BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Lunedì 16 febbraio 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

I cinque minuti dello Spirito Santo


h. 08.55 – 09.30: UNO SGUARDO SULL’ATTUALITA’

1)Dio perdona quelli che si pentono dei propri peccati

+Cristo ha patito per i peccati degli uomini di tutti i tempi

+La grazia della salvezza è un dono che Dio da a tutti

+Anche ai non battezzati viene offerta la grazia della salvezza per vie note a Dio

+Tuttavia per ottenere la salvezza eterna è necessario aprire il cuore a Dio e pentirsi del male fatto.

+Non è vero che tutti gli uomini vanno in paradiso

+Chi muore in stato di peccato mortale e non si pente dei propri peccati si perde eternamente

2) Il messaggio pressante di Lourdes (Prof. Roberto de Mattei)


h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO

Pensieri sulla preghiera (72)


h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE

14) I Segreti dal quarto al decimo sono i Sette flagelli dell’Apocalisse

+Col quarto segreto incomincia l’Apocalisse vera e propria

+Solo i Veggenti conoscono gli eventi, il momento e il luogo.

+La polarizzane degli schieramenti riguarderà l’intera umanità

+Il male manifesterà tutta la sua forza satanica

+La Chiesa e Medjugorje saranno il punto di riferimento per la salvezza

+Le armi della Vittoria saranno la fede, la preghiera e la testimonianza con Maria

+La Chiesa celebrerà la vittoria in concomitanza del bimillesimo anniversario della Redenzione?


h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO


h. 10.05: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO

Libro di Padre Livio: Tutti e Segreti si realizzeranno (8)


BLOG: blogdipadrelivio.it


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🔴LIVE🔴 DESIDERIO DI DIO – PUNTATA 14: I convertiti nel Vangelo – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 73 – LA FAME DEL MONDO


I CINQUE MINUTI DELLO SPIRITO SANTO

LIBRO DEL CARD. VICTOR MANUEL FERNANDEZ -PREFETTO DEL DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Nel programma “La lettura cristiana della cronaca e della storia” viene inserita all’inizio una breve meditazione sullo Spirito Santo che si prolunga per tutti i giorni dell’anno.

Dedicare cinque minuti al giorno allo Spirito Santo può essere un vero conforto che ristora profondamente la nostra vita. In queste pagine l’autore raccoglie molti anni di esperienza nella comunicazione spirituale compiuta con i suoi numerosi libri, i programmi radiofonici e l’accompagnamento pastorale in cui ha cercato di aiutare le persone a vivere meglio spiritualmente. Pur esprimendosi in modo agile e accessibile, quest’opera racchiude la solidità e la profondità della sua ricerca teologica sullo Spirito Santo, sulla grazia e sulla spiritualità. Un prezioso cammino spirituale durante tutto l’anno perché la nostra vita sia piena della gioia, della luce e della libertà dello Spirito Santo.


Il libro è disponibile nelle librerie, in particolare quelle cattoliche, e su tutti gli store on line. Non inoltrare richieste a Radio Maria.

San Claudio de la Colombière

Divenne il confessore di santa Margherita Maria Alacoque. Si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la pratica salvifica dei primi venerdì del mese.

Santo del giorno 15_02_2026

«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era Claudio de la Colombière (1641-1682), che nel 1675 fu scelto come superiore della casa dei gesuiti a Paray-le-Monial e divenne il confessore del vicino monastero della Visitazione dove si trovava Margherita. Il santo aveva da poco professato i voti solenni, al termine del periodo della “terza probazione” sapientemente stabilito da sant’Ignazio di Loyola, e così aveva scritto durante il ritiro spirituale: «Chiedo a Dio che mi faccia conoscere ciò che devo fare per servirlo e per purificarmi».

Terzo di sei figli, quattro dei quali scelsero la vita religiosa, era nato in un villaggio francese da una famiglia profondamente cristiana. A 17 anni si trasferì ad Avignone per iniziare il noviziato nella Compagnia di Gesù, dove nel suo animo si alternarono gioie e aridità legate al distacco dagli affetti e dal mondo, di cui in seguito scriverà: «Gesù Cristo ha promesso cento in cambio di uno, e posso dire che io non ho mai fatto nulla senza aver ricevuto, non cento in cambio di uno, ma mille volte di più rispetto a quanto avevo abbandonato». Il suo talento spinse il superiore generale a mandarlo a studiare teologia a Parigi, dove grazie alle sue virtù intellettive e morali fu segnalato a Colbert, l’economista e allora ministro delle Finanze (sotto Luigi XIV) che lo assunse come precettore dei figli. Intanto, lottava contro il suo amor proprio, offrendosi continuamente a Dio.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, completò il cammino ignaziano a Lione e il 2 febbraio 1675 pronunciò i voti solenni. Seguì l’incarico a Paray-le-Monial: i superiori lo scelsero proprio perché sapevano delle visioni di Margherita Maria Alacoque (1647-1690) e ritenevano che Claudio fosse, per pietà e prudenza, la persona giusta per quella delicatissima situazione. Quando il santo si presentò alle visitandine, la giovane suora sentì una voce interiore: «Ecco chi ti mando!». Il gesuita divenne il suo padre spirituale e capì che quell’anima era stata adornata di autentici doni mistici. Durante una Messa, Margherita vide il Sacro Cuore come una fornace ardente in cui erano immersi i cuori dei due santi: «È così che il mio amore puro – le disse Gesù – unisce questi tre cuori per sempre. Questa unione è destinata alla gloria del mio Sacro Cuore. Voglio che tu scopra i suoi tesori, lui farà conoscere il suo prezzo e utilità. A tale scopo, siate come fratello e sorella, condividendo ugualmente i beni spirituali».

Claudio accolse con umiltà ogni rivelazione che lo riguardava e si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Chiese a Margherita di scrivere le sue esperienze mistiche, salvò tante anime dai pericoli dell’eresia giansenista che aveva l’effetto di allontanare i fedeli dai Sacramenti e non si scoraggiò di fronte alle difficoltà che gli erano state preannunciate: «Rivolgiti al mio servo Claudio e digli […] che è onnipotente chi diffida di sé stesso per confidare unicamente in Me», gli aveva comunicato il Signore attraverso Margherita. Dopo 18 mesi di permanenza a Paray, ricevette l’ordine di partire per Londra come cappellano della Duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, una cattolica fervente.

Anche in Inghilterra operò meraviglie, riuscendo a convertire molti alla Chiesa. Fu in quell’epoca che il protestante Titus Oates mentì parlando di una «cospirazione papista» ai danni del re e a cui il parlamento diede credito: numerosi cattolici innocenti furono condannati a morte e Claudio fu arrestato per «proselitismo religioso». Quattro anni prima si era visto «coperto di ferri e catene, trascinato in prigione, accusato e condannato per aver predicato Cristo crocifisso». La prigionia minò parecchio la sua salute, già indebolita da una tubercolosi incipiente, ma l’intervento di Luigi XIV gli valse la liberazione e il rientro in Francia nel 1679. Nell’inverno di due anni dopo tornò a Paray-Le-Monial. E poche settimane più tardi, il 15 febbraio 1682, arrivò la sua morte terrena. Così disse santa Margherita a chi lo piangeva: «Smettetela di affliggervi. Invocatelo con tutta la vostra fiducia, perché lui può soccorrerci».

Papa Leone XIV: “Non serve una giustizia minima, serve un amore grande”

Il Papa all’Angelus: “Gesù è venuto in mezzo a noi, ha portato a compimento la Legge facendoci diventare figli del Padre

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , domenica, 15. febbraio, 2026 12:14 (ACI Stampa).

Nel brano evangelico di oggi Gesù “rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli. Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a dare il pieno compimento”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo la preghiera mariana dell’Angelus.

“Il compimento della Legge – ha spiegato il Papa – è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una giustizia superiore che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore”.

“La Legge – ha proseguito Papa Leone – è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.

“Gesù – ha concluso – insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.

“Sono vicino – ha detto il Papa, dopo aver recitato l’Angelus – alle popolazioni del Madagascar colpite a poca distanza di tempo da due cicloni con inondazioni e frane, prego per le vittime e i loro familiari e per quanti anni hanno subito gravi danni, Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare celebrato da miliardi di persone in Asia orientale in altre parti del mondo: questa Gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia, porti serenità nelle case e nella società. Sia occasione per guardare insieme al futuro, costruendo pace e prosperità”. 

🌾🍇LIVE + Benedizione di P.Livio🙏Sesta Domenica del tempo ordinario🙏

IL PAPA CHE CHIUDE IL CONCILIO

Robert Prevost è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così

Matteo Matzuzzi – 14 febbraio 2026

Leone XIV mostra di voler archiviare le sfinenti lotte tra conservatori e progressisti. Va oltre, punta tutto sulla spiritualità e su uomini dal profilo tradizionale che però sanno stare nel mondo

Come gli astrologi nel Rinascimento consultavano le stelle per trarre oroscopi sulla salute del Papa infermo, assicurando che il calcolo renale si sarebbe risolto positivamente o che la gotta avrebbe dato tregua, oggi gli addetti ai lavori studiano i bollettini vaticani per capire gli orientamenti di Leone circa le nomine episcopali in giro per il mondo. Ha scelto un progressista o un conservatore? La reverenda suora è una militante femminista o una pia religiosa dedita all’adorazione perpetua? E poi i discorsi, le omelie, i messaggi: via a compulsare le note a pie’ di pagina, i riferimenti bibliografici: quante volte ha citato Benedetto XVI? Quante Francesco? Quante Giovanni Paolo II, tornato assai in auge, stando al numero dei riferimenti fatti? E’ un gioco che s’è sempre fatto e che serve per inquadrare per quanto possibile – per lo più mediaticamente – il Pontefice di turno: da che parte sta?

Con Leone XIV il lavoro s’è fatto impresa improba, stante l’aplomb riservato dell’agostiniano succeduto al gesuita e al fatto che di suo non esiste neanche un libro o volumetto per tentare di carpire suggerimenti che facciano intravedere una linea, un orizzonte entro il quale azzardare previsioni. Chi è allora Leone? Cosa pensa? “Il mio viso è molto espressivo, ma spesso mi diverto a vedere come i giornalisti interpretano le mie espressioni. Sul serio, voglio dire, è interessante. A volte ricevo, sapete, idee veramente belle da tutti voi, perché pensate di poter leggere la mia mente o il mio volto. E non è così, non avete sempre ragione”, ha detto ai giornalisti che l’accompagnavano nel suo primo viaggio internazionale, in Turchia e Libano.

 Ha dato un’indicazione a chi volesse vestire i panni dell’aruspice: “Un giornalista tedesco mi ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a sant’Agostino, che potremmo leggere per capire chi è Prevost. E ne ho pensati diversi, ma uno di quelli è un libro intitolato La pratica della presenza di Dio. E’ un libro molto semplice, scritto da qualcuno che non scrive nemmeno il suo cognome, frate Lawrence”. Libro che, immediatamente ripubblicato dalla Lev, è andato a ruba. Già prima di Natale risultava introvabile nelle librerie attorno a piazza San Pietro. Frate Lorenzo era un converso carmelitano vissuto nella Francia del Diciassettesimo secolo. Segni particolari, uno: visse totalmente alla Presenza divina. Non era un santo, cadde più volte lungo il suo cammino di conversione. Sbagliò parecchio, provò a fare il cameriere, l’eremita, il soldato. E si ritrovò a “cercare Dio tra le pentole”. Racconterà a un amico che “non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re”. Ancora, “si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio; vi si vorrebbe giungere attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo?”. Frate Lorenzo trovava Dio ovunque e lo poneva davanti a tutto. Porre “uno sguardo interiore fisso su di Lui che dev’essere sempre calmo, dolce, umile e tenero, senza lasciarsi mai prendere da alcun turbamento o inquietudine”. 

Sparire perché rimanga Cristo, insomma. Come da prima omelia papale di Leone, appena eletto nella Cappella Sistina. Nella vita del converso carmelitano si individua un metodo: “Bisogna compiere tutte le nostre azioni con peso, misura e saggezza, senza l’impetuosità o l’avventatezza che rivelano una mente agitata. Si deve lavorare con dolcezza, tranquillità e amorevolezza con Dio, pregandolo d’accettare le nostre azioni”

Pare quasi una risposta a quanti s’attendevano riforme e nomine immediate, decisioni rapide e annunci. Ribaltamenti o conferma dello status quo. Un messaggio per i desiderosi di fare piazza pulita e i granitici assertori della continuità assoluta. Se la Pratica della Presenza di Dio di frate Lorenzo è la cartina al tornasole per capire Leone, è facile intuire che il gioco da astrologi di cui si parlava all’inizio è solo una perdita di tempo. Un agostiniano con un profilo così spirituale se ne sta ben alla larga dal dibattito sul colore e l’orientamento dei vescovi nominati in diocesi o in posizioni curiali. Prevost è oltre, come dimostra il profilo dei pochi presuli che ha chiamato a occupare posizioni di rilievo. Non è lo schieramento ideologico ciò che conta, non è l’essere a favore della sinodalità – o, per fare un esempio opposto, della messa tradizionale – il criterio che porta alle scelte.

Si prenda il profilo del nuovo arcivescovo di New York, mons. Ronald Hicks. Missionario in America centrale, ma di Chicago. Mandato da un campione delle culture war come il cardinale Francis George a formare i seminaristi e fatto poi vicario generale dal cardinale Cupich, successore di George e su posizioni diametralmente opposte. Primo collaboratore di un porporato assai ostile al mondo del conservatorismo liturgico che poi, nella sua piccola diocesi, ha dato a quel mondo totale libertà d’azione (ed è per questo amato e rimpianto). Se ne legga l’omelia d’insediamento pronunciata nella cattedrale di San Patrizio, nessuno spazio a sottolineature socio-politiche, ma tanta spiritualità e un messaggio centrale: “Amo Gesù e amo la Chiesa”. Un profilo così sfugge alle stantie categorie post conciliari e non è facilmente catalogabile.

 Anche a Praga, il nuovo arcivescovo ha esordito con un messaggio non troppo dissimile, puntando tutto sull’unità nella Chiesa, priorità fra le priorità. E lo stesso vale per tante altre nomine, anche in curia. Al prefetto dei Vescovi generalmente apprezzato dalla realtà “conservatrice”, è seguita poi la chiamata a Roma in qualità di segretario del dicastero per il Clero di un arcivescovo “martiniano”. Qualcuno potrebbe dire che è il prezzo che si deve a un’elezione plebiscitaria, dove quasi tutti, d’ogni schieramento, hanno scritto il nome di Prevost sulla scheda elettorale. Un volgare esempio di cerchiobottismo clericale, insomma, come pure si sente sussurrare appena si mette piede in zona Borgo, dando ascolto al chiacchiericcio pettegolo sempre vivo. 

E se invece, anziché una strategia di galleggiamento fosse il segnale d’un vero cambiamento d’epoca? Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti e i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca del Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. Significa cioè che quando Roncalli annunciò il Vaticano II aveva tre anni. Quando terminò, dieci. 

E’ il primo Papa davvero post conciliare e così, forse, si spiega anche la risposta data nell’intervista a Elise Ann Allen sulle dispute liturgiche relative alla messa secondo il rito antico. C’è chi ne è rimasto male, non capendo perché il Papa abbia derubricato la questione a mero uso linguistico del latino – in breve: se uno vuole assistere a una messa novus ordo in latino, benissimo – rimandando a tavoli per approfondire e discutere. Leone è lontano mille miglia da questa battaglia che imperterrita continua da un sessantennio, sa che è motivo di divisione e di conflitto – tant’è che l’ha messo nell’ordine del giorno concistoriale di gennaio –, ma non lo ritiene altro che uno dei tanti elementi che rendono meno unita la Chiesa.

Anche la scelta di delegare al cardinale Fernández il dossier lefebvriano, non rispondendo alla richiesta di incontro con il Superiore generale della comunità che nel 1988 procedette a quattro consacrazioni episcopali in assenza di mandato papale, è un segno di non voler trasformare il tema in una spada di Damocle pendente sul pontificato. 

E’ chiaro che, dopo non pochi mesi di pontificato,  andrebbero cambiate le lenti con cui guardare la missione del Papa. Abbandonando vecchie logiche di schieramento e focalizzandosi su altro. Come sulla scelta di affidare a un monaco trappista di stretta osservanza, il vescovo prelato di Trondheim, Erik Varden, le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima alla curia romana. E’ una scelta personalissima del Pontefice, qui non conta la mediazione di dicasteri, comitati ed equilibri da rispettare. Varden, uomo dalla vocazione tardiva – “Gli araldi della fede fallivano nel far colpo su di me. Provavo orgoglio nel proclamarmi agnostico, un termine che dichiarava l’indipendenza delle opinioni senza esigere poi molto in termini di affermazioni”, scrive ne La solitudine spezzata (Qiqajon, 2019) – che in otto anni è passato dall’essere diacono alla consacrazione episcopale, è uomo di profonda spiritualità e di grande efficacia comunicativa. A conferma ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, del “modello” che più predilige Leone XIV. Un vescovo capace di tenere conferenze sul “Rorate” che si canta in Avvento e di discettare su quel che scrivono Marylinne Robinson e Jon Fosse.

 Uomo nel mondo ma non del mondo, insomma. Un po’ come Prevost, che ha scelto il nome d’un Papa che nottetempo si dilettava a comporre liriche in latino e che al contempo è il primo Pontefice a usare Whatsapp. Leone è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così. Pochi giorni fa, ad esempio, ha scritto una lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Un passaggio, in particolare, ha scatenato le perplessità di quanti (non pochi) auspicavano che il Papa di Chicago archiviasse certe immagini considerate “datate”. Ha scritto Leone che “si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid – e la Chiesa intera –  in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”. 

Sui social, tra i “novatori”, s’è scatenata una gazzarra, tra contestazioni più o meno forti e smarrimento. Perfino un vescovo italiano, mons. Giovanni Checchinato di Cosenza-Bisignano, teologo e autore della propria autobiografia, Omelia per gli invisibili. La storia di un vescovo dove cresce la quarta mafia (all’epoca, nel 2022, era vescovo di San Severo), ha ritwittato su X il seguente commento: “Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione ‘essere alter Christus’ e invece viene addirittura definito dal Papa ‘nucleo più autentico del sacerdozio’”.  Un po’ di insofferenza o di delusione, chissà, per un Papa il cui profilo misterioso inizia a rivelarsi. E non pare collimare con i desiderata manifestati poco meno d’un anno fa. 

Il neopaganesimo della Russia militante

di Stefano Caprio Asia News – 15 Febbraio 2026

I russi vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita. Un fenomeno molto diffuso tra i soldati inviati in Ucraina che affidano le speranze di vittoria a spiriti oscuri più che ai missili e ai droni. 

All’Accademia Teologica Sretenskaja di Mosca si è tenuta la V conferenza scientifico-teologica di “studio delle sette” con partecipazione di relatori a livello internazionale, sul tema del “Paganesimo slavo e neopaganesimo russo”, organizzata dal centro di patrologia dell’Accademia e dalla commissione “per la riabilitazione delle persone che hanno abbandonato l’Ortodossia”, insieme ad altri organismi del patriarcato di Mosca. La prima conferenza su queste tematiche fu organizzata nel 2023, sollecitata dal fenomeno molto diffuso di pratiche occultiste e idolatriche tra i soldati russi che vengono inviati in Ucraina per l’operazione militare speciale, e che affidano le speranze di vittoria agli spiriti oscuri, più che ai missili e ai droni, ignorando i santi ortodossi.

Alla conferenza, tenuta in presenza e in formato on-line, hanno partecipato numerosi ricercatori delle varie facoltà teologiche ortodosse di Russia e di università statali e private da molte regioni della Federazione e dalla Grecia. La relazione iniziale è stata pronunciata da Roman Šiženskij, filosofo del Centro di studio delle religioni e delle politiche etniche dell’università statale Lgu “Puškin” di San Pietroburgo, sul tema del “Paganesimo russo nella Svo: tradizioni e innovazioni”, poi approfondito da quella del teologo Roman Kon sulla “Tematica dell’etnia e del patriottismo nell’Ortodossia e nelle religioni native”.

La questione del neopaganesimo è tornata in primo piano per la connessione con le operazioni militari, evidenziando una deriva paganeggiante della “religione bellica” a cui lo stesso patriarcato ortodosso ha attribuito particolare rilevanza. Si tratta in realtà di una dimensione risalente alle origini stesse del cristianesimo della Rus’, quando il battesimo imposto dal principe Vladimir al popolo di Kiev fu celebrato immergendosi nelle acque del fiume Dnepr, dopo aver gettato in esse tutti gli idoli pagani. In qualche modo il flusso delle religioni antiche e di quella nuova si mischiarono nell’animo dei russi, che vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita, le carestie e le catastrofi naturali, e nei tanti conflitti interni ed esterni con le invasioni e le aggressioni dei (ai) popoli circostanti.

Il capolavoro letterario della Rus’ di Kiev è infatti il “Canto della schiera di Igor”, che racconta della sfortunata campagna del figlio del principe Svjatoslav contro i nomadi della steppa nel 1185, ultimo tentativo di difendere il territorio dai nemici esterni, qualche decennio prima dell’invasione delle orde tataro-mongole. Il poema viene narrato dal “vate Bojan” che col pensiero s’effondeva su per un albero, grigio lupo in terra, cerula aquila sotto le nubi. Oltre alle splendide descrizioni della natura, della flora e della fauna, il vate sprona i figli di Rus’ a spezzare la lancia sul limitar del campo cumano facendosi ispirare da Bojan, usignolo del tempo antico e nipote di Veles, uno degli dèi antichi da cui il termine Vlas, il “potere” alla radice del nome Vladi-mir, “Potere sul mondo”, il più gettonato dal primo principe all’ultimo zar.

Nel cantico si presentano tutti gli idoli di origine scandinava, asiatica e caucasica, Div si riscosse e intimò di tendere l’orecchio a Surož e Korsun, e a te Idolo di Tmitorokan, per sostenere l’assalto dell’esercito di Dažd’bog e di una serie di altri personaggi mitici fino al grande Chors e al Perun, il dio della guerra affondato duecento anni prima nel Dnepr, ma che continuamente risorge per “ridestare la contesa”. Il principe Igor dovette soccombere nella battaglia con i Polovcy venuti dalle terre asiatiche, e l’afflizione s’effuse per la terra russa. Solo allora entra in scena il cristianesimo, prima con le lodi straniere per cui Tedeschi e Veneziani, Greci e Moravi cantano inni di gloria a Svjatoslav e compiangono il principe Igor, finché solo all’epilogo per lui a Polotsk suonarono per il mattutino di buon’ora le campane di Santa Sofia, ed egli a Kiev udì il suono, anche se un’anima di un mago aveva in quel doppio corpo. L’epopea si conclude dunque con un trionfo morale, nonostante la sconfitta: Il sole splende in cielo, il principe Igor è nella terra russa e sale alla Santa Madre di Dio della Torre. Salute ai principi e alla družina che si sono battuti per i Cristiani contro le schiere pagane!

Da queste antiche ispirazioni poetiche i russi traggono motivi di vanto anche nelle campagne di guerra fallimentari, come si è più volte ripetuto nella storia, dalle battaglie contro i tartari fino a quelle contro i popoli baltici, i polacchi e i turchi, perfino nelle vittorie contro Napoleone e Hitler, costate la vita a milioni di russi per proclamare la Vittoria imperitura. Oggi la sensazione della gloriosa sconfitta si ripete nella guerra in Ucraina, dove la Russia sacrifica centinaia di migliaia di vite umane senza di fatto realizzare alcuna vera conquista, ma proclamando la grande vittoria dei “valori tradizionali” contro la depravazione dei pagani occidentali. Dopo l’anno 2025, dedicato alla celebrazione degli 80 anni della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, nel 2026 il presidente Putin ha proclamato l’Anno dell’unità dei popoli della Russia insieme alla “memoria delle vittime del genocidio del popolo sovietico”, risalendo la storia fino alla “schiera di Igor” che unisce tutti nella tragedia, e illumina i motivi della grandezza dei russi nei confronti dei popoli vicini e lontani.

Il fenomeno della sovrapposizione tra cristianesimo e paganesimo non è certo una dimensione esclusiva dell’Ortodossia russa, avendo attraversato i primi secoli del cristianesimo in tutto l’impero romano e oltre. Mentre le Chiese antiche hanno assimilato e “depurato” la fede cristiana dagli antichi culti greco-romani e orientali nel corso del tempo, con i concili ecumenici per determinare i confini del dogma autentico, i russi hanno invece vissuto la coesistenza delle tradizioni dei padri con la nuova istituzione religiosa, senza riuscire a fissare le differenze negli animi dei fedeli, tanto che oggi è molto di moda tra i giovani la maglietta con la scritta “Non sono un servo di Dio, ma un erede degli dèi degli avi”.

La diffusione di culti paganeggianti nella nuova Russia post-sovietica è rimasta sotto traccia per molto tempo, rivelandosi solo con sporadiche lamentele della Chiesa ortodossa su feste e orge locali in varie regioni della Russia, variando dalla “religione degli avi” fino ai “movimenti nazionalisti distruttivi”. Nel 2021 il rappresentante del patriarcato per le relazioni con la società, Vakhtang Kipšidze, dichiarava che “per quanto possiamo conoscere, il fenomeno del neopaganesimo assume caratteri molto diversi e tra loro diametralmente opposti, non vediamo niente che unisca i neopagani”, ciò che invece sta avvenendo con la guerra, nonostante il grande impegno dei cappellani militari per la “purificazione” e la glorificazione dei combattenti. In generale, il richiamo alle religioni diffuse nella Rus’ prima del Battesimo cristiano appare piuttosto una costruzione di fantasia, usando fonti decisamente poco credibili per innalzare un Pantheon di dèi più simili ai personaggi dei film che a un’antica filologia religiosa, con amuleti e vestiti piuttosto grotteschi.

Alcune tendenze neopagane esaltano il naturalismo contro la civiltà supertecnologica, proponendo il “ritorno alle radici” e all’armonia della natura, come nei versi dell’antico poema di Igor o nelle storie degli gnomi, degli elfi e degli hobbit di Tolkien. Lo storico delle religioni Aleksej Gajdukov ricorda che “il paganesimo è un termine cristiano per definire le religioni non abramitiche, mentre il neopaganesimo o nuovo paganesimo è un fenomeno contemporaneo, che si sviluppa proprio in seguito all’interruzione di tutte le tradizioni religiose”. La trasmissione delle usanze e credenze del paganesimo antico è stata superata e annullata nel primo millennio cristiano, ma proprio la Russia, che si è battezzata alla vigilia del secondo millennio, le ha conservate più di ogni altro popolo, tanto che si mantenevano vive perfino nella fase dell’ateismo sovietico, che a sua volta finiva per assomigliare a una religione pagana.

L’imposizione dell’Ortodossia di Stato nella Russia putiniana ha suscitato forme particolari di radicalismo paganeggiante, di coloro che vogliono distinguersi affermando “noi non siamo come i cristiani”, fino ai monaci super-ortodossi che mostrano come “noi siamo i veri cristiani”. Si ricorda la storia dell’ex-igumeno Sergij (Romanov), arrestato a fine 2020 nel suo monastero di Sredneuralsk, dove aveva costituito la sua particolare “Chiesa No-Vax” con le sue 150 monache che danzavano nel bosco contro ogni restrizione, esaltandosi come “profeta dell’Apocalisse” che istigava i fedeli a resistere alle “forze dell’Anticristo”, tra cui egli annoverava lo stesso patriarca di Mosca Kirill, che avevano diffuso il Covid per “cancellare l’immagine divina” nelle persone.

La goccia che aveva fatto traboccare il calice della pazienza nelle autorità civili e religiose era stato l’ultimo video con un’omelia di Sergij, in cui egli chiedeva a diversi suoi fedeli, compresi alcuni bambini, se fossero pronti a “morire per la Russia”, con espliciti inviti al suicidio. Oggi è proprio il patriarca Kirill che invita a pregare per la vittoria nella guerra, dichiarandosi pronti a dare la vita per la Patria contro l’Anticristo dell’Occidente in Ucraina. Il neopaganesimo è la religione che sostituisce l’amore di Cristo con l’odio e la violenza, e la Russia dei due Vladimir, Putin e Kirill, ritorna di fatto a venerare il Veles, il dio del potere che distrugge il mondo intero.

🔴LIVE🔴 DESIDERIO DI DIO – PUNTATA 13: Il figlio prodigo – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


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