





LA VEGLIA PROSEGUE CON LA PROCESSIONE VERSO IL GETZEMANI






LA VEGLIA PROSEGUE CON LA PROCESSIONE VERSO IL GETZEMANI
CI VUOLE UN TIR DI ROSARI
NON SI VA IN PARADISO IN CARROZZA
SONO MOLTO ATTIVE ANCHE DURANTE LE FERIE



Appunti inediti di Carlo Acutis: “Così si ascolta la voce di Dio”
Se umanamente ci si mette in ghingheri per parlare con un’autorità, perché non cercare di fare altrettanto quando ci si vuol mettere in contatto con il Signore?”
«Invocare Dio? Si fa presto a dire. Ci vuole tanta energia, fiducia, amore, assiduità, diligenza, sofferenza, se si vuole invocare con profitto il Signore. È vero, si può farlo spontaneamente, istintivamente, emotivamente, ma si corre il rischio di non riuscire. Si può fare un buco nell’acqua».
Se umanamente ci si mette in ghingheri per parlare con un’autorità, perché non cercare di fare altrettanto quando ci si vuol mettere in contatto con il Signore? Certamente i canoni non sono gli stessi, ma i sistemi di approccio possono benissimo somigliarsi. Dunque rivolgersi. E come? Pensando chi? L’Essere. Un piccolo essere si rivolge all’Essere. Un finito all’Infinito. Un momento all’Eterno. Un ignorante all’Onnisciente».
Dio e il silenzio
Questo pensiero «fa tremare le vene e i polsi» a Carlo. «Mi si dice che Dio vuole essere chiamato Padre. Ha pensato l’uomo, l’ha voluto, l’ha creato, l’ha elevato e adottato. Rimescolio di sentimenti, confusione di parole, farfugliamenti, balbettii. E poi…? E poi ci si rivolge».
Il migliore modo per rivolgersi a Dio, allora, è il «silenzio». «Silenzio di eternità. Silenzio di attesa. Silenzio di amore – scrive Carlo – Grande cosa è il pregare. Accolgo dalla bocca del Signore la parola di consolazione. Parola di consolazione, parola che consola. Parola che conforta, parola che fortifica, parola che illumina, parola che riscalda, parola che rinsavisce, parola che risuscita».
La “grande grazia”
Dio, conclude Carlo, «è la verità, e questa non ha bisogno di vocaboli, si esprime da sé. Da sé rivela ogni verità. La voce dell’uomo è aspra, è prepotente, è arrogante, è superba, è impaziente, è intrattabile, è violenta. Avvezzarsi alla voce di Dio è una grande grazia. Significa dare retta alla Verità».
«Allora l’intelligenza, il cui oggetto è il vero, viene a trovarsi nella sua area, consuona finalmente con il Cielo. Si fa cittadina ante tempus dell’Eternità. Sostanziandosi di verità, l’intelligenza viene ad essere potenziata al massimo e al meglio; raggiungendo il suo scopo viene a trovarsi in zona di ricezione dell’Infinito. La verità diventa il suo cibo, la sua bevanda».
Tendere l’orecchio per ascoltare la Parola di Dio
In altri appunti, Carlo torna sulla «Parola di Dio», «Parola di vita eterna».
«Bisogna convincersi – afferma il giovane Acutis – che Dio da sempre comunica con noi e vuole essere sempre in contatto con noi. Se questo invito a comunicare con Lui è vero perché non accettarlo? Rispondiamo a questo invito. Come? In ogni maniera. Quando? Sempre. Dove? Ovunque. Per quanto? Per sempre. Attivare il contatto è facile, quasi istintivo Tendere l’orecchio, cioè lo spirito, e ascoltare e parlare al momento giusto e non interrompere, lasciar parlare, dialogare, colloquiare, essere presenti, essere disponibili».
“Gesù mi invita a lasciare tutto e farmi suo seguace”
Fuori del Signore, osserva il giovane beato, «è rumore, scompiglio, lite, guerra. Con Dio tutto è ordine, tutto è in ordine. Dio è l’Essere e con l’Essere la vita. Non l’esistenza, che è un qualcosa a tempo, al limite, ma la vita che è essere in eternità. Che altro sono le cose corporali se non illusioni? E a che gioveranno tutte le creature se sarai abbandonato dal Creatore? Gesù mi invita a lasciare tutto e a farmi suo seguace. Gesù Cristo ci parla dentro e dovremmo ascoltarlo e seguirlo in tutto».
Le altre voci, conclude Carlo, «sono veramente nulla, inane è il loro esistere. Vibrazioni d’aria, sollecitazione al nulla, sollecitazioni da nulla. La coscienza svegliata dalla voce di Dio si sente estremamente interessata perché capisce che si è nel vero e che bene si fa ad ascoltarla e seguirla. Seguire questa voce è impostare l’esistenza in direzione della vita eterna.
Ecco 10 Frasi di Carlo Acutis per ispirarti nella Vita Quotidiana!
Il Santo adolescente ha amato profondamente l’Eucaristia e la Madonna, pregava il Rosario e andava a Messa tutti i giorni!
10 Frasi di Carlo Acutis per ispirarti nella Vita Quotidiana
1) “L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo”
2) “La nostra anima è come una mongolfiera. Se per caso c’è un peccato mortale, l’anima ricade a terra. La confessione è come il fuoco (sotto il pallone)…È importante confessarsi spesso”
3) “Chiedi continuamente aiuto al tuo Angelo Custode che deve diventare il tuo migliore amico”
4) “Tutti nascono originali, ma molti muoiono fotocopia”
5) “Offro le sofferenze che dovrò patire al Signore per il Papa e per la Chiesa”
6) “Non abbiate paura perché con l’incarnazione di Gesù, la morte diventa vita, e non c’è bisogno di scappare: nella vita eterna ci aspetta qualcosa di straordinario”
7) “La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. L’Infinito è la nostra Patria. Da sempre siamo attesi in Cielo”
8) “La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”
9) “L’unica cosa che dobbiamo chiedere a Dio nella preghiera è la voglia di essere santi”
10) “Che giova all’uomo vincere mille battaglie se poi non è capace di vincere se stesso?
⭐⭐DA MARTEDI SARÀ POSSIBILE ACCEDERE ALLA NOSTRA CAPPELLA PER LA VENERAZIONE, NEI SEGUENTI ORARI: DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ DALLE H.9.00 ALLE 12 e DALLE H 14.00 alle 16.00🙏🙏
Prima dell’Angelus di oggi, domenica 10 agosto, il Papa ha commentato l’invito di Gesù “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina”. (@Vatican Media)
Il Papa: la vita non è un oggetto di consumo ma dono per il bene degli altri
All’Angelus Leone XIV si è soffermato sul modo più proficuo di investire la propria vita: non perdete nessuna occasione per amare, in famiglia, in parrocchia, a scuola e nei luoghi di lavoro con prontezza e sensibilità
Daniele Piccini – Città del Vaticano
Le opere di misericordia sono la banca più sicura e redditizia dove affidare il tesoro della nostra esistenza, perché lì, come ci insegna il Vangelo, con due spiccioli anche una povera vedova diventa la persona più ricca del mondo.
Con queste parole Papa Leone XIV ha commentato, prima della recita dell’Angelus, il Vangelo di oggi, domenica 10 agosto, sottolineando l’invito di Gesù a riflettere “su come investire” al meglio “il tesoro della nostra vita”.
Radicalità nel dare
Cristo, che nel passaggio del Vangelo, si trova in cammino verso Gerusalemme, “dove sulla croce offrirà se stesso per la nostra salvezza”, ci esorta alla stessa radicalità con cui lui vive la sua vita: “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina”. “I doni che Dio ci ha fatto”, ha spiegato il Pontefice, vanno “impiegati con generosità per il bene degli altri” e non tenuti solo “per noi”. “Si tratta – ha chiarito Leone XIV – non solo di condividere le cose materiali di cui disponiamo, ma di mettere in gioco le nostre capacità, il nostro tempo, il nostro affetto, la nostra presenza, la nostra empatia”.
Spendersi nelle relazioni
Questo dono di sé agli altri è proprio ciò che fa di noi, “nei disegni di Dio, un bene unico, senza prezzo, un capitale vivo”. Al contrario, non investire la propria vita, rischia di “inaridirla” e “svalutarla” a mero “oggetto di consumo”. “Il dono di Dio che siamo” ha bisogno, ha argomentato ancora il Pontefice, di essere speso nella libertà e nella relazione “per realizzarsi ed esprimersi”.
La ricchezza che si crea, in questo processo di donazione di sé, ha lo stesso coefficiente di moltiplicazione del piccolo investimento della “povera vedova” che, con un nulla, donando solo “due spiccioli” nella cassa del Tempio, riesce a guadagnare tutto. “Uno sarebbe già contento se da una libbra di bronzo ne ricavasse una d’argento, o da una d’argento una d’oro – ha detto il Papa citando il Sermone 390 di Sant’Agostino – ma da quello che si dà si riceve qualcosa di realmente diverso, non oro o argento, ma la vita eterna”.
Non perdere occasioni per amare
Se, da un lato, il premio in palio è così alto, e se, dall’altro, il rischio di svalutazione è così reale, allora, ammonisce il Pontefice, dobbiamo stare attenti a “non perdere nessuna occasione per amare”, “in famiglia, in parrocchia, a scuola e nei luoghi di lavoro, ovunque siamo”. “Questa è la vigilanza che ci chiede Gesù – conclude Leone XIV – abituarci ad essere attenti, pronti, sensibili gli uni verso gli altri come Lui lo è con noi in ogni istante”.
In ultimo il Papa ha affidato a Maria, Stella del mattino, il nostro desiderio ed impegno di vigilanza:
Ci aiuti lei ad essere, in un mondo segnato da tante divisioni, ‘sentinelle’ di misericordia e di pace, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II e come ci hanno mostrato in modo così bello i giovani venuti a Roma per il Giubileo.
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