"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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IL MIO PELLEGRINAGGIO AD AVILA CON LA QUATTRORUOTE

Al ritorno da Fatima  mi imbatto in Teresa di Gesù

Con Fatima il pellegrinaggio sarebbe terminato e non resta che progettare un ritorno il più spedito possibile. Decido di attraversare il centro della Spagna senza tuttavia fermarmi. Mi basterà ammirare il paesaggio, opera di Dio anche quando si tratta dell’altipiano della Castiglia sferzato dal vento e bruciato dal sole. La Spagna è ricchissima di testimonianze religiose e artistiche e il pellegrino europeo non può che riservarle un posto pari all’Italia e alla Francia. La quattroruote, di nuovo in grande eccitazione dopo due giorni di riposo, è pronta per la lunga cavalcata attraverso statali appena tollerabili, rassegnata a ingoiare solo qualche boccone di autostrada disseminato qua e là. Decido infatti di risalire in autostrada da Fatima a Coimbra e lì immettermi nella statale che porta a Salamanca e quindi, passando da Avila e Madrid, puntare su Saragoza-Barcellona, per poi costeggiare la riviera francese e italiana.  So già in anticipo che lungo questo tragitto dovrò rinunciare a molte visite. Tuttavia il colpo d’occhio mi servirà per ideare nel prossimo futuro nuovi pellegrinaggi, come infatti potrai constatare nei capitoli successivi.

Non resisto tuttavia al desiderio di fare una sosta a Salamanca, città rinascimentale di straordinaria eleganza e di grandi tradizioni culturali, la cui università ha per molti secoli illuminato la cristianità e presso la quale hanno studiato uomini della statura di S. Ignazio di Loyola e S. Giovanni della Croce, per citarne solo qualcuno fra i più noti. La visita richiederebbe almeno una giornata. Mi accontento di dare uno sguardo alla Plaza Mayor, una delle più imponenti di Spagna, alla Catedral Vieja  col suo magnifico retablo (pala d’altare), alla Catedral Nueva, dove trionfa il barocco, e naturalmente all’Università del sec XIII, uno delle più rinomate d’Europa, col suo sontuoso portale e il medaglione al centro della facciata principale, raffigurante i “Re cattolicissimi”.  Come siamo lontani oggi da quella civiltà cristiana che animava la politica, la cultura e la vita sociale! Si discute se una società senza fede sia progredita o regredita. Se si tratta di una degradazione, come io penso, verranno tempi nuovi quando la fede farà da lievito per nuove realizzazioni e per un progresso umano vero.

Mentre la quattroruote ansima sotto la canicola pomeridiana, attraversando uno dei paesaggi più lunari della penisola iberica, con la coda dell’occhio scorgo un segnale stradale  con scritto “Alba de Tormes”. E’ un nome che ho già letto da qualche parte e istintivamente lo collego con la figura di S. Teresa d’Avila. Proseguire o deviare? Resto un momento soprapensiero poi inchiodo e improvviso una curva a “U”. Un desiderio insopprimibile mi spinge a dare un’occhiata a questa località a 20 Km da Salamanca. Fiancheggio un torrente ricco d’acqua che, in quella distesa desolata, sembra sgorgato da qualche sorgente miracolosa. L’agglomerato si profila addossato a un colle ed è congiunto alla strada da un antico ponte dalle possenti arcate. Una volta al di là del rio Tormes, raggiungo facilmente il monastero teresiano, senza tuttavia incontrare lungo le strade un’anima viva, come spesso accade nei paesi iberici durante i pomeriggi assolati.

            Entro nella chiesa, dove vi è già un gruppo di pellegrini e un frate carmelitano che fa da Cicerone. Mi accodo volentieri al gruppo e scopro che la mia conoscenza dello spagnolo, acquisita in passato a tappe forzate, ha solo bisogno di qualche spolverata. Vengo dunque a sapere che Alba de Tormes è  una delle numerose fondazioni di Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo, la quale dopo aver trascorso una ventina d’anni nel monastero della Incarnazione di Avila, aveva intrapreso un’attività volta al rinnovamento dei monasteri carmelitani, dando così inizio al ramo dei “Carmelitani scalzi” che riguardava sia i monasteri femminili che quelli maschili. In quest’opera era stata affiancata da S. Giovanni della Croce, carmelitano molto più giovane di lei, ma non inferiore quanto a profondità di dottrina spirituale. Per la verità non mi sento personalmente toccato dalle notizie sull’attività riformatrice di Teresa, per quanto importantissima per la Chiesa. Mi ha sempre invece affascinato la sua straordinaria esperienza mistica, tanto che  le sue Opere sono state proposte per intero a Radio Maria.

            La mia attenzione si riaccende quando il Padre ci parla di ciò che rende veramente prezioso questo monastero di Alba de Tormes e cioè la presenza della tomba di Santa Teresa, che qui ha trascorso le ultime due settimane della sua vita. Mi ha sempre attratto il modo di morire dei santi. Ho notato che le esperienze al riguardo sono le più varie e molto diverse fra loro. Mi chiedo quale sarà la mia, ma alla fine mi rimetto alla volontà di Dio, il quale non si ripete mai e governa ogni vita umana come una realtà unica. Teresa si era recata in questa cittadina per obbedienza al padre Provinciale, ma, sentendo la morte vicina, era sua ferma volontà arrivare fino ad Avila. Il Signore non l’ha esaudita, chiedendole anche quest’ultima rinuncia.

Dopo la sua conversione, a seguito di una malattia che l’aveva condotta al limite estremo, il desiderio della morte l’aveva sempre accompagnata. Era il richiamo irresistibile di Gesù, l’Amico e lo Sposo della sua anima. Al padre Antonio, che l’esortava a chiedere al Signore di lasciarla ancora fra le sue figlie, Teresa rispose: “ Taci, padre. Proprio tu dici queste parole? Io non sono più utile in questo mondo”. Dopo aver ricevuto il viatico chiese che fosse portato nella sua cella il Santissimo Sacramento. Seduta sul letto, con indicibile fervore così pregò: “ Oh mio Signore e mio Sposo! Finalmente è giunta l’ora di vederci! E’ giunta l’ora di partire; andiamocene in pace. Sia fatta la vostra volontà. Sì, è giunta l’ora che io esca da questo esilio e che goda di voi che ho tanto desiderato. Vi ringrazio mille volte per avermi fatta figlia della Chiesa e di finire in essa la mia vita”. Poi, come se sul suo cuore pesassero tutti i peccati della sua esistenza, ne chiedeva ripetutamente perdono a Dio, recitando i versetti del Miserere : “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi…Crea in me, o Dio, un cuore puro….Non respingermi dalla tua presenza”.

Queste furono le sue ultime parole, che ripeté per tutta la notte. Poi, giunta l’alba, si raccolse in un profondo silenzio, immersa nella pace di Dio, fino  alle nove di sera quando spirò. Era il 4 ottobre del 1582. Aveva solo 67 anni. Il padre carmelitano che ci fa da Cicerone ci mostra, attraverso una grata, la camera dove questa donna eccezionale, dagli “alti pensieri” e dai “grandi desideri”, era volata all’incontro con l’Assoluto. Tutto è ricostruito minuziosamente, come nella stanzetta dove era spirato S. Luigi Maria Grignion da Monfort.  Anche qui una statua di Teresa, nell’immobilità della morte, è distesa sul letto con il crocifisso in mano. Oggi nascondiamo la morte, ma in passato non si aveva paura di raffigurarla. Per la fede la morte è una “sorella” che ci conduce all’incontro con Dio. L’importante è arrivarci col cuore contrito e con lo sguardo rivolto all’eternità.

Finalmente il gruppo si scioglie e io posso raccogliermi in preghiera davanti all’altare, sovrastato da un magnifico retablo (pala d’altare) in cui è inserito il sepolcro della santa. Ai lati dell’altare ci sono due porte di legno dove sono rinchiusi i reliquiari del cuore ( a destra) e del braccio ( a sinistra). Mi sembrano un segno di come nella vita di Santa Teresa contemplazione ed azione siano sempre state intimamente unite. Che cosa chiedere in questo luogo a questa grande Serva di Dio? Chiedo la grazia di “praticare” Gesù Cristo, come lei si esprime, cioè mettersi in relazione personale con lui che è vivo, presente e operante nella nostra vita.  “”Cristo – scrive nell’autobiografia – è un uomo come noi, non si meraviglia delle debolezze degli uomini e capisce la nostra miserabile natura umana”. Sono parole che valgono quanto un trattato sulla divina Misericordia.

Esco sotto il sole impietoso della meseta . Osservo con malinconica meraviglia l’imponente tracciato della basilica teresiana iniziata sulle sponde del Tormes e rimasta largamente incompiuta. “La Spagna non hanno saputo dare a Teresa la Grande quello che la Francia ha regalato a Teresa la Piccola”, commento fra me.  “Come mai – mi chiedo – la Provvidenza ha voluto che santa Teresa fosse sepolta in questo borgo anonimo, invece che ad Avila?”

Effettivamente mi prende meno due ore per arrivarvi e il colpo d’occhio è di quelli indimenticabili. Infatti la città (50.000 ab.), collocata su una collina, è circondata da possenti mura medioevali, le meglio conservate d’Europa (accessibili al pubblico). Posta a oltre mille metri di altezza, è il capoluogo spagnolo più elevato. A questa quota il clima castigliano è particolarmente aspro: l’inverno è freddo e lungo e le strade di accesso sono spesso bloccate da abbondanti nevicate. Vista da lontano sembra un immenso castello. ll mio pensiero va spontaneamente ad Assisi, anch’essa “città di pietre e di santi” a cui assomiglia. Varco le mura (2500 m di perimetro con 88 torri rotonde) per una delle 9 porte e mi rendo conto che la città-castello è in realtà una città-salotto, fra le più graziose e piacevoli che abbia mai visitato. Contemplo il panorama generale dai Cuatro Postes (quatro pilastri), sulla strada per Salamanca, il punto dove la giovane Teresa, fuggita da casa, fu ripresa dalla zio. E’ ormai vicina la sera e decido di passare la notte a ridosso delle mura esterne, a bordo della fida quattroruote,  più ospitale e discreta della cella di un convento.

In effetti c’è molto da visitare in questa città, dove Teresa di Cepeda e Y Ahumada è nata nel 1515 e dove ha trascorso gran parte della sua vita (eccetto il periodo dei leggendari viaggi da una parte all’altra della Spagna per le nuove fondazioni) e dove ha lasciato un’impronta indelebile. Persino alcuni dolciumi locali, gli Yemas de Santa Teresa, portano il suo nome. Splendida è la cattedrale di stile gotico fiammeggiante, la cui abside fortificata fa parte delle mura., mentre gli interni sono caratterizzati da particolare pietra a venature bianche e rosse. Da vedere anche la chiesa di S. Vincente, appena fuori dalle mura orientali, di classico stile romanico e caratterizzata da un campanile molto elaborato. Qui S. Vincenzo e le sue sorelle Sabina e Cristeta avrebbero subito il martirio nel 4° sec. Non molto lontano dal centro si trova anche il Real monasterio de Santo Tomàs, sede dell’inquisizione. Visitati i tre chiostri e la chiesa, mi imbatto in sacristia nella tomba di Tomàs de Torquemada, capo supremo dell’inquisizione. Un brivido mi scende dalla schiena, consapevole che mi muovo in luoghi non solo di massicce mura, ma anche e soprattutto di granitiche personalità.

Infatti, nonostante la nobiltà e la bellezza del volto e la signorilità del portamento, Teresa era una donna d’acciaio forgiata nel fuoco. Di lei una consorella ha scritto: “Era un grande piacere guardarla e ascoltarla, perché era rasserenante e piacevole nelle parole e nel gesto. Era perfetta in tutto”. Eppure, per realizzare quello che questa donna straordinaria ha realizzato, percorrendo sui dei traballanti carretti l’intera Spagna, in mezzo a difficoltà di ogni genere e a nemici potenti, era necessario un carattere “avilano”, forte e duro come le pietre della sua città. E’ in questa prospettiva che si possono visitare i due luoghi teresiani per eccellenza di Avila: il Monastero dell’Incarnazione e il Monastero di S. Giuseppe.

Il primo, appena fuori delle mura della città,  ha visto Teresa dimorare nei primi venti anni della sua vita, prima della sua conversione, e poi successivamente come priora (le suore presenti erano 180). Ora è sede di un museo teresiano che vale la pena visitare, in particolare la cella priorale della santa. Mi soffermo invece a lungo a pregare nella Chiesa del monastero di S. Giuseppe, dove ho visto con piacere molte persone d’Avila partecipare alla Santa Messa. Questa è la prima delle fondazioni progettate da Teresa, la quale volle riportare la vita carmelitana al rigore primitivo. Lei aveva qui realizzato la sua idea di monastero, che doveva essere più piccolo, più povero, dove le suore potessero fare famiglia e dedicarsi alla preghiera, senza essere continuamente disturbate da interferenze esterne. Questa idea di monastero come casa-focolare, improntata al silenzio, all’amore, all’orazione e a una sana allegria, era nuova e trovò ostilità incredibili. Tuttavia  la volontà di Teresa,  fortissima in Dio, anche con l’aiuto del giovanile entusiasmo di S. Giovanni della Croce, ha trionfato su ogni ostacolo e ha infuso nella vita religiosa una nuova vitalità.

Visito il monastero di S. Giuseppe con una particolare curiosità. Teresa era molto devota dello Sposo purissimo della Vergine Maria, al quale affidava le imprese più disperate. Nella cella della santa, dove ella visse dal 1962 sia pure con prolungate interruzioni, noto in un angolo la minuscola scrivania sulla quale scriveva: un muretto alto mezzo metro, sormontato da un pezzo di legno. Doveva scrivere accovacciata per terra. Non molto diverso era lo scrittoio dell’altra Teresa, quella “piccola” di Lisieux. Eppure ambedue scrissero opere immortali, per le quali sono “Dottori” della Chiesa, senza computer, senza internet e senza biblioteche a disposizione. Ritorno per un’ultima preghiera nella Chiesa di S. Giuseppe e mi soffermo nella cappella di S. Teresa, costruito sul luogo della camera dei genitori della santa.  Qui nacque Teresa il 28 Marzo 1515 e la sua presenza è più che mai viva e operante nella Chiesa.

( Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote per le strade d’Europa – cap. 10 – Sugarco edizioni)

❤️‍🔥Si narra che mentre Teresa d’ Avila scendeva giù per le scale del convento dell’Incarnazione di Avila, trovò un bambino lì seduto.
Sorpresa di trovare un bambino in convento, gli chiese: “E tu chi sei?”.
II bambino la fissò e le disse:”Tu, chi sei?”
Teresa rispose: “lo sono Teresa di Gesù”.
II Bambino allora, con un sorriso puro, rispose:
“E io sono Gesù di Teresa!”

Santa Teresa d’Avila

Nome: Santa Teresa d’Avila

Titolo: Vergine e Dottore della Chiesa

Nome di battesimo: Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada

Nascita: 28 marzo 1515, Gotarrendura, Spagna

Morte: 4 ottobre 1582, Alba de Tormes, Spagna

Ricorrenza: 15 ottobre

Tipologia: Memoria liturgica

Patrona di:
Napoli, Inveruno, Berzano di Tortona, Santa Teresa Gallura, Gesturi

Beatificazione:
24 aprile 1614, Roma , papa Paolo V

Canonizzazione:
12 marzo 1622, Roma , papa Gregorio XV

Luogo reliquie:Monastero dell’Annunciazione

S. Teresa di Gesù nacque ad Avila (Spagna) il 28 marzo dell’anno 1515, da nobile ed antica famiglia.

Teresa si distinse fin da bambina per un grande amore alla lettura di buoni libri, e specialmente della Sacra Scrittura.Leggendo ad un suo fratellino le gesta dei Martiri, tutti e due furono accesi di santo ardore di morire per il nome di Gesù, ed un giorno, non visti, fuggirono per andare tra i Mori infedeli: « Così, dicevano, voleremo subito in Paradiso! ».

Mirabile ingenuità! Ma un loro zio li ricondusse alla casa paterna. Allora pensarono di condurre una vita solitaria e si costruirono una celletta nel giardino, dove si ritiravano in preghiera.

A 12 anni le morì la madre e Teresa provò tale dolore da non trovare conforto sulla terra.

Pensò allora che le rimaneva un’altra madre ben più amorosa e potente: la Madonna, e a Lei si affidò. Intanto andava preparandosi pel chiostro e a 20 anni seguì la divina chiamata. Si ritirò nel monastero dell’Incarnazione del Monte Carmelo in Avila, dove ben presto rifulse per ogni virtù.

Per una grave malattia dovette lasciare il monastero e ritornare in famiglia: guarì, ma perdette il primitivo fervore.

Una visione la fece ritornare in sè ed allora si diede con tutte le forze alla propria santificazione. Così si preparò a quella grande riforma dei monasteri Carmelitani, che fu accettata non solo da tutti i monasteri delle suore, ma anche da parecchi conventi dei frati. Aveva conosciuto S. Giovanni della Croce, tenuto in grande fama di dotto e santo, e se ne servi come del più valido aiuto.

titolo Nostra Signora del Monte Carmelo consegna lo scapolare dell’ordine ai santi Simone Stock, Angelo da Gerusalemme, Maria Maddalena de’ Pazzi e Teresa d’Avila
autore Pietro Novelli anno 1641

Indicibili furono i dolori fisici, le penitenze e le discipline, ma sostenne tutto colla più dolce serenità di spirito. Gesù la ricompensava con sublimi estasi, rivelandole verità altissime che ella tramandò nelle sue mirabili « Opere ».

Non conosceva altro bene in questa vita che quello d’imitare Gesù  Cristo paziente e crocifisso, e si sforzava di acquistare, per mezzo dei patimenti, nuovi meriti per l’eternità. Ammirabile la sua preghiera: « Signore, o patire o morire ». Il suo cuore, infiammato dell’amor di Dio, altro non sospirava che di uscire da questa valle di pianto e di unirsi per sempre al suo diletto Sposo, nella gloria celeste. Il Signore esaudì i fervidi voti e, nel monastero di Alba di Tormes, alla età di 67 anni, passò da questa vita. Era il 13 ottobre del 1582.

Definita dalla Chiesa “vergine serafica”, “santa dall’eminente dottrina” beatificata il 24 aprile 1614 da papa Paolo V, fu canonizzata quarant’anni dopo la morte, il 12 marzo 1622, da papa Gregorio XV, insieme ad altre grandi figure del periodo della Controriforma quali Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Filippo Neri. Le sue opere mistiche influenzarono molti scrittori successivi, tra cui Francesco di Sales. Teresa d’Avila fu proclamata solennemente Dottore della Chiesa da papa Paolo VI il 27 settembre 1970. Fu la prima donna a ricevere tale titolo, fino ad allora concesso soltanto a uomini. La seguiranno santa Caterina da Siena la settimana successiva, Teresa di Lisieux (1997), carmelitana scalza come lei, e Ildegarda di Bingen 

PRATICA. Leggiamo le « Opere » e l’« Autobiografia » di questa Santa.

PREGHIERA. Esaudiscici, Dio nostro Salvatore, affinché come ci allietiamo per la festa della tua beata vergine Teresa, così siamo nutriti dalla sua celeste dottrina e formati al sentimento di una tenera devozione.

I Messaggi della Madonna a Mirjana – P. Livio – 31 – “In Gesù mio Figlio riconoscete la vittima di espiazione per i peccati di tutto il mondo” – Messaggio del 2 marzo 2008

«Cari figli, vi prego specialmente in questo tempo di quaresima di rispondere alla bontà di Dio perché Lui vi ha scelti e mi ha mandato in mezzo a voi. Purificatevi dai peccati e in Gesù, mio Figlio, riconoscete la vittima di espiazione per i peccati di tutto il mondo. Che Lui sia il senso della vostra vita e che la vostra vita sia un servizio all’amore divino di mio Figlio. Grazie figli miei».

Questo Messaggio è di una bellezza incredibile. Abbiamo perso il senso dell’espiazione, il peccato è il male più grande che esista. Non c’è niente di più grave del peccato perché è un’offesa fatta a Dio, colpisce Dio direttamente, il suo amore; il peccato è la negazione di Dio, il rifiuto di Dio, l’offesa a Dio. Non c’è niente di più orribile del peccato e chi pecca distrugge se stesso fino a pervertirsi. Dal peccato non ci si può liberare da soli. Le religioni del mondo sono nate come tentativo di liberarsi dai propri peccati, di espiarli, di ripulirsi. Quando facciamo il peccato commettiamo diventiamo prigionieri del male; il peccato è come una lebbra dalla quale non può guarire da solo. Non esiste una medicina che guarisce il peccato o che salvi dalla morte spirituale e corporale L’uomo è in questo abisso dal quale non riesce a uscire fuori. È per questo che Dio si è fatto uomo, ha assunto una natura umana e ha espiato i nostri peccati al posto nostro, ci ha guariti dal peccato.

Non esiste medicina umana che guarisce dal peccato. Non ci sono mezzi umani che cambiano il cuore degli uomini. La Madonna dice che in Gesù dobbiamo riconoscere la vittima di espiazione di tutti i peccati del mondo; solamente l’amore di Dio guarisce dai peccati, li distrugge e ne sana le ferite. Questo è il dono che ci ha fatto Gesù attraverso la sua Passione e morte. Difatti, quando è morto in croce, ha offerto se stesso come vittima d’amore per espiare la carica di odio che c’è nei cuori di tutti gli uomini di tutti i tempi. Solamente il Figlio di Dio poteva fare questo, solamente lui poteva pagare per noi, al nostro posto e per nostro amore. Cristo ci ha dato la medicina per guarire dal male esistenziale e cioè dalla morte spirituale e dalla morte fisica che è il peccato nella sua duplice espressione. Il peccato porta alla morte perché ci rende come tralci staccati dalla vite che diventano secchi e servono solo per essere bruciati.

La Madonna ci dice di purificarci dai peccati in Gesù. Grazie a Cristo, che ha espiato i nostri peccati e grazie al dono dello Spirito che è il suo amore, noi veniamo purificati dai peccati. L’amore di Gesù brucia alla radice il male che è in noi a fa di noi delle creature nuove. Il Cristianesimo è questo evento dell’amore di Dio che guarisce il male del mondo attraverso l’Incarnazione, la Passione e la morte di Gesù. La Croce è la medicina che guarisce dal peccato perché su essa Cristo ha espresso un amore, un’obbedienza, un’umiltà, un totale affidamento al Padre, con cui ha distrutto il disamore che c’è nei peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi.

Il sacerdote ci assolve dai peccati per il potere che Cristo gli ha dato di darci quel perdono che ha ottenuto dal Padre per i nostri peccati. È Cristo che ha espiato i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi morendo sulla Croce. Noi ci salviamo perché, attraverso i Sacramenti che vengono tutti dall’amore redentivo di Cristo, riceviamo la vita, il perdono, la grazia, l’amore, l’unione con Dio e la gioia del Cielo.

Monsignor Broglio: «È un uomo rassicurante. L’annuncio ai fedeli per evitare speculazioni»

di Massimo Franco- Corriere della Sera  -15 Ottobre 2026

Monsignor Broglio, dal 2022 al 2025 presidente della conferenza dei vescovi americani: dopo Francesco ha unito i vescovi Usa

«Quando ho incontrato papa Leone XIV lunedì, l’ho trovato molto sereno. Pensavo che annullasse l’udienza che mi aveva fissato. Invece non solo l’ha confermata ma mi ha ricevuto in anticipo. È un uomo rassicurante, e qui al Collegio abbiamo pregato per lui…». 

Monsignor Timothy Broglio abbozza un sorriso, in un salottino al pianterreno del Pontificio Collegio Nord-Americano, sotto ai ritratti di Pio XII e dei primi rettori: un’enorme e sconosciuta isola yankee piantata in cima al Gianicolo, con campo di calcio e, all’interno, perfino due piste di bowling, regalate da un originale benefattore americano al bergamasco Giovanni XXIII, che non trovò di meglio che regalarle al Collegio. È stato la fucina della classe ecclesiastica statunitense per quasi due secoli: anche monsignor Broglio studiò lì. La sede attuale fu costruita grazie a un’operazione finanziaria condotta dall’allora cardinale di New York, Francis Spellman, e dal sottosegretario di Alcide De Gasperi: un certo Giulio Andreotti, che fece sbloccare i fondi per la cinematografia congelati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Monsignor Broglio è l’ordinario militare delle forze armate statunitensi dal 2007. E dal 2022 al 2025 è stato presidente della conferenza dei vescovi americani. «Ho avuto notizia della malattia del santo Padre mentre mi trovavo in Germania», racconta. «E il fatto che l’abbia resa pubblica personalmente, più che sorprendermi mi ha rallegrato. È positivo che abbia scelto di parlare con i fedeli, evitando tutte le speculazioni e le congetture del passato». Di più non dice sulle condizioni di salute di Leone XIV. Ma parla del rapporto tra il primo pontefice statunitense e il suo Paese.

C’è orgoglio negli Stati Uniti e tra di voi per l’elezione di Robert Prevost?
«L’orgoglio è grande. Ma mi verrebbe da dire che è più da parte nostra che da parte del Papa».

In che senso?
«Lui è il pastore della Chiesa universale. Il fatto che sia nato negli Stati Uniti è piuttosto secondario. Direi che è un pontefice che viene dagli Stati Uniti più che un papa statunitense».

Com’è cambiato con lui il rapporto tra episcopato americano e Vaticano? Con Francesco ci sono state tensioni.
«Beh, papa Leone conosce molto bene gli Stati Uniti. L’idea che in Vaticano non ci capiscano oggi non ha più senso. Francesco aveva una visione degli Usa mediata e forse un po’ distorta dal punto di osservazione di Buenos Aires. Non aveva viaggiato molto, e non era mai stato nel nostro Paese. Oggi è tutto cambiato. Leone XIV ha viaggiato molto, ha vissuto a Roma, è stato alla guida degli Agostiniani. Ha uno sguardo davvero globale, e questo aiuta enormemente il dialogo».

Ha aiutato anche a superare le divisioni nell’episcopato, che negli ultimi anni sono apparse marcate?
«In realtà i vescovi da noi sono sempre stati molto uniti. Forse c’era un piccolo gruppo che cercava di marcare le differenze».

Un gruppo di tradizionalisti o di liberal?
«Di liberal, che appariva più numeroso perché aveva sponde di peso in Vaticano durante il papato di Francesco. Oggi questa divisione non si nota più, anche perché Leone è un grande pacificatore».

Descriverebbe l’opinione pubblica cattolica statunitense preoccupata da quanto succede in questa fase?
«È preoccupante la spaccatura che ha rischiato di prodursi tra l’episcopato e l’opinione pubblica. Da presidente della Conferenza episcopale, negli ultimi undici mesi del 2025 mi ha sorpreso la facilità con la quale molti accettavano la tesi dell’Amministrazione: quella secondo la quale noi protestavamo per i tagli agli aiuti ai poveri di Us Aid solo per questioni di soldi. La verità è che si poneva un problema di giustizia e di fondi che di colpo venivano meno dopo che li avevamo spesi».

Secondo lei il 58 per cento dei cattolici che hanno votato per Trump nel 2024 lo rivoteranno?
«Non saprei dirlo. Ma molti sono delusi. Sa, da noi si vota molto con un occhio all’economia. E il fatto che oggi serva un patrimonio per fare il pieno di benzina colpisce. Vedremo».

Conta più quello che le guerre iniziate da Trump?
«Contano anche quelle. La dissonanza nei confronti del presidente Trump è cominciata con l’attacco all’Iran; molto meno con il blitz in Venezuela per catturare il dittatore Nicolàs Maduro. La gente non ne poteva più».

Lei è considerato tutt’altro che ostile ai Repubblicani. Eppure, ha fatto scalpore sostenendo che i soldati cattolici possono rifiutare di ubbidire a ordini che ritengano immorali. Lo conferma?
«Lo confermo. E ho detto ai nostri soldati cattolici che chiedano di essere esentati dal plotone di esecuzione di fronte alla fucilazione spettacolare che si prepara per l’ex maggiore Hasan».

Non teme di creare loro un problema?
«Forse, ma esiste anche la libertà di coscienza, negli Stati Uniti. E c’è un limite da non superare, per coerenza con la nostra dottrina».

L’ha colpita che il ministero della Difesa sia diventato ministero della Guerra?
«Certo non sono stato contento. È un ritorno preoccupante a prima della II Guerra Mondiale. L’ideale è difendere i diritti umani dagli oppressori. La parola “guerra” è negativa perché tradisce una volontà di aggressione. Non è il messaggio che vogliamo dare».

Che volete dare voi o gli Stati Uniti?
«La nostra America nel suo insieme. Non dobbiamo dimenticare le alleanze storiche. Non dobbiamo rinunciare a quella con i nostri alleati dell’Europa occidentale. E spero che non accada».

Come definirebbe i rapporti con la Casa Bianca e con i Democratici?
«Noi partiamo dai principi. Distinguiamo tra ciò che va d’accordo con i nostri valori morali, e quanto li contraddice. La difficoltà con i Democratici è che quasi sempre per essere eletti bisogna essere per l’aborto e l’eutanasia. E questo complica oggettivamente i rapporti. Dagli Anni Ottanta del secolo scorso, quando per i cattolici era naturale votare per i Democratici, oggi quel partito non è più un referente: anche se sull’ultima enciclica papale sull’intelligenza artificiale ho notato una consonanza positiva tra Democratici e Repubblicani».

Quale sarà la sfida più difficile per Leone XIV?
«Ricentrare la Chiesa su Cristo e il Vangelo. Una volta, da noi essere un buon cattolico e un buon cittadino coincideva. Ora non più: bisogna scegliere, uscendo da logiche politiche e concentrandosi sulla dimensione religiosa».

Non sembra un’operazione facile.
«Forse. Ma vedo che nella gioventù si cerca qualcosa di diverso dai falsi valori che circolano. E la Chiesa può dare loro una risposta. D’altronde, sta succedendo anche in Europa».

Santissima Trinità – 1. Dio è uno solo?

Dio è uno solo, ma in tre Persone uguali e distinte, che sono la Santissima Trinità. Il mistero della Santissima Trinità è una Divina Rivelazione; noi abbiamo conosciuto il mistero della Santissima Trinità attraverso il mistero dell’Incarnazione, quando il Verbo si è fatto carne e ha rivendicato per sé la divinità nel medesimo tempo rivolgendosi al Padre come a Colui dal quale è eternamente generato, col quale ha una paternità che è una uguaglianza divina. Il Figlio, nel medesimo tempo, ci ha dato lo Spirito Santo che anche Lui è il Signore e dà la vita. Il Padre invia il Figlio che si fa carne nel grembo della Vergina Maria, tutta la predicazione di Gesù Cristo quando annuncia il Regno di Dio e cioè se stesso, sono tutta Divina Rivelazione della Santissima Trinità.

Le pagine del Vangelo hanno un fascino straordinario proprio per la sua altezza spirituale e morale, ma il cuore del Vangelo è la manifestazione che Gesù fa di se stesso. Il cuore del Vangelo non sono gli insegnamenti di Gesù sul come dobbiamo comportarci, ma è la rivelazione che Gesù fa della sua Persona. Nei tre anni di vita pubblica Gesù ha manifestato la sua divinità ed è qualcosa di assolutamente inaccessibile alla mente umana tanto da aver provocato le reazioni che sappiamo fino alla condanna a morte dai Romani e da Pilato perché ritenuto un sovversivo, ma dai Giudei perché si era fatto uguale a Dio. Difatti quando viene catturato, il Sommo sacerdote chiede a Gesù se è veramente il figlio del Benedetto; l’accusa a Gesù, che poi ha provocato la condanna a morte da parte del Sinedrio, è quella di essersi proclamato Figlio di Dio.

È proprio nel Vangelo di San Giovanni che troviamo la rivelazione più profonda della divinità di Gesù Cristo ed è la verità che intesse tutti e quattro i Vangeli che manifestano tutti il fatto che Gesù è il Figlio di Dio, è il Verbo generato eternamente dal Padre che ha assunto una natura umana nel momento in cui si è fatto uomo nel grembo della Vergine Maria. È cristiano chi crede che Gesù è il Figlio di Dio, il Figlio dell’Altissimo.

Uno dei brani di Vangelo più belli è quello dove si racconta di quando Gesù è stato circondato per essere lapidato e ne chiede il motivo; coloro che volevano lapidarlo rispondono che non è per le opere da lui compiute ma perché, essendo un uomo, si proclamava Figlio di Dio. Uno dei modi più sconvolgenti con cui Gesù si è proclamato Figlio di Dio è senza dubbio prima della cattura nel Getsemani, la notte del Giovedì Santo; quando i soldati gli si avvicinano insieme a Giuda Gesù chiede «Chi cercate?» e loro rispondono «Gesù il Nazareno», Gesù allora non ha detto «Sono io», ma «Io Sono» proclamandosi con il nome di Jahvè. Gesù ha risposto con il nome di Jahvè, attribuendosi il nome di Dio; dopo queste parole i soldati sono stramazzati a terra. Non solo nei Vangeli, ma soprattutto durante la Passione Gesù ha manifestato la sua divinità e questo è il motivo per cui è stato ucciso ed è ciò che il mondo di oggi rifiuta.

Oggi c’è una vasta negazione del Cristianesimo, c’è il rifiuto della divinità di Gesù Cristo. La Madonna a Medjugorje ha proprio detto che abbiamo rifiutato la fede e la Croce proprio perché l’uomo indica se stesso come Dio e quindi rifiuta la divinità di Gesù Cristo. Questo è il vero contenzioso che c’è nel mondo, la vera divisione è proprio tra quelli che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre e quelli che credono che sia un semplice profeta, un grande uomo se non addirittura un uomo da contestare e odiare. Il mondo è diviso a metà tra quelli che credono nella divinità di Gesù Cristo e quelli che non ci credono. Sono tanti quelli che negano la divinità di Gesù Cristo, anche fra i battezzati e addirittura fra i consacrati. Nei Messaggi che la Madonna ha dato a Medjugorje c’è una struttura ben precisa, la Regina della pace indica in Gesù Suo Figlio e nel medesimo tempo che è il Figlio di Dio, che è il Signore, che è la Via, la Verità, la Vita. La Madonna a Medjugorje ha proprio come obiettivo fondamentale di proporci il Vangelo di Gesù Cristo che è proprio questo, cioè che Dio ha tanto amato il mondo da dare Suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui avrà la vita eterna. Questo è il cuore della fede cristiana e deve essere la nostra fede. In Gesù Bambino dobbiamo adorare il Figlio di Dio che la Vergine Maria ha portato nel suo grembo e che ci ha donato. Nel medesimo tempo guardiamo le professioni di fede nei Vangeli, Elisabetta, San Giovanni Battista, Pietro. Entriamo anche noi in questa scia di professioni di fede perché è attraverso di essa che ci viene data la salvezza.

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Papa Leone dovrà fare la chemioterapia? C’è il rischio di metastasi? Domande e risposte sul tumore del Pontefice

di Vera Martinella- Corriere della sera 15 Ottobre 2026

Quanto è alto il rischio che la malattia si ripresenti o che dia metastasi? E quanto invece si può sperare nella guarigione? Le risposte dell’oncologa Silvia Novello, fra i maggiori esperti internazionali

LaPresse

Il primo bollettino medico sulla salute del Pontefice dice quello che pochi si sarebbero aspettati che fosse reso noto: papa Leone XIV ha un tumore ai polmoni. Un «adenocarcinoma polmonare», nello specifico.
Una notizia che, dal punto di vista medico, è solo il primo passo per capire 
cosa succederà nel prossimo futuro. 

La realtà è che della malattia di Leone XIV sappiamo, per ora, molto poco.
Il Santo Padre dovrà fare altre terapie? Se sì, quali? Si tratta di un tumore aggressivo? Quanto è alto il rischio che si ripresenti o che dia metastasi? E quanto invece si può sperare che l’iter di cure sia già finito e possano bastare solo degli esami di controllo?

Silvia Novello, direttrice della Scuola di specializzazione di Oncologia medica all’Università di Torino, responsabile dell’Oncologia toracica all’AOU San Luigi Orbassano, presidente dell’associazione no profit WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe) è fra i maggiori esperti italiani e internazionali sul cancro ai polmoni. Ed la coordinatrice delle linee guida dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) per il cancro ai polmoni, il documento di riferimento per la terapia di questa neoplasia nel nostro Paese.
Cerchiamo di capire con lei quali informazioni mancano per avere un quadro chiaro della situazione.

Professoressa Novello, cosa bisogna sapere per stabilire i prossimi passi da fare?
«L’adenocarcinoma è la forma più frequente di tumore polmonare, ma ormai dare “un nome” al tumore non è più sufficiente: serve conoscere se e quali alterazioni genetiche sono presenti per capire quale sottogruppo di adenocarcinoma si ha di fronte (EGFR mutato, Alk riarrangiato, KRAS mutato, ROS1, eccetera) perché è proprio in base al cosiddetto “profilo molecolare” del tumore che possiamo scegliere le cure più efficaci caso per caso. E serve l’espressione di PDL1 che fornisce informazioni sull’assetto immunitario delle cellule tumorali presenti nel tumore del singolo paziente».

A cosa servono queste informazioni?
«Sembrano “sigle” incomprensibili, che hanno invece un valore decisivo per i malati: danno informazioni che hanno un ruolo determinante e proprio in base alla presenza o assenza di queste sigle si possono oggi utilizzare nuovi farmaci, che hanno aperto speranze, fino a pochi anni fa non immaginabili».

Che esami servono per capire quale sottotipo è presente nel singolo paziente?
«Parliamo di test genetici che possono verificare un singolo gene oppure una batteria di geni con quella che viene definita NGS (Next Generation Sequencing). Questo esame viene fatto sullo stesso materiale che ha condotto alla diagnosi istologica (ovvero sul pezzo di tessuto asportato durante l’operazione): identificare un’alterazione molecolare è come identificare un bersaglio su cui meglio direzionare la cura. L’espressione di PDL1 è invece un’analisi immunoistochimica che guida un altro approccio terapeutico: l’immunoterapia».

Quanto tempo serve per avere i referti?
«Le tempistiche possono variare da un centro all’altro, ma solitamente i risultati si ottengono in una settimana lavorativa. Questa tempistica è dettata da tempi tecnici di lavorazione, che non possono essere accelerati».

Come si fa a capire quanto è alto il rischio che il tumore si ripresenti o che dia metastasi?
«Mettendo insieme tutti gli elementi clinici (età del paziente, condizioni generali, presenza di altre patologie rilevanti) che per il Pontefice sono tutti favorevoli: è un uomo di 71 anni, in buona salute, che si è già dimostrato capace di un rapido recupero dopo l’operazione.
Poi servono i dati legati alla malattia per avere la «carta d’identità» della neoplasia: sappiamo il tipo di cancro (adenocarcinoma), mancano le caratteristiche molecolari e lo stadio di malattia, che viene stabilito definitivamente sul pezzo operatorio asportato. Anche l’informazione sui linfonodi prelevati dal chirurgo dice molto: se sono “puliti” significa che la malattia non si è estesa nelle zone vicine al tumore».

Qual è lo scenario migliore possibile?
«L’opzione migliore è che il tumore asportato fosse in uno stadio davvero precoce (tecnicamente lo stadio I) che comporta unicamente controlli periodici: solitamente una visita oncologica e una TAC ai polmoni all’anno per almeno 5 anni dopo l’intervento chirurgico». 

Altrimenti?
«Qualora la malattia radicalmente operata sia invece inquadrata definitivamente in stadio più avanzato (per esempio stadio II), il profilo molecolare e l’espressione di PDL1 servono proprio per capire come procedere: con un trattamento a base di farmaci (terapie a bersaglio molecolare o immunoterapia) e in alcuni casi anche con delle sedute di radioterapia, terminati i quali si intraprende l’iter dei controlli».

Quali terapie si possono prescrivere per un adenocarcinoma polmonare?
«Innanzitutto la cura viene stabilita da un gruppo multidisciplinare di esperti (chirurgo, oncologo, radioterapista, anatomopatologo e altri ancora) che in caso di un adenocarcinoma radicalmente operato, come quello del Pontefice, può decidere per: un trattamento chemioterapico (che resta un’opzione ancora molto utile ed efficace, quasi sempre prescritta) combinato (in modo concomitante o sequenziale) con le terapie a bersaglio molecolare e con l’immunoterapia. Il radioterapista valuta quando e se proporre il trattamento radiante, solitamente sulla base dell’interessamento dei linfonodi asportati dal chirurgo. Tutte queste cure complementari hanno l’obiettivo di guarire definitivamente il paziente (o di migliorare il dato di sopravvivenza) e di ridurre il tasso di recidiva di malattia rispetto alla sola chirurgia».

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