2 Settembre 2026 Chiesa cattolica | CR 1966

-di Roberto de Mattei

Nella primavera dell’anno 430 le strade che conducevano a Ippona erano percorse da una folla di fuggiaschi. Giungevano dalla Mauritania e dalla Numidia, portando con sé ciò che erano riusciti a sottrarre alla devastazione. Alle loro spalle avanzavano i Vandali di Genserico, passati dalla Spagna in Africa l’anno precedente insieme con gruppi di Alani e di altri popoli germanici.

I villaggi erano incendiati, le campagne saccheggiate, le chiese profanate. Possidio, vescovo di Calama e futuro biografo di sant’Agostino, racconta che sacerdoti, monaci e vergini consacrate fuggivano in ogni direzione; alcuni venivano uccisi, altri condotti in schiavitù. Di tante città africane, solo Cartagine, Cirta e Ippona resistevano ancora (Possidio, Vita Augustini, capp. XXVIII-XXXI).

A Ippona aveva trovato rifugio anche il generale Bonifacio, comes Africae, al comando delle residue forze romane e di contingenti federati goti. Dopo essere stato coinvolto nelle lotte che dilaniavano la corte di Ravenna, si era riconciliato con Galla Placidia, reggente in nome del giovane Valentiniano III. Aveva affrontato i Vandali in campo aperto, ma era stato sconfitto e costretto a ripiegare entro le mura della città episcopale.

Ad attenderlo vi era Agostino, ormai settantacinquenne. Il vescovo aveva appena terminato la sua grande opera, la Città di Dio, prima che i Vandali attraversassero lo stretto di Gibilterra. Ma le idee di quel libro sembravano ora prendere corpo davanti ai suoi occhi. Dopo aver meditato sul sacco di Roma del 410, Agostino assisteva alla rovina dell’Africa romana, la terra nella quale era nato e alla quale aveva consacrato tutta la sua vita episcopale.

Sant’Agostino sapeva che la crisi dell’Impero Romano era dovuta alla sua corruzione religiosa e morale e che i barbari erano lo strumento del castigo di Dio. Ma questa consapevolezza non lo spingeva ad aprire ai barbari le porte di Ippona. Il dovere dei romani era quello di difendersi contro il nemico che li attaccava. Era questo che aveva detto alcuni anni prima a Bonifacio, per spiegargli che la professione militare non era incompatibile con la santità. Davide era stato un guerriero; il centurione del Vangelo e Cornelio avevano servito in armi. I monaci combattevano con la preghiera contro i nemici invisibili; il generale combatteva contro i barbari, nemici visibili del popolo cristiano. «La pace deve essere lo scopo della tua volontà», gli aveva scritto; «la guerra deve essere intrapresa soltanto per necessità, affinché Dio, per mezzo di essa, liberi gli uomini dalla necessità e li conservi nella pace» (Epistula 189 ad Bonifacium).

Il rapporto tra il vescovo e il generale non era stato privo di contrasti. Bonifacio, dopo la morte della prima moglie, aveva pensato di abbandonare il mondo e ritirarsi in monastero. Agostino e Alipio lo avevano dissuaso: la sua missione era rimanere nell’esercito per proteggere la Chiesa e permettere ai cristiani di condurre «una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità».

Ma il generale si era lasciato trascinare nelle contese per il potere. Nel 427 Agostino gli indirizzò una dura lettera. Gli ricordò le sue antiche promesse, lo rimproverò per le ambizioni mondane e gli domandò come fosse possibile che, mentre egli disponeva di tanta autorità e di un grande esercito, le popolazioni barbariche devastassero impunemente l’Africa. Agostino riconosceva che all’origine di quelle calamità vi erano i peccati degli uomini, ma ammoniva Bonifacio a non divenire egli stesso uno strumento iniquo del castigo divino (Epistula 220 ad Bonifacium).

Ora, davanti alle mura di Ippona, quelle parole dovevano tornare alla memoria del generale. Le lotte interne erano finite; non rimaneva che difendere la città. All’esterno, gli uomini di Genserico stringevano progressivamente l’assedio; all’interno, Bonifacio organizzava la resistenza, mentre Agostino sosteneva la popolazione con la preghiera e con la sua presenza.

Uno difendeva le mura; l’altro le anime. Erano due combattimenti diversi, ma orientati allo stesso fine. Il vescovo, infatti, aveva rifiutato di abbandonare il suo gregge. Interrogato dal vescovo Onorato sull’opportunità che i sacerdoti fuggissero davanti ai barbari, aveva risposto che, quando il pericolo era comune ai pastori e ai fedeli, coloro che avevano bisogno dell’assistenza spirituale non dovevano essere abbandonati: «O si ritirino tutti insieme in luoghi sicuri, oppure coloro che devono rimanere non siano lasciati da quelli che sono necessari al loro ministero, affinché vivano insieme o soffrano insieme ciò che il Padre vorrà» (Epistula 228, 2-6, ad Honoratum).

Durante il terzo mese dell’assedio Agostino fu colpito dalla febbre. Un giorno, mentre sedeva a tavola con Possidio e con gli altri vescovi rifugiati a Ippona, confidò la sua preghiera: chiedeva a Dio di liberare la città; oppure, se diversa fosse stata la volontà divina, di rendere forti i suoi servi; o almeno di prenderlo con sé.

Negli ultimi giorni volle che fossero trascritti i salmi penitenziali e che i fogli fossero appesi alle pareti della sua stanza. Li leggeva dal letto, piangendo continuamente. Dieci giorni prima della morte chiese di rimanere solo, salvo le visite dei medici e di chi gli portava il cibo. Morì il 28 agosto 430, mentre Ippona continuava a resistere.

L’assedio durò quasi quattordici mesi. I Vandali furono infine costretti a ritirarsi, ma la salvezza fu temporanea. Bonifacio lasciò la città per congiungersi con i rinforzi giunti dall’Oriente; Ippona, abbandonata dai suoi abitanti, cadde successivamente nelle mani dei nemici e fu incendiata. Cartagine sarebbe stata conquistata da Genserico nel 439. L’Africa romana era destinata a scomparire.

La lezione lasciata da Agostino, però, non era una lezione di rassegnazione. Roma non era la Città di Dio e nessun Impero possiede la promessa dell’eternità. Ma proprio perché la patria terrena è fragile, essa deve essere servita con maggiore purezza d’intenzione, senza trasformarla in un idolo e senza abbandonarla quando sembra perduta.

Sulle mura di Ippona, Bonifacio impugnava la spada e Agostino recitava i salmi. Entrambi continuavano a compiere il proprio dovere. L’Impero poteva essere travolto dai barbari; la fedeltà a Dio e alla missione ricevuta non poteva venir meno.