Pensiero Spirituale sulla visione cristiana della vita nella saggezza popolare

Cari amici,
senza dubbio la saggezza popolare ha sempre saputo sintetizzare la fede e la gente nel corso della Storia ha conservato salda la fede anche in mezzo alle bufere come guerre, eresie, defezioni e tradimenti stessi della fede. Il popolo però aveva i suoi punti di riferimento pieni di sapienza.
La mia cara nonna diceva sempre una frase che porto nel mio cuore da quando sono bambino. Poche e semplici parole ma di una saggezza sconfinata, di pura essenza evangelica, di fede radicata nell’intimo:
La vita è breve, la morte è certa, del morir l’ora è incerta. Un’anima sola si ha, se si perde che ne sarà? Se perdi il tempo che adesso hai, alla morte certo non l’avrai. Dio ti vede, Dio ti giudicherà. Paradiso o inferno ti toccherà. La via del Cielo è stretta e pochi camminano per quella.
Quella dell’inferno è larga e molti corrono per quella.
Se vuoi salvarti coi pochi fai quello che fanno i pochi e che vorresti aver fatto in punto di morte.
Questa è certamente una visione della vita alla luce della vita. È una visione certa, vera, non manipolata dall’ateismo o dall’incredulità. È una visione alla luce di Dio, alla luce della sua Misericordia e della sua giustizia.
La vita è breve. È uno dei temi a cui la Madonna ci ha chiamato tante volte a meditare. Alcune tra le espressioni più belle nei messaggi della Regina della pace riguardano proprio la brevità della vita.
Figli miei, la vostra vita è solo un battito in confronto alla vita eterna (2 agosto 2014)
La vita è soltanto un battito di ciglia (2 novembre 2014)
Di fronte all’eternità la vita è brevissima, è un battito di ciglia. La Madonna ha paragonato la vita a un fiore. Questo tema ricorre spesso nelle esortazioni sul senso della vita della Regina della pace. Ovviamente è un tema biblico onnipresente.
«Figlioli, non dimenticate che la vostra vita passa come un fiorellino di primavera, che oggi è meraviglioso, ma domani non se ne trova traccia» (25 marzo 1988)
«Non dimenticate, figlioli, che la vostra vita è passeggera come un fiore» (25 agosto 2001)
«Non dimenticate che siete passeggeri come un fiore in un campo che si vede da lontano, ma in un attimo sparisce» (25 gennaio 2007)
La brevità della vita è dovuta al fatto che noi ci illudiamo di essere eterni. Se portiamo indietro nel tempo la nostra mente e i nostri ricordi, quando abbiamo scoperto di esistere, abbiamo provato stupore nel capire di essere al mondo, ci siamo meravigliati di essere vivi e ci siamo resi conto che c’è stato un momento in cui abbiamo iniziato a vivere e prima non vivevamo. Da lì sono derivati tanti interrogativi: da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? Quando ci siamo posti queste domande abbiamo capito che è bello vivere, è bello esistere e spontaneamente ci siamo paragonati al nulla che c’era prima che esistessimo. Abbiamo capito di essere passati dal non essere all’essere e allo stesso tempo questa consapevolezza ha suscitato in noi stupore e gioia.
Questa gioia è stata offuscata il giorno in cui una persona cara o un conoscente è venuta a mancare. In quel momento abbiamo fatto una scoperta, che poi è un trauma che ci si porta con sé nel corso della vita, cioè che la vita non è per sempre. Si cresce, si diventa adulti attraversando le varie stagioni della vita e dopo la vecchiaia c’è la morte. Ci rendiamo conto che sulla Terra tutto finisce, le piante, gli animali, anche l’uomo finisce. Nel medesimo tempo, chi è cresciuto nell’ambito della fede cristiana sa che con la morte non finisce tutto ma c’è un’anima immortale e ne consegue che la prospettiva della vita va oltre la morte.
“La vita è breve e la morte è certa” è una delle prime percezioni che uno ha e con cui deve fare i conti perché si scopre che non si è padroni della propria vita. Scoprendo che abbiamo iniziato a vivere e che termineremo di vivere qui sulla Terra, ci rendiamo conto ce non siamo padroni della nostra vita, che non siamo padroni di noi stessi. È da questa costatazione di tutti i popoli che è nata la religione.
Mircea Eliade (1907-1986), storico delle religioni rumeno, scrisse nel suo Trattato di storia delle religioni che la percezione della morte è la motivazione per cui sono nate le religioni; la religione è la risposta dell’uomo alla realtà della morte. È la risposta dell’uomo che non accetta di essere un animale, non accetta di diventare un pugno di polvere ma si apre all’orizzonte dell’Aldilà.
Scopriamo, allora, che non ci apparteniamo, che non siamo padroni della nostra vita, che Qualcuno ha deciso che noi esistessimo e nel medesimo tempo ci rendiamo conto che la morte è certa ma l’ora della morte è incerta. Del morir l’ora è incerta,vuol dire che non siamo noi a decidere – a meno che non ci si voglia suicidare, ma questa scelta è una resa alla morte – quando moriremo. Non siamo noi a decidere il momento, ciascuno ha il suo momento. Ciascuno di noi ha un tesoro che è il tempo, ovvero il tempo che abbiamo a disposizione per la vita. È il tempo che Dio ci ha dato, insieme al vivere, con dobbiamo fare l’unica cosa importante della vita: aprirci a Dio, che fonte della vita, è colui che ci fa vivere e ci farà vivere in eterno. L’incertezza della morte aleggia sulla nostra vita. L’uomo nasce incerto, nasce senza la chiave che risolve l’enigma della vita. Solamente aprendo il cuore alla fede si può scoprire il senso della vita, la bellezza della vita.
“Di anima una sola se ne ha”, la nostra anima è noi stessi, è ciò che ci rende più grandi di tutto l’universo, ciò che ci rende capaci di Dio, di aprirci a Lui, di parlare con Lui, di rispondere a Dio con l’amore. Il nostro mondo ha già perso l’anima negandola. L’uomo di oggi non vuole Dio, non vuole l’Aldilà e non vuole l’anima. Degrada sé stesso a un essere transeunte, come se fosse un animale.
“Se perdi il tempo che adesso hai, alla morte certo non l’avrai”. È Dio che decide la lunghezza della nostra vita, solo Lui sa quanto tempo abbiamo a disposizione. Non dobbiamo buttare via il tempo della vita. “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro” disse San Giovanni Paolo II ai giovani. Ai ragazzi dobbiamo proprio dire che non devono buttare via se stessi nel disordine, nei vizi dell’autodistruzione. La vita è troppo preziosa per sprecarla, per distruggere se stessi inseguendo falsi idoli, ricchezza, potere e gloria. Se buttiamo la vita sulla via della perdizione si arriva alla morte con la clessidra del tempo esaurita. Nell’ultimo istante, se non ci saremo aperti a Dio, ci saremo persi per sempre. Quando un’anima è perduta lo è per sempre.
“Dio ti vede” non è un’affermazione intimidatoria ma è un’affermazione misericordiosa. Dio ci guarda come il padre guarda il figlio, Dio ci attende, ci sollecita, ci aiuta, ci chiama. Dio alla fine ci giudicherà. Dipende da noi come arriveremo all’ultimo istante, se col cuore aperto o chiuso e sopraffatto dal male.
“Paradiso o inferno ti toccherà” a seconda di come sarà la nostra anima al momento della morte. L’invito è quello del Vangelo, cioè seguire la via stretta che porta al Cielo e camminare lungo quella anche quando è difficoltosa, anche quando è la via della Croce perché è la via della Resurrezione.
“La via del Cielo è stretta e pochi camminano per quella. Quella dell’inferno è larga e molti corrono per quella” sono parole del Vangelo e anche la Regina della pace le ha riprese quando ha detto che l’uomo moderno non vuole Dio e va verso la perdizione. Percorriamo, allora, la via del Cielo anche se siamo pochi; la via dell’inferno è larga ma stiamo lontani da essa perché il fatto di essere in tanti a percorrerla non giustifica il fatto di andare verso l’abisso.
“Se vuoi salvarti coi pochi fai quello che fanno i pochi e che vorresti aver fatto in punto di morte” questa è la frase che racchiude il motto del nostro vivere orientati all’eternità. Dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, amare il prossimo come se stessi, osservare i Comandamenti, attingere alla grazia dei Sacramenti facendo il bene. Nel corso della nostra vita dobbiamo fare tutto quello che vorremmo aver fatto in punto di morte. Così affronteremo la morte senza rimpianti, con l’abbraccio con Cristo, con la gioia di entrare in Paradiso.
Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”