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🟢LIVE🟢 PELLEGRINO A QUATTRORUOTE – di Padre Livio – Puntata 2 – MEDJUGORJE

Papa Leone XIV: “Il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania”

di Veronica Giacometti

Castel Gandolfo, Domenica, 19 luglio, 2026 12:15 (ACI Stampa)

Continua la recita della preghiera dell’Angelus da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo. Il Papa si unisce ai fedeli e ai pellegrini convenuti davanti al Palazzo Apostolico delle Ville Pontificie per la preghiera mariana. Papa Leone XIV resterà nel paesino laziale fino al 27 luglio per un periodo di vacanza e riposo. “Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina”, dice subito il Pontefice prima della preghiera.

“Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.”, continua il Pontefice nella sua meditazione.

“Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa.

Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi”, ne è sicuro Papa Leone XIV.

“Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi”, chiede il Papa da Castel Gandolfo prima dell’Angelus.

Subito dopo il Papa passa ai consueti saluti e appelli. “Mentre trascorro qualche giorno di riposo rinnovo la mia gratitudine a tutti voi abitanti di Castel Gandolfo e accolgo con gioia i pellegrini. Continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi paesi lacerati da guerra e violenza, non dimentichiamo di chi soffre e muore a causa dei conflitti”, dice il Papa che chiede anche di unire la preghiera di tutti per la pace. Il Papa saluta anche alcuni presenti in lingua inglese e augura a tutti una serena domenica. Il Pontefice si ferma in piazza per salutare i fedeli come la scorsa domenica e compie un giro in golfcar.

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La fantascienza lo aveva previsto: guerre senza più soldati

Dietro le macchine che combattono al posto degli uomini ci sono giganti privati e un nuovo potere con un rischio: modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine 

di Maurizio Stefanini

IL FOGLIO – 18 LUG 26

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire”, è il famoso monologo che Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty fa in “Blade Runner”, ricordando la sua esperienza come androide soldato nelle colonie extramondo dello Spazio. “Accidenti, Valentina, hai fatto un macello! Tutti tagliati a pezzi… Non ti credevo capace di…” “…di tanta spietatezza, vuoi dire? Ma io non ucciso nessuno! Hai visto cosa c’è dentro queste corazze? Niente! Sono vuote! Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?”, spiega Valentina dopo che sul suo cavallo Potëmkin ha fatto strage di gendarmi giovesani che sono poi armature vuote animate da robot, in quel “Valentina pirata” che è la ventitreesima storia a fumetti del celebre personaggio creato da Guido Crepax. Roy Batty è un androide di natura biologica: “Più umano dell’umano” secondo lo slogan di quella Tyrell Corporation che lo ha prodotto con avanzate tecniche di ingegneria genetica, anche se è programmato per vivere solo quattro anni. Immaginato in un film del 1982, muore in una Los Angeles distopica del 2019. Pubblicato nel 1976 come sequel di un’altra storia del 1967, “Valentina pirata” è immaginato in un anno 2570 con costumi però curiosamente richiamanti il XVI secolo, anche se in realtà è un sogno; e mostra robot meccanici.

“Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?” spiega Valentina, celebre personaggio dei fumetti creato da Guido Crepax

Una via di mezzo tra i due, un po’ meccanico e un po’ biologico, è il Terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger, e che torna indietro dal 2029 al 1984 di uscita del film apposta per completare una rivolta delle intelligenze artificiali all’umanità parallela a quella di “Blade Runner”: anche se non proprio uguale, e se poi nei sequel cambia fronte. Non tutta la fantascienza è in realtà così. In “Fanteria dello spazio”, celebre romanzo di Robert Anson Heinlein del 1960 e altrettanto celebre trasposizione cinematografica del 1997, proprio il fatto che la guerra tra terrestri e extraterrestri è tecnologica al massimo richiede l’indispensabile complemento di un elemento umano altamente specializzato, incentivato dall’essere il servizio militare un indispensabile presupposto per godere dei diritti politici. Se vogliamo, era sembrata un po’ questa la logica evoluzione del processo di industrializzazione della guerra iniziato nel 1914. Prima, le masse di operai della morte, schierati grazie alla tecnologizzazione della mobilitazione e degli approvvigionamenti della Prima guerra mondiale. Poi, l’approfondimento di ulteriori elementi tecnologici per superare lo stallo della guerra di trincea, che dagli aerei ai carri armati iniziano nel 1914-18, ma culminano poi con la Seconda guerra mondiale, fino alla bomba atomica. Dopo ancora, una ulteriore tecnologizzazione, fino al passaggio generale dalla leva agli eserciti professionali: ma, anche qui, con una particolare enfasi sul necessario elemento di complemento umano delle Forze Speciali. La Fanteria dello Spazio del XXI secolo.

Ma poi è venuta la guerra in Ucraina. Da una parte, è stato come un grande ritorno al 1914-18, con le masse umane lanciate all’attacco delle trincee e i combattimenti corpo a corpo in cui i colpi di pala riprendono ad essere un’arma più affidabile di baionette che possono restare incastrate nel corpo infilzato: come testimoniava già Erich Maria Remarque in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Ma, di nuovo come nel 1914-18, da ciò è derivata una ulteriore spinta alla tecnologizzazione della guerra, che arriva alla profezia di “Valentina pirata” con cinque secoli di anticipo: una “guerra senza soldati” che è soprattutto l’Ucraina a perseguire, trovandosi in inferiorità demografica; e che suscita già interrogativi tra chi si è messo a studiare il fenomeno, anche se per ora il timore non è tanto quello di una rivolta di robot stile “Terminator” o “Matrix”, ma piuttosto una privatizzazione della guerra che potrebbe riportare per certi versi alle compagnie di ventura di fine Medioevo; per altri alle Compagnie delle Indie del XVII secolo; per altri ancora a qualcosa che non si è in realtà ancora mai vista.

In realtà, una spinta era già venuta innanzitutto da quelle che, essendo le due prime superpotenze militari, hanno anche la spinta massima a rimanere all’avanguardia della tecnologia bellica. Negli Stati Uniti, in particolare, sulla Costa Pacifica la startup di San Francisco Foundation Robotics, nata nel 2024 con un nome che sembra un omaggio a Isaac Asimov attraverso la saldatura delle sue due serie sui Robot e sulla Fondazione, ha creato Phantom MK-1: il primo vero umanoide progettato per la difesa ad essere testato in scenari reali, come le retrovie in Ucraina. Alto 1,75 metri per 80 chili, cinque dita per mano e una telecamera al posto degli occhi, viene impiegato per compiti logistici, trasporto munizioni e ricognizione in aree ad alto rischio. Dopo i primi 40 esemplari operativi giù nel 2025, i piani ne hanno previsti altri 10 mila entro fine 2026 e 50 mila per il 2027, Non venduti ma offerti in leasing, a circa 100 mila dollari l’anno. Sulla Costa Atlantica sta invece Boston Dynamics, che con il finanziamento pubblico della Defence Advanced Research Projects Agency presentò fin dal 2013 l’androide bipede Atlas, inizialmente pensato per vari compiti di ricerca e salvataggio. Dal 2024 è stato sviluppato in una versione elettrica che è adatta alla catena di montaggio dell’industria automobilistica, e gli è stato perfino insegnato a giocare a calcio. Ma può sostituire i soldati con compiti di trasporto e esplorazione in aree pericolose, o anche solo disagiate.

In Cina è poi l’azienda Ubtech di Shenzhen, fondata nel 2012, che sta cercando di produrre in massa il Walker S2: un robot umanoide industriale che è alto circa 1,76 m, pesa 70 kg, può sollevare fino a 15 kg e ha un’autonomia che gli permette di sostituire da solo la propria batteria. Il tutto, a un costo tra i 68.000 e i 100.000 dollari a esemplare. E’ stato concepito soprattutto per lavorare nelle catene di montaggio in fabbrica, ma l’Esercito Popolare di Liberazione lo sta sperimentando anche per pattugliare i confini e affiancare le forze dell’ordine. In teoria, in omaggio a quelle Leggi della Robotica che inventò appunto Asimov e che impediscono a un robot di recare danno a un essere umano, per ora questi aggeggi non vengono pensati per sostituire i soldati d’assalto, ma per compiti ad alto rischio logistico e operativo: portare zaini, munizioni e rifornimenti in territori in cui i veicoli ruotati o cingolati non possono accedere; attraversare campi minati; ispezionare ambienti contaminati da agenti chimici, biologici o radiologici; esplorare e sgomberare edifici o stanze chiuse dove il rischio di imboscate per i soldati umani è massimo; evacuare feriti in aree sotto il fuoco nemico.

I Laws, Lethal Autonomous Weapons Systems in grado di decidere di uccidere senza il diretto controllo umano, sono però dietro l’angolo. Aziende come Foundation Robotics mantengono per ora una linea precisa: la navigazione è autonoma, ma qualsiasi decisione legata all’uso della forza o al puntamento resta strettamente vincolata al controllo remoto di un operatore umano. Però, guidati da un essere umano i robot possono già uccidere. E poi, più ancora dei robot, in guerra sono ormai importanti i droni. La Francia, in particolare, ha dal 2025 un Progetto Pendragon per realizzare sia stormi di droni aerei legati a veicoli di terra autonomi in grado di mappare e colpire obiettivi in tempo reale, riducendo al minimo la presenza umana sul campo; sia droni sottomarini pesanti, capaci di pattugliare i fondali autonomamente per mesi a costi ridotti; sia un’unità robotica da combattimento che dal 2027 sarà in grado di svolgere parte dei compiti di una compagnia di fanteria o di uno squadrone di cavalleria, sotto il controllo a distanza di 15 militari.

Ma questi sono tutti programmi in via di sviluppo. E’ stato invece in particolare nel dicembre del 2024 che la 13ª Brigata Khartiya della Guardia Nazionale ucraina ha condotto un assalto combinato terrestre e aereo vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo di battaglia. Veicoli terrestri senza pilota con torrette mitragliatrici, droni aerei equipaggiati con granate e fucili d’assalto, e munizioni kamikaze convenzionali hanno occupato posizioni russe, sminato e stabilito un perimetro difensivo. Palladium Magazine, rivista di San Francisco espressione di quella American Governance Foundation che è nota per la sua enfasi sulla teoria delle élite e sulla dinamica istituzionale, fa di questo episodio il punto di partenza di un’analisi a firma Juan Severini: dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Georgetown e co-direttore dell’Iniziativa per l’Intelligenza Artificiale e la Cittadinanza Democratica presso la stessa università. Si tratta infatti di una delle più sorprendenti dimostrazioni di un nuovo paradigma bellico in cui la guerra robotica si sta affermando come risposta diretta alla carenza di manodopera umana e ai costi politici delle perdite in combattimento. Il crescente utilizzo di sistemi autonomi, vi si spiega. Non è solo un’innovazione tattica, ma una trasformazione strutturale del potere politico. All’opposto dello schema di “Fanteria dello spazio”, che spostava poi su un piano fantascientifico l’antica sintesi del cittadino-soldato del mondo greco-romano, con la sostituzione dei soldati da parte dei robot il controllo della guerra si sposta infatti dalle istituzioni pubbliche alle aziende private che progettano, programmano e gestiscono queste macchine.

Nel dicembre 2024 la 13ª Brigata Khartiya ha condotto un assalto vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo

Il saggio analizza in dettaglio la situazione demografica particolarmente avversa in cui si trova l’Ucraina, le cui risorse umane stanno venendo prosciugate da emigrazione di massa, invecchiamento della popolazione e perdite in combattimento. In questo contesto, anche i soldati robotici meno efficienti rappresentano un investimento redditizio. se consentono di preservare la forza lavoro e le reclute. Con una maggiore propensione a mobilitare ingenti riserve e un accesso limitato alla microelettronica avanzata, la Russia opera invece secondo una logica opposta: più capitale umano, meno tecnologia all’avanguardia. Ma questa differenza illustra una tensione più ampia nella strategia militare contemporanea: l’equilibrio tra capitale e lavoro. Gli stati con carenza di manodopera tendono infatti a robotizzare più rapidamente; quelli con un’abbondanza di reclute possono permettersi di posticipare questa transizione. Anche una visione della politica estera “America First” sostiene che la riduzione del personale statunitense all’estero potrebbe essere ampiamente compensata da un maggiore utilizzo di munizioni senza pilota, con conseguente riduzione dei costi e rientro a casa dei soldati senza indebolire la deterrenza. L’analisi avverte però che, man mano che la piena autonomia diventerà tecnicamente fattibile, l’assenza di esseri umani sul campo di battaglia diventerà la norma, riducendo i costi politici derivanti dall’inizio o dal prolungamento dei conflitti. Insomma, il mondo di Valentina pirata.

Il modo in cui questa nuova dipendenza funziona è esemplificato da Palantir, con il suo Ceo Alex Karp che ha fatto visita al presidente ucraino Volodymyr Zelensky poco dopo l’invasione russa del 2022. Così, gli algoritmi di visione artificiale dell’azienda hanno aiutato le forze ucraine a tracciare le posizioni nemiche in tempo reale durante la controffensiva del 2023. Quello che era iniziato come un contratto da 70 milioni di dollari per il Progetto Maven, originariamente sviluppato con Google e successivamente ampliato con Anthropic, è cresciuto fino a 1,5 miliardi di dollari, di cui quasi 800 milioni sono stati eseguiti da Palantir. Ma la stessa dipendenza tecnologica riguarda ormai anche le grandi potenze. Durante il recente conflitto con l’Iran, SpaceX e il Pentagono hanno negoziato un “livello di abbonamento” per il controllo delle munizioni senza pilota, che di fatto ha raddoppiato il costo di ogni drone nel pieno delle ostilità. Ma l’episodio mette in luce un paradosso: il risparmio di manodopera promesso dalla guerra robotica viene annullato se l’ecosistema privato che la sostiene fissa i propri prezzi in tempo di guerra. L’influenza di Elon Musk sull’accesso alla rete Starlink – contesa sia dall’Ucraina che dalla Russia – è un altro esempio citato da Severini per mostrare fino a che punto la politica estera di un ceo possa plasmare il corso di un conflitto armato. Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni del settore pubblico, godono di un vantaggio competitivo per i talenti specializzati richiesti da queste tecnologie, e questo vantaggio si traduce in potere negoziale con gli stati.

Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni, godono di un vantaggio che si traduce in potere negoziale con gli stati

Si torna a quelle compagnie di ventura che tra XIII e XVI secolo vennero incontro al bisogno degli staterelli italiani di concentrarsi su fare affari, al costo di un tipo di guerra in cui un condottiero poteva cambiare padrone da un momento all’altro a seconda di chi offriva di più, come potrebbe fare oggi un allenatore o un giocatore di calcio; e in più capitava pure che per ammortizzare i danni le compagnie ingaggiate da avversari sul campo di battaglia si incontravano per mettersi d’accordo a tavolino, stimando chi avrebbe vinto sulla base della stima dei rispettivi potenziali. Risposta a una cavalleria feudale legata a un mondo che tramontava e a milizie comunali troppo dispendiose, le compagnie di ventura furono a loro volta esautorate con la creazione degli stati moderni attraverso le monarchia assolute. Ma a quel punto fu l’espansione coloniale dell’occidente a essere delegata a un universo variegato di conquistadores, corsari e compagnie delle Indie, alcune delle quali durarono fino a Ottocento inoltrato.

Meno soldati, meno morti. Ma si rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine

A parte ciò, Severini osserva che “a prima vista, questa tendenza sembra umana” “meno soldati, meno morti”. Ma rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine. Così, “le guerre infinite emergono da questa discrepanza tra sforzo militare e conseguenze politiche”.

BUONA DOMENICA

Credo, mio Dio
di essere innanzi a te
che mi guardi ed ascolti le mie preghiere.
Tu sei tanto grande e tanto santo: io ti adoro.
Tu mi hai dato tutto: io ti ringrazio.
Tu sei stato tanto offeso da me: io ti chiedo perdono con tutto il cuore.
Amen

Code per la benzina: l’eterno ritorno della vita sovietica

La coda è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena.

di Stefano Caprio

Asia News – 18 luglio 2026

Vladimir Putin aveva promesso di riportare i russi alla grandezza dell’Urss, ed ecco che le code alla stazione di servizio, provocate dai martellamenti dei droni ucraini sugli impianti petroliferi, sono tornate di attualità: centinaia di auto si mettono in fila in tutta la Russia, raggiungendo proporzioni epiche nella regione siberiana del Transbajkal, dove gli automobilisti restano in coda per 15-17 ore, a volte anche più di un giorno, intrattenendosi con litigi e risse. In alcuni luoghi, la polizia e la Guardia nazionale mantengono l’ordine con indolenza e condiscendenza, in altri ci sono i cosacchi con le fruste, che conferiscono un sapore etnico e folcloristico alla drammatica situazione.

Lo stress accumulato viene sfogato in video con monologhi ironici o depressivi degli automobilisti in coda, che invadono i social media, un modo davvero infallibile per incanalare in ogni senso il malcontento sociale. Nel complesso la popolazione sta reagendo alla nuova penuria con una sana dose di fatalismo e stoicismo, allo slogan “i nostri antenati sono rimasti saldi, e lo saremo anche noi!”. Come afferma Sergej Medvedev, storico e giornalista, conduttore della serie di programmi “Archeologia” di Radio Svoboda, i corrispondenti delle due capitali di Mosca e San Pietroburgo confermano che la gente si sta dimostrando comprensiva riguardo alle code ai distributori di benzina, definendole con ottimismo “difficoltà temporanee”.

Stanno tornando i metodi classici dei tempi sovietici per far fronte alla penuria: alcuni cercano conoscenze, un agente di sicurezza fidato o un impiegato del municipio con accesso prioritario a una pompa, altri girano per la città di notte alla ricerca di un distributore aperto, e altri ancora installano protezioni aggiuntive sui tappi dei serbatoi, perché cittadini intraprendenti rubano benzina dalle auto parcheggiate nei cortili di notte, un altro nostalgico saluto dall’Urss. Le taniche da venti litri sono tornate sui balconi e la spia del motore si accende sempre più spesso sui cruscotti, segno che il carburante viene spudoratamente adulterato. Alcuni hanno provato i mezzi pubblici che non usavano da trent’anni, e sono rimasti piacevolmente sorpresi di constatare quanto siano migliorati gli autobus elettrici e i treni della metropolitana sotto la guida del “sindaco eterno” di Mosca, Sergej Sobjanin. La questione dell’origine di queste code, delle sue cosiddette “cause profonde”, viene completamente ignorata, così come viene evitata la stessa parola “guerra”: la carenza di benzina è percepita come una “calamità naturale”, un fatto da accettare periodicamente.

Medvedev ricorda la sua giovinezza, la Mosca dei primi anni Novanta, “la mia fiammante Lada, le inebrianti notti d’estate profumate di pioppi e lillà, le lunghe code di due o tre ore al distributore di benzina di via Minskaja a Mosca, le pause sigaretta con i vicini, le conversazioni sulla vita e il senso di cameratismo che nasceva in questo organismo sociale unito da un obiettivo comune, con una finestra sul paradiso tanto ambita: lo sportello del benzinaio con il cartello Niente benzina”. Si ricordano anche le code del tardo autunno del 1991, quando nell’impasse della perestrojka gorbacioviana si verificò il cosiddetto blocco alimentare di Mosca e il pane era difficile da trovare, ma un panificio cooperativo georgiano aprì all’ingresso di un grande edificio dell’epoca staliniana in piazza Majakovskij, ora piazza Triumfalnaja, dove si trova l’Hotel Pekin. Per comprare un paio di lavaš, la gustosa focaccia georgiana, bisognava mettersi in fila presto la sera, i clienti arrivavano in auto da quartieri lontani, a piedi dai quartieri di Tišinka e dai Patriaršye Prudi di memoria del “Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, e si mettevano in fila silenziosamente sotto un alto portone pieno di spifferi.

Medvedev era in fila con loro, avvolto in una sciarpa, ripensando ai racconti della madre sulle file per il pane durante la guerra, nel freddo buio prima dell’alba, quando la gente si stringeva l’una all’altra e si dondolava per scaldarsi “e anche noi eravamo lì, in piedi sotto un portone pieno di spifferi, nel vento gelido della storia russa, la cui bellezza sta nel fatto che ti offre sempre un termine di paragone per le tue sofferenze e difficoltà attuali, per rassicurarti che oggi non è poi così male”. Verso l’alba, il profumo del pane appena sfornato cominciava a diffondersi da sotto la porta, e mezz’ora dopo si poteva tenere tra le mani tre lavaš caldi e croccanti, staccandoli a pezzetti e cominciando a mangiarli mentre si tornava a casa.

Lo stesso approccio retrospettivo e ottimista alla situazione delle code viene adottato oggi anche dai propagandisti interni: “A proposito, tutto questo è già successo, amici, e va bene così, siamo sopravvissuti”, ammonisce la famosa giornalista Ksenia Sobčak sul suo canale. “Niente benzina? Ricordo ancora quando il cibo era razionato”, rimprovera la conduttrice Margarita Simonyan ai suoi concittadini, abbandonandosi a nostalgici ricordi di quando portava secchi d’acqua a Krasnodar (“e non Coca-Cola!”), e il “corrispondente di guerra” Dmitry Stejšin descrive la situazione della benzina come “le convulsioni della psicosi consumistica”.

La coda in generale è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Secondo il sociologo Simon Kordonskij, il Paese è governato da uno “Stato delle risorse”, il cui compito principale è la distribuzione delle risorse, in cui l’accesso ai beni è determinato dalla posizione dell’individuo nel sistema di potere. In Russia, le risorse sono monopolizzate dallo Stato e la società è divisa tra coloro che vi hanno accesso privilegiato, le “autorità”, e coloro il cui accesso è limitato, “il popolo”, in possessori e richiedenti. La scarsità crea immediatamente delle gerarchie: al vertice della piramide della benzina c’è l’esercito, i cui bisogni vengono soddisfatti prima di tutto, gli alti funzionari e le forze di sicurezza; dietro di loro vengono i deputati, le principali società statali, i servizi comunali e di emergenza, e ognuno ha la propria quota da inserire nel gasdotto. Alla base della piramide ci sono gli aventi diritto alla benzina in via residuale; il loro destino sono le lamentele, principalmente sotto forma di video sui social network, e le code alle stazioni di servizio.

Resta un divario tra le autorità e il popolo, una zona grigia in cui compaiono vari “schemi” di intermediari, rivenditori, buoni benzina (un altro saluto dal passato sovietico) e nasce un vasto e convulso mercato nero. La principale via di accesso alla risorsa, e strumento di controllo sociale, resta comunque la coda, dove le persone scambiano il tempo della propria vita con un bene scarseggiante. Il cittadino sovietico medio trascorreva fino a due ore in fila ogni giorno, per un totale di circa 15 ore a settimana; circa il 25% di tutto il tempo libero è stato trascorso in fila, e per i pensionati questa cifra raggiungeva il 40%.

Alla fine del socialismo, lo scrittore Vladimir Sorokin ha scritto la sua storia d’esordio intitolata proprio La Coda, in cui tutta l’azione si svolge in una fila di più giorni per una carenza di materiale sconosciuto, che si estende attraverso diversi cortili di Mosca, nella quale i personaggi si incontrano, parlano, discutono, mangiano, flirtano, fanno l’amore. La coda si trasforma in un corpo collettivo, l’attesa è più importante della meta di cui neanche si sa l’effettiva natura, ed è difficile trovare una metafora più precisa della vita sovietica. In realtà non si tratta solo di quella sovietica: la coda è un vincolo della natura della Russia, un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena. “Più lunga è la coda, più forte è la Russia!”, assicura Medvedev.

Nell’era dell’apertura all’economia di mercato, anche le persone post-sovietiche si mettevano in fila alla prima occasione. Si ricordano la coda epica per un concerto del cantante russo Aleksej Serov, in cui la folla alla fine ha sfondato le porte della Galleria Tretjakov, la coda per una mostra del pittore ottocentesco Ivan Aivazovskij, la coda di devozione per la “cintura della Vergine” e per le reliquie di san Nicola Taumaturgo nella Cattedrale di Cristo Salvatore; recentemente c’è stata perfino una coda per Boris Nadeždin, candidato alternativo a Vladimir Putin, durante la raccolta delle firme per le elezioni presidenziali all’inizio del 2024, e lunghe ore di fila per votare presso i consolati russi nel marzo dello stesso anno. Putin ha poi ottenuto il 72% dei voti dei russi all’estero, quindi in sostanza si è trattato di una “coda per Putin”.

Ora questa è una coda tutta russa per la benzina, una situazione in cui si trovano tutte le regioni federali. Nelle ultime settimane, commenta Medvedev, “i miei amici e colleghi occidentali si sono spesso chiesti per quanto tempo i russi sopporteranno queste code, quando inizierà la rivolta dei contenitori vuoti? Uno mi ha chiesto direttamente: per quanto tempo? Al che ho risposto: fino ad allora”. È in altri Paesi che i deficit creano instabilità sociale e politica, mentre il russo, di fronte all’imperfezione dell’esistenza, non protesta, ma obbedientemente si mette in fila, senza chiedersi quale sia la causa principale.

🟢IN RADIOVISIONE: PADRE LIVIO – LA TENTAZIONE – Puntata 60

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Sede di Radio Maria Erba (CO)

I Segreti sono scomodi, soprattutto per chi non ci crede

Carissimo Padre Livio,

è da una settimana e mezza che non fa il suo consueto programma mattutino in Radio e le assicuro che ne sento molto la mancanza.

In particolare non sento più le sue importanti e illuminanti riflessioni sui Segreti. Ha forse ricevuto questa proibizione di parlarne come ha fatto da tanti anni? Mi è venuto questo molesto pensiero, visti i tempi che corrono.

In ogni caso le auguro buon riposo e un presto arrivederci ai microfoni di Radio Maria.

Ave Maria

Andrea da Padova


Caro Andrea,

io sono regolarmente nel mio ufficio ogni giorno, anche in questo periodo del mio riposo. In questi giorni ho ridotto al minimo la mia presenza ai microfoni (dieci minuti al mattino) perché le corde vocali ne hanno bisogno per fare il loro dovere quando è necessario.

Sono quarant’ anni che, ai microfoni di Radio Maria, io parlo quotidianamente delle apparizioni di Medjugorje, dei Messaggi della Regina della pace e dei Segreti, senza che nessuno me l’abbia mai proibito. (Eppure abbiamo avuto ben 4 Papi in questo lungo periodo).

Nel frattempo Radio Maria è divenuta la rete radiofonica cattolica più importante del mondo, con 130 sedi di trasmissione in 85 paesi dei cinque continenti; con trasmissioni in 83 lingue di cui 53 native africane; oltre 730.000.000 di persone raggiunte dal Segnale di radio frequenza di Radio Maria in 1021 Diocesi; la possibilità di ascoltare ovunque su un semplice cellulare tutte le 130 radio Maria del mondo.

A questo aggiungiamo 30.000 volontari in tutto il mondo; 640 studi mobili; 5600 parrocchie visitate e 14.200 collegamenti di preghiera.

 In tutte le 130 Sedi di Radio Maria nel mondo i Direttori sono dei Sacerdoti della Chiesa cattolica, proposti dai rispettivi Vescovi e inquadrati come Direttori da Radio Maria, dei quali il sottoscritto è il Director’s Adviser.

Non c’è bisogno che citi qui i tributi di gratitudine e di stima che arrivano dalle Autorità ecclesiastiche di tutto il mondo. Questi sono fatti che fanno la storia della Chiesa e non chiacchere di sacristia o di qualche salone parrocchiale.

Per quanto riguarda i Segreti sarà tremendo per quelli che li negano, quando li vedranno rovesciarsi sulla loro testa.

In ogni caso mercoledì prossimo 22 Luglio vi farò un Editoriale proprio su questo tema.

Ave Maria

Padre Livio

🟢LIVE🟢 PELLEGRINO A QUATTRORUOTE – di Padre Livio – Puntata 1 – INTRODUZIONE

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