DOMENICA 28.M DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici, Buona Domenica! 

Che la luce di Cristo Risorto avvolga la vostra anima e il suo amore ricolmi di gioia il vostro cuore.

Oggi qui è una giornata  buia e piovosa, ma  oltre  le nuvole il sole come  sempre  risplende. Così è lo svolgimento della vita che alterna momenti  agitati ad  altri sereni nel nostro pellegrinaggio verso il Cielo.

Gesù e  Maria  ci attendono alla Santa Messa  domenicale  per rinvigorire  nostre  forze  con  la Parola di Dio e il pane di vita  dei quali non possiamo assolutamente  fare ameno.

Il Vangelo ci racconta  la guarigioni di Gesù  fa  di dieci lebbrosi invitandoli a recarsi dai sacerdoti del Tempio per avere il libello di guarigione. 

Uno solo però ritorna a ringraziarlo ed era  un  samaritano,  uno straniero.

Chiediamoci quante volte  ringraziamo Dio per tutti i suoi doni, per  la grazia della vita, della fede e di tutti i suoi interventi nella  nostra vita quotidiana. Chi ringrazia ottiene nuove grazie.

A volte sono i più lontani che sentono il bisogno di ringraziare Dio perché  li aiuta nonostante non  lo meritano e per  questo si riavvicinano a  Lui,  accogliendo la grazia della  fede

Che  la nostra vita  sia  un grazie quotidiano per  l’amore senza limiti che Dio  ci dona.

Vostro Padre  Livio

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2007

Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero, torna a ringraziarlo (cfr Lc 17, 11-19). A lui il Signore dice: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc 17, 19). Questa pagina evangelica ci invita ad una duplice riflessione. Innanzitutto fa pensare a due gradi di guarigione: uno, più superficiale, riguarda il corpo; l’altro, più profondo, tocca l’intimo della persona, quello che la Bibbia chiama il “cuore”, e da lì si irradia a tutta l’esistenza. La guarigione completa e radicale è la “salvezza”. Lo stesso linguaggio comune, distinguendo tra “salute” e “salvezza”, ci aiuta a capire che la salvezza è ben più della salute: è infatti una vita nuova, piena, definitiva. Inoltre, qui Gesù, come in altre circostanze, pronuncia l’espressione: “La tua fede ti ha salvato”. È la fede che salva l’uomo, ristabilendolo nella sua relazione profonda con Dio, con se stesso e con gli altri; e la fede si esprime nella riconoscenza. Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora l’aprirsi dell’uomo alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: “grazie”!

Gesù guarisce dieci malati di lebbra, infermità allora considerata una “impurità contagiosa” che esigeva una purificazione rituale (cfr Lv 14, 1-37). In verità, la lebbra che realmente deturpa l’uomo e la società è il peccato; sono l’orgoglio e l’egoismo che generano nell’animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell’umanità, nessuno può guarirla se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte viene sanata interiormente dal male.