Non si può affrontare la navigazione della vita con la prospettiva di affondare.

Nella società come quella di oggi, nella quale la fede in Dio si è oscurata, molti pensano che il fine della vita sia quello di prolungarla il più possibile.
Effettivamente l’umanità attuale ha avuto un certo successo, in quanto la media del vivere si è un po’ prolungata.
Non bisogna però dimenticare la considerazione del salmista: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Salmo 89, 10).
C’è da chiedersi che senso abbia faticare, soffrire, lottare e poi morire, intendendo la morte come la si concepisce oggi, cioè come il dissolversi della persona in un pugno di polvere.
In questa prospettiva è difficile motivare la vita perché, anche se ti appassioni a costruire qualcosa di bello, di buono e di utile, alla fine la morte si divora ogni cosa.
E’ vero che molti riescono a dare un senso al loro sudore e alle loro lacrime, prospettando una vita migliore per i propri figli e le persone che amano.
E’ la considerazione di molte persone anziane che ho incontrato, contente per dato una sicurezza economica e una considerazione sociale alla loro discendenza.
Si tratta evidentemente di piallativi che non possono dare un senso e un valore alla vita umana e alla sue esigenze di assoluto.
I crolli esistenziali, oggi sempre più frequenti anche nelle giovani generazioni, dimostrano che la riduzione dell’uomo alla sola prospettiva animale lo svuota e lo soffoca.
Domande sul fine e sul senso della vita non si possono eludere, non si possono sopprimere, non si possono archiviare.
Non si può affrontare la navigazione della vita con la prospettiva di affondare, ma solo con la certezza di un porto, oltre il tempo e la morte, a cui approdare.
(11 Dicembre 2022)