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4 Novembre 2026 ore 12:35
La devozione alle anime del Purgatorio fa parte della tradizione della Chiesa ed è riservata in particolare al mese di novembre. Essa ci ricorda innanzitutto che la Chiesa cattolica, che è l’unica Chiesa di Cristo, è composta di tre chiese: la Chiesa trionfante, formata dai beati in Paradiso, la Chiesa militante, formata da coloro che combattono sulla terra e la Chiesa purgante, formata da coloro che si purificano in Purgatorio.
La dottrina del Purgatorio, negata dai protestanti e messa in dubbio dai modernisti, è radicata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione ed è stata definita soprattutto dai Concili di Firenze e di Trento. Essa manifesta insieme la giustizia e la misericordia divine: il perdono dei peccati rimette la colpa, ma può lasciare conseguenze e pene temporali da espiare. La purificazione libera l’anima da ogni residuo attaccamento disordinato alle creature. È infatti parola di Dio nel cap. 21 dell’Apocalisse: «Nel Regno dei Cieli non entrerà nulla di impuro». Il Purgatorio è dunque il luogo e lo stato di coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma non sono ancora pienamente purificati. Queste anime sono certe della salvezza eterna: devono però raggiungere la santità necessaria per contemplare il Signore faccia a faccia. Sono chiamate anime sante perché appartengono definitivamente a Dio, non possono più peccare e non perderanno mai la sua amicizia.
La loro pena principale consiste nel ritardo della visione beatifica. L’anima desidera Dio con un’intensità che sulla terra possiamo appena immaginare: sa che soltanto in Lui troverà il proprio compimento, ma non può ancora contemplarlo. Accoglie tuttavia la purificazione nella piena adesione alla volontà divina. Soffre perché attende Dio, ma attende senza il timore di perderlo.
San Tommaso spiega che «l’acerbità della pena risponde propriamente alla gravità della colpa, mentre la durata dipende dal radicamento della colpa nel soggetto, per cui può accadere che rimanga più a lungo in purgatorio uno che soffre di meno, e viceversa» (Super Sententias, IV, d. 21, q. 1, a. 3, qc. 3, ad 1).
L’«acerbità» della pena indica l’intensità della sofferenza, che è proporzionata alla gravità della colpa commessa. La durata della purificazione corrisponde invece alla tenacia dell’attaccamento alle proprie mancanze, da cui l’anima deve essere liberata. Piccole vanità o risentimenti coltivati a lungo possono radicarsi profondamente; colpe più gravi, sinceramente detestate, possono invece lasciare una pena da espiare senza un attaccamento altrettanto tenace. Intensità e durata non coincidono necessariamente. Per questo dobbiamo combattere anche quei difetti quotidiani che, tollerati, finiscono per mettere radici nel cuore.
È verità di fede che le anime purganti possono essere aiutate dai suffragi dei viventi, attraverso le preghiere, le elemosine, le opere di carità, la penitenza, le indulgenze e soprattutto il Santo Sacrificio della Messa. Le anime del Purgatorio hanno concluso il tempo della prova terrena. Non possono più acquistare nuovi meriti, ricevere i Sacramenti o guadagnare indulgenze. Possono però ricevere il soccorso dei nostri suffragi. Per questo la Chiesa ci esorta a non dimenticarle. Queste anime sono vive, unite a Dio, ma anche a noi, nella carità. La morte ha tolto loro la possibilità di meritare, ma non quella di amare. L’affetto per i propri cari non è cancellato dalla separazione dal corpo. La reciprocità di carità si manifesta in uno scambio di preghiere: noi supplichiamo Dio di accoglierli nella luce ed essi possono intercedere per i nostri bisogni spirituali e materiali.
Ma che cosa conoscono le anime del Purgatorio delle nostre vicende? San Tommaso spiega che le anime separate, prive dei sensi del corpo, secondo la loro conoscenza naturale, non dimenticano coloro che hanno amato, ma non conoscono ciò che a loro accade sulla terra dopo la loro morte. Possono però averne cura, pregando e intercedendo per loro, anche se ne ignorano la condizione presente, così come noi preghiamo per i defunti senza sapere se abbiano ancora bisogno dei nostri suffragi o siano già nella gloria. Tuttavia san Tommaso aggiunge che Dio può far conoscere a queste anime le vicende dei vivi attraverso le anime che le raggiungono in Purgatorio, oppure mediante gli angeli o anche per una rivelazione divina (Summa Theologiae, I, q. 89, a. 8, ad 1). Dio può permettere dunque che conoscano ciò che facciamo, così come a noi permette di conoscere attraverso tante testimonianze la loro presenza.
A Roma, sul lungotevere Prati, una chiesa dalle guglie sottili sembra innalzare verso il cielo una silenziosa supplica. È la chiesa neogotica del Sacro Cuore del Suffragio. Accanto alla sacrestia custodisce il Museo delle Anime del Purgatorio: una piccola raccolta che richiama il visitatore alle grandi realtà dell’eternità. La sua origine è legata al sacerdote francese Victor Jouet e a un episodio avvenuto il 15 novembre 1897. Un incendio divampò nella cappella del Rosario, che precedette l’attuale chiesa. Secondo il racconto tramandato, fra le fiamme apparve un volto sofferente, la cui immagine rimase impressa sulla parete. Padre Jouet vi scorse un richiamo alla condizione delle anime purganti e alla necessità di soccorrerle.
Il sacerdote percorse l’Europa raccogliendo testimonianze di apparizioni: tessuti, indumenti, libri di preghiera e tavolette segnati da bruciature attribuite al contatto dei defunti. I racconti che li accompagnano attestano come queste anime chiesero preghiere e Messe di suffragio. La storia della Chiesa, anche nell’ultimo secolo, è ricca di apparizioni di anime del Purgatorio, che però non debbono essere evocate attraverso i sistemi malefici dello spiritismo e della necromanzia, che ci mettono in contatto non con le anime del Purgatorio ma con i demoni che cercano di ingannarci, sostituendosi a loro. È solo la preghiera umile e confidente che ci unisce alle anime del Purgatorio.
L’amore che sopravvive alla morte di queste anime abbraccia non solo i loro cari, ma anche e soprattutto la Chiesa militante sulla terra. Dante Alighieri offre un’immagine del loro dolore per le tribolazioni della Chiesa all’inizio del canto XXXIII del Purgatorio. Nel Paradiso terrestre, le sette donne che rappresentano le virtù teologali e cardinali piangono le vicende del carro simbolico della Chiesa, intonando il salmo sulla profanazione del tempio: «Deus, venerunt gentes», alternando or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando».
Sono figure allegoriche, ma il loro lamento esprime il dolore di chi ama la Chiesa e la vede umiliata e sfigurata dai peccati degli uomini. Un dolore che si fa preghiera e attesa della sua liberazione.
Si può ritenere che Dio conceda alle anime di coloro che hanno consacrato la loro vita alla gloria della Chiesa di conoscerne le necessità presenti, come le conoscono i santi del Paradiso. La carità che animava le loro opere sulla terra non si estingue: può continuare ad esprimersi nell’intercessione per la Chiesa militante, secondo ciò che il Signore concede loro di conoscere.
È dunque giusto ricorrere alle preghiere delle anime del Purgatorio, non solo per soccorrerle e ricevere soccorso da loro, ma anche perché la fede sulla terra sia custodita, i pastori siano illuminati e i fedeli perseverino nella lotta in difesa del bene e della verità.
Affidiamo dunque a Dio una duplice supplica: che accolga nella gloria i suoi servi e che, per la loro intercessione, conceda alla Chiesa, e a tutti noi, luce, fortezza e santità. Chiediamo soprattutto alle anime del Purgatorio di aiutarci a perseverare senza scoraggiarci e a confidare sempre in Nostro Signore Gesù Cristo, che mai abbandona la sua Chiesa.