BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

🔴LIVE🔴 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – Di Padre Livio – 05/02/2026

VIATICO QUOTIDIANO – di P. Livio – Puntata 67

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Giovedì 5 Febbraio 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 9.30: UNO SGUARDO SULL’ ATTUALITA’

1)Il Papa è “La pietra” sulla quale Gesù ha costruito la Chiesa

+Le parole di Gesù  su Pietro non si possono cambiare

+Il Papa Pastore universale: Pasci i miei Agnelli…..

+La particolare assistenza del Cielo per il Papa

+Al Papa si deve ascolto, preghiera, obbedienza

+La figura del Papa nel tempo dei Segreti

+La promessa di Cristo: Non prevalebunt

2) “Il suicidio assistito degli uomini delle nazioni” (R. De Mattei)


h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO

Pensieri sulla preghiera (67)


h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE

9) I Segreti verranno resi noti tre giorni prima che accadano

+Tutti i Veggenti concordano in questa affermazione

+La rivelazione degli eventi tre giorni prima è una profezia divina

+La profezia che si avvera dimostra il governo di Dio sul mondo

+L’effetto primario è la risposta della fede

+Il secondo effetto  è la possibilità della salvezza

+Il terzo effetto è il propagarsi delle conversioni

+Il quarto effetto è il crollo dell’impostura anticristica

+Prepararsi a rispondere con la fede nel caso di un coinvolgimento personale


h. 10.05: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO

Catechesi di Padre Livio (2)


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🔴LIVE🔴 DESIDERIO DI DIO – PUNTATA 3: Il risveglio delle fami – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 62 – LA CASTITA’ NELLE DIVERSE SITUAZIONI DI VITA

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🌍🙏 Oggi abbiamo avuto la gioia di accogliere a Radio Maria #Medjugorje alcuni sacerdoti e una suora provenienti dall’Africa, nostri fedeli ascoltatori.

Un incontro pieno di fraternità e fede, segno che Radio Maria unisce cuori e popoli diversi sotto lo sguardo della Regina della Pace.

Il pettirosso non ha l’orologio ma arriva puntuale a pranzo

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1936

 4 Febbraio 2026 

di padre Serafino Lanzetta

 Riportiamo la seconda parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religionedi padre Serafino M. Lanzetta.

«Io piango perché tu non piangi»

Questo è un programma di vita davvero importante. A questo proposito, è degno di nota un grande autore inglese, Padre Robert Hugh Benson (1871-1914), convertito alla fede cattolica dall’anglicanesimo. È conosciuto soprattutto per il suo bellissimo romanzo “Il padrone del mondo”. Dopo la conversione continuò a scrivere, producendo numerose opere per difendere apologeticamente la fede cattolica. Una di queste è The Mystical Body and its Head (Il Corpo mistico e il suo Capo, Sheed and Ward, New York 1911), tratta dalla sua opera più ampia Christ in the Church (Cristo nella Chiesa). Nella sezione dedicata al Getsemani – il libro è una profonda meditazione sulle tappe della Passione di Cristo – Padre Benson riflette sull’unicità del Corpo Mistico di Cristo e parla in modo illuminante della corredenzione anche senza citarla in maniera diretta. Il nucleo di questo mistero è tutto lì.

Benson dice che nella Chiesa Cattolica esiste un principio che viene non solo accolto, ma anche pienamente messo in pratica: il principio del dolore vicario, della sofferenza vicaria (il concetto analizzato prima: il fatto che Gesù abbia fatto qualcosa al posto nostro, che cioè si sia offerto per noi al fine di redimerci). Questo principio del dolore vicario, cioè l’amore con cui ci aiutiamo a vicenda a raggiungere la santificazione, dice Padre Benson, è pienamente riconosciuto e vissuto nella Chiesa Cattolica ed è al contempo ciò che manifesta l’unicità della Chiesa. Viene citato l’esempio del Santo Curato d’Ars, il quale, un giorno, mentre confessava per ore, come sempre, ricevette un penitente che gli elencò dei peccati gravissimi, ma senza il minimo segno di contrizione. Il santo Curato ne fu stupito ed esclamò: «Come? Non piangi? Non versi una lacrima per i tuoi peccati?». E continuando ad ascoltare quella confessione poco contrita, soggiunse: «Io piango perché tu non piangi».

Questa è squisita carità. Questa è corredenzione in azione; la corredenzione di un sacerdote, il Santo Curato d’Ars, che era disposto a fare qualcosa al posto di quel penitente, a “soffrire al suo posto”, pur di guadagnarlo a Cristo. Padre Benson commenta e dice che questo è un esempio lampante della bellezza e dell’unicità della Chiesa Cattolica. Questa sofferenza vicaria è corredentiva ed è un principio di vita cristiana. Leggiamo quanto scrive Benson:

«Questo principio, dunque, attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dalla testa ai piedi. In essa non solo il sacrificio esteriore della Croce viene offerto incessantemente nell’augustissimo mistero dell’altare – (ciò che Cristo ha fatto una volta lo fa sempre) –; e in un modo diverso nelle sofferenze esterne delle sue membra; ma anche i dolori interiori del Getsemani vengono similmente perpetuati. Ogni vero sacerdote, nel confessionale, conosce qualcosa di quel senso del peccato che porta su di sé al posto del penitente. “Io piango, singhiozzava il Curato d’Ars, perché tu non piangi”. Ogni cattolico ben istruito sa offrire il proprio dolore per la salvezza di un’altra anima, perché soltanto nella Chiesa Cattolica si manifesta questa stirpe sacerdotale di cui parla il primo Papa (cf. 1Pt 2,9). Solo nella Chiesa Cattolica, infatti, quell’immenso principio del dolore vicario viene accolto, riconosciuto e vissuto: quel principio sul quale è tenuta insieme l’intera catena della vita, persino nell’ordine fisico… “Qui nella mia Chiesa, e solo qui, rivivo in pienezza, con volontà e intelligenza, quella mia agonia registrata nei Vangeli. Qui, nella cella del contemplativo, nel confessionale di un degno sacerdote, nella stanza da letto di un sofferente altruista, in ogni agonia interiore coraggiosamente sopportata, rimango ancora una volta nel giardino, immerso nel sangue, strappato da me, non dai flagelli ma dal dolore”».

Questo principio cristiano della sofferenza vicaria non è forse corredenzione in azione? Come possiamo amare uno sconosciuto, addirittura un nemico, offrendo qualcosa di nostro per la sua salvezza? Si tratta di una cosa difficilissima ovviamente; eppure questa è la lezione che ci da Gesù. Dobbiamo amare persino il nostro nemico. Ma come possiamo amarlo se non partecipiamo all’amore sacrificale di Cristo e della Beata Vergine Maria ai piedi della Croce? Come possiamo cominciare a mettere in pratica la legge del perdono? È quasi impossibile se non ci immergiamo in quest’oceano immenso di amore che sgorga dalla Croce di Nostro Signore. Contempliamo la Croce, viviamo questo mistero della Croce insieme alla Vergine Santissima come co-redentori.

Non c’è edificazione del Corpo Mistico di Cristo senza questo mistero della sofferenza vicaria che ci riporta al cuore del mistero della redenzione di Gesù come sacrificio di espiazione. La morte di Cristo in croce non un incidente di percorso, qualcosa di non voluto, una mera esecuzione di routine da parte dei Romani. Nulla di tutto ciò. È un atto di totale donazione di Sé che Cristo fa per noi. Egli ha fatto ciò che noi non eravamo capaci di fare: ci ha salvati con il dono di Sé, con l’offerta del suo Corpo e del suo Sangue.

Di qui la regola basilare della vita cristiana: “Io faccio qualcosa per te perché tu non puoi farlo. Non ne sei capace. Ti aiuto, faccio qualcosa al tuo posto”. San Massimiliano M. Kolbe, nel campo dell’odio e della morte, addirittura esclamerà: “Prendo il tuo posto”, offrendosi vittima al posto di un padre di famiglia. Padre Kolbe, in quell’orribile campo dell’odio, uscì dalla fila, dopo essere stato umiliato per l’ennesima volta con un fare di spregio sarcastico: “Cosa vuole questo sporco polacco”, e disse: “Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano. Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli”.

Queste parole si imprimeranno in quella mente crudele e abitata dal male del vice-comandante del campo di concentramento, Karl Fritzsch che selezionava i dieci condannati a morte a causa dell’evasione del campo da parte di un prigioniero. Saranno il suo tormento, il verme della sua coscienza: un uomo si era offerto al posto di un altro scegliendo di morire di fame e di sete nel bunker della morte. Perché? Un’idea pericolosa che poteva condannare al fallimento l’impero nazista dell’odio?

Franciszek Gajowniczek, l’uomo salvato da San Massimiliano, molti anni dopo ricordò quel drammatico momento con queste parole: “Kolbe uscì dalle fila, rischiando di essere ucciso sull’istante, per chiedere al Lagerfhurer di sostituirmi. Non era immaginabile che la proposta fosse accettata, anzi molto più probabile che il prete fosse aggiunto ai dieci selezionati per morire insieme di fame e di sete. Invece no! Contro il regolamento, Kolbe mi salvò la vita”.

L’amore salva. San Massimiliano, infatti, lascerà scritte queste immortali parole: “Solo l’amore crea”. Il suo amore, appreso alla scuola della Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie – folle era il suo amore per l’Immacolata – impartì la più grande lezione di carità. Fu l’inizio della miserevole fine dell’impero nazista. Così Padre Kolbe edificò una Città dell’Immacolata che sopravviverà per sempre, nonostante il tentativo di sopprimerla. L’amore vicario, intriso di sofferenza offerta per amore, vince donando la vita. L’odio invece uccide e distrugge. 

Questo è eminentemente cristiano. Anzi, dobbiamo essere più precisi: questo è cattolico, perché nel protestantesimo la cooperazione con la grazia viene eliminata. Non esiste cooperazione, perché l’uomo, secondo Lutero, non è affatto in grado di cooperare in ragione dei suoi peccati che hanno non solo hanno ferito la natura umana, ma l’hanno completamente devastata e resa incapace di operare. L’uomo è del tutto incapace di compiere qualsiasi bene. La sola cosa che possiamo fare è credere e credendo siamo salvati. Non c’è opera, non c’è cooperazione intesa come collaborazione con Dio perché non solo non è necessaria ma è addirittura impossibile. La fede supplisce a tutto e rende le opere di carità superflue se non addirittura insidiose e superbe. 

Nella Chiesa Cattolica, invece, mantenendo questo principio del Corpo Mistico di Cristo affermiamo, insegniamo e mettiamo in pratica questo mistero: l’uomo è capace di cooperare con Cristo in ragione della sua grazia che guarisce e che spinge all’imitazione del Maestro. Il tutto è riassumibile nel mistero della corredenzione di Maria Santissima, l’opera di collaborazione più eccelsa con il divin Maestro, resa possibile dalla grazia di Cristo e mossa unicamente dalla carità perfettissima della Vergine Maria verso Dio e verso il prossimo.

Noi, invece, traiamo un vantaggio personale dalla cooperazione con Dio, per dir così, che consiste anzitutto nel poter espiare i nostri peccati, oltre che espiare per gli altri. Noi dobbiamo “necessariamente” cooperare altrimenti non siamo salvi in ragione dei nostri peccati, quantunque la necessità morale principi da una libertà fondativa dell’essere cristiano. Maria liberamente coopera e solo per il nostro bene: ama Dio e il prossimo con un amore perfetto, perfettamente altruista, e così contribuisce alla nostra salvezza. Lei è la sola che dice, come Gesù: “Tutto quello che tu non puoi fare perché incapacitato dal tuo orgoglio e dalla tua miseria, lo faccio io per te. Prendo su di me la tua miseria e con Gesù ti guarisco”. 

Così capiamo che la corredenzione non è solo teoria. Ha un impatto assolutamente centrale nella nostra vita cristiana. Ogni cristiano dovrebbe studiarla e approfondirla sempre più. Essere cristiano significa essere cooperatore, corredentore in Cristo. Ciò è riassunto dalla Parola di Dio espressa da San Paolo ai Colossesi: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (1,24). Ovviamente alla Passione di Cristo non manca nulla in sé. Ciò che manca è soltanto la mia personale cooperazione con il Signore per l’edificazione del suo Corpo mistico, cioè per la salvezza di tutti i fratelli, perché tutti siano raggiunti dall’amore salvifico di Gesù e Maria e così diventino membra di quest’unico Corpo.

Maria Co-redentrice ci dice questo: l’amore compassionevole guarisce e salva. Tutti i Santi che hanno salvato di volta in volta gli uomini edificando la città di Dio tra loro hanno messo in pratica questo amore co-redentivo, l’amore della Vergine Maria. (continua)

Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioni

Società | CR 1936

– di Roberto de Mattei  4 Febbraio 2026 

La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell’eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell’omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l’introduzione dell’aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento

 Il suicidio, che è l’atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell’omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d’Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l’acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un’illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell’atto umano in quanto tale. 

Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.

Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l’essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l’essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l’essere arriva a contraddirsi negando sé stesso»(Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664). 

Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», inTheologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)

Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest’atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell’universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).

Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, come stabilito dall’articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.

Ciò che si propongono i fautori dell’eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola.

Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell’autonomia individuale.  Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.

L’odio metafisico verso l’essere, che caratterizza il suicidio è anche l’anima del processo rivoluzionario dell’Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l’immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell’Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant’anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017).

  Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede».  Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate». 

A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un’ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l’oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede? 

Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual’è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte.

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