di Greta Privitera – Corriere della sera – 6 Ottobre 2243
A un anno dall’inizio del conflitto, ecco le parole di madri, padri e giovani che la guerra la vivono sulla propria pelle
Gli intellettuali palestinesi ci chiedono di non usare metafore poetiche per raccontare Gaza. Perché, dicono, se Gaza rimane l’allegoria del male sulla Terra è più semplice non occuparsene poi nel mondo reale. Ed è per questo che a un anno dall’inizio del conflitto, lasciamo parlare chi la guerra la vive sulla pelle. Con le testimonianze dirette di madri, padri e dei giovani che da mesi vivono nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata.
«Ero una madre, lo sono ancora: di due figlie, erano cinque
Rana Albaed, 45 anni, Gaza City. «Ero una madre. Lo sono ancora, ma non sono più niente. Nella mia vita ho partorito cinque bellissime figlie. Me ne sono rimaste due. Il 25 ottobre scorso una bomba è caduta sulla nostra casa. Le pareti ci sono esplose addosso. Era notte fonda e io e mio marito ci siamo messi a urlare i nomi delle bambine: una piangeva, un’altra ci ha detto dove si trovava, le altre tre non davano risposta. Abbiamo aspettato un’ora perché i mezzi della protezione civile ci tirassero fuori da sotto le macerie. Ho visto i corpi senza vita delle mie figlie spuntare da una montagna di cemento. Sono diventata una vera madre di Gaza, tormentata dalla morte e della disperazione. Non ero così, prima. Ero sorridente, vivevo per vedere le mie figlie crescere. Ora passo le mie giornate a piangere e a guardare le foto e mi dispiace per Hala e Sozan, le mie figlie in vita. Hala ha bisogno di cure mediche, qualcuno ci può aiutare? Mi arrabbio sempre, sono triste e senza speranza. Dopo i bombardamenti siamo andati a Deir al-Balah a casa di parenti, ma un mese fa la zona è stata minacciata. Ci siamo rifugiati in una tenda e ora nell’appartamento di alcuni amici. Ci mancano le bambine. Remas sognava di studiare legge, Jana voleva diventare insegnante e Shahad medico. Voglio andarmene da qui: siamo innocenti, lasciateci vivere. Non posso stare tra queste macerie, è troppo doloroso».
«Se perdi tutto, casa e ambizioni, diventi invisibile»
Yara Abo Maddain, Gaza Nord, 26 anni, interior designer: «Passo la mia giornata a pensare come ricaricare il cellulare, dove comprare una cipolla per la zuppa e a chi tocca andare a prendere l’acqua. Un anno fa ero una bella ragazza, ora ho il viso di una vecchia signora distrutta. La mia vita prima era felice, nonostante l’occupazione. Grazie al mio lavoro riuscivo anche a viaggiare. Ora vivo nel terrore che qualcuno dei miei fratelli venga ucciso. Prego che se deve succedere, una bomba ci faccia fuori tutti. Siamo a Nuseirat ospiti di amici di famiglia: venti in due stanze e un bagno. Perdere tutto è diventata una cosa normale per noi invisibili. Ho perso lavoro, casa, amici e ambizioni. Il mondo non ci vede e mi ha insegnato a non sapere più chi sono e che cosa voglio. Possiamo sfuggire con i nostri corpi dalle mani della guerra, ma le nostre menti rimarranno per sempre intrappolate in questo orrore. Sto morendo, forse. Qual è la mia colpa, vorrei saperlo. Pace? Non la vedo. Dopo che ci hanno ucciso e derubato del futuro ditemi voi dove è la pace. Ci hanno bombardato dentro prima che fuori. Non credo che li perdonerò. Non siamo Hamas, non siamo mostri. Vogliamo vivere come tutti, avere una nazione e i diritti rispettati. Oggi tocca a me andare a prendere l’acqua ma non ho voglia di alzarmi dal materasso sdraiato a terra. Sono una zombie. Se muoio qualcuno si ricorderà di me?
«Io piena di rabbia, non parlate di noi come terroristi»
Sarah Abu Alrob, 29 anni, giornalista, nata a Jenin ora residente a Sebastia. «Sono cresciuta sotto un sistema di colonizzazione. Vuol dire che tutta la mia giornata gira intorno agli ostacoli di un paese occupato: come devo muovermi? I checkpoint sono aperti? Arriverà l’acqua da Israele? L’elettricità? I coloni attaccheranno? Sotto occupazione non controlli i tuoi movimenti, il tuo tempo e la tua sicurezza. Il tuo futuro. L’ultimo anno è stato devastate. Il mio popolo sta subendo le peggiori atrocità. Ho tanti amici a Gaza e penso a loro con un senso di impotenza. E mentre Israele compie nella Striscia un genocidio sostenuto dal mondo occidentale, un altro massacro avviene in West Bank dove molto comunità sono state spopolate con la forza, dai coloni aiutati dall’esercito israeliano che arresta e tortura. Mentre gli occhi sono puntati su Gaza, Israele cerca di raggiungere il più possibile i suoi obiettivi di espansione in West Bank. Vuole creare città ghetto come Nablus, Ramallah, Turkalem, e isolarci completamente. Mi fa arrabbiare che siamo raccontati come un gruppo di terroristi. Si parla di ostaggi israeliani, giusto. E dei nostri bambini? Delle nostre vite senza dignità? Questa non una guerra normale tra due Stati. Non c’è comparazione possibile tra occupanti e occupati. Sono pronta a vivere in pace, ma bisogna decolonizzare il sistema e creare uno Stato democratico per tutti. Chi è pronto?»
«Ci siamo spostati dieci volte, è finita ogni speranza»
Samy Abu Omar, 60 anni, Khan Younis, imprenditore. Parla italiano perché ha studiato in Italia. «Io e la mia famiglia ci siamo spostati dieci volte. Prima Rafah, poi Deir al-Balah, ora siamo ad Al-Mawasi. Il 4 dicembre hanno bombardato una casa vicino alla nostra. Quando abbiamo visto i militari cadere dal cielo con i paracadute, ci siamo spaventati e siamo scappati, lasciando la nostra casa per sempre. L’amavamo molto: aveva due piani e un bel giardino. Non è facile scappare quando si è in tanti. Io e mia moglie abbiamo sette figli, quattro maschi e tre femmine. Il più grande ha 27 anni, il più piccolo 13. Mentre scappavamo, proprio lui è stato colpito da una scheggia e ora ha una mano fuori uso. Da quel momento sono iniziati i mesi più difficili. Non trovavamo cibo, non avevamo soldi per affittare un appartamento: costa 5 mila dollari al mese. Ci siamo comprati una tenda al mercato nero. Seicento dollari. Poi, in un altro bombardamento ce l’hanno bruciata. Ora ho due tende. Viviamo nella zona umanitaria, ma bombardano anche qui. Dieci giorni fa ci sono stati 50 morti. Abbiamo provato a uscire ma l’ambasciata italiana ha rifiutato la richiesta. Mi sento senza speranza, specie per i miei figli. Tre vanno all’università ma sono fermi da un anno. Negli ultimi tempi stanno bombardando meno perché non c’è più niente. Prima morivano circa cento persone al giorno, ora venti o trenta».