Anno: 2026 Pagina 234 di 288
di Gordon Repinski, da Monaco – Corriere della Se – 16 Febbraio 2026
La vedova del dissidente avvelenato: «L’Occidente sopravvaluta il Cremlino»
Questa è l’intervista che Yulia Navalnaya ha dato a Politico, dopo che i governi di cinque Paesi hanno confermato che suo marito Aleksej è stato avvelenato nella colonia penale n. 3 di Yamalo-Nenec con l’epibatidina, rarissimo veleno presente nella rana freccia dell’Ecuador (specie che non vive in Russia). È stata leggermente tagliata ed editata per chiarezza.
Yulia Navalnaya, poco fa abbiamo ricevuto informazioni di intelligence da cinque Paesi europei: confermano che Aleksej è stato avvelenato con la tossina della rana freccia. Lei ne è sempre stata convinta.
«Sono soddisfatta. È difficile per me dire che sia una buona notizia, perché, sapete, mio marito è stato ucciso. Naturalmente io lo sapevo già: era un uomo giovane, aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che lui si prendesse cura di sé, che pensasse alla sua salute. E per me era evidente: lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era chiaro che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin. Tutti sanno che nel 2020 Aleksej è stato avvelenato con il Novichok. Se ne sono occupate molte agenzie. E anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’FSB che lo seguivano da molti anni e che poi lo hanno avvelenato durante il suo viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso in questa colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo, lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi del Regno Unito, della Svezia, dei Paesi Bassi e della Germania, che hanno collaborato insieme e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate e non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».
Due anni fa lei era salita sul palco qui a Monaco con la notizia molto fresca della morte di Aleksej.
E ha detto a caldo: Vladimir Putin sarà portato davanti alla giustizia. Due anni dopo non ci siamo ancora arrivati.
«Ma siamo su questa strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi che hanno partecipato a questa conferenza, o in tutto il mondo, erano sicuri che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia».
Ha delle aspettative nei confronti degli altri Paesi, non solo di quelli che hanno indagato, perché diano un seguito a quanto scoperto?
«Ci sono certamente questioni geopolitiche quando i Paesi trattano con Putin. Non è questa la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, ci vuole molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, che abbiano avuto una visione politica e lo abbiano fatto insieme».
L’Occidente, o i Paesi che si oppongono a Putin, sono troppo deboli con lui?
«Certamente. Sì, ovviamente penso che l’Occidente potrebbe essere molto più forte contro Putin. A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil. Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da molti anni. E per me è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Fa quello che fa ogni dittatore. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Dopo ha iniziato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un normale dittatore».
Pensa che sia necessario che la guerra tra Russia e Ucraina finisca perché l’opposizione abbia una chance contro Putin?
«Sono due cose parallele. La guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma dal 2011, quando noi cercavamo di portare l’attenzione su di lui…».
È possibile che la popolazione russa si sollevi? C’è così tanta repressione.
«Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce contro Putin. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o facendo cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo lei sarà in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia. Ma è ovvio che in Russia le persone normali abbiano paura».
Tempo fa mi disse che dalla Russia le scrivevano lettere. Può condividere qualcosa?
«La situazione dentro la Russia non è così buona, né così unita, come Vladimir Putin vorrebbe far pensare. Molte persone mi scrivono di una situazione economica molto dura, di povertà. Direi che più del 70% di queste lettere lo dice. Non hanno soldi per le cose essenziali. Mi scrivono molto della censura, dei social media vietati. Negli ultimi 20 anni la Russia è molto avanzata tecnologicamente: avevamo un Internet che si stava sviluppando molto velocemente, eravamo abituati ad avere servizi molto buoni. Oggi le persone cominciano a sentirlo sulla propria pelle: quando non si è più in grado di telefonare, o di ricevere messaggi dei propri vicini, o di usare il conto bancario online. Ed è così che si comincia a percepire che qualcosa sta succedendo nel proprio Paese, sulla propria pelle».
Lei vede individui, o gruppi di persone, potenti o meno, che possano assumersi il ruolo che è stato di suo marito?
«Ci sono molte persone che stanno combattendo contro Vladimir Putin. Non è possibile farlo dentro la Russia, ma fuori ci sono molte persone che protestano contro il regime, contro la guerra in Ucraina».
Quando Putin è arrivato al potere è stato invitato a parlare al Parlamento tedesco, e molte persone hanno pensato che potesse essere un riformatore. Lo abbiamo tutti sottovalutato, abbiamo preso decisioni sbagliate?
«Lei lo sopravvaluta. E anche dentro la Russia lo sopravvalutano. Io capisco perché: quando era arrivato al potere era molto giovane, non beveva in confronto a Eltsin. Dava una speranza. Ma per esempio per mio marito — e lo scrive nel libro — noi non ci siamo mai fatti illusioni su Putin: sapevamo dall’inizio cosa significasse che fosse un agente del KGB, sapevamo che per tutto il tempo lui voleva solo tornare all’Unione Sovietica e ricostruire tutto lo schema dell’Unione Sovietica, con la censura e un’unica opinione pubblica, e governare il Paese per tutta la vita».
Si vede in politica a un certo punto?
«Io? Io sto facendo politica. Tutto quello che sto facendo ora è politica. Io sono perfino seduta qui sul palco e c’è scritto Politico!»
Ma mi lasci insistere, ed essere più preciso. Può immaginare, se le cose cambiano in Russia, di candidarsi a un certo punto per un mandato, per qualcosa?
«Di sicuro tornerò a casa. Io sogno di tornare. Non direi che sia nostalgia. Capisco che potrebbero volerci anni per tornare. Ma io so di me stessa, dei miei figli, che noi sogniamo di tornare a casa. Noi per tutto il tempo abbiamo voluto vivere in Russia. La Russia è il nostro Paese. Per questo vedremo se e quando io tornerò. Ma certo mi piacerebbe aiutare il mio Paese a diventare un Paese pacifico, prospero e democratico».

Programma di Padre Livio – Lunedì 16 febbraio 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 08.55 – 09.30: UNO SGUARDO SULL’ATTUALITA’
1)Dio perdona quelli che si pentono dei propri peccati
+Cristo ha patito per i peccati degli uomini di tutti i tempi
+La grazia della salvezza è un dono che Dio da a tutti
+Anche ai non battezzati viene offerta la grazia della salvezza per vie note a Dio
+Tuttavia per ottenere la salvezza eterna è necessario aprire il cuore a Dio e pentirsi del male fatto.
+Non è vero che tutti gli uomini vanno in paradiso
+Chi muore in stato di peccato mortale e non si pente dei propri peccati si perde eternamente
2) Il messaggio pressante di Lourdes (Prof. Roberto de Mattei)
h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla preghiera (72)
h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE
14) I Segreti dal quarto al decimo sono i Sette flagelli dell’Apocalisse
+Col quarto segreto incomincia l’Apocalisse vera e propria
+Solo i Veggenti conoscono gli eventi, il momento e il luogo.
+La polarizzane degli schieramenti riguarderà l’intera umanità
+Il male manifesterà tutta la sua forza satanica
+La Chiesa e Medjugorje saranno il punto di riferimento per la salvezza
+Le armi della Vittoria saranno la fede, la preghiera e la testimonianza con Maria
+La Chiesa celebrerà la vittoria in concomitanza del bimillesimo anniversario della Redenzione?
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO
Libro di Padre Livio: Tutti e Segreti si realizzeranno (8)
BLOG: blogdipadrelivio.it
DAI UNA MANO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO
+Bonifico Bancario Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano – IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574
+Conto corrente postale – N. 1 4 5 2 2 2 2 1
Intestato a: Associazione Radio Maria, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)
+5×1000 per i progetti di Radio Maria: C. F. 94023530150

LIBRO DEL CARD. VICTOR MANUEL FERNANDEZ -PREFETTO DEL DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Nel programma “La lettura cristiana della cronaca e della storia” viene inserita all’inizio una breve meditazione sullo Spirito Santo che si prolunga per tutti i giorni dell’anno.
Dedicare cinque minuti al giorno allo Spirito Santo può essere un vero conforto che ristora profondamente la nostra vita. In queste pagine l’autore raccoglie molti anni di esperienza nella comunicazione spirituale compiuta con i suoi numerosi libri, i programmi radiofonici e l’accompagnamento pastorale in cui ha cercato di aiutare le persone a vivere meglio spiritualmente. Pur esprimendosi in modo agile e accessibile, quest’opera racchiude la solidità e la profondità della sua ricerca teologica sullo Spirito Santo, sulla grazia e sulla spiritualità. Un prezioso cammino spirituale durante tutto l’anno perché la nostra vita sia piena della gioia, della luce e della libertà dello Spirito Santo.
Il libro è disponibile nelle librerie, in particolare quelle cattoliche, e su tutti gli store on line. Non inoltrare richieste a Radio Maria.
Divenne il confessore di santa Margherita Maria Alacoque. Si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la pratica salvifica dei primi venerdì del mese.
Santo del giorno 15_02_2026

«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era Claudio de la Colombière (1641-1682), che nel 1675 fu scelto come superiore della casa dei gesuiti a Paray-le-Monial e divenne il confessore del vicino monastero della Visitazione dove si trovava Margherita. Il santo aveva da poco professato i voti solenni, al termine del periodo della “terza probazione” sapientemente stabilito da sant’Ignazio di Loyola, e così aveva scritto durante il ritiro spirituale: «Chiedo a Dio che mi faccia conoscere ciò che devo fare per servirlo e per purificarmi».
Terzo di sei figli, quattro dei quali scelsero la vita religiosa, era nato in un villaggio francese da una famiglia profondamente cristiana. A 17 anni si trasferì ad Avignone per iniziare il noviziato nella Compagnia di Gesù, dove nel suo animo si alternarono gioie e aridità legate al distacco dagli affetti e dal mondo, di cui in seguito scriverà: «Gesù Cristo ha promesso cento in cambio di uno, e posso dire che io non ho mai fatto nulla senza aver ricevuto, non cento in cambio di uno, ma mille volte di più rispetto a quanto avevo abbandonato». Il suo talento spinse il superiore generale a mandarlo a studiare teologia a Parigi, dove grazie alle sue virtù intellettive e morali fu segnalato a Colbert, l’economista e allora ministro delle Finanze (sotto Luigi XIV) che lo assunse come precettore dei figli. Intanto, lottava contro il suo amor proprio, offrendosi continuamente a Dio.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, completò il cammino ignaziano a Lione e il 2 febbraio 1675 pronunciò i voti solenni. Seguì l’incarico a Paray-le-Monial: i superiori lo scelsero proprio perché sapevano delle visioni di Margherita Maria Alacoque (1647-1690) e ritenevano che Claudio fosse, per pietà e prudenza, la persona giusta per quella delicatissima situazione. Quando il santo si presentò alle visitandine, la giovane suora sentì una voce interiore: «Ecco chi ti mando!». Il gesuita divenne il suo padre spirituale e capì che quell’anima era stata adornata di autentici doni mistici. Durante una Messa, Margherita vide il Sacro Cuore come una fornace ardente in cui erano immersi i cuori dei due santi: «È così che il mio amore puro – le disse Gesù – unisce questi tre cuori per sempre. Questa unione è destinata alla gloria del mio Sacro Cuore. Voglio che tu scopra i suoi tesori, lui farà conoscere il suo prezzo e utilità. A tale scopo, siate come fratello e sorella, condividendo ugualmente i beni spirituali».
Claudio accolse con umiltà ogni rivelazione che lo riguardava e si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Chiese a Margherita di scrivere le sue esperienze mistiche, salvò tante anime dai pericoli dell’eresia giansenista che aveva l’effetto di allontanare i fedeli dai Sacramenti e non si scoraggiò di fronte alle difficoltà che gli erano state preannunciate: «Rivolgiti al mio servo Claudio e digli […] che è onnipotente chi diffida di sé stesso per confidare unicamente in Me», gli aveva comunicato il Signore attraverso Margherita. Dopo 18 mesi di permanenza a Paray, ricevette l’ordine di partire per Londra come cappellano della Duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, una cattolica fervente.
Anche in Inghilterra operò meraviglie, riuscendo a convertire molti alla Chiesa. Fu in quell’epoca che il protestante Titus Oates mentì parlando di una «cospirazione papista» ai danni del re e a cui il parlamento diede credito: numerosi cattolici innocenti furono condannati a morte e Claudio fu arrestato per «proselitismo religioso». Quattro anni prima si era visto «coperto di ferri e catene, trascinato in prigione, accusato e condannato per aver predicato Cristo crocifisso». La prigionia minò parecchio la sua salute, già indebolita da una tubercolosi incipiente, ma l’intervento di Luigi XIV gli valse la liberazione e il rientro in Francia nel 1679. Nell’inverno di due anni dopo tornò a Paray-Le-Monial. E poche settimane più tardi, il 15 febbraio 1682, arrivò la sua morte terrena. Così disse santa Margherita a chi lo piangeva: «Smettetela di affliggervi. Invocatelo con tutta la vostra fiducia, perché lui può soccorrerci».
Il Papa all’Angelus: “Gesù è venuto in mezzo a noi, ha portato a compimento la Legge facendoci diventare figli del Padre
Papa Leone XIV | | Vatican Media
Di Marco Mancini
Città del Vaticano , domenica, 15. febbraio, 2026 12:14 (ACI Stampa).
Nel brano evangelico di oggi Gesù “rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli. Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a dare il pieno compimento”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo la preghiera mariana dell’Angelus.
“Il compimento della Legge – ha spiegato il Papa – è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una giustizia superiore che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore”.
“La Legge – ha proseguito Papa Leone – è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.
“Gesù – ha concluso – insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.
“Sono vicino – ha detto il Papa, dopo aver recitato l’Angelus – alle popolazioni del Madagascar colpite a poca distanza di tempo da due cicloni con inondazioni e frane, prego per le vittime e i loro familiari e per quanti anni hanno subito gravi danni, Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare celebrato da miliardi di persone in Asia orientale in altre parti del mondo: questa Gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia, porti serenità nelle case e nella società. Sia occasione per guardare insieme al futuro, costruendo pace e prosperità”.
Robert Prevost è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così
Matteo Matzuzzi – 14 febbraio 2026
Leone XIV mostra di voler archiviare le sfinenti lotte tra conservatori e progressisti. Va oltre, punta tutto sulla spiritualità e su uomini dal profilo tradizionale che però sanno stare nel mondo
Come gli astrologi nel Rinascimento consultavano le stelle per trarre oroscopi sulla salute del Papa infermo, assicurando che il calcolo renale si sarebbe risolto positivamente o che la gotta avrebbe dato tregua, oggi gli addetti ai lavori studiano i bollettini vaticani per capire gli orientamenti di Leone circa le nomine episcopali in giro per il mondo. Ha scelto un progressista o un conservatore? La reverenda suora è una militante femminista o una pia religiosa dedita all’adorazione perpetua? E poi i discorsi, le omelie, i messaggi: via a compulsare le note a pie’ di pagina, i riferimenti bibliografici: quante volte ha citato Benedetto XVI? Quante Francesco? Quante Giovanni Paolo II, tornato assai in auge, stando al numero dei riferimenti fatti? E’ un gioco che s’è sempre fatto e che serve per inquadrare per quanto possibile – per lo più mediaticamente – il Pontefice di turno: da che parte sta?
Con Leone XIV il lavoro s’è fatto impresa improba, stante l’aplomb riservato dell’agostiniano succeduto al gesuita e al fatto che di suo non esiste neanche un libro o volumetto per tentare di carpire suggerimenti che facciano intravedere una linea, un orizzonte entro il quale azzardare previsioni. Chi è allora Leone? Cosa pensa? “Il mio viso è molto espressivo, ma spesso mi diverto a vedere come i giornalisti interpretano le mie espressioni. Sul serio, voglio dire, è interessante. A volte ricevo, sapete, idee veramente belle da tutti voi, perché pensate di poter leggere la mia mente o il mio volto. E non è così, non avete sempre ragione”, ha detto ai giornalisti che l’accompagnavano nel suo primo viaggio internazionale, in Turchia e Libano.
Ha dato un’indicazione a chi volesse vestire i panni dell’aruspice: “Un giornalista tedesco mi ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a sant’Agostino, che potremmo leggere per capire chi è Prevost. E ne ho pensati diversi, ma uno di quelli è un libro intitolato La pratica della presenza di Dio. E’ un libro molto semplice, scritto da qualcuno che non scrive nemmeno il suo cognome, frate Lawrence”. Libro che, immediatamente ripubblicato dalla Lev, è andato a ruba. Già prima di Natale risultava introvabile nelle librerie attorno a piazza San Pietro. Frate Lorenzo era un converso carmelitano vissuto nella Francia del Diciassettesimo secolo. Segni particolari, uno: visse totalmente alla Presenza divina. Non era un santo, cadde più volte lungo il suo cammino di conversione. Sbagliò parecchio, provò a fare il cameriere, l’eremita, il soldato. E si ritrovò a “cercare Dio tra le pentole”. Racconterà a un amico che “non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re”. Ancora, “si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio; vi si vorrebbe giungere attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo?”. Frate Lorenzo trovava Dio ovunque e lo poneva davanti a tutto. Porre “uno sguardo interiore fisso su di Lui che dev’essere sempre calmo, dolce, umile e tenero, senza lasciarsi mai prendere da alcun turbamento o inquietudine”.
Sparire perché rimanga Cristo, insomma. Come da prima omelia papale di Leone, appena eletto nella Cappella Sistina. Nella vita del converso carmelitano si individua un metodo: “Bisogna compiere tutte le nostre azioni con peso, misura e saggezza, senza l’impetuosità o l’avventatezza che rivelano una mente agitata. Si deve lavorare con dolcezza, tranquillità e amorevolezza con Dio, pregandolo d’accettare le nostre azioni”.
Pare quasi una risposta a quanti s’attendevano riforme e nomine immediate, decisioni rapide e annunci. Ribaltamenti o conferma dello status quo. Un messaggio per i desiderosi di fare piazza pulita e i granitici assertori della continuità assoluta. Se la Pratica della Presenza di Dio di frate Lorenzo è la cartina al tornasole per capire Leone, è facile intuire che il gioco da astrologi di cui si parlava all’inizio è solo una perdita di tempo. Un agostiniano con un profilo così spirituale se ne sta ben alla larga dal dibattito sul colore e l’orientamento dei vescovi nominati in diocesi o in posizioni curiali. Prevost è oltre, come dimostra il profilo dei pochi presuli che ha chiamato a occupare posizioni di rilievo. Non è lo schieramento ideologico ciò che conta, non è l’essere a favore della sinodalità – o, per fare un esempio opposto, della messa tradizionale – il criterio che porta alle scelte.
Si prenda il profilo del nuovo arcivescovo di New York, mons. Ronald Hicks. Missionario in America centrale, ma di Chicago. Mandato da un campione delle culture war come il cardinale Francis George a formare i seminaristi e fatto poi vicario generale dal cardinale Cupich, successore di George e su posizioni diametralmente opposte. Primo collaboratore di un porporato assai ostile al mondo del conservatorismo liturgico che poi, nella sua piccola diocesi, ha dato a quel mondo totale libertà d’azione (ed è per questo amato e rimpianto). Se ne legga l’omelia d’insediamento pronunciata nella cattedrale di San Patrizio, nessuno spazio a sottolineature socio-politiche, ma tanta spiritualità e un messaggio centrale: “Amo Gesù e amo la Chiesa”. Un profilo così sfugge alle stantie categorie post conciliari e non è facilmente catalogabile.
Anche a Praga, il nuovo arcivescovo ha esordito con un messaggio non troppo dissimile, puntando tutto sull’unità nella Chiesa, priorità fra le priorità. E lo stesso vale per tante altre nomine, anche in curia. Al prefetto dei Vescovi generalmente apprezzato dalla realtà “conservatrice”, è seguita poi la chiamata a Roma in qualità di segretario del dicastero per il Clero di un arcivescovo “martiniano”. Qualcuno potrebbe dire che è il prezzo che si deve a un’elezione plebiscitaria, dove quasi tutti, d’ogni schieramento, hanno scritto il nome di Prevost sulla scheda elettorale. Un volgare esempio di cerchiobottismo clericale, insomma, come pure si sente sussurrare appena si mette piede in zona Borgo, dando ascolto al chiacchiericcio pettegolo sempre vivo.
E se invece, anziché una strategia di galleggiamento fosse il segnale d’un vero cambiamento d’epoca? Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti e i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca del Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. Significa cioè che quando Roncalli annunciò il Vaticano II aveva tre anni. Quando terminò, dieci.
E’ il primo Papa davvero post conciliare e così, forse, si spiega anche la risposta data nell’intervista a Elise Ann Allen sulle dispute liturgiche relative alla messa secondo il rito antico. C’è chi ne è rimasto male, non capendo perché il Papa abbia derubricato la questione a mero uso linguistico del latino – in breve: se uno vuole assistere a una messa novus ordo in latino, benissimo – rimandando a tavoli per approfondire e discutere. Leone è lontano mille miglia da questa battaglia che imperterrita continua da un sessantennio, sa che è motivo di divisione e di conflitto – tant’è che l’ha messo nell’ordine del giorno concistoriale di gennaio –, ma non lo ritiene altro che uno dei tanti elementi che rendono meno unita la Chiesa.
Anche la scelta di delegare al cardinale Fernández il dossier lefebvriano, non rispondendo alla richiesta di incontro con il Superiore generale della comunità che nel 1988 procedette a quattro consacrazioni episcopali in assenza di mandato papale, è un segno di non voler trasformare il tema in una spada di Damocle pendente sul pontificato.
E’ chiaro che, dopo non pochi mesi di pontificato, andrebbero cambiate le lenti con cui guardare la missione del Papa. Abbandonando vecchie logiche di schieramento e focalizzandosi su altro. Come sulla scelta di affidare a un monaco trappista di stretta osservanza, il vescovo prelato di Trondheim, Erik Varden, le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima alla curia romana. E’ una scelta personalissima del Pontefice, qui non conta la mediazione di dicasteri, comitati ed equilibri da rispettare. Varden, uomo dalla vocazione tardiva – “Gli araldi della fede fallivano nel far colpo su di me. Provavo orgoglio nel proclamarmi agnostico, un termine che dichiarava l’indipendenza delle opinioni senza esigere poi molto in termini di affermazioni”, scrive ne La solitudine spezzata (Qiqajon, 2019) – che in otto anni è passato dall’essere diacono alla consacrazione episcopale, è uomo di profonda spiritualità e di grande efficacia comunicativa. A conferma ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, del “modello” che più predilige Leone XIV. Un vescovo capace di tenere conferenze sul “Rorate” che si canta in Avvento e di discettare su quel che scrivono Marylinne Robinson e Jon Fosse.
Uomo nel mondo ma non del mondo, insomma. Un po’ come Prevost, che ha scelto il nome d’un Papa che nottetempo si dilettava a comporre liriche in latino e che al contempo è il primo Pontefice a usare Whatsapp. Leone è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così. Pochi giorni fa, ad esempio, ha scritto una lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Un passaggio, in particolare, ha scatenato le perplessità di quanti (non pochi) auspicavano che il Papa di Chicago archiviasse certe immagini considerate “datate”. Ha scritto Leone che “si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid – e la Chiesa intera – in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.
Sui social, tra i “novatori”, s’è scatenata una gazzarra, tra contestazioni più o meno forti e smarrimento. Perfino un vescovo italiano, mons. Giovanni Checchinato di Cosenza-Bisignano, teologo e autore della propria autobiografia, Omelia per gli invisibili. La storia di un vescovo dove cresce la quarta mafia (all’epoca, nel 2022, era vescovo di San Severo), ha ritwittato su X il seguente commento: “Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione ‘essere alter Christus’ e invece viene addirittura definito dal Papa ‘nucleo più autentico del sacerdozio’”. Un po’ di insofferenza o di delusione, chissà, per un Papa il cui profilo misterioso inizia a rivelarsi. E non pare collimare con i desiderata manifestati poco meno d’un anno fa.