di Marta Serafini – Corriere della Sera – 23 Ottobre 2026
L’allarme sulle fognature: «Rischiamo una crisi». La strategia del Cremlino: ottenere con la sofferenza dei civili ciò che non riesce a prendere sul campo
DALLA NOSTRA INVIATA
KIEV – Nei piani segreti di Mosca, la resa di Kiev passa anche dai rubinetti. Settanta missili balistici, 720 droni a lungo raggio e 150 bombe guidate: è l’arsenale che, secondo un documento russo intercettato dagli ucraini e ottenuto dal New York Times, basterebbe a privare Kiev, Kharkiv e Odessa di acqua, elettricità e riscaldamento. Il piano, presentato da Kiev ai partner europei, ipotizza di cancellare il 90% della capacità elettrica e delle forniture di calore delle tre città. È il calcolo degli attaccanti, non un esito scontato. Ma conferma la strategia: ottenere con la sofferenza dei civili ciò che l’esercito non riesce a conquistare sul campo.
Per lasciare Kiev senz’acqua non occorre prosciugare il Dnipro. Basta spegnere le pompe che la prelevano, la distribuiscono nelle case e portano via i liquami. L’acquedotto muove circa 700 milioni di litri al giorno ed è fra i maggiori consumatori elettrici della capitale. Ogni centrale colpita, ogni sottostazione danneggiata può fermare anche questa circolazione vitale. Il 14 ottobre molte abitazioni sono rimaste senza luce né acqua; nella stessa giornata i missili hanno raggiunto tutte e tre le centrali di cogenerazione cittadine. Già prima degli ultimi raid, la loro capacità era scesa da circa 1,3 gigawatt a 500 megawatt. L’energia che manca deve arrivare da fuori, attraverso collegamenti a loro volta sotto tiro.
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Il precedente che inquieta è Mykolaiv, dove gli abitanti convivono da anni con l’emergenza idrica. Serhii Horkutsenko, vicedirettore dell’azienda idrica Kyivvodokanal, torna invece ai primi mesi dell’invasione, quando l’acqua distribuita a Kiev si dimezzò. La capitale ha già conosciuto quella precarietà, ma oggi, avverte, la situazione è peggiore: i russi hanno cambiato tattica. E alle spalle ci sono altri anni di usura, attacchi e riparazioni. Non è soltanto questione di quante ore duri un’interruzione: ogni nuovo guasto si somma ai precedenti, mentre le squadre cercano di riparare una rete ancora esposta ai bombardamenti. Le scorte domestiche possono coprire i bisogni immediati, non sostituire il flusso continuo da cui dipendono case e servizi. È una corsa contro altri guasti.
Gli sbalzi di tensione bruciano le apparecchiature, mentre personale e denaro scarseggiano. Un dipendente fa il lavoro di quattro, racconta Horkutsenko. Nei bagni della stessa azienda sono già pronte taniche da cinque litri. Se i rubinetti si fermano, promette, arriveranno le autobotti. Ma portare acqua da bere non significa restituire a una metropoli la possibilità di lavarsi, pulire, scaricare i gabinetti. E proprio nelle fognature si nasconde la minaccia più difficile da aggirare.
«Se il sistema fognario si ferma, avremo una catastrofe epidemiologica entro tre giorni», avverte Horkutsenko. Senza corrente i reflui non vengono pompati verso il depuratore e rischiano di riversarsi in città. Mykhailo Yatsuk, direttore dell’Istituto per i problemi idrici e la bonifica, indica il punto più delicato: Bortnychi, l’unico impianto di trattamento della capitale, già preso di mira da droni e missili. Anche danneggiare le stazioni che sollevano i liquami può compromettere l’intero sistema.
Il gelo rischia poi di prolungare l’emergenza oltre i blackout: a meno dieci gradi, spiega Horkutsenko, possono congelare le tubature interne degli edifici. Riavere la luce, allora, non basterebbe a far tornare l’acqua. I 103 generatori già operativi nella rete idrica sono un argine, non un’alternativa alla rete elettrica: il sindaco Vitali Klitschko avverte che non possono funzionare senza interruzioni. E i rinforzi rischiano di arrivare fuori tempo massimo.
L’esperta energetica Viktoria Voytsitska denuncia una preparazione tardiva: la stabilità delle forniture potrebbe essere raggiunta soltanto nella primavera 2027. L’inverno, intanto, è davanti.