Autore: Padre Livio Fanzaga Pagina 215 di 1172

Programma di Padre Livio – Lunedì 13 Aprile 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 8.55 – 9.15: ALMANACCO DELLA FEDE
La tentazione di rimuovere la fede e di vivere senza Dio
È la tentazione più antica, che risale alle origini
È la tentazione con le peggiori conseguenze esistenziali
Oggi è la tentazione più diffusa e più pericolosa
Al posto della Verità le ideologie devastatrici
Al posto della Libertà la schiavitù del male
Al posto della Felicità la disperazione
La chiamata di Maria alla fede, alla conversione e alla preghiera
h. 9.15: LA CITAZIONE DEL GIORNO (5)
Tratta dal Libro: Senza Dio non c’è futuro
h. 9.15 – 9.35: NOTIZIE DAL MONDO
Le parole del Papa alla veglia di preghiera
Blocco navale USA ai porti dell’Iran
h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla preghiera (93)
h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE
35. I martiri che testimoniano la fede
Il martirio cristiano è una possibilità insita nella testimonianza della fede
Gesù e Maria in un modo diverso hanno vissuto questo martirio
Anche la Chiesa nel tempo ha costantemente sperimentato il martirio
Oggi il martirio è una realtà sempre più estesa in ogni parte del mondo
Infatti è perseguitata dai pagani e dagli ex cristiani
Il tempo dei Segreti vedrà il primo combattimento escatologico che coinvolgerà la Chiesa
A chi viene donata questa grazia speciale verrà donato anche la forza e il coraggio
Il martirio per la fede purifica radicalmente l’anima che viene accolta subito in paradiso.
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: SENZA DIO NON C’E’ FUTURO
Libro di Padre Livio: Senza Dio non c’è futuro (13 puntata)
BLOG: blogdipadrelivio.it
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La preghiera per la pace, e l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano, domenica 12 aprile 2026, 12:16 (ACI Stampa).
“L’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana” dice Papa Leone XIV prima della recita della preghiera mariana del Regina Coeli. E ricorda la sua partenza per l’ Africa dove “alcuni Martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i Martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede”. Perché “é attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano “mani del Risorto”, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.
Nel commento al Vangelo di oggi seconda Domenica di Pasqua, dedicata da San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, il Papa parla del nostro incontro con Gesù: “dove trovarlo? Come riconoscerlo? Come credere?” E “certo, non è sempre facile credere. Non lo è stato per Tommaso e non lo è neanche per noi. La fede ha bisogno di essere nutrita e sostenuta. Per questo, nell’“ottavo giorno”, cioè ogni domenica, la Chiesa ci invita a fare come i primi discepoli: a riunirci e a celebrare insieme l’Eucaristia”. Conclude il Papa : “in un mondo che ha tanto bisogno di pace, questo ci impegna più che mai ad essere assidui e fedeli al nostro incontro eucaristico con il Risorto, per ripartirne come testimoni di carità e portatori di riconciliazione. Ci aiuti a farlo la Vergine Maria, beata perché, per prima, ha creduto senza vedere”.
Dopo la preghiera Leone XIV torna sul tema della pace e ricordando la Pasqua per le Chiese ortodosse dice: accompagno quelle comunità con più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino.
La luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra. Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio.
Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica.
Mercoledì prossimo si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano? Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino senza precondizioni un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida.
Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini, in particolare ai fedeli che hanno celebrato la Domenica della Divina Misericordia nel santuario di Santo Spirito in Sassia” e conclude “domani partirò per un viaggio apostolico di dieci giorni in quattro paesi africani, Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.Vi chiedo, per favore, di accompagnarmi con le vostre preghiere. Grazie. Buona Domenica a tutti!”

di Stefano Caprio Asia News – 12 Aprile 2026
Era stato promesso ai russi un futuro ad alta tecnologia. Oggi si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.
I nuovi controlli e limitazioni alla rete mobile internet, insieme a molte altre misure repressive, stanno creando una situazione sempre più grave di conflitto nella vita dei russi, che viene percepita come una “contrapposizione tra lo Stato e la persona”, come la definisce Andrej Kolesnikov, editorialista di Novaja Gazeta, e lo scontro finale si annuncia nei confronti della diffusione dell’intelligenza artificiale.
Come commenta Kolesnikov, “nessun classico del teatro dell’assurdo potrebbe descrivere una sola giornata nella Russia di oggi. Semplicemente, manca l’immaginazione, e la vita non si limita a imitare vilmente la finzione artistica, ma la appiattisce”. Si presenta come esempio l’agenzia responsabile che scolpisce nella pietra una formula per descrivere lo stato dell’economia russa: “La deviazione al rialzo dalla traiettoria di crescita equilibrata è in diminuzione”. Sarebbe stato molto più semplice parlare di “crescita negativa”, un concetto al limite del comico. Oppure il senatore Anatolij Artamonov, che avrebbe trovato una fonte non tanto per ridurre la spesa pubblica, quanto per quella che viene definita la totale militarizzazione della spesa pubblica, descritta con il neologismo di prioritizatsia (“prioritarizzazione”), proponendo di abolire le case di riposo e affidare gli anziani alle cure familiari, per “risparmiare denaro”.
Il direttore della casa editrice Eksmo, Evgenij Kapiev, ha diffuso una modalità “familiare” di chiamare l’intelligenza artificiale come Iiška, da “II – Iskustvennyj Intellekt”, con il suffisso vezzeggiativo per i bambini. Gli editori la usano ormai sistematicamente per controllare le opere letterarie alla ricerca di “pidocchi” che inseriscono nei testi delle “sostanze stupefacenti”, come la sostanza nociva nel cognome dello scrittore Denis Dragunskij, cioè la radice “drag”, che in altre lingue significa “droga” (ma anche “medicina”). Il sogno di un’IA ortodossa sovrana, perpetrato dall’oligarca ortodosso sovranista Konstantin Malofeev, si sarebbe quindi avverato: a giudicare da questo caso, la rete neurale domestica, addestrata come un pastore tedesco in un campo per individuare i bersagli nemici, replica il cervello e la coscienza del burocrate medio, proibendo i libri di Dragunskij come “droghe proibite”.
Poiché nella Russia moderna si è già diffusa la pratica di pubblicare programmi di sala senza il nome dell’autore, anche i libri possono essere pubblicati senza il nome dell’autore, oppure oscurando le lettere drag con vernice nera. Gli editori ricorrono ancora all’oscuramento, sia come forma di autocensura, sia come protesta contro la censura. Di fatto la Russia è già sprofondata nell’anti-utopia, e “la cosa peggiore è che abbiamo cominciato ad adattarci ad essa”, afferma Kolesnikov. Certo la disconnessione da internet e dai messenger è un’esperienza scioccante, ma d’altra parte nessuno si è particolarmente stupito che si sia arrivati a questo, in quanto lo Stato è ormai penetrato nel profondo delle coscienze dei cittadini russi.
La vita in Russia si è trasformata in una guerra civile permanente tra lo Stato e le persone, e si supera ormai l’illusione che le autorità statali possano offrire alla società un benessere ideale e artificiale, diventando invece una dittatura sempre più sistematica e invasiva. Il ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media prevede di aumentare la capacità delle contromisure tecniche a 954 Tbit/s entro il 2030, stanziando 14,9 miliardi di rubli (150 milioni di euro) per il relativo progetto federale. Questa capacità consentirà l’analisi di tutto il traffico della rete RuNet, con margini di crescita naturale, l’ampliamento delle misure di blocco e l’emergere di nuovi metodi per eluderle. Era stato promesso un futuro ad alta tecnologia, che si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.
Gli infiniti aggiustamenti, adattamenti e le difficili condizioni psicologiche portano la popolazione sempre più alla stanchezza. Dopo un’artificiale ondata di passione durata quattro anni, subentra inevitabilmente un declino emotivo. Secondo i dati di monitoraggio dell’Istituto di Psicologia dell’Accademia Russa delle Scienze, all’inizio del 2026 circa il 42% degli intervistati riportava sintomi di depressione, mentre il 27% soffriva di attacchi d’ansia. Le cause sono il “conflitto” prolungato e l’incertezza economica e finanziaria. La società russa è una società stanca, una società di sopravvivenza, non di sviluppo.
Sorge spontanea la classica, maledetta domanda russa: “Perché?”. Era davvero impossibile vivere normalmente? Di fatto si è rivelato impossibile. La logica dell’esistenza e dell’autosviluppo di un regime politico rigidamente autoritario, con i suoi fantomatici dolori imperiali, presuppone la degenerazione dell’autoritarismo in una forma non classica di pratiche totalitarie, un totalitarismo ibrido che tende continuamente a perfezionarsi, ad ampliarsi e a impadronirsi delle coscienze.
Esistono dei limiti allo sviluppo di una distopia? Esistono delle linee rosse? Per ora, sono invisibili a causa di questa capacità di adattamento, assolutamente illimitata. Del resto nessuna intelligenza artificiale, nemmeno se fosse tre volte ortodossa ed emulasse le menti di Dugin, Malofeev e Prilepin messe insieme, è in grado di prevedere il corso degli eventi in una società in cui lo Stato spende somme incredibili in “prodotti metallici finiti” e nella “capacità dei mezzi tecnici di contrastare le minacce”, e nient’altro le interessa.
La scorsa settimana il centro analitico di Stato Vitsom ha organizzato a Mosca la XVI Conferenza sociologica Grušinskaja, così chiamata in onore del filosofo e sociologo russo-sovietico Boris Grušin, scomparso nel 2007, per cercare risposte su “come costruire il futuro della Russia”. Si sono radunati molti sociologi e altri esperti, e l’incontro è iniziato con la dichiarazione che il futuro, che fino a poco tempo fa nel discorso ufficiale era sinonimo della romantica parola “sogno”, non è più “futurologia astratta” né appannaggio esclusivo degli scrittori di fantascienza, sebbene anche questi ultimi abbiano avuto un ruolo significativo nella sessione. La costruzione del futuro viene ora presentata in modo più concreto, come una questione di sicurezza nazionale e di sovranità della coscienza. Particolare attenzione è rivolta ai giovani: di fronte all’incertezza economica, essi tendono ancora a prendere le distanze dal futuro.
Come ha affermato uno dei partecipanti, Sergei Volodenkov, direttore dell’Istituto di Architettura Sociale, viviamo in un’epoca di profondi cambiamenti, “e in tali condizioni l’immagine del futuro sta diventando uno strumento chiave per lo sviluppo nazionale”. Non è un caso che le guerre dell’informazione odierne non si combattano tanto per il territorio quanto “per l’immagine del futuro”, ha dichiarato Volodenkov, che ha poi spiegato che la “sovranità della coscienza” oggi dipende da chi costruisce le immagini del futuro, e in che modo. La costruzione spontanea di immagini del futuro, soprattutto se accompagnata da presupposti negativi al riguardo, può portare alla destabilizzazione sociale. A giudicare dalla sua presentazione, lo stesso accade quando immagini negative del futuro vengono imposte dall’estero. “Il vincitore è colui che è in grado non solo di rispondere alle sfide, ma di plasmare gli orizzonti del futuro”, ha concluso Volodenkov. Secondo lui “oggi dobbiamo elevare questa questione al livello della sicurezza nazionale”, in quanto “nel XXI secolo sta emergendo un nuovo tipo di potere: il potere di plasmare il futuro. Chi controlla l’immagine del futuro controlla il presente”.
Un altro intervento ha suscitato scalpore, quello del deputato della Duma di Stato Aleksandr Borodaj, secondo il quale “siamo entrati in un’era di guerra, sarà una guerra lunga e sanguinosa; la guerra diventerà presto la norma, non più l’eccezione”, o per dirla in un altro modo “la guerra rappresenta la massima pressione su tutte le forze della società”. Di conseguenza, secondo Borodaj, “la guerra spinge con forza il progresso, tecnico, organizzativo e sociale”. L’accento viene ancora una volta posto sul fatto che questa è una guerra per il futuro, e con questi sentimenti la Russia sta celebrando il mistero della Pasqua cristiana, cercando una rinascita nel futuro artificiale creato dal Cremlino.
di Federico Rampini| 11 aprile 2026 – Correre della Sera – 2 Aprile 2024
Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia
Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale.
Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.
La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele.
Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.
Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.
Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.
Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche.
Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).
Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro.
Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.
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“L’umanità non troverà Pace
finché non si rivolgerà con fiducia
alla mia misericordia”
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