BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

San Charbel Makhluf


Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Youssef Antoun Makhluf

Nascita: 8 maggio 1828

Morte: 24 dicembre 1898

Yussef Makhlouf (Charbel è il suo nome da religioso) nacque in Libano nel 1828. Cresciuto in una famiglia cristiana aderente alla Chiesa maronita unita a Roma, frequentò la scuola imparando a leggere con i salmi e i testi liturgici in siriaco. A 14 anni già si ritirava a pregare in una grotta appena fuori del paese, oggi chiamata «la grotta del santo».

Seguendo l’esempio di due zii paterni, si fece monaco. Dopo gli anni di noviziato e di preparazione al sacerdozio, trascorse 15 anni nel monastero di Annaya, dedito alla preghiera e alla contemplazione. La fedeltà alla vita comune, l’ubbidienza, la carità verso i confratelli, il lavoro manuale e la disponibilità nel servizio agli ammalati contribuirono alla sua maturazione spirituale.



La fama di santità che l’accompagnava fin dagli anni giovanili crebbe a causa di due miracoli che operarono altrettanti guarigioni. Proprio per sottrarsi al plauso della gente Charbel passò alla vita eremitica nel romitorio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Qui inasprì ulteriormente il suo tenore di vita. Dormiva solo tre ore ogni notte. Passava il resto del tempo dedito alla preghiera liturgica, alla pietà personale, al lavoro manuale. Prendeva un unico pasto al giorno, la sua tonaca era logora e scolorita, sotto l’abito portava una cintura di pelo di capra.



In poche parole, un padre del deserto del secolo XIX, una voce di pace dal silenzio della preghiera e della contemplazione. Colpito da emiplagia durante la celebrazione della Messa, morì alla vigilia di Natale del 1898.Dopo la sua morte fu sepolto nel cimitero del monastero di San Marone ad Annaya. Qualche mese dopo, si verificarono fenomeni miracolosi: dalla tomba emerse una luce misteriosa e poi il corpo risultò incorrotto, emanando un liquido simile al sangue e acqua. Questi eventi portarono all’apertura della tomba nel 1899, 1950, 1952 e fino al 1955, riscontrando sempre un corpo flessibile e ancora intatto. Finché nel 1976 (o 1975) si notò che era rimasto solamente lo scheletro.



Ancora oggi il luogo è meta di pellegrinaggi continui, e fedeli da tutto il mondo vi si recano per chiedere intercessione e sperimentare pace spirituale. Il monastero è immerso in un paesaggio montano suggestivo e crea un’atmosfera di grande raccoglimento.Beatificato da Paolo VI durante il Vaticano II alla presenza dei padri conciliari, dallo stesso papa venne canonizzato nel 1977.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Charbel (Giuseppe) Makhluf, sacerdote dell’Ordine Libanese Maronita, che, alla ricerca di una vita di austera solitudine e di una più alta perfezione, si ritirò dal cenobio di Annaya in Libano in un eremo, dove servì Dio giorno e notte in somma sobrietà di vita con digiuni e preghiere, giungendo il 24 dicembre a riposare nel Signore.

L’OLIO SANTO DI SAN CHARBEL

Una sera, durante la sua vita, San Charbel, tornando dai campi, chiese al responsabile della cucina un pò di olio per la sua lucerna al fine di pregare nella sua cella prima dell’ufficio notturno.

Il responsabile, per ubbidienza al Superiore che aveva chiesto ai monaci di non usare l’olio la sera dopo cena in segno di povertà, gli riempì la lucerna d’acqua al posto dell’olio, senza rendersi conto che, San Charbel, era all’oscuro della disposizione impartita dal Superiore in quanto si trovava al lavoro nei campi.



San Charbel, arrivato nella sua cella, accese la lucerna e iniziò la preghiera. Il superiore, vedendo la luce accesa nella camera del Santo, andò da lui e gli chiese: « Perché la tua lucerna è accesa? ». San Charbel rispose: « Perdonami per amore di Cristo », come è scritto nella Regola dei monaci. Il responsabile della cucina disse allora al Superiore: « La lucerna è piena d’acqua e non di olio! »

Il superiore versò a terra il contenuto della lucerna e vide che era acqua!!! Si inginocchiò davanti a San Charbel per chiedergli perdono.



Così l’olio di San Charbel è diventato una fonte di pace interiore e di guarigione fisica per tutti coloro che credono nella potenza di Dio tramite i suoi santi. L’olio che noi mandiamo a chi ne fa richiesta, è un flaconcino di olio benedetto dai monaci presso la tomba del Santo in Libano.

titolo Olio e reliquia di San Charbel


La bottiglietta di olio viene messa dentro una bustina con un po’ d’incenso, in segno di venerazione.

Tra i grani dell’incenso, si trova una « Reliquia–stoffa benedetta » si tratta di un pezzetto delle vesti liturgiche tenute sotto il corpo del Santo per anni e oggi distribuita come benedizione.



Sia con l’olio che con la reliqua, si può fare il segno della Croce sulla fronte, o su un punto del corpo dove si sente dolore; o ancora, mettendo una goccia dell’olio in un bicchiere di acqua o mescolato nel cibo per permettere alla benedizione di entrare materialmente all’interno del corpo.

APPROFONDIMENTO

1 Le stigmate: Durante la sua vita, San Charbel Makhlouf fu noto per i suoi fenomeni mistici, tra cui le stigmate invisibili. Si dice che abbia sperimentato dolori simili a quelli della Passione di Cristo.

Canonizzazione: Fu beatificato nel 1965 da Papa Paolo VI e canonizzato nel 1977. E uno dei santi più venerati della Chiesa Maronita e della Chiesa Cattolica in generale.



Devozione mondiale: La devozione a San Charbel si è diffusa oltre i confini pel suo paese natale, il Libano, con fedeli da tutto il mondo che lo pregano, specialmente per guarigioni fisiche e spirituali.

L’iconografia: È spesso raffigurato con una lunga barba cappuccio nero, tipico dei monaci maroniti. Quasi sempre tiene occhi chiusi e con se può essere raffigurato un libro, un crocefisso e una lambada a olio. Le immagini e le statue lo ritraggono in preghiera o in contemplazione, simbolo della sua vita di dedizione e sacrificio

Medjugorje: perché non ho dubbi – Di P. Livio – 23. La responsabilità di Medjugorje col segno sul Podbrdo – 24/07/2025

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Giovedì 24 Luglio 2025

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h. 9.oo: PENSIERO SPIRITUALE

+Il vero significato del Cantico delle creature di San Francesco


h. 9.30: MEDJUGORJE: PERCHE’ NON HO DUBBI

+La responsabilità di Medjugorje col segno sul Podbrdo (23)

La purificazione di Medjugorje con i primi due Segreti

I Veggenti definiscono il Segno: bellissimo, visibile, indistruttibile, duraturo, che viene dal Signore.

Il segno viene donato per confermare le apparizioni della Madonna e la sua presenza in tutto il tempo dei Segreti e oltre

Ci sono precedenti biblici che possano alludere al Segno?

Il Segno farà di Medjugorje un luogo sacro nel mondo riconciliato con Dio


h. 10 LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRE DEL DESERTO (3)


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Il vero significato del Cantico delle Creature

 23 Luglio 2025 

di Cristina Siccardi- CR  1908

Come è noto, la prima composizione poetica che è stata scritta in volgare italiano è il Cantico delle creature, anticamente conosciuto come Cantico di Frate Sole, sublime lirica di san Francesco, di cui quest’anno ricorrono 800 anni, essendo stata scritta nel 1225 presso il convento delle Povere Dame (le Clarisse) di San Damiano.

Il Cantico si pone nella tradizione filosofico-teologica di stile agostiniano e trova legami con il salmo 148, nel quale si invitano tutte le creature, animate e inanimate, a lodare Dio, ma anche con il libro veterotestamentario di Daniele (3, 56-88), nel quale si reitera la richiesta a tutti gli elementi del cosmo di benedire il Signore.

Nella purezza e nell’innocente semplicità sta il segreto di questo capolavoro letterario e religioso, che non conosce tempo, grazie alle verità ivi contenute, che trasmettono la gioia di riconoscere in ogni creatura la mano del Creatore e in questa gioia sta la lode d’amore della creazione per il Signore della vita e della morte.

Il cuore del mistico san Francesco, che porta già su di sé le stimmate, trabocca d’amore e di ringraziamento per il Padre, sebbene una dolorosa patologia agli occhi gli stia procurando la cecità e viva nell’oscurità: sono i giorni in cui si trova a San Damiano, in una cella fatta di stuoie; intanto i topi lo disturbano continuamente e la cosa viene presa dai suoi Frati minori come un tormento di origine demoniaca. Una notte, torturato dalle sofferenze fisiche, supplica il Signore di venirlo a soccorrere per sopportare tutto con pazienza, e il Padre non si fa attendere, gli dice di considerare quelle prove come questioni materiali perché lo aspettano gioie incommensurabili nella Salvezza eterna… Grazia e natura, dalla conversione in poi, interloquivano costantemente in lui, perciò, con l’animo colmo di giubilo, consolato direttamente da Dio, vuole comporre in quella mattina di primavera, come ebbe a dire lo stesso san Francesco, «una nuova lauda del Signore riguardo alle sue creature» per sua consolazione e per edificazione del prossimo, perché quotidianamente «usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore. E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene», (Compilazione di Assisi, in Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 20113, § 1614, p. 947 e § 1615, p. 947).

Messo in versi il Cantico, fu composta anche una melodia di accompagnamento. San Francesco amava cantare. Quindi mandò a chiamare frate Pacifico per scegliere alcuni frati affinché andassero per il mondo a predicare e lodare Dio con il Cantico di Frate Sole e, al termine, essi dovevano dire alla gente: «Noi siamo giullari del Signore e la ricompensa che desideriamo da voi è questa: che viviate nella vera penitenza» (Ivi, § 1615, p. 948). 

Ma c’è di più, quel di più che non viene ormai quasi più ricordato: san Francesco con questa lauda inneggia il Signore anche per riconoscere il merito di coloro che sanno perdonare e che sopportano malattie e sventure per amore di Dio, «Laudato si’, mi’ Signore,/per quelli ke perdonano per lo Tuo amore/e sostengo infirmitate e tribulazione»; indica poi «Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,/ka da Te, Altissimo, sirano incoronati». Infine, chiude il Cantico esprimendo l’autentico significato della vita, che lo si scopre interamente al momento della morte per entrare nella vita eterna come dannati o salvati: «Laudato si’, mi’ Signore,/per sora nostra Morte corporale,/da la quale nullu homo vivente po’ skampare:/guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;/ beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,/ka la morte secunda no’l farrà male./Laudate e benedicite mi’ Signore e rengraziate/e serviateli cum grande humilitate».

Per celebrare la gloria di Dio, san Francesco, come sempre, passa attraverso il ponte della contemplazione e dell’estasi piuttosto che per l’enunciazione speculativo-filosofica. Attraverso i sensi filtrati dall’anima, egli penetra la bontà e la bellezza del Signore, rendendogli grazie per tutto ciò che è opera delle sue mani. 

La lirica ebbe il successivo inserimento, dedicato alle facoltà di perdonare e di sopportare le sofferenze, quando san Francesco ottenne la riappacificazione tra Guido II, vescovo di Assisi, e il podestà Oportulo, proprio facendo cantare dai «giullari del Signore» il Cantico di Frate Sole di fronte a loro; mentre l’ultima lassa fu dettata dall’autore quando era prossimo alla morte, nell’ottobre del 1226. I versi totali divennero 33, numero multiplo di tre: richiamo alla Santissima Trinità e agli anni della morte di Gesù Cristo.

Il sentire fraterno di san Francesco con le creature di cielo, mare e terra, non è riconducibile ad una idealizzazione degli esseri come suoi simili, bensì come voci che si uniscono alla sua e a tutti gli umili credenti per dare gloria a Dio attraverso un coro sinfonico che nella molteplicità si fa unità nel Dio Uno e Trino.

Alcuni hanno tentato e tentano, invece, di virare verso la laicizzazione di questo capolavoro, puntando l’attenzione unicamente sugli elementi della natura e mettendo volutamente in disparte Colui che li ha voluti e realizzati, al fine di sostenere l’ideologia ambientalista, scristianizzando Terra e Universo.

San Bonaventura da Bagnoregio, biografo di san Francesco, individuò e illustrò teologicamente e misticamente l’esultanza che l’umile di Assisi aveva per tutte le opere del Signore e carpì il senso autentico della sua contemplazione nel «Laudato si’, mi’ Signore»: «Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile». 

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