Nonostante le prove per credere in Dio, molti rimangono ostinati nel non credere. Anche nei Vangeli vediamo che gli avversari di Gesù anche davanti ai più grandi miracoli non indietreggiavano, non credevano. Basti pensare che quando Gesù ha resuscitato Lazzaro che era morto da quattro giorni, i suoi nemici non hanno creduto nemmeno quando lo hanno visto vivo. C’è un obice, un freno interiore che impedisce di credere in Dio anche davanti alle prove più convincenti di fronte alle quali non si può indietreggiare. Questo avviene perché per credere in Dio bisogna essere umili. Se uno è superbo, è pieno di prosopopea, se il suo io è talmente ingombrante da occupare ogni spazio è chiaro che non c’è più posto per Dio nei suoi ragionamenti, nei suoi comportamenti, nei suoi sentimenti.
Per credere in Dio il primo passo da fare è quello di prendere coscienza dei propri limiti che sono molti più di quelli di cui abbiamo consapevolezza. Noi non abbiamo consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri peccati per cui ci gonfiamo e pensiamo di essere noi Dio. Non ci siamo dati la vita per conto nostro ma l’abbiamo ricevuta come un dono; prima di esistere non esistevamo. Esistiamo perché Qualcuno ha deciso che noi potessimo esistere. I nostri genitori hanno deciso di avere un figlio ma non ci hanno dato loro l’anima spirituale immortale, è stata creata da Dio dal nulla. Possiamo ben dire che il corpo ci è stato dato dai nostri genitori ma è comunque il progetto creativo di Dio che si realizza e che ci dona anche l’anima spirituale immortale. Questa presa di consapevolezza ci dice quanto dovremmo essere grati per aver ricevuto il dono della vita.
Nessuno si è dato la vita da solo ma tutti l’abbiamo ricevuta da Dio e questo fatto deve tenerci nell’umiltà e nella gratitudine. Mentre Dio est causa sui (è causa di se stesso), come si dice in Teologia per spiegare la differenza tra Dio e la creatura, noi non siamo causa di noi stessi. Noi abbiamo ricevuto l’essere e l’agire, anche il progetto stesso della vita che Dio ci manifesta man mano che cresciamo. Solo questo fatto dovrebbe portarci all’umiltà e invece ci dimentichiamo anche di ringraziare per aver ricevuto il dono della vita e dovremmo avere quell’atteggiamento interiore per il quale Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio con il nome di Padre. Dio è Padre proprio perché ci ha dato la vita, ci ha fatto esistere.
Noi non siamo esenti da limiti, da difetti e perfino da cattiverie e da peccati. Non c’è essere umano, per quanto santo sia, che non abbia ricevuto tutto da Dio e non c’è una persona, per quanto santa sia, che non abbia dei limiti da creatura. Eccetto la Vergine Maria e Gesù Cristo nella sua santa umanità, essi non hanno alcuna macchia di peccato, nessun difetto. Noi, invece, siamo pieni di limiti e di peccati molte volte anche gravi e che dovrebbero mantenerci nell’umiltà, nella consapevolezza. Il re David quando commise i suoi gravi peccati di omicidio e di adulterio, grazie al profeta Natan prende consapevolezza della sua miseria e scrive il famoso Salmo 50: Dal profondo a te grido o Signore, Signore ascolta la mia voce.
Nemmeno le creature più perfette e che hanno qualità eccezionali sono in grado di sfuggire alla potenza del male e della morte. Dio ci ha dato la medicina preventiva quando abbiamo commesso il primo grande peccato di superbia per voler essere come Dio. Per trattenerci da questa forma di superbia così antipatica e ributtante, Dio ci ha affibbiato il dolore e la morte che ci ricordano in ogni passo della vita quanto siamo deboli e fragili, ci ricordano che siamo delle creature bisognose di tutto. Dobbiamo, allora, avere un atteggiamento di umiltà, iniziare a pregare. Anche i potenti del mondo, che si sentono onnipotenti, nella loro quotidianità sono limitati come tutti gli altri esseri umani. Dobbiamo riprendere la consapevolezza dei limiti della condizione umana. Dio ci ha lasciato proprio il peccato, il male, la morte, la sofferenza, il dolore per tenerci nella consapevolezza che abbiamo bisogno di Dio, del suo amore, del suo perdono, della sua grazia per poter camminare nella vita senza essere travolti dalle potenze del male.
Se ci esercitiamo in questa consapevolezza di noi stessi, dei nostri peccati e delle nostre miserie ma chiediamo a Dio il perdono dei peccati e la grazia di commetterne più, se ci mettiamo di fronte a Dio come il malato si mette di fronte al medico, allora in noi nasce quell’atteggiamento di umiltà per cui tutte le domande su Dio, tutti gli interrogativi e i dubbi sulla sua esistenza si dissolvono. Se sgombriamo il nostro intimo dalle prepotenze e dalle invadenze del nostro io e ci guardiamo come siamo, nasce spontanea dal profondo la preghiera. La fede in Dio è bloccata dalle prepotenze del nostro io. Diamo una regolata al nostro io, potiamolo il più possibile e così in noi aumenterà l’umiltà che è quel terreno sul quale cresce in noi la divina presenza.
Dio resiste ai superbi e fa grazia agli umili.