PROPOSTA DI VITA PER INCORAGGIARE TUTTI NOI ALLA SANTITA’
A cura di Roberta
PROPOSTA DI VITA PER INCORAGGIARE TUTTI NOI ALLA SANTITA’
A cura di Roberta
di Paolo Lepri| 6 marzo 2026 -Corriere della Sera –
Il presidente americano non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti.
Trump e la guerra in Ucraina. Ecco la madre di tutte le incognite, a poco più di quattro anni dall’avvio dell’«operazione militare speciale», ora che si è aperto un nuovo, sconvolgente conflitto e che il presidente americano, come è accaduto due giorni fa, torna ad accusare Volodymyr Zelensky di essere «un ostacolo» per la pace. Tra chi cerca la soluzione di questo enigma c’è il direttore dell’Osservatorio sulla Russia dell’Istituto francese di relazioni internazionali, Dimitri Minic, autore del saggio Pensée et culture stratégiques russe. A suo giudizio «The Donald» non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti. Vedremo.
Il pericolo è che il tempo giochi proprio a favore della Russia nonostante che la situazione sul terreno risulti meno negativa del previsto e che il Cremlino, osserva Minic in una intervista a Le Monde, sia forse destinato a pagare il prezzo di essersi rivelato «incapace di difendere i suoi partner nel mondo, come il Venezuela, la Siria e l’Iran». Le premesse di quanto sta avvenendo vanno cercate nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata a Mosca nel 2021. Uno dei suoi punti-chiave, in un mondo ritenuto «ostile», è la convinzione — continua il trentaduenne studioso francese — che l’Occidente sia «ontologicamente debole», cosa che permette di sperare nella possibilità di «modificare» lo status quo.
La politica estera di Vladimir Putin ha così nell’Europa il suo nemico principale. Lo crede anche l’autore di Pensée et culture stratégiques russe, secondo cui Mosca è già in guerra contro il nostro continente usando «mezzi indiretti, militari o no». «Le azioni di sovversione russa si sono intensificate dal 2022. Non bisogna interpretare la guerra contro l’Ucraina — prosegue — esclusivamente come una guerra imperiale. La Russia auspica l’implosione della Nato e dell’Unione europea e vuole estendere la propria influenza politico-militare in Europa. Pensa di riuscirci trasformando gli Stati occidentali dall’interno». Alcuni spettatori di questa partita, aggiungiamo, hanno una benda davanti agli occhi.
Editoriale di padre Livio – 9 marzo 2026
LE APPARIZIONI MARIANE CHIAVE DEL FUTURO
LA MADONNA NON FA GEOPOLITICA MA TEOLOGIA DELLA STORIA
LA NOVITA’ DELL’ERA TRUMP: IL DECLINO DELL’ALLEANZA OCCIDENTALE
L’EUROPA PUNTATA DAL DRAGONE ROSSO
SONO TRE GLI ASPIRANTI AL DOMINIO DEL MONDO
L’EUROPA È RELEGATA IN UNA POSIZIONE MARGINALE
LA GUERRA FRA USA E CINA FA GIA’ I PRIMI PASSI
NELL’OTTICA SOPRANNATURALE NON È QUESTO L’EVENTO CENTRALE DEL FUTURO
NEL PIANO DI MARIA DA FATIMA A MEDJUGORJE L’OCCHIO È SULLA RUSSIA
LA RUSSIA POST-COMUNISTA HA ELABORATO L’DEA DI UN IMPERO RUSSO –ORTOSSO
Il RUOLO SUPPONENTE E MINACCIOSO DELL’ORTODOSSIA RUSSA
LA SACRALIZZAZIONE DELLA GUERRA E L’USO DEL VANGELO A SUPPORTO DELL’IMPERO
L’ATTACCO DELLA RUSSIA ALL’EUROPA È GIA’ INCOMINCIATO QUATTRO ANNI FA
UN ARTICOLO DELL’ISTITUO FRANCESE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI (Prof Dimitri Minic)
“MOSCA È GIA’ IN GUERRA CONTRO IL NOSTRO CONTINENTE”
L’OBBIETTIVO INIZIALE DELLA RUSSIA È LA DISSOLUZIONE DELL’ EUROPA DALL’INTERNO
L’OBBIETTIVO SUCCESSIVO È L’INVASIONE MILITARE
L’OBBIETTIVO FINALE È DI IMPORE L’IDEOLOGIA RUSSO-ORTODOSSA
SOLO IL PORTOGALLO CONSERVERA’ IL DOGMA DELLA FEDE?
L’UCCISIONE DEL PAPA NEL TERZO SEGRETO DI FATIMA
LO SCENARIO DEI DIECI SEGRETI DI MEDJUGORJE NEL TEMPO DELL’OCCUPAZIONE RUSSA
LA REGINA DELLA PACE IN SOCCOSO DEL PAPA E DELLA CHIESA
Il CROLLO DELL’IMPERO RUSSO ORTODOSSO
LA CONVERSIONE DELLA RUSSIA AL CATTOLICESIMO

Programma di Padre Livio – lunedì 9 marzo 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE:
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 9.00: EDITORIALE:
I prodromi della terza guerra mondiale
h. 10.00: Tutti i Segreti si realizzeranno (20)
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di Andrea Nicastro – 9 Marzo 2026 – Corriere della Sera
Usa e Israele hanno aumentato i raid concentrandosi su infrastrutture produttive. Gli iraniani bersagliano i Paesi del Golfo. Meno missili, più droni
DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME – Già nove giorni sono passati dalle prime bombe di Israele e Stati Uniti sull’Iran. Attacco preventivo per impedire agli ayatollah molte cose. Il presidente americano Donald Trump ha dato una motivazione diversa quasi ogni giorno. Promuovere la democrazia e il cambio di regime. Impedire alla Repubblica islamica di attaccare Israele, riprendere la via atomica o costruire missili capaci di colpire l’America. Un attacco, quello americano, senza alcuna dichiarazione di guerra e senza un obiettivo chiaro. Per questo, capire se gli Usa stiano vincendo, è complicato. In compenso è più facile dire chi stia perdendo, l’Iran, e chi vincendo, Israele.
Le vittorie di Netanyahu
Almeno dal 1992, il premier israeliano Netanyahu lancia allarmi contro l’Iran «maledizione della regione», il «pericolo nucleare», il «vertice dell’asse del male». Ogni leader sciita ucciso, ogni base militare e ogni infrastruttura capace di alimentare le ambizioni della Repubblica Islamica distrutte sono altrettante vittorie per lui.
I colpi per gli ayatollah
La teocrazia sta invece incassando colpi su colpi. Fosse un incontro di pugilato, starebbe perdendo ai punti. Ma è una guerra. All’Iran basta restare in piedi per considerarsi vincitore. Basta che non ci siano rivolte interne o secessioni di minoranze. Le distruzioni materiali porteranno il Paese indietro di anni, ma se la nomenclatura del regime terrà il comando, sarà un problema dei cittadini e non dei vertici.
La tattica
È leggermente cambiata dal 28 febbraio, giorno 1 dell’aggressione. In principio l’aviazione israelo-americana con il supporto di missili e droni ha dato priorità a omicidi mirati e alla distruzione di difese aeree e lanciamissili. Una volta conquistato il dominio dei cieli, sta passando in questo fine settimana a colpire infrastrutture economiche. Sbaglia chi parla di «bombardamenti a tappeto».
Gli obbiettivi, anche per non sprecare munizioni, sono mirati. Ci sono errori (come le 165 bambine uccise a scuola), ma, cinicamente, manca la convenienza a colpire quei civili da cui si aspetta l’insurrezione. Cominciano ad arrivare indizi di incursioni di forze speciali in territorio iraniano e di missioni per recuperare piloti abbattuti. Trump ha sempre amato le forze speciali.
Quattro direzioni
L’Iran ha reagito in quattro direzioni: colpendo Israele, le basi Usa nella regione, il flusso energetico globale e, infine, mobilitando la milizia alleata del Libano. Ieri pareva che lo Stretto di Hormuz potesse essere riaperto. Da verificare.
I cieli del Libano
In Libano Israele è all’attacco da solo senza gli Usa. Ha il controllo della quarta dimensione (il cielo) e pianifica 300 incursioni al giorno. Gli omicidi mirati con droni israeliani proseguono anche negli hotel di Beirut pieni di profughi. Hezbollah reagisce con pochi lanci sempre intercettati, ma rende difficile l’invasione via terra. Qualche incursione di paracadutisti o con tank è stata sventata. I numeri
I numeri
Il fronte sotto attacco sta subendo le perdite maggiori. Basti pensare alla Guida suprema Ali Khamenei e ad almeno 200 tra generali, politici e chierici uccisi o alle 42 navi affondate a fronte di 7 soldati americani uccisi. I numeri dei rispettivi governi parlano di circa 1.400 morti in Iran (di cui 400 bambini), 400 in Libano (di cui 150 bambini e, secondo Israele, 200 miliziani), 11 civili israeliani (3 bambini) in Israele, 2 soldati israeliani in Libano, 7 militari Usa nel Golfo, 21 nei Paesi petroliferi, 4 in Siria, uno in Giordania. Si tratta però di dati viziati dalle censure nazionali.
Gli attacchi nel Golfo
Trecentomila gli sfollati da Teheran, 800mila dalle aree libanesi sotto attacco. La media dei raid israelo-americani è salita a quasi 800 al giorno, quella iraniana è scesa dai 7 sciami di droni e missili verso Israele dell’inizio ad appena 3. Tendenza opposta nel Golfo: da 4 ondate di ordigni volanti a 10 ogni 24 ore. Secondo le Guardie della Rivoluzione il 40% dei loro lanci è contro Israele, il resto verso le basi americane. I dati arabi indicano però una scelta politica precisa. Gli Emirati hanno subito quasi 1.300 attacchi, più del doppio di quelli destinati a Israele (600) e al Kuwait (500). Le altre monarchie assieme (Qatar, Arabia Saudita e Bahrein) appena 430. Sta gradualmente cambiando anche l’armamento. L’Iran ora usa più droni, anche 2.000 al giorno. Israele e Usa più bombe e droni. Tutti sparano meno missili.
Allargamento
I media israeliani hanno più volte annunciato l’ingresso nel conflitto di Paesi che ospitano le basi americane bersagliate dall’Iran. Per il momento è solo un desiderio. Le goffe scuse fatte ai vicini arabi dal presidente iraniano testimoniano la sensibilità del tema. I servizi segreti israelo-americani stanno cercando di convincere le milizie curde ad intervenire. Dopo Hezbollah, Teheran vorrebbe coinvolgere anche gli Houthi dello Yemen, ma questi hanno la flotta americana ormeggiata davanti a casa.
L’Europa
Sull’altro fronte, Israele conta sull’aiuto del governo libanese per disarmare Hezbollah, ma ancora Beirut non si muove. L’Europa va in ordine sparso. Francia, Italia e Spagna mandano navi per difendere Cipro. La Turchia spera di mediare. Il Pakistan nucleare osserva. La Russia ha ammesso di sostenere l’Iran, ma non si sa come. Probabile solo con informazioni satellitari.
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