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"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

FARE PACE IN IRAN CONVIENE A TUTTI

di Federico Rampini| 11 aprile 2026 – Correre della Sera – 2 Aprile 2024

Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia

Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale.

Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.

La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele.

 Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.

Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.

Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.

Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche.

Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).

Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro.

Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

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“L’umanità non troverà Pace
finché non si rivolgerà con fiducia
alla mia misericordia”
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VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina.

Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione.

Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono.

Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro.

Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio.

 Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo.

Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!

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La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” – n°5

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