Shishkin: «Dopo Putin ci sarà un altro zar. La Terza guerra mondiale è iniziata, ma in Occidente nessuno vuole sentirne parlare»

di Mikhail Shishkin.   Corriere  della  Sera-  4 Settembre 2022

Il grande scrittore russo: «I Paesi occidentali cercano di far passare in sordina la guerra in Ucraina, ma lo fanno a loro rischio e pericolo. Il successore di Putin non vorrà fare altro che vincere la guerra contro il mondo»

«In prima pagina, la guerra. Sull’ultima pagina, il cruciverba». Mi torna in mente un passo del mio romanzo «The light and the dark» mentre viaggiavo in treno pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Di fronte a me, un passeggero leggeva il giornale: in prima pagina c’era la guerra, sull’ultima pagina, le parole crociate. Sono passati diversi mesi da allora, e gli orrori quotidiani hanno cominciato a sparire dai titoli dei giornali, malgrado l’intensificarsi degli scontri armati in tutta la loro efferatezza.

In Occidente nessuno vuole più sentir parlare di guerra, la gente è stanca di massacri e solidarietà.
La gente reclama la pace, prezzi stabili, una vita tranquilla e la possibilità di godersi le vacanze.

Non è la prima volta che i miei articoli hanno fatto suonare l’allarme sulle atrocità a venire. Prima dell’annessione della Crimea, ho attinto a una fiaba popolare russa, Teremok, per descrivere il futuro incerto dell’Europa. C’era una volta una casetta tranquilla nella foresta – un teremok – dove diversi animali selvatici vivevano tutti assieme. Un giorno, una rana bussò alla porta. «Toc, toc! Chi abita in questo teremok? Lasciatemi entrare, vorrei vivere anch’io con voi». Gli animali fecero entrare la rana, e tutti si congratularono della vita tranquilla e felice nella loro casetta. Qualche tempo dopo, aprirono la porta a Kyward, la lepre, e a Reynard, la volpe, tanto nel teremok c’era spazio per tutti. Ma poi arrivò Bruin, l’orso, che per quanto si sforzasse, non riusciva ad accomodarsi nel teremok. A un certo punto, montato su tutte le furie, con il suo peso l’orso schiacciò la casetta. E quella fu la fine del teremok, e della fiaba.

Gli avvertimenti lanciati nel recente passato non hanno suscitato nessun allarme. Nel 2014, subito dopo l’annessione della Crimea, scrivevo con ansia crescente che «nel ventunesimo secolo non esistono più le guerre locali, lontane da noi. Ogni guerra oggi è una guerra europea. E questa guerra europea è già cominciata».

Avevo previsto che l’annessione della Crimea, per mano di Vladimir Putin, avrebbe scatenato «un’ondata di patriottismo. Prima o poi quest’ondata è destinata a infrangersi e a quel punto Putin si vedrà costretto a ricorrere a qualche altro stratagemma». Scrivevo già allora come l’instabilità cronica dei Balcani, trascinatasi nel corso degli anni, avrebbe avviato enormi flussi migratori verso i Paesi europei, seguiti da «un’ondata ancora maggiore di rifugiati provenienti dall’Ucraina».

Allora, si era ancora in tempo per fermare l’aggressore. Ma i politici europei hanno preferito chiudere gli occhi davanti alla realtà per guadagnarsi il favore degli elettori. Anche gli elettori volevano la pace, in quei giorni: posti di lavoro, nessun aumento del costo della vita, e vacanze assicurate. Gli analisti russi più esperti e corrotti insistevano che l’Occidente doveva capire la posizione di Putin e fare concessioni.

E oggi siamo arrivati a questo: ci ritroviamo nel bel mezzo di una guerra europea, a fare i conti con un’ondata di profughi senza precedenti in fuga dall’Ucraina, a chiederci come mai i nostri politici sono stati così ciechi. Nessuno ascolta più la voce degli scrittori. L’unica vera lezione che possiamo trarre dalla storia è purtroppo proprio questa, che la storia non insegna mai nulla.

In Germania, migliaia di intellettuali hanno sottoscritto una petizione per chiedere al governo di fermare l’invio di armi all’Ucraina, perché si rischiava di far scoppiare la terza guerra mondiale. «Vogliamo una politica di pace, non la guerra», dichiaravano. Ma la terza Guerra mondiale era già cominciata, nel 2014. Come si fa a porre rimedio alla cecità, se ci si ostina a non vedere?

Oggi ci si chiede: come e quando finirà questa guerra? La guerra contro la Germania nazista non si concluse con la morte di Hitler, bensì con una schiacciante sconfitta militare. Prima o poi la morte di Putin sarà inevitabile, non così la sconfitta della Russia.

La risposta poggia sull’autenticità. Alcuni zar sono veri, altri falsi. Se la Santa Russia allarga i suoi territori e i popoli si inchinano davanti all’autocrate di Mosca, i sudditi asserviti, che sudano e faticano e versano eroicamente il loro sangue per la sacra madre patria, si convincono che il loro destino è una benedizione del Cielo. A nulla vale sciorinare i distinguo su come lo zar sia arrivato al potere o come abbia governato i suoi soggetti. Può mandarli tranquillamente al macello, a milioni, e abbattere migliaia di chiese e fucilare i loro preti: ciò che conta è che lo zar è uno zar autentico,perché solo così il nemico si piegherà terrorizzato e la Sacra Terra di Russia si ingrandirà. Così è stato con Stalin.

Sul versante opposto, le disfatte militari e la perdita del benché minimo fazzoletto di Sacra Terra verranno viste dai sudditi dello zar come chiaro segnale del mancato favore divino: lo zar è illegittimo, è falso. Non è riuscito a sconfiggere i giapponesi? O a sottomettere la Cecenia? Allora l’uomo sul trono è un ciarlatano che vorrebbe spacciarsi per zar. Così è stato con Nicola II e Boris Yeltsin.

Putin ha legittimato la sua presidenza con la riconquista della Crimea, ma questa legittimità si sta rapidamente affievolendo per l’incapacità dimostrata nel piegare l’Ucraina. Il prossimo zar, a sua volta, dovrà giustificare il suo mandato mettendo a segno la vittoria finale nella guerra sferrata contro il mondo intero. E se per questo Putin la minaccia di ricorrere ad armi nucleari tattiche rientra nella logica della guerra ibrida, per il prossimo Putin il loro utilizzo potrebbe rivelarsi lo strumento indispensabile per restare saldamente al potere.

Anche il prossimo Putin sarà semplicemente un attore incapace di trovare un altro ruolo. Perché il suo ruolo è prescritto dall’intera architettura interna del potere, che non si cura di quante saranno le vittime del conflitto in Ucraina, in Russia o altrove; non si cura delle risorse da spendere, del numero di armi da dispiegare né del tasso di mortalità tra i suoi militari. E se la qualità della vita dovesse crollare in Russia? Pazienza, il regime non si è mai dato pensiero del benessere dei suoi stessi cittadini.

E chiunque faccia parte di questo ingranaggio di potere non teme affatto di attaccare l’Occidente. Dopo tutto, che cosa dovrebbe temere? Se un missile esplode nel territorio di uno stato membro dell’Alleanza atlantica, quali conseguenze? Nuovi colloqui, nuove dichiarazioni, nuovi appelli per la pace. Il mondo libero dovrebbe finalmente rendersi conto che non sta combattendo contro un dittatore pazzo, bensì contro un sistema di potere autonomo, aggressivo e autorigenerante.

L’antica struttura sociale dell’autocrazia russa è stata preservata nel magazzino della storia e tramandata nei secoli. Ed eccola pronta a mutar pelle per ricomparire sotto nuove spoglie: come Khanato dell’Orda d’Oro e lo zarismo di Mosca, come l’impero dei Romanov e l’Unione Sovietica comunista di Stalin, e più di recente la «democrazia controllata» di Putin. Oggi la Federazione russa cambia pelle ancora una volta. Che cosa emergerà dalle fondamenta indisturbate di una dittatura militare invincibile? Forse una libera democrazia costituzionale, che di propria iniziativa metterà al bando le armi nucleari? Ma vi sembra verosimile?

Anche prima della Seconda guerra mondiale la gente voleva la pace, prezzi stabili e vacanze serene. Anche allora gli elettori speravano che i governi democratici di Francia e Inghilterra avrebbero intavolato trattative di pace con Hitler, rinunciando alla guerra. Sappiamo benissimo come sono andate le cose, ricordando il celebre messaggio di Winston Churchill al suo popolo, in tutta la sua brutale e tragica onestà: «Non ho altro da offrirvi che sudore, fatica, lacrime e sangue».

Prima o poi sentiremo riecheggiare promesse simili e al posto delle belle vacanze gli elettori europei dovranno prepararsi ad affrontare grandi sacrifici, rinunce e ristrettezze, perché questo è il prezzo che dobbiamo pagare se vogliamo la pace.

(traduzione di Rita Baldassarre)

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Mikhail Shishkin, la rivelazione: “Loro sono peggio di lui, vi dico che fine farà Putin

Andrea Morigi –  28 Maggio 2022 –   Libero

Mikhail Shishkin è in esilio a Zurigo per essersi opposto all’annessione russa della Crimea. Ma non è Lenin, che da lì, dopo aver scritto L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, partì sul vagone piombato per fare la Rivoluzione sovietica. Ora il romanziere russo che ha vinto il Premio Strega europeo 2022, coltiva una flebile speranza che a rovesciare lo Zar del XXI secolo siano i suoi compatrioti. Anche se sa di non poter fare affidamento su un’utopia, nulla gli vieta di immaginare un futuro migliore. Lo spiega in un colloquio con Il Federalista.ch, dicendosi convinto «che oggi la Russia è come spaccata in due: ci sono due popoli psicologicamente e mentalmente completamente diversi, che si definiscono entrambi russi».

Da un lato, deve constatare che «la vecchia generazione è ancora saldamente sotto il martellamento costante della televisione di Putin. Sono realmente convinti che l’Occidente abbia invaso la Russia, quindi che sia doveroso difendere di nuovo la patria come hanno dovuto fare i nostri nonni». Dall’altro, sa che nella società si trova anche un’aspirazione diversa. Riconosce che sono pochi a pensarla come lui, ma «la minoranza, alla quale appartengo, crede nei valori europei di democrazia e libertà. Per noi la cosa più importante non è lo Stato, ma la persona. Secondo questa visione, il giudizio sul bene e sul male spetta a ciascun individuo. Se lo Stato agisce in modo sbagliato, allora mi oppongo e voglio essere libero di dissentire». La frattura culturale è evidente e profonda. Del resto, non si può scordare che «la propaganda di Putin ha gridato per anni: “I nostri vengono vessati in Ucraina!” fino a giustificare questa guerra. La maggior parte dei russi si identifica con la propria tribù. Non si assume la responsabilità personale, non prende decisioni, lascia fare tutto al capobranco».

UN’ORDA BARBARA – Sono abituati così da secoli e, se si ritorna indietro nella mentalità del passato, spiega l’intellettuale, si riscoprono le radici dell’atteggiamento odierno: «Quando qualcuno nel Medioevo gridava “il nostro popolo rischia di essere sconfitto!”, la gente correva immediatamente con bastoni e forconi, senza pensare se il “nostro popolo” avesse ragione o meno, perché il nostro popolo ha sempre ragione». È la radice dalla quale spunta il «”Russki Mir”, il mondo russo, che è la pietra angolare della nuova ideologia putiniana. La parola Mir era il nome delle comunità nei villaggi medievali». È un processo di identificazione da orda barbara, trasposto nella postmodernità, rinvigorito da missili ipersonici e qualche migliaio di testate nucleari e ammantato da un vago sentimento religioso misto a una rivendicazione etnica e nazionalista.

Però l’invasione viene propagandata come la conseguenza di un ideale romantico, quasi mistico. «La leadership del Cremlino ha giustificato l’attacco affermando che la lingua e la cultura russa in Ucraina devono essere salvate. Ma quello che sta accadendo ora è un crimine non solo contro i civili ma anche contro la nostra stessa cultura. La mia lingua ora non è identificata con la grande letteratura russa, ma con i bambini uccisi a Odessa, Butcha o Mariupol. Putin ha fatto della mia lingua la lingua degli assassini», lamenta Shishkin.

Un intellettuale che ragiona con la propria testa, però, non può piegarsi a una narrazione falsa della storia. Come gesto concreto, il romanziere ha accolto una madre ucraina con il figlio di otto anni nella sua casa a Zurigo. E si confronta con i rifugiati per rassicurarli che «non tutti i russi sostengono la guerra. E piano piano, dialogando, vedo che nei loro occhi l’odio è sostituito dalla gratitudine». Sarà faticoso, ma innanzitutto, avrebbe detto Aleksandr Solzenicyn, bisogna «vivere senza menzogna».

LA STORIA SI RIPETE – Invece, il passato sovietico riaffiora. Eccolo tornare a sventolare con le falci e martello delle bandiere sovietiche issate sui pennoni in Ucraina, a poca distanza dalle fosse comuni dove sono state sepolte le vittime del nuovo imperialismo putiniano. E il motivo è, secondo Shishkin, che «non abbiamo imparato nulla dalla Storia. Non c’è stata la de-stalinizzazione, non ci sono stati i processi di Norimberga contro il partito comunista, e come risultato è emersa una nuova dittatura. E una dittatura ha naturalmente bisogno di nemici e di una guerra vittoriosa per continuare a esistere. Ora siamo in quella guerra. Ma non tutte le guerre finiscono con la vittoria delle dittature».

Se non fai i conti con gli errori del passato, prima o poi sarai condannato a commetterli di nuovo. È una lezione che si sperava di non dover apprendere al prezzo di vite umane. E invece qualcuno ha dovuto vedere scorrere il sangue per risvegliarsi e riprendere a udire il richiamo della propria coscienza. Ma «se non ci sarà un riconoscimento nazionale della colpa, se il mondo non vedrà una genuflessione russa a Kiev, Kharkov, Budapest, Praga, Tbilisi, Vilnius, tutto si ripeterà. Senza il riconoscimento nazionale della colpa, la Russia non ha futuro. E la prossima depenalizzazione totale della Russia sarà portata avanti da un nuovo Putin con un nome diverso». Perché al Cremlino nessuno può stare davvero tranquillo e «più bare tornano in Russia dall’Ucraina, più forte è il grido: “I nostri sono stati sconfitti”. La ricerca di un nuovo zar è già iniziata», conclude Shishkin.