La preghiera del Regina Coeli. “La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà”
Veronica Giacometti – ACI Stampa, 1/06/2025
Al termine della Celebrazione Eucaristica in occasione del Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, Papa Leone XIV, prima di recitare la preghiera del Regina Caeli, ringrazia e saluta calorosamente tutti i partecipanti. “Siete venuti da ogni parte del mondo, con delegazioni di centotrentuno Paesi. Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso”, dice subito il Pontefice da Piazza San Pietro.
“Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani, voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!”, continua ancora il Pontefice.
“Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. È una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo (Polonia) sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia. Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio”, ricorda Papa Leone prima della preghiera mariana.
“La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”, conclude infine il Pontefice.
Il mistero glorioso dell’Ascensione di Gesù è l’evento che segna l’inizio della missione della Sua Sposa, la Chiesa. In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni. Mai abolite, sarebbe bello riscoprirle.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 1/06/2025
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Le parole dei due angeli che apparvero ai discepoli mentre questi stavano ancora cercando di scorgere la gloria di Cristo, sottratto al loro sguardo da una nube, chiudono il racconto biblico dell’Ascensione del Signore, l’evento che segna l’inizio della missione della Chiesa.
È ricco di significato il fatto che Gesù ritorni al Padre ascendendo proprio dalla sommità del Monte degli Ulivi. Lì si era compiuto il mistero doloroso del suo totale abbandono alla volontà del Padre, caricando sulla sua sacra umanità, grondante sudore di sangue, il peso dei peccati degli uomini di tutti i tempi. L’Ascensione è il completamento glorioso di quel mistero: il corpo di Gesù, insieme alla sua anima e alla sua divinità, entra definitivamente nella gloria divina e indica la strada a chi lo ama.
Negli Atti degli Apostoli, Luca scrive che Gesù Risorto apparve per 40 giorni ai discepoli, dando loro le ultime istruzioni sul Regno di Dio e preannunciando il compimento di un altro mistero glorioso, la Pentecoste: “[…] avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Già nell’Ultima Cena, Gesù aveva spiegato agli apostoli la necessità del suo distacco visibile per essere riempiti di Spirito Santo (“è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”). E aveva profetizzato che la proclamazione del Vangelo sarebbe stata accompagnata dalle persecuzioni. Allo stesso tempo Pietro e compagni erano stati edotti sul fine ultimo di tutto il disegno divino, racchiuso sempre nelle parole di Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. […] Io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2).
La glorificazione di Gesù è perciò il preludio alla glorificazione delle membra del suo Corpo Mistico, la Chiesa, chiamata a proseguire la sua missione sulla terra. La Sposa di Cristo è forte della promessa da Lui fatta nel giorno in cui proclamò il primato di Pietro: “E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18). Una promessa che contiene l’annuncio della battaglia destinata a proseguire fino alla fine del mondo, nonché della scelta – tra Dio e il Nemico, tra la sua Parola e la menzogna – che ogni anima dovrà affrontare. La beatitudine eterna è la ricompensa per coloro che vinceranno il proprio combattimento spirituale e guadagneranno un posto in Paradiso. Lì ci attende il Figlio che “siede alla destra del Padre”, come professiamo nel Credo e leggiamo nelle Sacre Scritture. Ben sapendo che Gesù si è reso perennemente e realmente presente nell’Eucaristia, nutrimento salvifico in vista dei beni della Gerusalemme Celeste.
La celebrazione liturgica dell’Ascensione ha origini antichissime ed è attestata dal IV secolo. Cadendo 40 giorni dopo la Pasqua, la solennità dell’Ascensione si celebra il giovedì della sesta settimana del Tempo Pasquale oppure, nei Paesi dove non è festività civile, è posticipata alla domenica successiva.
In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni, oggi purtroppo in disuso ma mai abolite. Dopo una serie di calamità naturali, furono introdotte nel V secolo da san Mamerto di Vienne, che pensò a un meraviglioso triduo di preghiere, digiuni e processioni solenni, per chiedere con fiducia il favore di Dio. Sarebbe bello riscoprirle.
In un nuovo saggio Aleksandr Šipkov arriva a puntare il dito anche contro il filologo che negli anni Novanta con le sue conferenze aiutò la Russia a riscoprire insieme la tradizione cristiana orientale e quella occidentale. Perché la Russia di oggi rifiuta ogni convergenza nella cultura cristiana dell’Europa d’ell’Est e dell’Ovest, per proporsi come l’unica vera Chiesa incaricata di una missione universale.
Uno dei principali ideologi del “sovranismo ortodosso” della Russia contemporanea, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo a Mosca e docente di filosofia all’università Lomonosov, ha pubblicato sulla rivista “Vita Internazionale” un saggio dal titolo “La crisi del culturalismo, ovvero il caso Averintsev”, esponendo le motivazioni della diffusione in Russia del “modello di sviluppo del mondo occidentale” a cui oggi i russi cercano di reagire, sia con la guerra sul campo che con il recupero della propria “identità culturale”.
L’Europa ha cercato di imporre una propria visione del mondo fin dai tempi dell’Illuminismo, e secondo Šipkov “oggi la Russia sta cercando di cancellare quell’influsso”, recuperando una propria tradizione di civiltà “differente dal modernismo protestante”, risalendo quindi a polemiche degli ultimi cinque secoli. Questo impone una “diversa valutazione dei valori, delle regole e delle norme di vita quotidiana”, decretando la “morte delle attese infondate e superando la frustrazione esistenziale, la sensazione di un vuoto ideale, come quello che oggi avvolge l’uomo dell’Occidente”. Questa condanna dell’influsso esterno è determinante per la politica russa dell’ultimo trentennio putiniano, e particolarmente dell’ultimo decennio in cui si cerca in ogni modo di respingere qualunque espressione di “agente straniero”, un’azione che accomuna in modo particolare i sovranismi a livello mondiale, come nelle ultime clamorose decisioni del presidente americano Donald Trump nel cercare di escludere gli studenti stranieri dalle università americane.
Come ricorda il filosofo russo, questa influenza si è riversata all’interno del Paese “nel corso della nostra crisi di identità alla fine degli anni Ottanta, risalendo quindi al periodo della perestrojka di Gorbačev e della fine del sistema sovietico, ritenuto invece “coerente” con l’identità russa tradizionale. Sono proprio i principi dell’ideologia del “mondo russo” di Vladimir Putin e della “rinascita ortodossa” nell’interpretazione del patriarca Kirill (Gundjaev), che esprimono i motivi di fondo dell’ostilità e dell’aggressione militare russa contro l’Occidente, usando la controversa relazione con l’Ucraina come terreno di uno scontro che in realtà si estende molto al di là dei confini, oggetto di improbabili trattative negli ultimi mesi.
La debolezza del regime sovietico negli ultimi anni, secondo la ricostruzione di Šipkov, ha esposto la Russia alla “trappola dell’universalismo globalista”, che ha portato al totale disorientamento morale, culturale e sociale. La condizione attuale della Russia, grazie alla reazione bellica, può essere quindi definita “l’inizio dell’uscita dal vicolo cieco, rimettendo insieme le pietre sparpagliate”, ma per questo serve un’attenta analisi degli errori del passato. Vanno quindi “ristabiliti i nomi delle cose”, a cominciare dalla sfera culturale-umanitaria, in quanto “lo smantellamento del progetto sovietico è iniziato con le modifiche agli standard umanitari, e l’imposizione di nuove definizioni dello spazio umanitario”. L’Unione Sovietica non ammetteva in effetti la possibilità di “aiuti umanitari” da parte esterna, sia in campo sociale, sanitario ed economico, sia soprattutto nei progetti culturali e formativi, come invece si è verificato nell’ultimo decennio dello scorso secolo.
Il filosofo e teologo di Stato ritiene che “tutto è iniziato dalla cultura” fin dagli ultimi decenni sovietici, con il dissenso del samizdat, le avanguardie teatrali, i film di Andrej Tarkovskij e Sergej Paradžanov e tutta la nuova “tendenza cinematografica” che invitava la coscienza dello spettatore sovietico al “pentimento”. In effetti si ricorda l’effetto clamoroso del documentario Ispoved (“La Confessione”) del 1989 di cui Paradžanov fu l’autore della sceneggiatura, raccogliendo un numero enorme di spettatori sovietici e numerosi riconoscimenti internazionali, raccontando la vita dei giovani tossicodipendenti di quegli anni in Unione Sovietica e demolendo l’immagine del “paradiso socialista” propagandato per molti decenni. La critica di Šipkov risulta ancora più radicale nei confronti dell’opera di Tarkovskij, che già nel 1962, durante il “disgelo kruscioviano”, aveva esordito con L’infanzia di Ivan, la storia di un bambino durante la seconda guerra mondiale, alternando il crudo realismo della guerra con continue digressioni oniriche, distanziandosi dal panorama cinematografico sovietico che esaltava soltanto l’eroismo dei vincitori, un tema tornato di grande attualità nella Russia putiniana. E anche nei suoi successivi capolavori, da Andrej Rublev del 1966, Solaris del 1972, Lo specchio del 1974 e Stalker del 1979, Tarkovskij ricostruisce in modo assolutamente originale, autobiografico e critico tutto il percorso della coscienza russa, distruggendo gli stereotipi sovietici, per non parlare dei film da lui girati nell’emigrazione, come Nostalgia del 1983 e Sacrificio del 1986. Questi esempi di rielaborazione della cultura sono definiti da Šipkov come “flussi di latte della libertà ritrovata, che sono finiti sulle rive delle coscienze come cagli inaciditi”.
Si è reso necessario “un nuovo sistema di coordinate, fondato sulla conoscenza scientifica e non sulla retorica politica, e si è imposta la visione umanitaria”, una ricerca di nuove fondamenta della società e del sistema politico per sostituire quella comunista sovietica. Qui Šipkov elenca una serie di nomi di esponenti della cultura russa in questa fase di cambiamenti, come il linguista e americanista Vjačeslav V. Ivanov, uno dei fondatori della “scuola comparativista” nelle università russe, lo slavista Vladimir Toporov, fondatore della “teoria del mito fondamentale” nel confronto tra le culture indoeuropee, il grande architetto della semiotica Jurij Lotman e l’orientalista Lev Gumilev con la “teoria passionaria dell’etnogenesi”, fino al russista Aleksandr Pančenko, che rilesse il sistema dei valori della Russia a partire dal Settecento, tutti intellettuali definiti “dominatori del pensiero” che hanno condotto l’autentica autocoscienza russa al “declino della culturologia”.
Prima ancora dell’influsso diretto delle associazioni e delle iniziative occidentali, ancora nei tempi sovietici tra Khruščev, Brežnev e Gorbačev, il filosofo putin-kirilliano evidenzia quindi una “decadenza” del vero spirito russo, individuando tra tutte una figura particolarmente significativa in questo senso, quella del filologo e critico letterario Sergej Averintsev, uno degli intellettuali più influenti della Russia post-sovietica. Erede di tanti altri esponenti di una “cultura alternativa” non apertamente dissidente, ma molto attiva nel mondo accademico degli ultimi decenni sovietici pur con tutte le limitazioni della censura, Averintsev viene accusato da Šipkov di avere “assunto un’area di sacralità” per le sue lezioni e conferenze di riscoperta della tradizione cristiana orientale e occidentale insieme, come si evidenzia in una delle sue poche pubblicazioni, la “Poetica della letteratura antica bizantina”, diffusa negli anni Novanta e pubblicata in tante lingue nel 2004, dopo la sua morte improvvisa a Vienna, ritenuta da Šipkov un “nuovo vangelo simbolico dell’occidentalismo russo”.
In questa disamina della cultura russa si evidenzia un fattore oggi davvero determinante per l’autocoscienza del potere politico ed ecclesiastico, che sostiene l’assoluta purezza e originalità della variante russa del cristianesimo e del sistema dei valori morali, in opposizione a quella ereditata dal cattolicesimo e protestantesimo occidentale, che secondo questa interpretazione si sono “appropriati” perfino della tradizione bizantina, come mostra proprio l’opera di Averintsev. La Russia di Šipkov rifiuta quindi la convergenza dei grandi filoni della spiritualità e della cultura cristiana dell’Europa di Oriente e Occidente, per proporsi come l’unica vera Chiesa incaricata di una missione universale.
Il filosofo esprime ammirazione per la personalità di Averintsev, capace di rievocare i padri della Chiesa e l’antica letteratura cristiana ancora in tempi di censura sovietica, ma a suo parere egli fu “una vittima involontaria della nuova ideologia dei valori liberali”, contro cui la Russia è costretta oggi a combattere. Nel tentativo di collegare il simbolismo ortodosso con la letteratura occidentale, in una “visione comune delle epoche” e una specie di “sincretismo delle culture pagane e di quelle bibliche”, Averintsev tentò di armonizzare cristianesimo e secolarismo, provocando una contraddizione tipica della visione attuale del mondo, che Šipkov definisce “tentazione del culturalismo”, una specie di “eresia contemporanea”.
Il filosofo utilizza un termine già impiegato da altri storici russi della teologia come Georgij Florovskij, quello della “pseudomorfosi”, una negazione e un tradimento dell’autentica tradizione insinuatosi in Russia fin dai tempi moderni, in particolare attraverso l’Accademia teologica di Petro Mogila a Kiev a inizio Seicento, che usava gli schemi della scolastica latina. Questo indica le radici profonde del conflitto tra la Russia e l’Ucraina, che proprio in quel periodo ha cominciato a separarsi nettamente da Mosca, evidenziando una propria identità di “ponte tra Oriente e Occidente”.
Da notare che Averintsev rileggeva l’idea russa della “Terza Roma” collegandola con una dimensione antica della cultura, essendo già la Roma antica una “terza figura” dopo Troia (mondo orientale) e Alba Longa (Latium vetus occidentale), e anche Costantinopoli come discendente da Troia e da Roma, per suggerire che non esiste un unico erede del cristianesimo e della cultura antica, ma in ogni espressione di tutte le latitudini si esprime un autentico contributo alla coscienza universale, ciò che i russi non intendono ammettere in nessun caso.
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Celebrata in Occidente già verso il XII secolo con il titolo di Madonna delle Grazie, la festa della Visitazione si diffuse particolarmente per merito dei francescani dopo il 1263. Con la riforma del calendario del 1969 si è fissata la data al 31 maggio.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 31/05/2025
Quando ricevette l’angelico annuncio del concepimento verginale di Gesù, Maria ebbe anche la notizia della maternità di Elisabetta, segno esplicito dell’onnipotenza di Dio. La Santa Vergine partì da Nazareth per visitare l’anziana cugina e prestarle aiuto. L’evangelista Luca riferisce che Maria, dopo un viaggio tra le montagne, raggiunse “in fretta” una città della Giudea, identificata fin dall’antichità in Ain Karem, distante circa sette chilometri da Gerusalemme (oggi ne è un quartiere). Sul suolo di Ain Karem sorgono una chiesa dedicata a san Giovanni Battista e un’altra alla Visitazione, quest’ultima costruita sul luogo in cui secondo la tradizione abitava la famiglia di Zaccaria. Sappiamo che all’udire il saluto della Vergine, Elisabetta sentì esultare di gioia il bambino che portava in grembo (Giovanni Battista, che avrebbe preparato la strada a Gesù) e, piena di Spirito Santo, chiamò a gran voce Maria “madre del mio Signore” (Lc 1, 43).
Elisabetta proclamò perciò la verità al centro dell’Incarnazione, quindi della storia della salvezza, riconoscendo sia il ruolo del Figlio custodito nel grembo di Maria sia quello di colei che la grazia divina aveva eletto per Madre. Da qui nacque il suo elogio alla cugina che era venuta a visitarla, un elogio divinamente ispirato che i cristiani ripetono da secoli ogni volta che recitano l’Ave Maria: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Nella Visitazione, il secondo mistero gaudioso del Rosario, Elisabetta riconosce dunque già Maria quale Madre dei redenti e modello di fede (“beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”). Entrambe sono madri per grazia, la prima nonostante la sua sterilità, la seconda nonostante la sua verginità. La prima chiamata a dare alla luce il Precursore, la seconda il Redentore.
Il brano di Luca ricorda pure che ogni onore alla Vergine riflette la gloria di Dio. Dopo l’elogio da parte della cugina, Maria innalza immediatamente il suo inno di lode, il Magnificat (ricco di richiami all’Antico Testamento), in cui esalta l’Onnipotente dichiarandosi ancora una volta, dopo l’Annunciazione, sua serva. Indica ai fedeli la misericordia e giustizia di Dio e annuncia una profezia che la riguarda direttamente e che si compie da oltre duemila anni: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”.
La festa della Visitazione – celebrata in Occidente già verso il XII secolo con il titolo di Madonna delle Grazie – si diffuse particolarmente per merito dei francescani dopo il 1263, quando san Bonaventura la raccomandò nel Capitolo generale di Pisa. Nel 1389 Urbano VI fissò al 2 luglio la data della festa, chiedendo alla Vergine di intercedere per la fine dello Scisma d’Occidente. L’anno successivo Bonifacio IX la estese a tutta la Chiesa, e la sua decisione fu confermata nel 1441 dal Concilio di Basilea, Firenze e Ferrara. La scelta del 2 luglio si basa anzitutto sul racconto di san Luca, il quale riferisce che Maria, messasi in viaggio dopo l’Annunciazione (avvenuta al sesto mese di gravidanza della cugina), rimase con Elisabetta per circa tre mesi. Si è assunta la data del 2 luglio presumendo che Maria si trattenne per altri otto giorni dopo la nascita del Battista, celebrata già dalla Chiesa primitiva al 24 giugno (vedi al riguardo pure la data del Natale), poiché all’ottavo giorno avveniva la circoncisione e l’imposizione del nome.
Quella sceltaprivilegiava la celebrazione del termine della visita di Maria, mentre con la riforma del calendario del 1969 si è fissata la data al 31 maggio, ultimo giorno del mese mariano per eccellenza. La celebrazione al 2 luglio è comunque mantenuta nella forma straordinaria del Rito romano. Non si può escludere anche un’influenza della Chiesa bizantina, che al 2 luglio festeggiava dal V secolo il ricordo della deposizione del Maphorion (un manto usato dalla Vergine per coprirsi le spalle e il capo) nel santuario di Blacherne, a Costantinopoli. Al mistero della Visitazione sono dedicati diversi ordini religiosi, il più noto dei quali è quello fondato nel 1610 da san Francesco di Sales, che così esaltava la sollecitudine di Maria verso Elisabetta: “Carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione”.
Leone XIV, il primo papa americano, ha messo in qualche modo in ombra in Russia la popolarità dell’imperatore americano, fungendo in qualche modo da alternativa nell’immagine dell’Occidente “anglosassone” tanto vituperato dal Cremlino. Del resto oggi la Chiesa russa è in rottura con quasi tutte le altre Chiese ortodosse, a partire dal patriarcato di Costantinopoli, mentre il dialogo con Roma non si è mai interrotto,
Le trattative per la pace tra Russia e Ucraina sono miseramente fallite a Istanbul, nella “Seconda Roma” dove ha sede il patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, che non è stato ovviamente chiamato a pronunciare parole di misericordia, essendo considerato dai russi il più grande traditore della vera fede ortodossa, ormai appannaggio soltanto della “Terza Roma” moscovita. Le circostanze degli ultimi giorni, dopo i grandi vertici mondiali ai funerali di papa Francesco e per l’insediamento di papa Leone XIV, sembrano rivolgere le attenzioni del mondo intero verso la “Prima Roma”, sede degli antichi imperatori e della pace universale.
I nuovi imperatori non sembrano peraltro molto propensi a concedere una vera condizione di pace ai popoli oppressi, come fecero Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, che cercavano la gloria eterna a differenza di Trump e Putin, che cercano piuttosto il profitto e la vendetta, per soddisfare gli istinti e i rancori del sempre più disgregato mondo contemporaneo.
Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha definito effettivamente “tragici” i risultati dell’incontro-farsa di Istanbul, e papa Leone ha quindi proposto di fare un altro tentativo all’ombra della Santa Sede, prendendo il posto dell’irascibile suo connazionale.
Difficilmente papa Prevost potrà ripetere le imprese del suo predecessore Giovanni XXIII, che riuscì a ispirare la riconciliazione tra John Kennedy e Nikita Khruščev, formando una “trinità della pace” nel mondo della guerra fredda. Papa Francesco aveva cercato in diversi modi di intervenire fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, collegandosi on-line con il patriarca di Mosca Kirill, affermando di essere pronto a recarsi a Kiev e a Mosca e inviando il cardinale Matteo Maria Zuppi in missione umanitaria, per salvare i bambini, aiutare i profughi e liberare i prigionieri, senza riuscire a ottenere grandi risultati. Oggi le condizioni del conflitto e delle relazioni sembrano proporre fattori differenti, che potrebbero anche portare a qualche progresso nella ricerca di una maggiore comprensione reciproca.
Anzitutto la guerra si trascina ormai da più di tre anni, consumando le forze e le risorse non soltanto delle vittime ucraine, ma anche degli aggressori russi e della comunità internazionale, tra i propositi di riarmo e gli appelli alla resa e all’accettazione della realtà, per quanto umiliante sia soprattutto per Kiev, o insoddisfacente per Mosca.
La Russia sfrutta chiaramente le lungaggini delle trattative per riassestarsi e preparare un’eventuale nuova offensiva, chiamando alla mobilitazione altre centinaia di migliaia di persone e riempiendo gli arsenali di carichi e missili da scaraventare contro il nemico e la sua popolazione inerme.
D’altra parte, tutti gli indicatori economici dimostrano che una nuova escalation bellica potrebbe essere disastrosa per l’economia russa, che non riesce più a trovare scappatoie dalla pressione delle sanzioni internazionali e soluzioni alla galoppante inflazione che sta stressando sempre più la popolazione, tanto che la presidente della Banca centrale, Elvira Nabiullina, ha affermato che “stiamo cercando di rielaborare i dati con l’intelligenza artificiale, sperando che ci offrano nuove prospettive”.
Un altro fattore molto evidente, che rende ancora più urgente un riequilibrio di tutte le relazioni geopolitiche, è il fallimento delle promesse del presidente americano Donald Trump, che aveva assicurato la pace “entro ventiquattrore”, e dopo quattro mesi dal suo nuovo ingresso alla Casa Bianca si trova con un pugno di mosche in mano, in balia delle strategie dilatorie e canzonatorie di Vladimir Putin.
Ora gli Stati Uniti minacciano di sfilarsi totalmente dalla mediazione tra Russia e Ucraina, riducendosi a fattore marginale della politica internazionale, anche per le contraddizioni della “guerra dei dazi” che sembrano essere a loro volta un totale insuccesso, per le reazioni dei mercati e la contrapposizione della Cina. Le politiche trumpiane stanno paradossalmente risvegliando anche l’Europa, che pur tra le sue tante diversità da comporre potrebbe diventare il vero centro delle relazioni internazionali tra Oriente e Occidente, e il cuore dell’Europa è storicamente proprio a Roma, pur con tutte le priorità della politica di Bruxelles, Parigi, Berlino e Londra.
Molte sono inoltre le carte in mano al 267° successore di Pietro, rendendo la sua figura particolarmente incisiva proprio in questo momento cruciale della storia. Egli è il successore di papa Bergoglio, che ha cercato e invocato la pace per tutti questi anni, e nei suoi primi interventi ha ripreso con forza gli appelli di Francesco, che negli ultimi tempi aveva perso la voce per la malattia e l’inevitabile fragilità del tempo che passa, e che adesso gioca a favore di Prevost. Chiedendo di “superare le visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi”, il pontefice propone a tutti “incontriamoci, parliamoci, mettiamoci d’accordo”, un appello ribadito in tutte le prime occasioni solenni di proclamazione del suo magistero.
Proprio queste occasioni sono state estremamente significative, con le folle immense e l’arrivo di quasi tutti capi di Stato per i funerali di Francesco e l’insediamento di Leone, trattative condotte direttamente all’interno della basilica di S. Pietro e nei suoi dintorni, colloqui con il nuovo capo della Chiesa e rassicurazioni del sostegno alle vittime, come nell’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. Nessuna sede al mondo può mostrarsi più autorevole della Santa Sede, anche se i russi erano di fatto assenti, inviando rappresentanti minori (la ministra Olga Ljubimova non è arrivata alla Messa di inizio pontificato per “mancato accordo sugli itinerari di volo”), e mancavano ovviamente anche i cinesi, che peraltro hanno accordi in essere con il Vaticano molto delicati e bisognosi di conferme.
Gioca un ruolo speciale anche la stessa personalità di papa Leone XIV, il primo papa americano che ha messo in ombra la popolarità dell’imperatore americano, fungendo in qualche modo da alternativa nell’immagine dell’Occidente “anglosassone” tanto vituperato dal Cremlino, e che oggi suscita reazioni assai più variegate nell’opinione pubblica russa. Anche la ripresa di elementi simbolici del cattolicesimo tradizionale, nelle vesti e nelle procedure liturgiche, nei discorsi e nella conferma dei valori tradizionali della famiglia e dei principi di fede, rispetto alle “inquietudini” di papa Bergoglio, sono tutti elementi che suscitano un’impressione positiva nei russi.
Il papa argentino era considerato con favore a Mosca soprattutto per la sua provenienza dall’America Latina, uno degli spazi in cui la Russia si sente in vantaggio rispetto al “Nord egemonico”, e il papa nato a Chicago riesce a proporsi in realtà come un missionario peruviano di Chiclayo, ancora più vicino ai poveri del mondo e ai territori lontani dai centri del potere economico e politico della globalizzazione contemporanea.
Prevost appare una sintesi di Ratzinger e Bergoglio, di garanzia della tradizione e attenzione agli ultimi e alle periferie del mondo, costituendo un’attrattiva evidente non solo per le anime contrapposte dello stesso mondo cattolico, ma anche per le Chiese ortodosse e le confessioni protestanti. Del resto oggi la Chiesa russa è in rottura con quasi tutte le altre Chiese ortodosse, a partire dal patriarcato di Costantinopoli, ricevendo debole sostegno soltanto da quelle di Antiochia e di Serbia, mentre il dialogo con Roma non si è mai interrotto, come testimonia la presenza alle cerimonie vaticane del metropolita Antonij (Sevrjuk), “ministro degli esteri” e primo collaboratore del patriarca di Mosca Kirill, che ha già ribadito a sua volta di voler proseguire il dialogo con il nuovo papa.
Le possibili trattative di pace in Vaticano assumerebbero così un’aura “sacrale” molto gradita ai russi, permettendo a Putin di presentarsi come il vero difensore dei “valori morali e spirituali tradizionali”, la grande motivazione della guerra contro l’Ucraina e il mondo intero, a fianco del pontefice benedicente. Non a caso alcuni ideologi russi stanno già cercando di sponsorizzare l’incontro tra Putin e Prevost, come ha proposto il direttore dell’Istituto per l’Europa dell’Accademia delle scienze di Mosca, Roman Lunkin, secondo cui “Putin è un capo di Stato unico al mondo, quello che si è incontrato più di tutti con i papi di Roma”, ricordando i due colloqui con Giovanni Paolo II, quello con Benedetto XVI e i tre con papa Francesco, e quindi “ci sono tutte le premesse per un incontro con il nuovo papa Leone XIV”.
Lunkin ricorda che la Russia ha cercato di mantenere buoni rapporti con il papato “dai tempi del Battesimo della Rus’ di Kiev fino ai giorni nostri”, perfino nel periodo sovietico quando non esistevano rapporti diplomatici ufficiali, ma “il Vaticano ha giocato un ruolo importante nell’ambito della diplomazia sovietica”, si legge nell’intervento pubblicato sull’importante centro multimediale “Russia oggi”. Si ricorda perfino l’incontro del ministro degli esteri Andrej Gromyko, una figura a cui oggi si richiama direttamente il suo successore Sergej Lavrov, il “misterniet” che andò a Roma a incontrare il papa Paolo VI, convincendo il Vaticano a firmare il patto di non proliferazione delle armi nucleari nel 1968. Essendo oggi non lontani da una nuova minaccia di apocalisse atomica, c’è davvero da augurarsi che il papa di Roma possa ispirare sentimenti di pace allo zar di Mosca.