diFederico Rampini| 4 novembre 2026 -Corriere della Sera – 4 Novembre 2026

I funerali della liberaldemocrazia più antica del mondo si erano rivelati prematuri. E da oggi si aprono i giochi per le presidenziali del 2028, in ciascuno dei due partiti

Abbiamo vissuto una giornata felice per la democrazia, americana e quindi mondiale. Le mid-term sono state segnate da un’alta affluenza, preceduta da un voto per corrispondenza egualmente elevato. Lo scrutinio si è svolto in modo pacifico e regolare. Non c’erano autoblindo ai seggi. Nessun candidato, vittorioso o sconfitto, è stato arrestato o ha dovuto fuggire in esilio. L’aspirante autocrate è stato sonoramente castigato dagli elettori e ha incassato la pesante bocciatura delle sue politiche e della sua persona.

I funerali della liberaldemocrazia più antica del mondo – che nel 2026 ha compiuto duecentocinquant’anni – si erano rivelati prematuri. Le narrazioni sul fascismo strisciante, sulla militarizzazione dell’America, sulla sua trasformazione in uno Stato poliziesco, erano grottesche caricature. Anche la leggenda della tecno-dittatura governata da un manipolo di oligarchi si è rivelata tale: Elon Musk e compari hanno sprecato miliardi senza influenzare gli elettori; così com’era successo nel 2016 quando il capitalismo era tutto schierato con Hillary Clinton e la sua campagna elettorale era stata molto più ricca di quella di Trump.

È giusto godersi questa festa della democrazia, senza montarsi la testa. Il verdetto degli elettori è stato una condanna inequivocabile del bilancio di governo di Trump; non necessariamente un plebiscito in favore di un Progetto Democratico, perché i vincitori sono una famiglia politica variegata, con fisionomie molto diverse. Uniti contro Trump. Uniti contro l’atmosfera di corruzione che circonda il suo clan. Uniti contro il carovita, e le diseguaglianze eccessive. Ma appena si scende alle politiche concrete, la divisione regna. Il referendum più celebre, per la tassa patrimoniale sui ricchi, ha spaccato la sinistra nella sua roccaforte che è la California: il governatore democratico Newsom si è schierato contro, i no hanno prevalso.

Gli Stati Uniti restano una Repubblica presidenziale. Trump ha il potere esecutivo per altri due anni e due mesi. Fino a gennaio lavora col vecchio Congresso a maggioranza repubblicana. Ora darà la sua interpretazione di quel ruolo di «anatra zoppa» che molti altri presidenti hanno dovuto accettare prima di lui: in genere rifugiandosi nella politica estera, e negoziando compromessi con la minaccia del veto (che è una prerogativa costituzionale, non un golpe).

Intanto da oggi si aprono i giochi per le presidenziali del 2028, in ciascuno dei due partiti. I repubblicani devono cominciare l’elaborazione del lutto del capo, il cui tramonto può travolgere diversi delfini designati. In campo democratico il pericolo maggiore è l’ebbrezza della vittoria, che può indurre a sprecarla. Il gioco più facile per la destra nel prossimo biennio sarà addossare alla nuova maggioranza democratica tutti i problemi che fino a ieri sono costati consensi a Trump: cominciando dal carovita. Nell’agenda della sinistra radicale – i Democratic Socialists of America, corrente in ascesa e premiata dal voto – ci sono misure estremiste come l’abolizione della polizia di frontiera, che possono rapidamente rovesciare gli umori dell’opinione pubblica. Guai a estrapolare i cicli politici come fossero tendenze di lunghissimo periodo, l’annuncio di «nuove epoche» spesso si rivela incauto.

Gli europei possono esultare e considerarsi anche loro dei vincitori di questo voto, a condizione di non illudersi che con la fine del trumpismo tutto tornerà «come prima». Il partito democratico di oggi non è quello globalista e atlantista dei Clinton e di Obama. Alcuni dazi sono impopolari e hanno fatto perdere voti a Trump; altri piacciono alla sinistra, che abbraccia apertamente certe forme di protezionismo. Le nuove generazioni di politici progressisti spesso hanno origini latinoamericane (Alexandria Ocasio Cortez), asiatiche (Mamdani), arabe (El-Sayed): non hanno legami profondi con l’Europa. Possono diffidare tanto più del Vecchio continente, in quanto i trend elettorali divergono: l’America sterza a sinistra mentre Germania Francia Spagna vanno nella direzione opposta.

L’impatto economico di questo voto è avvolto nell’incertezza. Storicamente, al mondo delle imprese e agli investitori piacevano le situazioni di «gridlock», lo stallo istituzionale con Casa Bianca e Congresso in mano a partiti diversi. Perché la paralisi decisionale riduceva il pericolo di stangate fiscali oppure di impennate nel deficit pubblico, lasciava il governo immobile e l’economia di mercato in mano a una sorta di «pilota automatico». Ma i mercati non si aspettavano ieri una maggioranza democratica così straripante al Congresso. Inoltre, se Trump vorrà riciclarsi nell’ultimo biennio come un artista del compromesso, il terreno d’intesa più agevole tra la destra populista e la sinistra radicale è proprio la spesa pubblica facile.

In quanto alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale (che ha contribuito all’emorragia di voti repubblicani in certe aree), i data center sarà meglio costruirli davvero sulla luna, come dice Musk. Oppure in Cina. Sì, perché il prossimo incontro ravvicinato con la realtà è dietro l’angolo: tra sole due settimane il presidente dimezzato di un’America pur sempre potentissima incontrerà Xi Jinping e Putin a Shenzhen, nella Repubblica Popolare, al summit dell’Asia-Pacifico.