell’arcivescovo Pasquale Gagliardi e di alcuni suoi collaboratori. L’arcivescovo e questi sacerdoti, per sbarazzarsi dello scomodo cappuccino, lo accusarono di essere un corruttore di donne e di aver creato artificialmente le stimmate.
Uno dei sostenitori della campagna contro padre Pio fu il padre Agostino Gemelli, che nel 1920 incontrò il frate a San Giovanni Rotondo con l’intenzione di esaminare le stimmate. Padre Pio non acconsentì a mostrarle in assenza di un’autorizzazione del Sant’Uffizio. Pur senza aver visitato il cappuccino, lostesso giorno padre Gemelli inviò a Roma una relazione, nella quale affermava di ritenere le stigmate manifestazioni somatiche di natura isterica.
Il Sant’Uffizio diede l’incarico di condurre un’inchiesta a mons. Raffaello Carlo Rossi, un pio religioso carmelitano, vescovo di Volterra e futuro cardinale, che, dopo un’accurata indagine, nel gennaio del 1922 presentò un testo di 123 pagine con 27 documenti, in cui escludeva la tesi dell’“auto-stimatizzazione” di padre Gemelli e affermava che «quello di straordinario che avviene nella persona di padre Pio non si può dir come avvenga, ma non avviene certamente né per intervento diabolico né per inganno o frode». «L’avvenire – scriveva l’Inquisitore del Sant’Uffizio, – dirà quello che oggi non si può leggere nella vita del padre Pio da Pietrelcina».
Nel frattempo, alcuni laici presero pubblicamente le difese del cappuccino. Tra loro si distinsero il sindaco di San Giovanni Rotondo, Francesco Morcaldi, e l’impresario Emanuele Brunatto, che raccolse documenti e testimonianze per contestare le accuse. Nel giugno 1925 Brunatto giunse a Roma, portando con sé due voluminosi incartamenti e su consiglio di don Luigi Orione incontrò il cardinale Merry del Val, segretario del Sant’Uffizio. Il cardinale lo ascoltò attentamente, esaminò i documenti che gli presentava, e lo rassicurò, dicendogli: «No, signor Brunatto, il S. Uffizio non ha condannato Padre Pio. Quando la Suprema Congregazione vuole condannare un sacerdote lo sospende a divinis. Non dimentichi, infine, che tutti santi, durante la loro vita, hanno avuto delle prove ed anche assai dure, qualche volta».
Una Visita apostolica condotta in maniera riservata dal 26 marzo al 5 aprile 1927, costrinse mons. Gagliardi a dimettersi da vescovo di Manfredonia, ma dopo la morte di Merry del Val, nel maggio 1931, il Sant’Uffizio tolse a padre Pio la facoltà di confessare e di celebrare la Messa in pubblico. La restrizione durò fino al luglio 1933, ma la controversia non si placò. Tra le più umilianti ispezioni canoniche che padre Pio dovette subire negli anni successivi, vi fu quella promossa da Giovanni XXIII, che dal 13 luglio al 2 ottobre 1960 inviò, come visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo, mons. Carlo Maccari. Quel periodo sarà ricordato come la fase di più dura persecuzione avvenuta nei confronti del santo di Pietrelcina, finché nel 1964, sotto Paolo VI, gli fu restituita piena libertà nell’esercizio del ministero.
Padre Pio visse le decisioni dei suoi superiori senza rompere con la Chiesa alla quale aveva consacrato la propria vita. Obbedì anche quando l’obbedienza gli costava la separazione dai penitenti che lo cercavano e dalle anime che guidava. Continuò a riconoscere la Chiesa come la sua casa, anche negli anni in cui alcuni suoi rappresentanti gli resero più pesante la croce.
Questo atteggiamento, tuttavia, non significa che non vi fosse spazio per far conoscere la realtà dei fatti. La Provvidenza levò attorno a lui una vera e propria legione di giornalisti, storici, scienziati e semplici fedeli, che lo difesero a spada tratta, contribuendo a ristabilire la verità contro le ingiuste accuse.
Nel 1967 padre Pio confidò alla nipote Pia Forgione quanto tempo gli restava da vivere. La giovane mise per iscritto il colloquio e affidò il documento a un notaio prima della morte dello zio, avvenuta il 23 settembre 1968. Pio da Pietrelcina fu beatificato nel 1999 e canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II. Oggi è una delle figure religiose più popolari, amate e venerate dal popolo cattolico. La sua festa liturgica cade il 23 settembre.