Un festoso incontro questa mattina con un numeroso gruppo di partecipanti al Cammino di Sant’Agostino nei Santuari della Brianza





Un festoso incontro questa mattina con un numeroso gruppo di partecipanti al Cammino di Sant’Agostino nei Santuari della Brianza





di Marina Lomunno -Avvenire
Parla il cardinale Ángel Fernández Artime, spagnolo, già rettor maggiore dei Salesiani, arrivato in Italia con l’aereo che re Felipe ha offerto a Leone. «La folla che ha abbracciato il Pontefice cerca testimoni di gioia»
14 giugno 2026
Artime durante l’incontro nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino
«Sono stato con il Santo Padre a incontrare i migranti nelle Isole Canarie. Mentre aspettavamo che arrivasse il Papa ho voluto raggiungere quei ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: “Fermatevi, convertitevi”. Non sappiamo se lo faranno ma il grido che il Santo Padre ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticheremo mai».
Sono parole del cardinale Ángel Fernández Artime che abbiamo incontrato sabato 13 giugno a Torino, appena tornato da Tenerife. Il guasto dell’aereo che venerdì sera ha fatto ritardare il ritorno di papa Leone dalle Canarie a Roma non ha sconvolto i suoi piani: il cardinale era atteso ieri mattina alle 11 nella Basilica di Maria Ausiliatrice per un convegno sul futuro della vita religiosa. Artime, originario delle Asturie, già Rettore dei Salesiani per due mandati, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, è stato invitato dal Papa a seguire il viaggio apostolico in Spagna ed è atterrato con il suo seguito più stretto a Fiumicino, dopo aver volato con il Falcon messo a disposizione da re Felipe. Un treno all’alba per Torino ed eccolo a Valdocco, nella Casa Madre dei Salesiani dove centinaia di persone, giovani, confratelli e religiose hanno accolto «il Rettore emerito» e sono stati i primi ad ascoltare le sue prime impressioni sul viaggio di papa Leone nel suo Paese.
Il cardinale è stato invitato nella Basilica di Maria Ausiliatrice, nel 158° anniversario della consacrazione per mano di don Bosco, a parlare del futuro della vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, “Un futuro senza numeri e senza mura: conversazione sulla vita consacrata” (San Paolo).
La sua riflessione ha preso molti spunti dal viaggio appena concluso. Come la necessità del nostro mondo, alla ricerca di senso, di testimoni autentici. «Come tutti, io in particolare che conosco bene la Spagna che soffre come tanti altri paesi gli effetti della secolarizzazione – riflette il cardinale – siamo rimasti molto colpiti dalle migliaia, milioni di persone che in questi giorni hanno seguito il Papa. Allo Stadio Bernabeu di Madrid c’era una moltitudine di persone moltissimi giovani… quello stadio si riempie così soltanto per la finale dei Mondiali di calcio. Questo significa che il mondo ha bisogno di testimoni.
Oggi parliamo di vita religiosa: ecco, la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare religiosi e religiose che nella loro semplicità vivono felici quello per cui hanno speso la loro vita. Se sei salesiano, per esempio, chi ti incontra nei cortili dell’oratorio, i giovani, devono avere la sensazione di incontrare un uomo che sia felice allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna».
Che messaggio lancia dalla Spagna Papa Leone all’Europa?
«Mi permetto di dire – è la risposta di Artime – che quello che il Papa ha detto in Spagna vale per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno a una società dei grandi valori messi in atto, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo».
Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha colpita?
«Sono stati tantissimi i momenti che mi hanno emozionato: come dicevo prima la folla per la Messa allo stadio di Madrid che mi ha dato l’impressione di una moltitudine che lancia un grido del bisogno di fede e di sete di Dio. E poi l’intervento del Santo Padre al Congresso dei Deputati, il Parlamento, un momento di una grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che abbiamo concesso questa opportunità al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa universale: i sette minuti di applausi sono stati persino più significativi dei discorsi. Ma soprattutto mi hanno colpito gli incontri con i migranti, con il mondo delle persone scartate, sofferenti, come la visita al carcere in Barcellona. Il Papa ascoltato il grido e il dolore dei più sofferenti del nostro mondo e li ha consolati».

di Stefano Caprio- Asia News – 13 Giugno 2026
Il mondo accademico russo è stato ridotto al silenzio. Una campagna senza precedenti montata intorno a un progetto di ricerca su Aristotele sta screditando persino l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. E se nel 2022 gli scienziati erano il gruppo professionale più attivo nella condanna dell'”operazione speciale” in Ucraina oggi la loro comunità è praticamene scomparsa dalla scena pubblica.
Il termine intelligentsija fu coniato in Russia nel XIX secolo, usando una parola latina russificata, in quanto il latino era allora la lingua accademica delle università russe, per indicare la classe degli intellettuali che cercavano di “guidare il popolo” e indicare la via anche agli zar, per creare un Paese moderno e rispettoso dei diritti umani, a cominciare dall’abolizione della servitù della gleba. Ora il termine è praticamente caduto in disuso, ed è difficile definire lo status degli intellettuali nella Russia putiniana.
Il progetto dell’Accademia polacca delle Scienze “Intelligentsija, Impero e Civiltà nel XIX e XX secolo” (2005-2007) aveva utilizzato il termine “intelligentsija silenziosa” in relazione al periodo sovietico, dove comunque esisteva ancora un’importante élite intellettuale. Il mondo accademico russo è invece oggi proprio immerso nel silenzio, e il fenomeno dell’intelligentsija è ormai un ricordo del passato, insieme alla generazione del periodo del disgelo khrusceviano dei primi anni Sessanta, coloro che hanno impedito alla Russia di ricadere nella barbarie: Sergej Averintsev, Mikhail Gasparov, Vjačeslav Ivanov, Georgij Knabe, Jurij Lotman, Georgij Ščedrovitskij, Merab Mamardašvili e tanti altri, ed è difficile immaginare chi potrà rappresentare l’élite intellettuale russa dopo il putinismo.
Nella Russia odierna, le idee sono equiparate alla dinamite: i valori della vita umana, della libertà, della dignità e della reputazione professionale sono visti dalla propaganda come imprese occidentali estranee ai russi, indesiderabili in tempo di guerra. A maggio di quest’anno è iniziata una campagna senza precedenti per screditare la principale istituzione accademica russa, con una storia centenaria: l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. Il pretesto sono state le azioni del Comitato Investigativo russo, che il 19 maggio ha effettuato perquisizioni e arrestato per interrogatorio il direttore dell’Istituto di filosofia e i ricercatori che dal 2018 al 2024 stavano lavorando al progetto “L’eredità di Aristotele: la preparazione delle opere complete di Aristotele”. La direttrice del progetto, Svetlana Mesyats, è stata posta agli arresti domiciliari, e gli altri studiosi sono stati trattenuti come testimoni. Una delle numerose verifiche contabili dell’istituto, in corso dal 2021, ha portato alla luce irregolarità nella spesa dei fondi stanziati per gli stipendi dei ricercatori incaricati dallo Stato. I “patrioti” radicali usano questa vicenda come pretesto per vendicarsi dell’istituto e intimidire il mondo accademico, e pretendono di chiudere l’Istituto di filosofia “su richiesta del popolo”, dimostrando che “l’affare Aristotele” è, di fatto, politicamente motivato.
Gli attacchi all’Istituto di filosofia sono iniziati cinque anni fa: in previsione dell’annuncio della Svo, l’operazione speciale in Ucraina, il gruppo mediatico di Tsargrad e il club Zinov’ev tentarono di nominare un loro collaboratore, Anatolij Černjaev, al posto dell’accademico Dmitrij Smirnov, direttore dell’istituto eletto legalmente nel 2020. L’intero personale dell’istituto, sia scientifico che tecnico, si oppose alla sua nomina, ritenendolo inadatto a guidare un istituto accademico a causa della sua mancanza di autorevolezza scientifica e di qualità personali. I patrioti radicali non accettarono la sconfitta, e negli ultimi cinque anni i loro sostenitori hanno pubblicato chilometri di menzogne sull’istituto e sui suoi scienziati, con il desiderio di prendere il controllo di un’istituzione accademica dalla reputazione impeccabile e di imporvi la propria agenda, per trasformarla in un centro di propaganda.
Oggi assistiamo alla seconda fase di questa campagna. Incapaci di controllare gli scienziati, i patrioti stanno tentando di screditare l’Istituto e di distruggerne la buona reputazione, con accuse fittizie di furto, lavoro scadente, incompetenza, e come colpo di grazia, di avere un’agenda liberale, di collaborare con l’Occidente nemico e di nutrire sentimenti pacifisti. Svetlana Mesyats, ricercatrice di fama mondiale e allieva di Pjama Gajdenko, è accusata dalla propaganda di aver tenuto conferenze in Germania e Ucraina prima della guerra, di essere sempre stata a favore della pace e di essersi espressa contro la Svo nel 2022.
L’Accademia Russa delle Scienze, vertice della piramide accademica, che aveva ottenuto la libertà di espressione durante gli anni della perestrojka gorbacioviana, l’ha oggi completamente perduta. La prima fase della perdita di autonomia è stata legata all’annullamento dell’indipendenza finanziaria nel 2013, quando il Cremlino, utilizzando la “formula delle due chiavi”, ha trasferito tutti gli istituti di ricerca dell’Accademia (circa 400) al ministero della Scienza e dell’istruzione superiore, lasciando all’Accademia la sola responsabilità delle attività specialistiche. La perdita definitiva di autonomia dell’Accademia si è verificata nell’anno del suo trecentesimo anniversario: nel 2024, il Presidium ha chiesto a Putin di presiedere il Consiglio di amministrazione, diventando il primo leader russo (escludendo Stalin, che fu eletto membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’URSS nel 1939) a ricoprire una carica all’interno dell’Accademia.
Nell’aprile del 2026, il presidente dell’Accademia Gennadij Krasnikov ha proposto l’apertura di “primi dipartimenti” presso gli istituti di ricerca, con personale composto da ufficiali dei servizi dell’Fsb, per “proteggere i risultati scientifici russi dallo spionaggio scientifico”. Durante il periodo sovietico, questi dipartimenti esercitavano un controllo ideologico e garantivano la segretezza. Questa mossa è stata presentata agli scienziati come un segno di preoccupazione per la loro sicurezza: ora la responsabilità di stabilire cosa si può e cosa non si può ricercare e pubblicare viene trasferita a “dipendenti competenti”.
È improbabile che i professori e i ricercatori universitari, che costituiscono in larga parte il “partito della pace” e che prima della guerra fungevano da dominatori dell’opinione pubblica e guide morali, riconquistino rapidamente la fiducia e il rispetto dei loro compatrioti. Nei primi due decenni del XXI secolo, il mondo accademico russo occupava le prime posizioni nelle classifiche della fiducia pubblica, fino alla “svolta conservatrice” del 2012-2014. Nel 2022, gli scienziati russi rappresentavano il gruppo professionale più numeroso a non sostenere un’azione militare. L’85% dei rappresentanti della comunità scientifica intervistati aveva votato contro, e molti membri dell’Accademia hanno firmato una lettera aperta di protesta contro l’avvio della Svo. Nel suo quinto anno, la comunità scientifica russa è praticamente scomparsa dalla scena pubblica, cadendo nel più totale silenzio.
Non si aspettano cambiamenti immediati nel prossimo futuro, prevedendo che la guerra calda si trasformerà in una guerra ideologica senza fine, e si riflette sulle prospettive di integrazione dei rappresentanti della “diaspora putiniana” dei russi in patria e all’estero, nella divisione globale del lavoro della nuova rivoluzione industriale-militare. Presentandosi come un “pensionato attivo”, il metodologo Petr Ščedrovitskij tiene conferenze pubbliche su “Lo stato del futuro” e il “Pensiero costruttivo”. Il suo principale interesse pratico è il progetto “Filosofia della Russia”, che ha avviato vent’anni fa, contemporaneamente al progetto “Mondo russo”: “come filosofo, vedo la chiave del successo nel riportare la Russia alla sua filosofia. La filosofia nazionale è il fondamento su cui si costruisce lo Stato, si stabiliscono i valori, si sviluppano le imprese e fiorisce l’innovazione”, ha affermato di recente. Aleksej Kozyrev, decano della facoltà di filosofia della principale università Mgu di Mosca, riprende questa ispirazione, secondo cui una vera riflessione filosofica è un attributo essenziale di una cultura competitiva: “è proprio una tradizione filosofica sviluppata che funge da fondamento intellettuale su cui si basano sia l’identità culturale, sia la sostenibilità economica di uno Stato nella competizione globale”.
La Russia è paralizzata dall’attesa di un periodo di disastri dopo le tante guerre, e nessuno sa esattamente cosa accadrà, quando o come. L’orizzonte di pianificazione è crollato, e l’espressione “vicolo cieco senza fine” ha assunto un significato letterale. Si spera nella rinascita dell’intelligentsija, che offra la possibilità di ricominciare a pensare con la propria testa.
di Antonio Giuliano
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume.
12 giugno 2026 – Avvenire
Il capitano Luka Modric, il ct Dalic e i giocatori della nazionale croata alla Messa di Ičići nell’arcidiocesi di Fiume / Arcidiocesi di Fiume
Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.
La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.
Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.
La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.
Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.
Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore».
Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».
Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’ anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.
Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».
Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare».
Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore. Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere.
«La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».
Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce – ha spiegato il parroco nell’omelia -. Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».

Antonio Tarallo – ACI Stampa, 12/06/2026
“Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”. Il papa fa sua l’esortazione di Dio al popolo d’Israele nel suo Messaggio in occasione della Giornata della Santificazione Sacerdotale che viene celebrata oggi. Approfondisce il tema della santità che “non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.
Santità è partecipazione al mistero di Cristo Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore” scrive papa Leone XIV.
Sottolinea poi un paradosso della vita sacerdotale: “siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta, siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite”. E allora si chiede: “Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù”. Con il Signore si tratta di un cammino in unione: unione con il Cuore di Cristo, soprattutto, che non è “una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano”.
Eucaristia, preghiera, meditazione della Parola di Dio, servizio umile ai fratelli e alle sorelle: questi i capisaldi della vita sacerdotale. Questo il programma per rimanere “uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura”. Una missione che non è slegata all’umanità, ci tiene a precisare il pontefice: “Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé”.
C’è bisogno di sacerdoti che “non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo”. Cuori uniti al Sacro Cuore di Cristo: questo è il segreto della santità. “Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo. Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce” continua papa Leone XIV nel suo Messaggio.
Bacheca
E conclude con un’esortazione: “Rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama”.

Leone XIV nell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti a Tenerife, lancia un monito a chi si approfitta della disperazione di tanti, a chi trasforma “la sofferenza altrui in un affare”. “Dovrete comparire davanti alla giustizia divina”: afferma il Pontefice che esorta a riparare al male provocato, a “spezzare le catene” di chi è sotto scacco “perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito”
Benedetta Capelli – Vatican News, 12/06/2026
Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui! Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro.
“Convertitevi”. Da Plaza del Cristo de La Laguna a Santa Cruz de Tenerife risuona quel grido che 33 anni fa scosse le coscienze di molti. Un anatema rivolto ai mafiosi, quello di San Giovanni Paolo II, che dalla Valle dei templi di Agrigento si levò come un vento impetuoso capace di agitare anche i cuori più duri. Il vescovo di allora, monsignor Carmelo Ferraro, raccontò che quelle parole arrivarono dopo i toccanti incontri del Papa con i famigliari di alcune vittime, tra queste il giudice Antonio Livatino, oggi beato perché martire in odium fidei.
Papa Leone fa suo quel grido, lo fa con forza accompagnato dagli applausi dei presenti, colpito probabilmente dalla violenza dei racconti ascoltati dalle voci dei migranti nei due giorni passati nelle Isole Canarie. Il racconto di un dolore pungente, costante che a volte è diventato lacrime, altre volte silenzio, isolamento, rabbia e che, grazie al lavoro di tanti “buon samaritani”, piano piano si è lenito. Nell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti di oggi 12 giugno, ultimo giorno di viaggio, il Pontefice in spagnolo indica nel potere del denaro una delle cause di tanto male e dice “una parola chiara”…
a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare.
La giustizia divina
Quel male è impresso sui volti delle persone che ascoltano il Papa e che si sono salvate.
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina.
Riparare e restituire
Ai trafficanti di morte il Vescovo di Roma rivolge un accorato appello.
Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione.
Gli occhi di Gesù
La porta stretta di cui Gesù parla nel Vangelo è dunque per il Papa fatta di “verità, giustizia e conversione”. È una porta che diventa ogni giorno la scelta di vivere allontanando il peccato e percorrendo la via del perdono. L’invito di Papa Leone è di avere un nuovo sguardo – Alzar la mirada – guardare al fratello considerato “uno scarto”.
Fratelli e sorelle, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
Integrazione come lettura nuova della realtà
Il Papa guarda a San Cristóbal de La Laguna, dove arriva facendo un giro sulla golf-cart per salutare i tanti presenti. “Una città senza mura, una città aperta, così viene definita, il Pontefice si sofferma sulle barriere difficili da superare, che non so di pietra ma quelle della paura e dell’indifferenza soprattutto dinanzi alle storie di dolore. Ma in “una città senza mura, – sottolinea – anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle”. Va imparato “il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”.
L’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Ricostruire il futuro
Toccare la carne di Cristo riconosciuto “nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero” vuol dire riconoscere la dignità altrui che va al di là della “concessione riduttiva o semplice atto di filantropia” perché nasce “dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente”.
L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Un cammino reciproco
Integrare, sottolinea il Papa, non vuol dire cancellare il passato, né creare “mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente” ma è “un cammino reciproco”. Alla società spetta il compito di scoprire che “la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri”, si tratta – afferma Leone – di “una preziosa forma di misericordia”.
A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
“La tua vita non è uno scarto”
“Parliamo, prima di tutto, – afferma il Pontefice – di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire”. Persone che hanno il diritto di ricominciare e “di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”
Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato.
Lo straniero, il fratello di oggi
Da qui il ringraziamento del Papa per la Chiesa che si impegna a “camminare con quelli che camminano”, con chi si impegna a restituire quanto ha ricevuto. Fa riferimento ai migranti provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini.
Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Il secondo naufragio silenzioso
Ai cattolici il Papa chiede che si offri a chi arriva una comunità capace di indicare percorsi per conoscere Cristo. “Una Chiesa che accoglie – sottolinea – è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”. Non si può restare indifferenti di fronte ai cimiteri del mare.
Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
Un luogo dove tutti si sentano fratelli
Concludendo il suo discorso, il Papa fa riferimento alla Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù, “modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità”.
Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli.
“Tutti fratelli e sorelle”
Al termine della Messa, dal balcone della casa vescovile, Papa Leone ha espresso il suo ringraziamento per la “splendida accoglienza” e per l’accoglienza riservata agli immigrati. “Tutti noi desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana – ha affermato – che ci è stata donata al momento della nostra creazione. Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife. Siamo tutti un’unica famiglia”. Poi il Pontefice ha detto “grazie” a Dio perchè “ci ha dato la capacità di amare ed essere amati, ed è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite”.
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