"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2026 Pagina 12 di 38

Il Papa a Pavia sui passi di Agostino. «Ripetete: mi interessa una città solidale e di tutti. Onorate la dignità di ogni vita»

di Giacomo Gambassi, inviato a Pavia

L’attesa visita nella città che ospita le reliquie del santo vescovo di Ippona di cui Leone XIV è figlio. Il richiamo a essere «costruttori di pace». Il monito: «Non si può amare Dio se non si ama il fratello». L’incontro con i piccoli pazienti malati di tumore: «Dio non vuole che nessuno soffra». La preghiera commossa davanti alle spoglie di Agostino. Alla Chiesa: non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla secolarizzazione

20 giugno 2026-Avvenire

Il sole a picco e il caldo torrido che non aveva trovato ad Annaba, l’antica Ippona, li trova a Pavia: seconda tappa del pellegrinaggio del Papa sui passi di sant’Agostino di cui «sono figlio», aveva detto nel primo saluto dopo la sua elezione. È il giorno di Leone XIV nella città dove sono custodite le reliquie del santo vescovo che lega il suo nome a Ippona, la località del suo ministero e della sua morte, oggi in Algeria, che il Pontefice aveva visitato sotto la pioggia e in mezzo al vento gelido il 14 aprile all’inizio del suo viaggio apostolico in Africa. La frase del dottore della Chiesa che Robert Francis Prevost ha scelto come motto, “Nell’unico Cristo siamo uno”, lo accoglie nella facciata della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove da tredici secoli si trovano le spoglie di Agostino. Sul sagrato i malati e i disabili che saluterà a lungo. L’urna è stata spostata sopra l’altare e non è più nell’Arca, il monumento funebre gotico al centro dell’abside che per la visita del Pontefice è tornato a nuovo splendore. Il Papa incensa le reliquie. Poi si raccoglie in preghiera: a mani giunte, in piedi, con il volto commosso. Ad accompagnarlo il canto Magne Pater Augustine. Quindi accende la lampada votiva, omaggio al santo e segno dalla sua sosta davanti al “dottore della grazia” che lo guida fin dai primi passi della sua vocazione.

«Mi interessa», ripete più volte Leone XIV in piazza della Vittoria dove incontra la città. Un richiamo che fa tornare in mente don Lorenzo Milani e il suo “I care”, quando il Papa invita ciascuno a dire: «Mi interessa la nostra città. Mi interessa la salute di chi ho accanto. Mi interessa la bellezza del luogo in cui abito. Mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura». È un appello alla «buona cittadinanza» quello che consegna il Pontefice alla scuola di Agostino, il santo della “città di Dio” che modella la “città dell’uomo”. Proprio la città è al centro della riflessione di Leone XIV con cui conclude le sue quattro ore a Pavia. «Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte». E aggiunge: «I cittadini sono sempre concittadini. Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano». Poi il monito: «Poiché il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio».

Il Papa torna a citare la Costituzione nel passaggio in cui chiede «una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta costituzionale italiana». E sollecita ad avere uno stile civico che «sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture». Non solo. Leone XIV esorta a valorizzare le radici cristiane dell’Italia prendendo spunto dalla croce che si trova nello stemma di Pavia. «Ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che qui la storia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra la Chiesa e gli enti pubblici». E l’indicazione di un impegno comune e concreto: «Onorate sempre la dignità di ogni vita umana».

La visita comincia poco prima delle tre del pomeriggio quando l’elicottero “papale” atterra in terra lombarda. Tappa d’esordio: il Centro nazionale di adroterapia oncologica, polo di ricerca dove «l’energia nucleare è a servizio dell’uomo e della cura dei tumori, non strumento di morte», spiega il vescovo Corrado Sanguineti. Un centro che «che fa miracoli», dice il Papa che abbraccia i piccoli pazienti con le loro famiglie. «Dio non vuole che nessuno soffra», tiene a far sapere. E aggiunge: «Quello che ci promette Dio, è che sarà sempre presente. E anche quando siamo troppo deboli, ci manda degli angeli». Perché, prosegue, «Dio opera nelle nostre vite anche tramite i medici, gli infermieri, tante persone». Da qui l’importanza della ricerca come via per preparare il futuro. E la raccomandazione: «Se le cose sono difficili, mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio». 

Poi l’arrivo nel cuore “agostiniano” di Pavia: la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Di fronte a sé il Papa ha oltre cento “volti” della famiglia agostiniana, poi il clero, i religiosi e le religiose, i rappresentanti della diocesi di Pavia riuniti per celebrare con lui la liturgia della Parola. «Qui lei è di casa e si sente a casa», gli dice il vescovo Sanguineti ricordando le sue visite da priore generale degli agostiniani, quella di Benedetto XVI nel 2007 in cui padre Prevost lo accompagnava, l’ultima nel febbraio 2024 da prefetto del Dicastero per i vescovi per concludere l’Anno agostiniano. Il Papa definisce il padre della Chiesa una figura che «brilla di luce preziosa». Perché, sottolinea, «il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità». Nel chiostro del convento degli agostiniani, dove incontra trenta religiosi, i vescovi della Lombardia ma anche un gruppo di ragazzi che lo acclamano, spiega a braccio che «sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù ci ha detto: non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli». Leone XIV richiama di nuovo la lezione del santo quando dialoga con i ragazzi degli oratori estivi e della comunità latinoamericana di fronte al Duomo di Pavia. «Come ci ha ribadito Agostino, se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare da noi stessi. Ciò vuol dire: basta con le parole di odio, basta con gli insulti, basta con i bulli, basta con tutto ciò che alimenta le guerre fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Occorre imparare a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione». 

E Agostino torna nel discorso alla cittadinanza perché è «esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca» e«incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione». Binomio al centro del magistero di Benedetto XVI che Leone XIV rilancia dalla terra del santo caro a entrambi i Pontefici. «Non si può credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede – afferma papa Prevost –. Con questa fiduciosa apertura, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». A fare da spunto è la presenza secolare dell’università intorno a cui ruotano 25mila studenti che «non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro», avverte. E alla Chiesa il Papa ricorda l’importanza del «dialogo con la cultura» dal momento che «lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano». 

Alla diocesi di Pavia, ma a ogni diocesi, Leone XIV chiede – nel discorso accanto alle reliquie del santo – di «non lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede». E invita a essere «Chiesa viva» con «pietre vive» che «cammina in mezzo alla gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede». Il Pontefice indica due riferimenti. Il primo è «stare uniti a Cristo» che «ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie». Perché, chiarisce, «il centro è Cristo» e occorre fare «crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi». Il secondo è «imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale», anche se «ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato». Il Papa è consapevole che «le problematiche odierne riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa» in un tempo «nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana». Per questo il Pontefice chiama «anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede». Il Papa esorta a valorizzare il «meglio della storia» ecclesiale, come «gli oratori» che cita e che incontrerà poco dopo accanto al Duomo. Ma anche stimola a «sperimentare nuove possibilità di incontro». Richiama «le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale». Incoraggia «la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni». Spinge «a farsi prossimi dei poveri. Invita ad avere uno «stile sinodale nella vita comunitaria, imparando sempre più a camminare insieme, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità». Oltre 15mila persone “scortano” Leone XIV lungo le strade; e le bandiere con i colori vaticani lo salutano dai negozi o dai balconi. Con gli idranti che gettano acqua sulla folla per attenuare la canicola che, insieme a molto altro, è già entrata negli annali della visita. Il congedo in piazza della Vittoria, prima di partire alla volta di Sant’Angelo Lodigiano.

La Russia che bombardando la Lavra distrugge il Mondo Russo

20/06/2026, 08.45

MONDO RUSSO – Asia News

di Vladimir Rozanskij

Mosca con la Lavra delle Grotte di Kiev ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale” e che fino al complesso sgombero non voleva cedere agli ucraini. Ora occorrerà ricostruire questo luogo come già accaduto dopo l’invasione tataro-mongola ma anche dopo la Grande Guerra patriottica dei russi contro i nazisti.

Con il bombardamento della Lavra delle Grotte di Kiev, la Russia ha bruciato il proprio mito della “Terza Roma”, degli eredi della civiltà ortodossa, dei difensori della vera fede, dei custodi dei luoghi sacri, un mito al centro del quale c’è sempre stata la Lavra Pečerskaja della prima “città-madre” della Rus’. Putin ha voluto vendicarsi dell’umiliazione subita la settimana precedente a San Pietroburgo, dove si riuniva il Forum economico internazionale, e i droni ucraini hanno soffocato nel fumo la capitale moderna sulla Neva, simbolo di un’altra variante della Russia padrona del mondo.

A partire dai secoli bui del Giogo Tartaro, Mosca si era appropriata dell’eredità della Rus’ di Kiev, presentandosi come l’unica rappresentante del battesimo imposto al popolo dal principe Vladimir il Grande, chiamato “uguale agli Apostoli”, e di tutta la tradizione dell’Ortodossia bizantina, essendo il patriarcato di Costantinopoli ormai succube dei turchi ottomani, insieme a tutti gli altri popoli ad essa legati. Per questo aveva bisogno della Lavra, non tanto come monastero, ma come simbolo del suo diritto alla storia, alla memoria e all’identità di “tutte le Russie”. Sulla collina che sovrasta il fiume Dnepr, il Giordano della Rus’, i monaci avevano portato dal monte Athos le sacre tradizioni di tutta la spiritualità bizantina, scavando le grotte dalla cima della cattedrale fino alle rive del Battesimo.

Ora la Russia stessa ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale”, che ha rivendicato come autentico “monastero russo” che non voleva cedere agli ucraini, fino all’arresto del metropolita Pavel, il superiore del monastero fedele a Mosca – detto Paša Mercedes per la sua passione alle macchine lussuose – e al complesso sgombero delle grotte monastiche usate per scopi commerciali di ogni genere. Per questo si è parlato di “persecuzione dell’Ortodossia”, accusando gli ucraini di mancare di rispetto ai luoghi sacri, e ora toccherà agli ucraini restaurare e ricostruire quanto distrutto dai russi, come era accaduto dopo l’invasione tataro-mongola, che aveva raso al suolo gli edifici sacri della Lavra, e dopo la Grande Guerra patriottica dei russi, che bombardavano Kiev per annientare i “nazisti tedeschi e ucraini”.

I media legati alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca hanno cercato di spiegare che la cattedrale della Dormizione della Lavra “potrebbe essere stata colpita non dai russi, ma da un missile antiaereo ucraino”, oppure “potrebbe essersi trattato di un atterraggio accidentale” e che comunque “non si è trattato assolutamente di un attacco mirato”. Secondo altri sostenitori del patriarcato di Mosca, la Russia avrebbe preso di mira la parte del luogo sacro in gestione alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina Pzu, non quella in mano alla Chiesa ucraina Upz fedele a Mosca, “ma questa rimane pura fantasia, poiché nessuno bombarderebbe deliberatamente delle chiese, i costi sarebbero troppo elevati”, osserva uno dei canali filo-russi, aggiungendo cinicamente che “a giudicare dalle foto, i danni non sono troppo gravi”.

A seguito dell’attacco russo alla Lavra, la cattedrale della Dormizione, una chiesa la cui storia risale all’XI secolo, è andata a fuoco. Questo “rappresenta attualmente uno dei più gravi crimini della Russia contro la cultura cristiana”, ha scritto su Facebook il presidente Volodymyr Zelenskyj, ricordando che in una sola notte i russi hanno lanciato più di 60 missili solo sulla capitale, provocando 4 morti e 28 feriti. Il primate della Chiesa autocefala, il metropolita Epifanyj (Dumenko), ha definito il bombardamento del monastero “un altro crimine russo contro l’umanità, contro la storia e contro il cristianesimo”.

I ministri degli Esteri europei hanno condannato il massiccio attacco a Kiev nella notte del 15 giugno, definendolo un crimine di guerra e la prova che la Russia “non ha linee rosse”. “Per noi francesi, questo “sarebbe l’equivalente di bombardare Notre Dame o la Basilica di Saint-Denis”, ha dichiarato il ministro Jean-Noël Barrot prima della riunione del Consiglio degli Affari Esteri dell’Ue in Lussemburgo, per cui la Russia “ha dimostrato ancora una volta tutta la crudeltà delle sue azioni” causando gravi danni alla cattedrale della Dormizione del monastero delle Grotte di Kiev, sito del patrimonio mondiale dell’Unesco.

L’attacco russo alla sede originaria della “Santa Russia” giustifica ulteriormente la campagna per abbandonare i nomi imperiali sovietici e russi delle città ucraine, in atto dall’inizio della guerra come avanguardia di un processo più ampio che sta investendo l’intero spazio post-sovietico. Dal Caucaso all’Asia centrale, le ex-repubbliche sovietiche si stanno gradualmente liberando di toponimi e simboli stranieri, enfatizzando la propria indipendenza e identità nazionale. La politica ucraina di de-comunistizzazione e de-russificazione, del resto, era iniziata ben prima dell’invasione nel febbraio 2022; i primi passi in questa direzione furono compiuti all’inizio degli anni Novanta, quando molti monumenti dell’era comunista furono smantellati.

In Asia centrale, uno degli esempi più significativi di decolonizzazione attraverso la ridenominazione di elementi geografici è il Kazakistan, un Paese con un lunghissimo confine con la Russia, una significativa popolazione russofona e una lingua nazionale seriamente indebolita durante il periodo sovietico. Dopo il crollo dell’URSS, la mappa del Kazakistan ha iniziato a cambiare rapidamente: Ust-Kamenogorsk è diventata Oskemen e Uralsk è diventata Oral. La storia della capitale del Kazakistan, Astana, è particolarmente interessante: originariamente chiamata Akmola (“Tomba bianca”), la città fu ribattezzata Tselinograd, ovvero “Città delle terre vergini”, durante l’era sovietica. Questo nome rifletteva la visione sovietica del Kazakistan come uno spazio vuoto, destinato all’insediamento di immigrati dalla Russia. Dopo l’indipendenza, la città fu prima ribattezzata Akmola e poi Astana, che in kazako significa semplicemente “Capitale”, per diventare Nursultan in onore del “presidente eterno” Nazarbaev, poi in declino, con il recupero di Astana.

La reazione ostile della Russia alla tendenza post-sovietica verso la decolonizzazione dei nomi geografici dimostra chiaramente l’importanza che il Cremlino attribuisce allo spazio ereditato dall’impero e ai suoi simboli. Le autorità russe condannano i cambiamenti di nome nell’Ucraina indipendente, definendoli una “de-russificazione forzata”, e accusano Kiev di tentare di “distruggere l’unità storica” ​​dei due popoli. Questo approccio riecheggia direttamente il saggio programmatico di Vladimir Putin sull’unità storica di russi e ucraini, pubblicato nel luglio 2021, in cui il presidente russo affermava che russi e ucraini sono “un solo popolo” e lamentava che la distinzione tracciata tra di loro durante l’era bolscevica avesse portato alla “spogliazione della Russia”. Queste idee sono poi diventate uno dei fondamenti ideologici dell’invasione iniziata alcuni mesi dopo.

La cattedrale della Dormizione della Lavra ha subito moltissimi danni nella sua storia: nel 1230 era stata danneggiata da un terremoto, per poi essere saccheggiata dai Mongoli del Khan Batu nel 1242. Fu danneggiata da un grave incendio nel 1718, e il 3 novembre 1941 fu fatta saltare in aria su ordine di Stalin, fino all’incendio dei missili di Putin dei giorni scorsi. Dopo l’umiliazione di San Pietroburgo, Putin aveva minacciato che la Russia avrebbe colpito i “centri decisionali e i posti di comando” di Kiev; a quanto pare, secondo lui le decisioni in Ucraina vengono prese al monastero delle Grotte, agli studi cinematografici Dovženko e alla Casa della Musica d’Organo Dnipro, tutti obiettivi colpiti la scorsa settimana.

Come osserva Ivan Preobraženskij, gli studi Dovženko non sono soltanto “un nome sui libri di testo”, ma un luogo dove “si entra in contatto con il mondo del cinema, della creatività e della storia”. Egli spiega che “una collezione di costumi, come quella che è stata distrutta, non è fatta solo di stoffe, bottoni o vecchi abiti… è memoria, sono le vite di artisti, costumisti, registi e attori, fa parte della cultura ucraina, raccolta e conservata con cura per decenni”.

Il Mondo Russo in guerra si comporta allo stesso modo dei suoi “eroi” sovietici, e degli invasori asiatici che in fondo sono i veri antenati della Russia imperiale. Ora la Lavra sta bruciando, i musei soffrono, le biblioteche esplodono… Il Mondo Russo si mostra per quello che è veramente, ma ormai non gli resta molto tempo, prima di scomparire del tutto.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

I Veggenti siano umili e obbedienti come Maria

Buongiorno Padre Livio,

so che avrà ricevuto tante domande riguardo a questo messaggio, ma le voglio comunque chiedere una cosa.

Il termine discendente indica chi verrà dopo di noi. Quindi il messaggio avrebbe dovuto dire di pregare per i peccati che i discendenti “commetteranno” e non “hanno commesso”, perché se sono discendenti o non sono ancora morti oppure sono ancora in vita, oppure non sono ancora nati.

Inoltre, se si parla di anime che in futuro saranno in Purgatorio, perché dovrebbero essere protette dal male? Il diavolo può agire anche in quel luogo? Non è solo un luogo di espiazione? Che ruolo avrebbe il demonio in Purgatorio se tanto l’anima è comunque destinata al Paradiso?

Forse ha ragione lei a dire che la veggente ha interpretato male.

Grazie di tutto Padre Livio

Ave Maria

Silvia da Torino


Cara Silvia,

la Madonna in questi 45 anni ci ha esortato molte volte, a pregare per le anime del purgatorio, ma mai nel modo così lontano dal linguaggio della Chiesa e della liturgia come giovedì 18 Giugno 2026, terzo giorno della novena.

Ho ritenuto mio dovere rilevarlo. Mi auguro che la cosa venga chiarita in modo tale da guardare ai messaggi della Regina della pace con fiducia, come abbiamo sempre fatto. 

In ogni caso i Veggenti hanno l’obbligo di sottoporre i Messaggi alla valutazione della Autorità ecclesiastica competente. Questo non è stato fatto e non credo che la Madonna sia stata contenta. 

Noto che Mirjana, Ivanka e Jakov sono molto puntuali e consegnano alla Parrocchia il Messaggio che ricevono in occasione della loro apparizione annuale.

Si corrono pericoli gravissimi per la fede propagandare le parole delle apparizioni della Regina della pace in diretta televisiva mondiale, con molteplici traduzioni e senza approvazione ecclesiastica.

Ora non so quanti si chiederanno che cosa significa pregare per i discendenti. Rimango esterrefatto dinanzi a tanta insipienza e riprovevole supponenza. È proprio vero che la TV fa perdere la testa.

Al quinto giorno della novena la Madonna si sarebbe dimenticata di dare i compiti. Evidentemente “qualcuno” è intervenuto, come era inevitabile.

Non si dimenticherà però di cessare le apparizioni quotidiane quando rimarrà un solo Veggente con l’inizio dei Dieci Segreti.

Ave Maria

Padre Livio

🟢IN RADIOVISIONE: PADRE LIVIO – LA TENTAZIONE – Puntata 32

🕊️ꨄ🙏 LIVE: #MEDJUGORJE IN DIRETTA DALLA CROCE BLU NOVENA IN PREPARAZIONE AL 45mo ANNIVERSARIO DELLE APPARIZIONI DELLA REGINA DELLA PACE🙏 in studio P.LIVIO⁀➷ sesto giorno

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🟢IN RADIOVISIONE: IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 95

Messaggi della Regina della pace sulle anime del Purgatorio

L’insegnamento della Gospa sul suffragio per le anime del Purgatorio è sempre stato semplice e conforme all’insegnamento e alla liturgia della Chiesa e non ha mai usato il soprendente e discutibile linguaggio del messaggio di Giovedì 18 Giugno 2026

Ecco alcuni esempi:

Messaggio del 20 luglio 1982

In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e il Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perche’ nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso.

Messaggio del 2 novembre 1982

Le anime del Purgatorio aspettano le vostre preghiere e i vostri sacrifici.

Messaggio del 2 novembre 1983

La maggior parte degli uomini, quando muore, va in Purgatorio. Un numero pure molto grande va all’Inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in Paradiso. Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in Paradiso al momento della vostra morte.

Messaggio del 31 gennaio 1984

Continuate ad aiutare i poveri, a visitare i malati e a pregare per i defunti.

Messaggio del 6 novembre 1986

Cari figli, Oggi desidero invitarvi a pregare ogni giorno per le anime del Purgatorio. Ad ogni anima è necessaria la preghiera e la grazia per giungere a Dio e all’amore di Dio. Con questo anche voi, cari figli, ricevete nuovi intercessori, che vi aiuteranno nella vita a capire che le cose della terra non sono importanti per voi; che solo il cielo è la meta a cui dovete tendere. Perciò, cari figli, pregate senza sosta affinché possiate aiutare voi stessi e anche gli altri, ai quali le preghiere porteranno la gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

Messaggio del 28 gennaio 1987

Miei cari figli! Sono venuta da voi per condurvi alla purezza dell’anima e, quindi, verso Dio. Ma come mi avete accolto? All’inizio senza credere, con paura e sfiducia verso i ragazzi che ho scelto. Poi una maggioranza di voi mi ha accolto nel suo cuore e ha incominciato a mettere in pratica le mie richieste materne. Ma purtroppo questo non è durato a lungo. In qualunque luogo io vada, e con me mio Figlio, là mi raggiunge anche Satana. Voi avete permesso, senza accorgervene, che prendesse il sopravvento in voi, che vi dominasse. Alcune volte capite che qualche vostro gesto non è permesso da Dio, ma rapidamente soffocate questo sentimento. Non cedete, figli miei! Asciugate dal mio volto le lacrime che verso osservando quello che fate. Guardatevi intorno! Trovate il tempo per accostarvi a Dio in chiesa. Venite nella casa del Padre vostro. Trovate il tempo per riunirvi in famiglia e supplicare grazia da Dio. Ricordatevi dei vostri morti, date loro gioia con la celebrazione della Messa. Non guardate con disprezzo il povero che vi supplica per una crosta di pane. Non cacciatelo dalla vostra mensa piena. Aiutatelo, ed anche Dio aiuterà voi. Forse la benedizione che il povero vi dà come ringraziamento, si realizza, forse Dio lo ascolta. Voi, figli miei, avete dimenticato tutto questo. E in ciò ha contribuito anche Satana. Non cedete! Pregate con me! Non ingannatevi pensando: “Io sono buono, ma il fratello che mi sta accanto non vale nulla”. Non sareste nel giusto. Io, come vostra madre, vi amo e perciò vi ammonisco. Qui ci sono dei segreti, figli miei! Non si sa di che si tratta, ma quando lo si verrà a sapere, sarà tardi! Ritornate alla preghiera! Nulla è più importante di essa. Vorrei che il Signore mi permettesse di chiarirvi almeno in parte i segreti; ma sono già troppe le grazie che vi offre. Pensate a quanto voi offrite a Lui. Quando avete rinunciato l’ultima volta a qualche cosa per il Signore? Non voglio rimproverarvi ulteriormente. Desidero invece invitarvi ancora una volta alla preghiera, al digiuno, alla penitenza. Se col digiuno desiderate ottenere una grazia da Dio, che nessuno sappia che digiunate. Se con un dono ad un povero, desiderate ottenere una grazia da Dio, che nessuno lo sappia all’infuori di voi e del Signore. Ascoltatemi, figli miei e riflettete in preghiera su questi miei richiami!

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MESSAGGIO DEL 18 GIUGNO 2026 #Medjugorje
(3°giorno di novena sulla collina delle apparizioni)

“Nel momento dell’apparizione, quando è arrivata la Madonna, le ho affidato tutte le nostre intenzioni, comprese le intenzioni del nostro cuore. Tutte le persone nei nostri pensieri e nel nostro cuore anche quelle che stasera non possono essere qui con noi.

La nostra cara Madre Celeste ha steso le sue braccia su di noi e ha pregato per noi nella sua lingua, Aramica.

La Madonna ci ha affidato un altro compito: pregare per tutti i defunti, per tutta la nostra stirpe, per tutti i nostri discendenti, affinché il Signore li protegga da ogni male, da tutti i peccati che hanno commesso, e affinché possano risorgere dal Purgatorio al cielo e unirsi con Lui.

Perciò ci ha chiesto di pregare per tutte le anime, di fare penitenza per loro, specialmente per quelle del Purgatorio.

Dopo ci ha benedetto con il segno della croce ed è tornata in Paradiso.”

(La veggente Marija)

Scontro Trump-Meloni, così la premier esasperata ha deciso nella notte di reagire con un video. «Non credo sia finita»: i dubbi «clinici» sul tycoon

di Marco Galluzzo – Corriere della Sera – 20 Giugno 2026

Per il suo staff lo scherno è attribuibile alla salute mentale del tycoon. I dubbi «clinici» su Donald Trump

Dal nostro inviato 
BRUXELLES – Le macchine del corteo sono pronte. Uscita laterale dell’Europa Building. La faccia di Giorgia Meloni è una maschera di irritazione, esasperazione, rabbia. In due parole, è nera. Non si è nemmeno posta il problema di incontrare i cronisti. Via prima possibile da Bruxelles, via per tornare a Roma, per elaborare insieme al resto del governo quanto accaduto. Del resto non è finita, almeno è questa la convinzione della premier.

Mentre si aprono le portiere delle macchine la delegazione italiana si muove, ma le parole di lei spezzano il silenzio e anche il senso di disorientamento generale: «Certo che sono preoccupata, non credo sia finita qui».

Fare un passo indietro è utile a capire meglio cosa è successo. Giovedì notte, la prima del Consiglio, Giorgia Meloni lascia il palazzo dedicato anche a Justus Lipsius verso l’una e trenta. A Bruxelles diluvia. Arrivano delle telefonate da Roma, in anticipo, per cortesia, la premier viene informata che Trump ha rilasciato quelle dichiarazioni. 

Meloni rientra poco dopo all’hotel Amigò, sono le due di notte, sale in camera, c’è da pensare a una risposta. Quella, durissima, in cui accusa il presidente americano in sostanza di essere un bugiardo, e di andare a braccetto con i nemici dell’Occidente, risposta che posta su Instagram l’indomani mattina, un’ora dopo la diffusione, da parte di La7, delle parole di scherno dell’inquilino della Casa Bianca.

La salute mentale del presidente americano, per usare un eufemismo, fa capolino a Consiglio europeo concluso, quando Meloni finalmente è libera di incontrare il suo staff e di confrontarsi con i suoi assistenti su quanto accaduto. Non si cerca una spiegazione, si attribuisce l’accaduto al profilo clinico di Trump. Non è chiaro se ci sia stato un tentativo di reach out, espressione che i diplomatici usano per descrivere un tentativo di chiarimento, in questo caso con la staff della Casa Bianca, prima di replicare e alzare il livello dello scontro. Se c’è stato non è andato a buon fine, e a Meloni non è rimasta che la necessità di rispondere a muso duro. Almeno a suo giudizio.

Ma le lancette dell’orologio possono andare indietro anche di tre giorni, all’inizio del G7, sul lago Lemano, ad Evian. La genesi dell’incidente va cercata a ritroso nei saloni lussuosi del resort che ha ospitato nei suoi due hotel i leader del vertice. Sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti fra gli elettori democratici. Difficile che sia piaciuto a Trump.

Di sicuro una cosa hanno notato in tanti, anche nello staff di Giorgia Meloni, fra coloro che hanno seguito o partecipato alla trasferta: intorno all’ipotetico disgelo con Trump c’era troppa ansia da parte della delegazione italiana. Un esempio? Sono state smentite da palazzo Chigi, o dalla stessa Meloni, quindi per due volte, le ricostruzioni dei media di alcune innocenti risate fra i due leader, che invece sono state poi diffuse dal circuito video del G7 gestito dai francesi. Insomma c’è stato certamente un corto circuito.

Si coglieva la voglia di raccontare una ricucitura che invece si è rivelata più di facciata che reale. Forse anche così si spiega il punto più basso delle relazioni fra Roma e Washington da decenni a questa parte.

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

Pensieri sui Vangeli Festivi: XII Domenica del Tempo Ordinario – di Padre Livio

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