Il 7 ottobre i miliziani di Hamas entravano in Israele facendo 1.200 morti e 240 ostaggi. E provocando una tremenda risposta su Gaza, dove finora le vittime sono oltre 23mila
La repubblica . 14 Gennaio 2024

Lo shock del 7 ottobre e la rabbia di Israele
di Rossella Tercatin
GERUSALEMME – L’incredulità, la delusione, le lacrime, la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima ma anche la determinazione a prevalere, a continuare ad affermare «Am Israel Chay», «il popolo d’Israele vive».
Sono trascorsi cento giorni da quando migliaia di terroristi di Hamas hanno sferrato un attacco senza precedenti, riuscendo a conquistare e controllare per ore una fetta importante del Sud di Israele, comprese alcune basi militari, distruggendo e massacrando migliaia di persone, in maggioranza civili, e trascinandone centinaia nella Striscia come ostaggi.
Da quel giorno, gli incubi degli israeliani sono popolati dalle immagini dei miliziani in nero che che atterrano nel deserto al rave party vicino al Kibbutz Re’im con i deltaplani, delle case bruciate o ricoperte di sangue dei kibbutz vicino al confine con la Striscia, piccoli angoli di paradiso trasformati in inferno, di corpi torturati, dello sguardo terrorizzato di Shiri Bibas mentre stringe i suoi piccoli dai capelli rossi Ariel e Kfir, di soli nove mesi, portata via dai terroristi, della cui sorte non si sa nulla. Incubi che riecheggiano quelli del popolo ebraico nel corso dei millenni.
Lo ripete spesso il presidente Isaac Herzog: dal 7 ottobre la collettività israeliana si trova «in uno stato di trauma». Trauma che il dramma degli ostaggi continua a rinnovare ogni giorno. Ma, in questi poco più di tre mesi, non è solo l’orrore a segnare lo stato d’animo collettivo di Israele. Il Paese si è infatti ritrovato unito nella percezione di essere sotto attacco e di dover combattere per sopravvivere come tante volte nella sua storia, un sentimento che nel passato più recente pareva aver superato.
Così molte delle spaccature politiche che fino al giorno prima dell’attacco stavano dilaniando la sua società sono state messe da parte. La rete delle proteste anti-Netanyahu si è trasformata in network di solidarietà per vittime e sfollati dalle comunità sotto attacco a Nord e Sud (circa 200mila), risvegliando un senso di appartenenza alla nazione senza precedenti persino nel settore ultraortodosso e arabo.
Certo, le divisioni non sono state superate e crescono man mano che prosegue la guerra lunga e difficile, che vede peraltro la morte di tanti soldati – giovanissimi diciottenni impegnati nel servizio di leva, riservisti padri di famiglia. Anche perché se c’è un altro impulso che ha accompagnato gli israeliani negli ultimi cento giorni e che si acuisce man mano che emergono le prove di come i piani di Hamas fossero conosciuti, è la rabbia, per uno Stato che non ha saputo proteggerli, per un governo e un primo ministro che hanno fallito nel loro primo dovere. E che per questo, secondo i più, devono andarsene.
Alla ricerca dell’exit strategy dopo la furia sulla Striscia
dal nostro inviato Fabio Tonacci
GAZA CITY – Cento giorni di bombe hanno ridotto la Striscia di Gaza a simulacro di se stessa, per metà macerie e per metà ricovero per due milioni di sfollati, eppure a Israele manca ancora una exit strategy. Una via di uscita per dichiarare missione compiuta, cessare il fuoco e attenuare le critiche della comunità internazionale, che biasima lo Stato ebraico per l’enorme numero di vittime civili palestinesi (oltre 23 mila persone, secondo le autorità locali) sacrificate in nome della caccia a Hamas e Jihad Islamica.
Bibi Netanyahu non bluffava. Dopo le atrocità del 7 ottobre, promise che la reazione d’Israele sarebbe stata la più brutale e avrebbe ridefinito il Medio Oriente. Si stavano ancora recuperando i cadaveri nei kibbutz quando sono cominciati i raid aerei sulla Striscia, prima fase di un conflitto che fin da subito è apparso lungo e sanguinoso. Il 27 ottobre gli stivali dei soldati israeliani hanno calpestato la sabbia di Gaza come non accadeva dal 2005, e i carri armati hanno percorso in senso opposto le strade seguite dai terroristi la mattina il cui l’odio è esondato.
In superficie il confronto è impari: l’esercito è troppo più potente, equipaggiato, coperto dall’aviazione e dall’artiglieria, rispetto a 30mila miliziani che si riparano dietro mura sgarrupate e, talvolta, combattono in ciabatte. Sotto la Striscia, invece, è un’altra storia.
I cinquecento chilometri di tunnel che affondano nelle viscere di Gaza e Khan Yunis, dipanandosi a 50 metri di profondità sotto ospedali, moschee e palazzi dell’amministrazione, sono l’arma in più di Hamas. Quel che rende pericoloso un quartiere anche dopo che è stato raso al suolo, come ha potuto documentare Repubblica, primo giornale italiano a entrare nella Striscia nel dicembre scorso: c’è sempre un buco, un pertugio da cui salta fuori qualcuno con un lanciarazzi sulla spalla, per poi sparire inghiottito dalla “metropolitana”. Ad oggi sono stati uccisi 180 soldati israeliani, a fronte di qualche migliaio di combattenti palestinesi (il numero non è certo) morti nei bombardamenti e negli scontri a fuoco.
Con l’anno nuovo è cominciata la terza fase, “a bassa intensità”, come vuole il presidente americano Biden, impegnato nell’anno elettorale a tenere a bada le polemiche interne sul sostegno a Israele. Quindi meno raid e più azioni mirate per eliminare i leader di Hamas. A ben vedere, è anche l’unica exit strategy possibile per Israele: catturare o uccidere i due uomini che hanno pensato e realizzato il 7 ottobre, Yahya Sinwar, capo politico della Striscia, e Mohammed Deif, il comandante delle brigate al-Qassam. Fino a quel momento, la guerra andrà avanti.
Bring them home: l’angoscia di un Paese per la sorte degli ostaggi
dalla nostra inviata Francesca Caferri
TEL AVIV – Cento giorni fa Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, alle 8.11 mandava un ultimo messaggio alla madre da un rifugio anti-missile lungo la strada 232, che corre lungo il confine fra Israele e Gaza: «Ti voglio bene. Mi dispiace». Danielle Aloni, 44 anni, teneva stretta a sé la figlia di 5 anni sul retro di un pick up, pistola alla tempia, viaggiava verso Gaza: «Tieni gli occhi chiusi, Emilia». Hanna Katzir, 76, lasciava dietro di sé Rami, il marito, sanguinante, mentre dalla sua casa veniva caricata su una motocicletta a furia di botte: non sapeva che non l’avrebbe rivisto mai più, perché l’uomo sarebbe morto poco dopo.
Il 7 ottobre circa 240 persone, dagli otto mesi agli 85 anni, per lo più civili, per lo più israeliani, sono state rapite dalle loro case o dalle loro caserme e portate con la forza a Gaza. La loro assenza è uno degli elementi che ha fermato l’orologio di questo Paese al 7 ottobre, tenendolo prigioniero della bolla di angoscia e di dolore creata da Hamas quella mattina.
I loro volti sorridenti, immobili, sempre uguali, che spuntano ovunque, sui muri, lungo le strade, all’aeroporto, contribuiscono ad accentuare l’impressione che il tempo qui si sia fermato. Ma a ben vedere fra il Sabato nero e oggi è passato un mondo: la manifestazione di un unico uomo davanti al ministero della Difesa si è trasformata in un fiume in piena, il comitato di parenti e amici degli ostaggi nato in poche ore è diventato una macchina da guerra in grado di muovere ministri, ambasciatori, agenti segreti, star di Hollywood e premi Nobel, di portare in strada decine di migliaia di persone in Israele e nel mondo, di arrivare alle Nazioni Unite, da papa Francesco e da Elon Musk. E di spingere il governo a una pausa dei combattimenti che ha consentito di riportare a casa 105 ostaggi, nella grandissima maggioranza donne e bambini, oltre alle cinque donne liberate nelle settimane precedenti.
Ma non è ancora finita. La sorte dei 136 ancora a Gaza – 110 vivi, 26 morti, secondo le ultime stime ufficiali che non possono però essere considerate del tutto certe – è l’ossessione che accompagna la vita di Israele in ogni momento. In aeroporto, i loro volti sono la prima cosa che il viaggiatore si trova davanti. In televisione e sui giornali gli appelli per la loro liberazione sono continui. I cartelloni con scritto a caratteri cubitali in ebraico e in inglese Bring them home, “riportateli a casa”, sono ovunque. Ogni giorno, qui si trema per loro: per le donne che potrebbero essere stuprate, per gli anziani senza medicine, per gli uomini portati via feriti e per i militari che rischiano la tortura a causa della loro uniforme. È uno shock profondissimo quello con cui Israele si sveglia ogni mattina: destinato ad accompagnarlo per anni anche se, e quando, le persone rapite torneranno a casa.
Noi abitanti di Gaza e un’unica missione: sopravvivere
di Sami al-Ajrami
RAFAH – Ogni notte mi sveglio per i rumori assordanti degli attacchi aerei che scuotono il vecchio edificio in cui mi rifugio nella città di Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, insieme alle mie figlie gemelle e ad altre 23 persone sfollate anch’esse dalla città di Khan Yunis. Abbiamo 10 bambini spaventati e traumatizzati di età diverse, cerchiamo di calmarli per farli tornare a dormire e preghiamo che l’edificio non crolli, e speriamo di sopravvivere.
Vivevo a Jabalia, nel Nord della Striscia di Gaza. Sono un giornalista che lavora per l’agenzia di stampa Ansa da 12 anni. Sabato 7 ottobre alle 06:15 mi sono svegliato spaventato: sentivo il rumore di centinaia di razzi lanciati da Gaza verso Israele. Erano giorni “tranquilli”, nessuno si aspettava un altro round di guerra. Mi ci è voluta un’ora per rendermi conto che Hamas stava attaccando Israele. Guardando le immagini che circolavano sui social, ho avuto subito paura: sapevo che non sarebbe stata una guerra come le altre.
La prima settimana è stata piena di attacchi aerei che hanno ucciso persone e distrutto case e strutture vitali, poi sono arrivati gli ordini di evacuare l’intera area settentrionale e Gaza City. Venerdì, alle 2 di notte, non riuscivo ancora a dormire, ho ricevuto un messaggio registrato che diceva che tutti i residenti del Nord e di Gaza City avrebbero dovuto trasferirsi a Sud per la loro sicurezza. Ho iniziato a preparare i miei documenti e alcuni vestiti insieme alle mie figlie, a mio padre e a mia madre, e mi sono trasferito nella zona centrale della città di Deir al Balah.
Svolgendo il mio lavoro, mi sono trovato a coprire l’uccisione di 14 membri della mia stessa famiglia che era sfollata da Gaza City a Deir al Balah, Israele ha preso di mira un edificio con una bomba da 6 tonnellate, causando la distruzione di altri 6 edifici che ospitavano rifugiati e altre persone innocenti.
Successivamente ho dovuto trasferirmi nella città di Khan Yunis a casa di amici. Sono tornato a Gaza City e nel Nord diverse volte. Nell’ospedale Al-Ahli e nella chiesa nella città vecchia ho visto tantissimi cadaveri, e la sensazione più dolorosa è quando vedo i corpi lacerati dei bambini: credo di essere stato spezzato dall’interno così tante volte. La mia missione più importante in questi mesi è stata essere vicino agli amici più cari, sostenersi a vicenda, provare a fornire alla famiglia cibo e acqua e legna per accendere il fuoco, e dare ai bambini l’atmosfera più sicura possibile.
Il 2 dicembre mi sono trasferito a Rafah, vicino al confine con l’Egitto, nel quartiere di Al-Salam, insieme alla famiglia che mi ha ospitato: abbiamo legato molto, abbiamo pianificato insieme l’intero sfollamento e la missione di sopravvivenza. Spero che la guerra finisca presto senza più vittime e senza perdere più persone care.
La scommessa di Biden: ridisegnare il Medio Oriente
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli
NEW YORK – L’ultima cosa di cui aveva bisogno il presidente americano Joe Biden in questo anno elettorale era la guerra a Gaza, ma ora cerca di usarla a vantaggio di tutti, Netanyahu e Stati arabi permettendo.
Prima che scoppiasse, la sua strategia per il Medio Oriente era chiara: avendo fallito il tentativo di resuscitare l’accordo nucleare con l’Iran, perché Teheran aveva dimostrato di non essere seria al tavolo negoziale, stava puntando sull’allargamento degli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti tra Arabia Saudita e Israele. L’intesa era vicina, avrebbe isolato la Repubblica islamica, e molti analisti sono convinti che gli ayatollah abbiano favorito l’assalto di Hamas proprio per farla saltare.
Joe Biden siede con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’inizio della riunione del gabinetto di guerra israeliano. Tel Aviv, 18 ottobre 2023
Dopo il 7 ottobre Biden ha appoggiato Israele perché riteneva che fosse la cosa giusta, e non si potesse lasciare Gaza in mano all’organizzazione terroristica Hamas, determinata a cancellare lo Stato ebraico e sterminare ovunque gli ebrei. Però ha cercato di frenare l’offensiva di Netanyahu per limitare le vittime civili, evitare l’allargamento del conflitto e togliere ad autocrazie come Russia e Cina un argomento da usare per aizzare il Sud globale contro l’Occidente.
Ma anche perché alle presidenziali rischia di perdere i voti della sinistra democratica, e di minoranze chiave come quella araba, che nello Stato decisivo del Michigan ha una popolazione superiore alla differenza percentuale con cui aveva battuto Trump nel 2020, e quindi può determinare la sua sconfitta. L’attacco agli Houthi appare un’escalation, ma ha lo scopo opposto, ossia frenare Teheran.
Biden ora cerca di usare la crisi per trasformare il Medio Oriente. Vuole che Netanyahu cambi tattica, puntando su operazioni mirate contro Hamas. Questo potrebbe aprire lo spiraglio per riprendere i negoziati con l’Arabia, che secondo il segretario di Stato Antony Blinken è ancora interessata a normalizzare le relazioni con Israele, a patto che finisca la guerra a Gaza e venga definito un percorso per lo Stato palestinese. Hamas verrebbe così eliminato ed espulso dalla Striscia, riunificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità di Ramallah.
Se a Biden riuscisse questa difficile operazione, la grave crisi potrebbe trasformarsi nell’occasione per entrare nella storia, ridisegnando il Medio Oriente. Risolverebbe la questione palestinese, avvicinerebbe il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi e isolerebbe l’Iran, creando opportunità per una stabilità senza precedenti. Così recupererebbe o aumenterebbe anche i voti persi in vista delle presidenziali.